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martedì 1 dicembre 2015

America latina: i diritti negati



Chi cerca, trova.


di Mayra Landaverde



Da alcuni mesi la Rete Milano Senza Frontiere organizza un presidio in piazza Scala, in centro. Da maggio e fino al 18 dicembre, Giornata Internazionale del Migrante. Arriviamo, allestiamo la piazza con delle foto e delle maschere, con dei cartelli. Poi ognuno di noi prende una foto di uno dei tantissimi ragazzi dispersi nel Mediterraneo e giriamo in circolo. Vi ricorda qualcosa? 



Negli anni della dittatura in Argentina un gruppo di mamme ha deciso di fare la stessa cosa.



Allora era vietato qualsiasi tipo di manifestazione e le persone non potevano sostare davanti alla Plaza de Mayo, per cui la polizia ha chiesto loro di “girare”. Dal 30 aprile 1977 lo fanno, con le foto dei loro figli e nipoti desaparecidos. Vogliono sapere dove sono.



Cosi come le madres, esiste anche un’associazione di nonne: Asociacion Civil Abuelas de Plaza de Mayo e s’incaricano di cercare i bambini che sono stati sequestrati durante la dittatura e restituirli alle loro vere famiglie.



Dal 1977 al 2015 hanno recuperato 118 nipoti.



Sono state candidate al Nobel per la pace in diverse occasioni. Nel 2011 hanno ricevuto il premio Felix Houphouet-Boigny dall’UNESCO per il loro grande lavoro.



Anche noi vogliamo sapere dove sono le migliaia di desaparecidos del Mediterraneo. Lo vogliono sapere le madri tunisine e algerine che ci hanno affidato le foto dei loro cari.
 
 
 




E continueremo a cercarli insieme ai loro parenti.



Dall’altra parte del mondo in Latinoamerica ci sono altre madri che cercano i loro figli dispersi nel loro transito per il Messico. Tutti col sogno di arrivare negli Stati Uniti per avere una vita migliore e un futuro da offrire alle proprie famiglie. Purtroppo sono pochissimi quelli che arrivano alla frontiera nord. Prima devono attraversare tutto il Messico.  



A piedi o sopra il tetto dei treni. Scappando dalla polizia migratoria, dai militari e dai narcotrafficanti. E’ una delle rotte più pericolose che esistano.



Per le donne particolarmente.



Più del 70% delle donne migranti vengono violentate una o più volte durante il viaggio.



Ogni anno entrano clandestinamente in Messico 45,000 donne centroamericane.



La violenza sessuale è considerata “normale” , parte del viaggio, moneta di scambio. Lo si sa, i trafficanti chiedono soldi ma anche sesso in cambio di far passare le frontiere.

Per questo motivo tante donne prima di iniziare il viaggio prendono l’iniezione anti-Messico che non è altro che un anticoncezionale di lunga durata. Il Depo Provera è un contraccettivo ormonale in forma liquida che si somministra tramite iniezione ogni 12 settimane. Ma l’iniezione non le salva sicuramente dalla violenza e dai traumi che può subire una donna vittima dei trafficanti o degli stessi funzionari pubblici come gli agenti della polizia o i militari. Tante altre sono sequestrate e vendute per meno di 300 dollari per finire nella prostituzione. La CNDH ( Comision Nacional de Derechos Humanos) registrò, fra il 2009 e il 2011,più di 20 mila sequestri.Il Movimento Migrante Mesoamericano organizza da 11 anni la Caravana de Madres Centroamericanas de migrantes desaparecidos en su tránsito por México.
Lunedì 30 Novembre parte l’undicesima Carovana Migrante da Tenosique cittadina del sud messicano. Percorreranno più di 4 mila km cercando città per città i loro, i nostri desaparecidos.Dal 2004 la Carovana ha trovato 200 di questi figli. E’ questa la forza che spinge tutte queste madri: la speranza di ritrovare le figlie, i figli. Vivi. Siano madri argentine, tunisine o centroamericane. Tutte li cercano e noi dovremmo cercarli insieme a loro. Smettiamo di essere spettatori silenti.
 
 
Sono loro le madri è vero, ma siamo tutti figli di questo mondo.


venerdì 25 settembre 2015

Petting zoo: un film sui diritti negati delle ragazze-madri singles

di Monica Macchi







Domenica 27 settembre 2015 presso cinema Beltrade (Milano) ore 15.00







I texani stanno crescendo, generazione dopo generazione,

come adulti sessualmente analfabeti

David C. Wiley, presidente dell’American School Health Association







Il Texas ha il più alto numero di ragazze madri, gli adolescenti che hanno rapporti sessuali sono il 52,5 % (la media nazionale è del 47%), e il tasso di diffusione dell’hiv è tra i più alti del Paese ma a causa di sostenitori molto influenti come George W. Bush e al fatto che i distretti scolastici hanno completa autonomia in tema di educazione sessuale, l’astinenza viene presentata come l’unico metodo sicuro per prevenire le malattie sessualmente trasmissibili, le gravidanze e i “traumi emotivi legati ai rapporti sessuali”. Recentemente poi è stata approvata una legge secondo cui le cliniche che praticano aborti devono dotarsi di locali, attrezzature e personale, equivalenti a quelli delle sale chirurgiche degli ospedali: il governo conservatore sostiene che queste misure servano a garantire la sicurezza delle donne, ma per le associazioni contrarie alla legge il vero obiettivo del provvedimento è rendere ancora più difficile l’interruzione di gravidanza. E in effetti in tutto il Texas, che ha una superficie di 700.000 chilometri quadrati ed è il secondo Stato più popoloso degli Usa, le cliniche che praticano aborti erano 41 nel 2012, e oggi sono solo18.   
 




Questo è l’ambiente sottoproletario e puritano in cui si muove Layla, una diciassettenne che dopo aver ricevuto una borsa di studio per Austin, scopre di essere incinta e pressata dalla sua famiglia, contraria all’aborto, rinuncia al college e va a vivere con la nonna in una roulotte.




Ecco la recensione completa:




domenica 10 maggio 2015

Alle madri di ieri e di oggi



Non vogliamo cavalcare la retorica della “Festa della mamma”, ma vogliamo solo rendere omaggio a tutte le madri che hanno perso i figli. Le cause, purtroppo, possono essere tante: malattie, incidenti, errori...In particolare dedichiamo la poesia di Erri De Luca (ne “In nome della madre” edito da Feltrinelli) a tutte le donne che hanno i figli dispersi e che non sanno più nulla di loro. I desaperacidos delle dittature sudamericane, quelli del Messico di oggi e quelli nel Mediterraneo di sempre, alle studentesse rapite in Nigeria, a tutti quelli nelle prigioni perché dissidenti...e va il nostro pensiero.




Canto di Mirìam/Maria


Di chi è questo figlio perfetto,

chiederanno frugandolo in viso,

di chi è questo seme sospetto,

la paternità del suo sorriso?



E' Solamente mio, è Solamente mio,

di nessun'altra carne, è Solamente mio.

E' Solamente mio, è Solamente mio,

finchè dura la notte è Solamente mio.



Chi è questo figlio cometa?

Chi è questo mio clandestino?

Spillato di fonte segreta,

venuto al travaso del vino?



E' Solamente mio, è Solamente mio,

il suo nome stanotte è Solamente mio.

E' Solamente mio, è Solamente mio.

Domani avrà altro nome, adesso è Solamente mio.


sabato 15 novembre 2014

Per i 43 studenti uccisi in Messico



L'Associazione per i Diritti Umani vi invita a leggere e poi a firmare il seguente appello, per la memoria di quei 43 studenti ammazzati in Messico e per i loro familiari. Ricordiamo cosa è accaduto: la notte del 26 settembre un gruppo di studenti si sono impossessati di tre autobus per protestare, la polizia locale ha aperto il fuoco contro i manifestanti e ha ucciso uno studente. Nelle ore successive, mentre gli studenti denunciavano l’accaduto, un gruppo armato li ha attaccati. Allo stesso tempo un altro gruppo ha aperto il fuoco contro un autobus che trasportava una squadra di calcio, uccidendo un giocatore. È stato dimostrato che le armi usate dal commando erano della polizia.



L'iniziativa è stata lanciata da Amnesty: www.amnesty.it



Dopo la conferma che i 43 studenti dell'istituto per maestri di Ayotzinapa scomparsi il 26 settembre a Iguala sono stati uccisi e bruciati e i loro resti gettati in un fiume, Amnesty International ha accusato il procuratore generale del Messico, Jesus Murillo Karam, di non aver evidenziato le complicità del governo in questa tragedia.
Le indagini sono state limitate e incomplete e non hanno messo in luce la radicata collusione tra lo stato e la criminalità organizzata, che spiega le gravi violazioni dei diritti umani che hanno luogo in Messico.

Il sindaco di Iguala, il principale imputato per la sparizione dei 43 studenti, è stato a lungo sospettato di corruzione e gravi crimini. Nel giugno 2013 un sopravvissuto a un attacco contro otto attivisti aveva accusato il sindaco di aver preso direttamente parte all'azione, nel corso della quale tre degli attivisti furono uccisi. Il sopravvissuto fornì un resoconto dettagliato, che fu consegnato a un notaio per paura della corruzione della polizia. Il procuratore dello stato di Guerrero non indagò sulla sua denuncia e, nonostante le schiaccianti prove contro il sindaco, l'indagine è stata chiusa nel maggio 2014.

Nel corso delle ricerche sui 43 studenti scomparsi il 26 settembre a Iguala, nella zona sono state rinvenute 19 fosse comuni. Finora sono state arrestate 74 persone. Durante l'attacco agli studenti, sono state uccise sei persone.

Quarantatré studenti scomparsi risultano ancora dispersi dopo che la polizia ha aperto il fuoco contro di loro e dopo essere stati attaccati da sconosciuti a Iguala, stato di Guerrero. Ventotto corpi, non identificati, sono stati ritrovati in una fossa comune vicino a Iguala; la ricerca delle persone scomparse continua.

I 43 studenti non sono stati ritrovati dalla loro sparizione, il 26 settembre nella città di Iguala, nello stato di Guerrero, nel Messico meridionale. Circa 25 di loro erano stati arrestati dalla polizia municipale, mentre gli altri sono stati rapiti da uomini armati non identificati che hanno operato con l'acquiescenza delle autorità locali, poche ore dopo. Tutti gli studenti scomparsi sono vittime di sparizione forzata.

Il 5 ottobre funzionari dello stato di Guerrero hanno ritrovano sei fosse comuni nei pressi di Iguala, a quanto pare a seguito di informazioni fornite da alcuni dei 22 agenti della polizia municipale attualmente in stato di arresto. Almeno 28 corpi sono stati esumati, ma devono  essere effettuati esami medico-legali per identificare i cadaveri. Non è ancora chiaro se si tratta  degli studenti rapiti. Sulla base di una petizione dei rappresentanti di parenti delle vittime, esperti forensi internazionali indipendenti stanno aiutando nel processo di identificazione.

L'Ufficio del procuratore generale federale (Procuraduria General de la República, Pgr) si è assunto l'incarico di gestire l'indagine sulle fosse comuni e l'identificazione dei cadaveri. Tuttavia, l'indagine sulle sparizioni e sugli omicidi di altre sei persone, il 26 settembre - tra l'altro funzionale a determinare dove siano i 43 studenti - rimane all'Ufficio del procuratore generale dello stato di Guerrero, nonostante le accuse di possibili legami con gruppi criminali e la sua ripetuta incapacità di svolgere indagini efficaci su gravi violazioni dei diritti umani.

La gravità di queste sparizioni forzate e omicidi, associata al coinvolgimento del crimine organizzato, è sufficiente perché la Pgr rivendichi la competenza su questi casi, ma finora non è riuscita a farlo.



martedì 10 giugno 2014

Donne, vittime sacrificali



Di Meriam abbiamo già parlato in un precedente articolo, ma vogliamo continuare a tenere accesi i riflettori su di lei perchè, come molte altre, è un simbolo: simbolo dell'ottusità culturale e politica, di una mentalità opportunista e retrogada. Meriam Yahya Ibrahim Ishaq, ha 28 anni ed è già madre di due figli, l'ultimo partorito in carcere e senza assistenza perchè lei, figlia di una donna etiope ortodossa e di padre musulmano, si è sposata con un uomo di religione cristiana. Questa storia si svolge in Sudan e il giudice di Khartoum ha deciso di applicare contro la giovane donna la sharia con l'accusa di apostasia, nonostante la costituzione del Paese africano sancisca, dal 2005, la garanzia dei diritti umani tra cui quello della libertà di culto. E così Meriam è stata condannata a morte anche se pare che il governo sudanese stia facendo un passo indietro dopo la mobilitazione della diplomazia internazionale. Anche il Presidente Giorgio Napolitano ha auspicato una revisione della sentenza sul caso di Meriam.  


Rimane, invece, il rammarico per non aver potuto salvare le ragazze indiane, stuprate e poi impiccate ad un albero: avevano tra i 14 e i 16 anni. Nei giorni scorsi sono stati arrestati cinque uomini, ma in prima battuta la Polizia non aveva seguito il caso con attenzione perchè le adolescenti appartenevano alla casta dei “dalit”, dei paria, e quindi non erano degne di considerazione. A distanza di pochi giorni, e sempre nello Stato dell'Uttar Pradesh, un'altra vittima di uno stupro di gruppo, poi appesa ai rami di un albero: sembra che il motivo sia da cercare in un mancato matrimonio tra la vittima e il figlio di un suo vicino di casa. Nel Nord del continente, una donna di 35 anni ha tentato di ribellarsi ad una violenza carnale ed è stata uccisa dai suoi assalitori. Era spostata e madre di cinque figli.

Non dimentichiamoci delle nostre sorelle nigeriane, ancora in mano al gruppo estremista di Boko Haram (anche di loro abbiamo parlato in un altro articolo): a fine maggio, precisamente il giorno 27, il capo di Stato maggiore della Difesa, Alex Badeh, aveva annunciato di sapere dove siano tenute sequestrate e non aveva aggiunto altro per non inficiare l'operazione che, secondo il militare, le riporterà a casa. 


Continua, infine, la strage di donne italiane: con un brutto neologismo, si parla ogni giorno di “femminicidio”. E, che si tratti di Paesi ricchi o di quelli poveri, la violenza contro le donne si annida nella crisi esistenziale dell'uomo (che ha perso la propria identità e la propria umanità) e nella crisi dei valori fondamentali (il rispetto per la vita prima di tutto); affonda le radici in una cultura e in una mentalità maschiliste e prevaricatrici. Ma non riguarda solo le donne colpite e uccise – e spesso i loro figli – ma tutta la società civile perchè in ogni donna c'è un potenziale di vita. E perchè le donne sono nutrimento e cura.

sabato 1 febbraio 2014

Le donne in piazza per il diritto all'aborto




YO DECIDO - DECIDO IO”: LE DONNE DI MILANO IN PIAZZA SABATO 1° FEBBRAIO AL CONSOLATO SPAGNOLO. APPUNTAMENTO ALLE 14,30 IN PIAZZA CAVOUR.

Oggi,1° febbraio 2014, in molte città europee si manifesterà sotto le ambasciate e i consolati di Spagna in solidarietà con le donne che in quel paese si oppongono al progetto di riforma della legge sull’aborto, che smantella la legge Zapatero, autorizzandolo solo in caso di stupro o di grave rischio per la salute fisica o psichica della donna certificato da due medici.

Le associazioni di donne manifestano anche contro il Parlamento Europeo che ha respinto la mozione Estrela in difesa dei diritti sessuali e riproduttivi. Ma la manifestazione avrà anche un contenuto più legato alla realtà italiana, dove di giorno in giorno viene messa in discussione dall’obiezione di coscienza (per lo più strumentale), la legge che permette un aborto sicuro e gratuito.

La mobilitazione, organizzata dalla rete WOMENAREUROPE, a Milano è stata promossa da un ampio cartello di associazioni: UsciamodalSilenzio, Libera Università delle Donne, Consultori Privati Laici, Giulia-giornaliste unite libere autonome, La città delle donne di Z3xMi, Tavolo consultori, Casa delle donne Milano, Donne nella crisi, Donne laboratorio dei beni comun, Gruppo Donne comitato zona 3 Milano, DonneInQuota, Donne in rete, Donne della CGIL, Consulta milanese per la Laicità delle Istituzioni, Amici della Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni, Soggettività lesbica, Unione Atei Agnostici Razionalisti. Tra le prime adesioni Monica Chittò, Sindaco, e la Giunta comunale di Sesto S. Giovanni, Sara Valmaggi Vice Presidente Consiglio Regione Lombardia, Adalucia De Cesaris, Vicesindaco, con le Assessore della Giunta del Comune di Milano, Francesca Zajczyk, Delegata alle Pari Opportunità del Comune di Milano, Anita Sonego, Presidente della Commissione Pari Opportunità del Comune di Milano.




Yo decido. E’ questo lo slogan che le spagnole hanno scelto per affermare la libertà e l’autodeterminazione delle donne. Alla fine del 2013, infatti, il governo Rajoy ha presentato una legge che, se venisse approvata, limiterebbe la possibilità di interruzione di gravidanza ai casi di stupro o di pericolo per la salute della madre. Un balzo indietro enorme se si pensa alla legge Zapatero del 2010 all’avanguardia in Europa sulla salute e i diritti riproduttivi delle donne.
In Italia abbiamo assistito alla modifica della legge 194 con la pratica dell’obiezione di coscienza: il controllo del corpo e della vita delle donne è da sempre stato utilizzato da governi laici e confessionali di tutto il mondo, come strumento di controllo sociale. Ma è la libertà delle donne la misura della modernità: non a caso le nuove Costituzioni dei paesi del Magreb vengono lette anche dai costituzionalisti in questa chiave ed è bene ricordare anche che la libertà di essere madri alimenta la democrazia.



Qui di seguito pubblichiamo un'intervista che, alcuni mesi, fa abbiamo fatto alla Dott.ssa Marilisa D'Amico sul suo saggio che affronta, tra tanti, anche questo tema importante.



La laicità è donna: per una rinascita culturale declinata al femminile







E' da poco stato pubblicato, per le edizioni L'asino d'oro, un piccolo, ma importante saggio dal titolo La laicità è donna di Marilisa D'Amico.

Marilisa D'Amico è Professore ordinario di Diritto costituzionale presso l'Università degli Studi di Milano, avvocato cassazionista, direttore della Sezione di Diritto costituzionale presso il Dipartimento di diritto pubblico italiano e sovranazionale e, dal 2011, è membro del Consiglio comunale e presidente della Commissione affari istituzionali del Comune di Milano. Con questo volume ha voluto analizzare i nodi che intralciano il percorso della piena realizzazione dei diritti delle donne, con particolare riferimento alla mancata applicazione del principio di laicità costituzionale.

Il testo presenta un linguaggio chiaro, approfondimenti interessanti e densi di riferimenti alle esperienze professionali dell'autrice da cui si evince la passione e l'onestà con cui Marilisa D'amico ha voluto esprimere la sua fiducia nelle risorse e nelle energie di tutte quelle donne, giovani e meno giovani, che oggi, come nel passato, si impegnano per una società più equilibrata e giusta.




Perché ha scelto di citare, in apertura del saggio, Teresa Mattei?



La scelta di citare in apertura questo estratto da un intervento in Assemblea costituente di Teresa Mattei è legato in modo profondo alla mia volontà di dedicare questo scritto alle donne della mia vita, quelle che mi hanno aiutato a crescere.

Il brano di Teresa Mattei vuole essere un tributo alle energie e alle capacità femminili, troppo spesso, ancora nascoste e inutilizzate.

Serve a ricordarci l’importanza della partecipazione delle donne alla vita del nostro Paese e quanto ancora lunga sia la strada verso una democrazia, che si dimostri a tutti gli effetti e livelli paritaria.

Teresa Mattei parla di “un cammino liberatore” ed è qui che mi rivolgo alle giovani donne, perché sappiano farsi portavoce della convinzione che la parità, in ogni settore della vita di un Paese, è condizione imprescindibile per la costruzione di una società nuova e più giusta.

Questo brano di Teresa Mattei unisce tutte le donne in un percorso comune, ricordandoci da dove veniamo e dove vogliamo arrivare.


 

Qual è la differenza tra “laicità” e “metodo laico”?

 

La laicità è un principio costituzionale “supremo”, non espressamente scritto nella Costituzione, che la nostra Corte costituzionale ha ricavato da alcuni principi costituzionali in una fondamentale sentenza del 1989.

Il principio di laicità all’”italiana” è un principio di laicità c.d. “positivo”, che non significa indifferenza dello Stato nei confronti del fenomeno religioso, ma, viceversa, garanzia per la salvaguardia della libertà di religione, in un regime di pluralismo confessionale e culturale.

E’ sulla base di queste affermazione che nel mio scritto descrivo la laicità come “una casa comune”. Una casa comune dove tutti i cittadini siano liberi di scegliere la propria visione della vita, senza prevaricazioni degli uni sugli altri.



Dal principio di laicità discende, allora, quello che io definisco il “metodo laico”.

La laicità costituzionale non è, infatti, da intendersi solo come separazione dell’ordine statale e religioso, ma anche come un metodo che passa innanzitutto attraverso il dialogo e il confronto e che porta all’apertura alle differenti realtà sociali, nel senso della loro inclusione.

Il metodo laico è quel metodo, che dovrebbe essere adottato dalle istituzioni e che garantisce la piena tutela dei diritti fondamentali e la tenuta dell’ordinamento democratico nella difesa della nostra libertà.



Quale può essere il legame tra legislatore, giudice e cittadino?


In uno Stato costituzionale come il nostro, i diritti fondamentali, quelli che toccano più da vicino la vita delle persone, ricevono tutela in spazi e in luoghi diversi.

Gli attori di questa tutela, che spesso assume i caratteri di una contesa, sono il legislatore, i giudici, comuni e costituzionale, i cittadini.

All’interno del nostro ordinamento, infatti, i diritti fondamentali possono ricevere una consistenza diversa a seconda che vengano fatti oggetto della disciplina del legislatore o delle decisioni dei giudici.

Un’ipotesi ancora diversa è quella che si verifica quando siano gli stessi cittadini, attraverso lo strumento del referendum abrogativo, a intervenire a tutela dei propri diritti.

Esiste, dunque, certamente un legame tra i diversi attori dell’ordinamento che porta, però, spesso a situazioni conflittuali in cui i giudici contraddicono o anticipano le scelte del legislatore e, talvolta, sembrano i soggetti migliori per decidere le questioni più controverse


Nel libro sono approfonditi alcuni temi a lei cari, quali: l'interruzione di gravidanza, la fecondazione assistita, i diritti delle donne straniere. Può raccontarci una sua esperienza come avvocato costituzionalista?



Nella mia esperienza come avvocato, credo che uno dei momenti di maggiore soddisfazione sia stata la vittoria ottenuta nel giudizio davanti alla Corte costituzionale, in tema di fecondazione medicalmente assistita.



Nel 2009, insieme ad altri avvocati, sono infatti riuscita a fare dichiarare incostituzionale uno dei limiti più irragionevoli della legge n. 40/2004.

In particolare, era stato chiesto alla Corte costituzionale di pronunciarsi su quella norma della legge n. 40/2004, che limitava a tre il numero massimo di embrioni destinati all’impianto, nell’ambito delle tecniche di fecondazione medicalmente assistita di tipo omologo.

Si trattava di un limite rigido che aveva ripercussioni notevoli sulla salute psico-fisica della donna e che rendeva molto difficile per le coppie sterili e infertili, a cui pure la legge si rivolgeva, ottenere una gravidanza.

Il limite rigido dei tre embrioni costituiva, inoltre, l’espressione più tangibile dell’approccio ideologico del legislatore del 2004 al tema della procreazione artificiale. Un embrione che, stando alla lettera della legge, avrebbe dovuto ricevere la tutela più forte, in quanto soggetto più debole, rispetto ai diritti di tutti gli altri soggetti coinvolti.



In quell’occasione, la Corte costituzionale ci ha dato ragione, dichiarando incostituzionale quel limite e ridando speranza e consistenza al diritto di tante coppie di poter avere un bambino, avvalendosi delle tecniche di fecondazione medicalmente assistita.



La soddisfazione è stata enorme e, tuttavia, il percorso per arrivare alla Corte è stato lungo, complesso e non privo di difficoltà.

In un sistema come il nostro che non consente al cittadino di rivolgersi direttamente alla Corte costituzionale, la principale difficoltà che mi trovo quotidianamente ad affrontare, come avvocato, riguarda proprio l’accesso al giudizio davanti alla Corte costituzionale.

Di fronte a scelte legislative ideologiche, come nel caso della legge sulla fecondazione medicalmente assistita, l’unica strada per tutelare i diritti fondamentali dei cittadini è, infatti, quella giudiziaria nel tentativo di giungere dinanzi alla Corte costituzionale.

Da qui le difficoltà per noi avvocati, ma anche le soddisfazioni quando, come è accaduto con la decisione n. 151/2009 della Corte costituzionale, riusciamo a portare le istanze dei cittadini davanti alla Corte e ad ottenere la tutela di quei diritti fondamentali di cui il legislatore, sbagliando, si sia disinteressato.



A che punto è il nostro Paese riguardo al rapporto tra laicità e libertà?



Nel libro ho descritto tutta una serie di vicende dalle quali è possibile trarre alcune conclusioni su questo punto.

Lo smarrimento del principio di laicità costituzionale determina conseguenze negative, in primo luogo, sulla libertà dei cittadini, che la Costituzione tutela al suo articolo 2.

Il significato più profondo della laicità si collega, infatti, al termine libertà, espressione del diritto di autodeterminazione dell’individuo, intesa come fiducia nel cittadino di scegliere in base ai propri convincimenti.

Le soluzioni normative di cui si dà ampio conto nello scritto non fanno che evidenziare l’atteggiamento moralizzatore e ideologico di un legislatore, che invece che bilanciare diritti, li gioca gli uni contro gli altri. In luogo dell’individuazione di un punto di equilibrio, di uno spazio comune in cui i diritti fondamentali di tutti possano ricevere tutela, si assiste a soluzioni non laiche, calate dell’alto, che privilegiano i diritti di alcuno contro quelli di altri.

Si pensi alla legge n. 40/2004, in materia di fecondazione assistita, emblematica di come il legislatore scelga di assegnare un’indubbia prevalenza ai diritti dell’embrione a discapito di quelli delle coppie.



Ritengo, in estrema sintesi, che sul tema dei diritti fondamentali dei cittadini il nostro Paese si trovi in una posizione di pericolosa arretratezza, a cui la politica, sinora, non ha saputo fornire risposte adeguate.


Infine, può spiegare il significato del titolo del suo lavoro: La laicità è donna


La scelta del titolo si lega fortemente alla convinzione per la quale ritengo che la perdita della tenuta laica del nostro Stato, che vede sempre più spesso i diritti fondamentali oggetto di una lotta, di una tensione tra visioni diverse e contrastanti, si ripercuota negativamente, in modo particolare, sui diritti delle donne.

Da qui, la scelta di ripercorrere alcune delle principali questioni che sorgono a fronte della confusa e spesso insufficiente applicazione del principio di laicità costituzionale.


Gli effetti di questo smarrimento del principio di laicità sono, infatti, molto chiari se si guarda ad alcuni episodi degli ultimi anni, che hanno visto le donne, loro malgrado, protagoniste.

Mi riferisco alla vicenda della legge sulla procreazione medicalmente assistita, ai tentativi di paralizzare la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, all’assenza delle donne nelle istituzioni.

Esempi dai quali emerge come la crisi del principio di laicità tocchi prima di tutto il ruolo e la posizione delle donne nella società. Donne assenti nelle istituzioni e negli organi decisionali, donne costrette a una visione della maternità come supremo sacrificio, donne private del diritto fondamentale di decidere se portare avanti o meno una gravidanza.

Donne che non possono scegliere, emarginate e, spesso, sole.


Ho scelto di dedicare questo mio lavoro alle donne della mia vita, sentendo in modo molto forte il compito di un mio impegno civile e politico, nella speranza che siano le giovani donne ad accettare e, finalmente, a vincere la grande sfida di costruire una democrazia veramente paritaria.






   


giovedì 16 gennaio 2014

Le madri della terra dei fuochi: un grido d'aiuto e di dolore






Come Associazione per i Diritti Umani ci occupiamo anche di educazione alla legalità perchè senza il rispetto per le leggi, in una società civile, non ci può essere nemmeno rispetto per se stessi e per gli altri. Il rispetto deve essere alla base di ogni gruppo umano, di ogni famiglia, di ogni comunità.

Per questo motivo ci sentiamo in dovere, anche noi, di parlare della terra dei fuochi, di quell'area della regione Campania in cui, negli anni, sono state sepolte tonnellate di rifiuti e sversate sostanze tossiche, nel silenzio e nell'indifferenza colpevole di tutti.

Ma adesso c'è qualcuno che ha deciso, giustamente, di lanciare un segnale di aiuto e un grido di dolore: sono le mamme dei bambini che si sono ammalati di tumore o che hanno perso la vita. Sono le donne che hanno deciso di scendere nelle piazze, di andare in televisione (grande piazza virtuale) per chiedere che le istituzioni puniscano chi ha ucciso per guadagno e che pongano fine a questo dramma che colpisce le persone, la terra, l'ambiente.

Mi sono sentita offesa” ha detto Marzia, una delle donne che ha perso il proprio figlio piccolo “quando Schiavone ha accusato la gente della mia terra di non essersi mai ribellata alla camorra, di non aver visto le file di camion che attraversavano le nostre terre per sversare rifiuti tossici. Quasi come se noi, le vittime, la gente onesta, dovessimo chiedergli scusa, chiedere scusa alla camorra che ci ha avvelenato”. “L'inquinamento ha causato la malattia di mia figlia? Io non lo posso dire con certezza, ma certo qui da noi stanno succedendo cose terribili. Non possiamo continuare a stare zitti e qualcuno ci deve una risposta” queste, invece, le parole di Pina, mamma di Tonia una bambina di sei anni e mezzo stroncata da un medullo blastoma.

Le chiamano “le piramidi” quei cumuli di spazzatura imballata che stazionano a Giuliano e nelle campagne di Napoli e dintorni; ma tutta l'area del casertano è inquinata anche dagli effluvi che provengono dagli inceneritori con cui si vuole smaltire la “monnezza” accumulata però di tutto questo - e delle conseguenze terribili - se ne parla solo da qualche settimana: le trasmissioni Servizio pubblico, Le iene e poche altre, alcune testate di carta stampata hanno deciso di dar voce a queste madri-coraggio che, con dignità e fierezza, si rivolgono ai politici e parlano dei mafiosi, senza paura perchè, probabilmente, hanno già affrontato la paura più grande: quella di perdere i propri figli. E lottano, queste donne, per il futuro dei figli delle altre, per il futuro delle nuove generazioni. Per questo hanno chiesto udienza al Presidente Giorgio Napolitano che le riceverà il prossimo 22 gennaio.

Tonia, Mesia, Luca, Francesco: troppi i nomi di troppe creature che non hanno avuto la possibilità di crescere e di vivere perchè adulti senza scrupoli hanno tolto loro il diritto alla vita e alla salute e hanno tolto, ai genitori, il diritto alla pace.


mercoledì 15 gennaio 2014

La malnutrizione delle donne e dei bambini in Madagascar




Le foto che qui pubblichiamo - ringraziando un nostro lettore che ce le ha mandate - ritraggono bambini e ragazzi sani: molti hanno entrambi i genitori, vivono insieme a loro di pesca, sono sereni anche se poveri.

Sono bambini e ragazzi del Madagascar, la quarta isola più grande del mondo dove, invece, tantissimi - tra donne e minori - soffrono di malnutrizione acuta grave.

La situazione, nell'isola africana è particolarmente grave in quanto - secondo l'ultima Ricerca Demografica e Sanitaria Onu del 2009 e secondo i dati Unicef 2012 - il 76,5% della popolazione vive in condizioni di miseria. Sappiamo che i numeri sono fastidiosi, soprattutto quando si parla di persone, ma in questo caso dobbiamo far parlare le statistiche: il 26% delle donne in gravidanza soffre di ritardo della crescita e il 19% è deperito; solo il 50% dei bambini malgasci viene allattato al seno fino ai sei mesi e molti bambini sotto i cinque anni soffrono di anemia; ogni anno circa 44.000 bambini muoiono a causa di malattie quali: la malaria, la dissenteria, la polmonite e questo accade, soprattutto, nelle aree più a rischio, come sugli altopiani e nelle zone meridionali e sud-orientali dell'isola. 


La fase critica della vita in cui si può agire per combattere la malnutrizione va dall'inizio della gravidanza ai due anni per cui la maggior parte degli investimenti dovrebbe essere destinata a questo periodo per ottenere un risultato di lunga durata che possa aiutare sia le madri sia i figli.

Dal 2012 l'UNICEF Italia ha partecipato al progetto intitolato “Ridurre la malnutrizione materna e infantile in 30 distretti”, un progetto che prevede la fornitura alle strutture periferiche di alimenti terapeutici, farmaci e attrezzature utili per il monitoraggio e la cura dei casi di malnutrizione cronica; l'assistenza tecnica ai medici del posto; campagne di sensibilizzazione e formazione di operatori sanitari. In particolare - nei 30 distretti urbani delle 12 regioni a rischio - l'intervento capillare dell'organizzazione ha portato ad alcuni risultati positivi: l'allattamento al seno entro la prima ora del parto e proseguito fino ai 24 mesi di vita dei neonati; l'alimentazione integrativa adeguata a partire dai sei mesi con l'uso dei micronutrienti; la riduzione del tasso di mortalità infantile.


Interessante notare, infine, che i progetti formativi sul tema della malnutrizione sono rivolti anche agli stessi capi-villaggio per una maggiore consapevolezza e autonomia nel gestire il problema e, magari col tempo, risolverlo.