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domenica 15 novembre 2015

Il Presidente delle comunità arabe in Italia commenta i fatti di Parigi





Foad Aodi ha rilasciato, per i nostri lettori, un commento sui fatti di Parigi. Ringraziamo molto Foad Aodi per la sua disponibilità.



A nome di Co-Mai (Amsi e Uniti per Unire) esprimiamo solidarietà ai francesi - come abbiamo fatto, purtroppo, in occasione anche dello scorso attentato, davanti all'Ambasciata - e con la solidarietà esprimiamo anche la nostra condanna di ogni forma di violenza e di terrorismo.

Vogliamo ribadire che l'Islam non c'entra con questi movimenti estremisti; come musulmani non abbiamo mai visto una violenza come questa, una violenza cieca contro Paesi civili e democratici.

L'Isis ha l'obiettivo di prendere il primato del Consorzio del terrore, combattendo due guerre: una interna – nei confronti di altri movimenti estremisti nei vari Paesi – e utilizzando anche il franchising del terrorismo formato da tanti lupi solitari che seguono la propaganda, senza nemmeno sapere bene cosa vogliono (e questo è il pericolo maggiore).

Concordo con Papa Francesco che si tratti di una terza guerra mondiale e credo che si debba agire in fretta su due binari: da una parte le comunità del mondo arabo, le comunità musulmane, ebree e cristiane devono unirsi per promuovere il dialogo interreligioso e, dall'altra, sono importanti anche le azioni diplomatiche e delle forze politiche che devono agire subito per fermare l'avanzamento dell'Isis, anche perchè tutti noi non sappiamo ancora rispondere a tre domande: Com'è nato? Chi lo sponsorizza? Dove vuole arrivare?

giovedì 8 ottobre 2015

La pena di morte è disumana




In occasione delle ultime esecuzioni negli Stati Uniti (la prima donna in 70 anni è stata condannata alla sedia elettrica in Georgia e la pena eseguita nei giorni scorsi), ripubblichiamo un intervento del Pontefice - sui temi delle carceri e della pena di morte - ma ancora molto attuale.


(dal sito de L'Osservatorio Romano)

Francesco: abolire pena di morte, no a carcere disumano

Udienza di Papa Francesco nella Sala dei Papi - L'Osservatore Romano
23/10/2014

Cristiani e uomini di buona volontà “sono chiamati oggi o a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte”, in “tutte le sue forme”, ma per il miglioramento delle “condizioni carcerarie”. È uno dei passaggi centrali del discorso tenuto da Papa Francesco in Vaticano a un gruppo di giuristi dell’Associazione penale internazionale. La voce del Papa si è levata anche contro il fenomeno della tratta delle persone e della corruzione. Ogni applicazione della pena, ha affermato, deve essere fatta con gradualità, sempre ispirata dal rispetto della dignità umana. Il servizio di Alessandro De Carolis:

L’ergastolo è una “pena di morte coperta”, per questo l’ho fatta cancellare dal Codice Penale Vaticano. L’affermazione a braccio di Papa Francesco si incastona in una intensa, particolareggiata disamina di come gli Stati tendano oggi a far rispettare la giustizia e a comminare le pene. Il Papa parla con la consueta schiettezza e non risparmia critiche a tempi come i nostri in cui, afferma, politica e media incitano spesso “alla violenza e alla vendetta pubblica e privata”, sempre alla ricerca di un capro espiatorio. Il passaggio sulla pena di morte è molto sentito. Papa Francesco ricorda che “San Giovanni Paolo II ha condannato la pena di morte”, come pure il Catechismo, non solo punta il dito contro il ricorso alla pena capitale, ma smaschera in un certo senso anche quello alle “cosiddette esecuzioni extragiudiziali o extralegali”, che lui chiama “omicidi deliberati”, commessi da pubblici ufficiali dietro il paravento dello Stato:

“Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi o a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, anche, io lo collego con l’ergastolo. In Vaticano, poco tempo fa, nel Codice penale del Vaticano, non c’è più, l’ergastolo. L’ergastolo è una pena di morte coperta”.

Lo sguardo e la pietà di Papa Francesco sono evidenti in tutta la sua esplorazione sia delle forme di criminalità che attentano alla dignità umana, sia del sistema punitivo legale che talvolta – dice senza giri di parole – nella sua applicazione legale non è, perché quella dignità non rispetta. “Negli ultimi decenni – rileva all’inizio il Papa – si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina”. Questo ha fatto sì che il sistema penale abbia varcato i suoi confini – quelli sanzionatori - per estendersi sul “terreno delle libertà e dei diritti delle persone”, ma senza un’efficacia realmente riscontrabile:

“C’è il rischio di non conservare neppure la proporzionalità delle pene, che storicamente riflette la scala di valori tutelati dallo Stato. Si è affievolita la concezione del diritto penale come ultima ratio, come ultimo ricorso alla sanzione, limitato ai fatti più gravi contro gli interessi individuali e collettivi più degni di protezione. Si è anche affievolito il dibattito sulla sostituzione del carcere con altre sanzioni penali alternative”.
 
Papa Francesco definisce ad esempio il ricorso alla carcerazione preventiva una “forma contemporanea di pena illecita occulta”, celata dietro “una patina di legalità”, nel momento in cui procura a un detenuto non condannato un’“anticipo di pena” in forma abusiva. Da ciò – osserva – deriva sia il rischio di moltiplicare la quantità dei “reclusi senza giudizio”, cioè “condannati senza che si rispettino le regole del processo” – e in alcuni Paesi sono il 50% del totale – sia, a cascata, il dramma della vivibilità delle carceri:

“Le deplorevoli condizioni detentive che si verificano in diverse parti del pianeta, costituiscono spesso un autentico tratto inumano e degradante, molte volte prodotto delle deficienze del sistema penale, altre volte della carenza di infrastrutture e di pianificazione, mentre in non pochi casi non sono altro che il risultato dell’esercizio arbitrario e spietato del potere sulle persone private della libertà”.
 
Ma Papa Francesco va oltre quando, parlando di “misure e pene crudeli, inumane e degradanti”, paragona a una “forma di tortura” la detenzione praticata nelle carceri di massima sicurezza. L’isolamento di questi luoghi, ricorda, causa sofferenze  “psichiche e fisiche” che finiscono per incrementare “sensibilmente la tendenza al suicidio”. Ormai, è la desolante constatazione del Papa, le torture non sono somministrate solamente come mezzo per ottenere “la confessione o la delazione”…

“…ma costituiscono un autentico plus di dolore che si aggiunge ai mali propri della detenzione. In questo modo, si tortura non solo in centri clandestini di detenzione o in moderni campi di concentramento, ma anche in carceri, istituti per minori, ospedali psichiatrici, commissariati e altri centri e istituzioni di detenzione e pena”.

E dalla durezza del carcere, insiste il Papa, devono essere risparmiati anzitutto i bambini, ma anche – se non del tutto almeno in modo limitato –anziani, ammalati, donne incinte, disabili, compresi “madri e padri che – sottolinea – siano gli unici responsabili di minori o di disabili”. Papa Francesco si sofferma con alcune considerazioni su un fenomeno da lui sempre combattuto. La tratta delle persone, sostiene, è figlia di quella “povertà assoluta” che intrappola “un miliardo di persone” e ne vede almeno 45 milioni costrette alla fuga a causa dei conflitti in corso. Quindi, osserva con durezza:
 
“Dal momento che non è possibile commettere un delitto tanto complesso come la tratta delle persone senza la complicità, con azione od omissione, degli Stati, è evidente che, quando gli sforzi per prevenire e combattere questo fenomeno non sono sufficienti, siamo di nuovo davanti ad un crimine contro l’umanità. Più ancora, se accade che chi è preposto a proteggere le persone e garantire la loro libertà, invece si rende complice di coloro che praticano il commercio di esseri umani, allora, in tali casi, gli Stati sono responsabili davanti ai loro cittadini e di fronte alla comunità internazionale”.
 
Il capitolo sulla corruzione è ampio e analizzato con grande scrupolo. Il corrotto, secondo Papa Francesco, è una persona che attraverso le “scorciatoie dell’opportunismo”, arriva a credersi “un vincitore” che insulta e se può perseguita chi lo contraddice con totale “sfacciataggine”. “La corruzione – afferma il Papa – è un male più grande del peccato” che “più che perdonato”, “deve essere curato”:

"La sanzione penale è selettiva. È come una rete che cattura solo i pesci piccoli, mentre lascia i grandi liberi nel mare. Le forme di corruzione che bisogna perseguire con [la] maggior severità sono quelle che causano gravi danni sociali, sia in materia economica e sociale – come per esempio gravi frodi contro la pubblica amministrazione o l’esercizio sleale dell’amministrazione – come in qualsiasi sorta di ostacolo frapposto al funzionamento della giustizia con l’intenzione di procurare l’impunità per le proprie malefatte o [per] quelle di terzi”.

Al tirare delle somme, Papa Francesco esorta i penalisti ad usare il criterio della “cautela” nell’applicazione della pena”. Questo, asserisce, “dev’essere il principio che regge i sistemi penali”:

“Il rispetto della dignità umana non solo deve operare come limite all’arbitrarietà e agli eccessi degli agenti dello Stato, ma come criterio di orientamento per il perseguimento e la repressione di quelle condotte che rappresentano i più gravi attacchi alla dignità e integrità della persona umana”.






martedì 25 agosto 2015

Sos al Papa per la chiesa del carcere a Porto Azzurro



Il direttore del penitenziario, D’Anselmo: "Le rivolgo una richiesta di aiuto a nome dei 500 reclusi"



(da La Nazione)



Porto Azzurro (Isola d'Elba, Livorno) 18 agosto 2015 - "Le rivolgo, Santo Padre, una richiesta di aiuto a nome di circa 500 persone recluse nel carcere di Porto Azzurro, che da ormai quasi 10 anni non possono più partecipare alla santa messa nella chiesa di san Giacomo Maggiore, situata all’interno del secentesco forte spagnolo che ospita la casa di reclusione".

Inizia cosi la lettera che il nuovo direttore del penitenziario elbano, Francesco D’Anselmo, ha scritto a papa Francesco per informarlo della situazione e chiedere un suo autorevole intervento per far sì che la chiesa in questione, costruita nel ‘600, venga restaurata e torni ad essere un punto di riferimento non solo per la popolazione carceraria, ma anche per il paese di Porto Azzurro.

"Dal 2004 – aggiunge il direttore - la chiesa è stata dichiarata non agibile e perciò chiusa al culto. In realtà varie perizie avevano allora evidenziato che non si trattava di una situazione di particolare gravità, ma di infiltrazioni della copertura e di deterioramento delle gronde. Così fin dal 2005 dal Vescovo diocesano e dalla direzione del carcere era stato individuato un progetto per il restauro dell’ edificio, che prevedeva costi piuttosto contenuti. I detenuti, i volontari, gli operatori penitenziari a più riprese si rivolsero ai ministri della Giustizia e dei Beni ambientali. Ne seguirono dichiarazioni di disponibilità e di attenzione al problema. Ma gli anni sono passati e la chiesa è sempre chiusa, le sue condizioni sono deteriorate ed il degrado è sempre più evidente". Il direttore evidenzia l’importanza della Chiesa riveste per i reclusi.

"Per i detenuti che vivono in ambienti angusti – scrive ancora il dottor D’Anselmo - l’unico luogo armonioso che può trasmettere loro serenità e bellezza è questa chiesa. In un carcere, inoltre, dove pochi sono i motivi di conforto, la chiesa è un centro di diffusione di luce ed è bello stare uniti a pregare in un luogo dove molti hanno pregato e dove anche alcuni cittadini della comunità esterna possono, previa autorizzazione, partecipare alla messa, realizzando con i detenuti la comunione cristiana più autentica".

Nel carcere di Porto Azzurro da dieci anni la messa viene celebrata in un piccolo ambiente del tutto inadeguato, che non può accogliere più di 60-70 persone. "E’ un locale adibito a teatrino – spiega il direttore - con alle pareti pitture raffiguranti non certo immagini sacre. Certo, so che l’importanza dell’Eucarestia non dipende da pareti affrescate, statue all’altare ed altro, ma dalla disposizione dell’anima e dalla Grazia. Però l’essere umano ha bisogno di bellezza, musica, arte, che esprimono fede e gratitudine. Tanto più in un luogo di sofferenza e di tristezza come un carcere. Riaprire al culto la chiesa di San Giacomo sarebbe perciò importante, una vera Grazia".

domenica 26 aprile 2015

Medioriente e Occidente: un equilibrio possibile?

Vi aspettiamo oggi , alle 17.30, per la conferenza della giornalista LAURA SILVIA BATTAGLIA che ci parlerà di Islam, Medioriente, informazione e stampa,  traffico di bambini...e molto altro ancora!
 
Presso il Centro Asteria a Milano: Piazza Carrara 17.1

giovedì 15 gennaio 2015

Papa Francesco: il terrorismo e i mali dell'umanità



Il terrorismo fondamentalista rifiuta Dio stesso, e di fronte ai risvolti agghiaccianti per il dilagare del terrorismo auspico che i leader religiosi, politici e intellettuali specialmente musulmani, condannino qualsiasi interpretazione fondamentalista ed estremista della religione che giustifica la violenza”: queste le parole di papa Francesco a seguito degli attentati a Parigi e nel tradizionale incontro d'inizio anno con la stampa.
Francesco parla di una vera e propria guerra mondiale combattuta a pezzi che accade in varie zone del pianeta, a partire dalla vicina Ucraina, divenuta drammatico teatro di scontro e per la quale auspico che, attraverso il dialogo, si consolidino gli sforzi in atto per fare cessare le ostilità, e le parti coinvolte intraprendano quanto prima, in un rinnovato spirito di rispetto della legalità internazionale, un sincero cammino di fiducia reciproca e di riconciliazione fraterna.
Il pontefice si è soffermato anche sul Medio Oriente,auspicandosi che cessino le violenze e che si arrivi a una soluzione che permetta tanto al popolo palestinese che a quello israeliano di vivere finalmente in pace, entro confini chiaramente stabiliti e riconosciuti internazionalmente, così che “la soluzione di due Stati” diventi effettiva. Quindi ricorda gli altri conflitti nella regione, i cui risvolti sono agghiaccianti anche per il dilagare del terrorismo di matrice fondamentalista in Siria ed in Iraq. Tale fenomeno è conseguenza della cultura dello scarto applicata a Dio. Il fondamentalismo religioso, infatti, prima ancora di scartare gli esseri umani perpetrando orrendi massacri, rifiuta Dio stesso, relegandolo a un mero pretesto ideologico.
Di fronte a tale ingiusta aggressione, che colpisce anche i cristiani e altri gruppi etnici e religiosi della Regione, occorre una risposta unanime che, nel quadro del diritto internazionale, fermi il dilagare delle violenze, ristabilisca la concordia e risani le profonde ferite che il succedersi dei conflitti ha provocato. In questa sede faccio perciò appello all’intera comunità internazionale, così come ai singoli Governi interessati, perché assumano iniziative concrete per la pace e in difesa di quanti soffrono le conseguenze della guerra e della persecuzione e sono costretti a lasciare le proprie case e la loro patria. Un Medio Oriente senza cristiani sarebbe un Medio Oriente sfigurato e mutilato...Nel sollecitare la comunità internazionale a non essere indifferente davanti a tale situazione, auspico che i leader religiosi, politici e intellettuali specialmente musulmani, condannino qualsiasi interpretazione fondamentalista ed estremista della religione, volta a giustificare tali atti di violenza.
Francesco non dimentica la Nigeria, dove non cessano le violenze che colpiscono indiscriminatamente la popolazione, ed è in continua crescita il tragico fenomeno dei sequestri di persone, spesso di giovani ragazze rapite per essere fatte oggetto di mercimonio, un esecrabile commercio che non può continuare.
Il Papa si occupa anche dei conflitti civili che interessano altre parti dell’Africa, a partire dalla Libia, lacerata da una lunga guerra intestina che causa indicibili sofferenze tra la popolazione e ha gravi ripercussioni sui delicati equilibri della Regione. Cita «la drammatica situazione nella Repubblica Centroafricana e quella del Sud Sudan e in alcune regioni del Sudan, del Corno d’Africa e della Repubblica Democratica del Congo, dove non cessa di crescere il numero di vittime tra la popolazione civile e migliaia di persone e chiede l'impegno dei singoli governi e della comunità internazionale.
Un paragrafo importante del suo discorso è dedicato ai profughi e rifugiati: “Quante persone perdono la vita in viaggi disumani, sottoposte alle angherie di veri e propri aguzzini avidi di denaro?...Molti migranti, soprattutto nelle Americhe, sono bambini soli, più facile preda dei pericoli, necessitando di maggiore cura, attenzione e protezione”. Sono 180 gli Stati che attualmente intrattengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Ad essi vanno aggiunti l’Unione Europea, l'Ordine di Malta e una Missione a carattere speciale, quella dello Stato di Palestina. Le cancellerie di ambasciata con sede a Roma, incluse quelle dell’Unione Europea e dell'Ordine di Malta, sono 83. Hanno sede a Roma anche la Missione dello Stato di Palestina e gli Uffici della Lega degli Stati Arabi, dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.


Nel corso del 2014 si sono firmati tre accordi: il 13 gennaio, l’Accordo-quadro tra la Santa Sede e la Repubblica del Camerun sullo statuto giuridico della Chiesa cattolica; il 27 gennaio, il Terzo Protocollo Addizionale dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Malta sul riconoscimento degli effetti civili ai matrimoni canonici e alle decisioni delle autorità e dei tribunali ecclesiastici circa gli stessi matrimoni, del 3 febbraio 1993; il 27 giugno, l’accordo tra la Santa Sede e la Serbia sulla collaborazione nell’insegnamento superiore.

Infine, Papa Francesco rivolge un pensiero: alla Corea, al Venezuela, al Burkina Faso e a quei Paesi in cui le popolazioni vivono tra tensioni, disagi e paure.
“Non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità”: e conclude con questa frase tratta dal discorso di Paolo VI all'ONU nel 1965.





giovedì 7 novembre 2013

Gabriele Del Grande: la situazione in Siria, oggi



Abbiamo intervistato per voi il giornalista reporter Gabriele Del Grande, da poco rientrato dalla Siria, che ci aiuta a capire una situazione complessa e ad approfondire temi poco considerati dalla stampa italiana.



In che periodo sei stato in Siria e per quanto tempo?

Dovrei prima specificare in quale Siria. Perché ne esistono almeno tre tipi. C’è una Siria in mano al regime, una Siria in mano alle forze armate dell’opposizione, e una in mano alle milizie di Al Qaeda. Io ho visitato la seconda. Sono entrato dalla frontiera turca di Kilis e ho trascorso dieci giorni consecutivi ad Aleppo, nel Settembre 2013. Questo è stato il mio quinto ingresso in Siria nell’ultimo anno. Anche le precedenti volte avevo visitato le regioni del nord in mano all’opposizione, sia nella provincia di Aleppo che nella provincia di Idlib.

Qual è la prima cosa da dire nel raccontare la Siria oggi?

Il primo pensiero va alle condizioni davvero drammatiche in cui sono ridotti a vivere i civili. Il secondo pensiero va al progressivo aggravarsi della situazione sul terreno. Le formazioni islamiste più vicine ad Al Qaeda infatti, notoriamente lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante (Isil), hanno dichiarato guerra alle forze moderate dell’Esercito siriano libero nonché alle milizie curde del Pyd, il ramo siriano del Pkk di Ocalan. Il risultato è un clima di guerra civile nel nord, dove il regime è soltanto uno dei nemici, uno dei signori della guerra... Ovviamente il regime è il principale beneficiario di questo fronte interno all’opposizione. E infatti ne sta uscendo rafforzato militarmente, oltre che riabilitato a livello internazionale per aver rispettato l’accordo voluto dai russi sulla distruzione delle armi chimiche. L’opposizione invece ha perso ogni credibilità a livello internazionale, è sempre più divisa e non riesce di fatto a controllare le forze armate sul terreno. Non solo, lo stallo internazionale ha di fatto ridotto in minoranza le forze democratiche dell’Esercito libero, che oggi non sono nemmeno più in grado di evitare episodi efferati come i massacri settari compiuti dalle milizie islamiste lo scorso agosto nei villaggi alawiti della regione costiera, come denunciato da Human Rights Watch.

In che condizioni vivono le persone che sono rimaste nel Paese?

Aleppo è una città sottoposta a bombardamenti aerei da più di un anno. Ogni giorno muoiono civili sotto il fuoco dei cecchini e dell’artiglieria. E la gente rimasta convive con questa situazione. Si sono abituati all’idea di poter morire in qualsiasi momento. La morte è diventato quanto di più banale si possa immaginare. Ciononostante la vita va avanti, è più forte di tutto, ci si sposa, si fanno figli, si aprono le scuole… come ho provato a raccontare nei miei diari da Aleppo.

Si può parlare, secondo te, di “laicità” in relazione alla rivoluzione siriana?

Sicuramente l’insurrezione siriana è stata un fenomeno popolare, spontaneo, di massa, apartitico e areligioso e soprattutto nonviolento, nei primi sei mesi di manifestazioni, dal marzo all’agosto del 2011. In piazza c’erano sunniti e cristiani, alawiti e druzi, arabi e curdi… E le rivendicazioni erano politiche, le parole dette afferivano al vocabolario della giustizia, della lotta, non ai libri sacri. Con la guerra ovviamente molte cose sono cambiate. E di quel movimento civile non restano che le ceneri. Ormai parlano le armi e dicono le parole dei loro finanziatori, che sono prima di tutto le petromonarchie del Golfo. Voglio dire che le principali forze dell’Esercito libero hanno un’agenda islamista, seppure moderata. Voglio dire che la guerra è sempre più una guerra settaria. Voglio dire che la presenza di Al Qaeda è ormai fuori controllo e si è rivolta contro le stesse forze islamiste moderate dell’Esercito libero.

Puoi farci un'analisi della questione migratoria alla luce degli ultimi naufragi e dell'arrivo dei profughi siriani in Italia?

Qualche cifra può aiutare a capire. A fronte di una popolazione di 23 milioni di abitanti, si calcola che in Siria siano fuggiti dalle loro case 7 milioni di persone tra sfollati interni (5milioni) e rifugiati (2milioni) registrati dalle Nazioni Unite nei campi profughi lungo il confine nei paesi limitrofi. Da un anno, siriani e palestinesi siriani hanno iniziato ad imbarcarsi per l’Italia, sulle vecchie rotte del contrabbando libico ed egiziano. Dal nostro paese poi, nella maggior parte dei casi, il loro viaggio continua verso i paesi del nord Europa o in Germania. Da gennaio ne sono arrivati 8.500. Possono sembrare tanti a chi va dicendo che l’Italia non può farsi carico dei mali del mondo. Ma in verità, sono poco più dello 0,1%, uno su mille, rispetto a quei 7 milioni di siriani fuggiti dalle loro case dall’inizio della guerra. Accoglierli dignitosamente sarebbe il minimo che l’Europa potrebbe fare, visto lo stallo totale dell’azione diplomatica dell’UE nel tentare di risolvere la guerra siriana.

Qual il ricordo per te più importante di questa esperienza?

Il ricordo più bello, come in ogni viaggio, sono i legami che restano. Sono i ragazzi del comitato civile di Ashrafiya, ad Aleppo, con i quali ho viaggiato. Li sento spesso su facebook. E questo dà il polso del giornalismo ai tempi dei social network, nel senso che scrivi le storie di amici che poi le leggono in tempo reale su google translate. È grazie a loro se ho fatto un viaggio in mezzo ai civili, senza essere embedded con nessuno esercito. Nessuno di loro era armato, perché credono nella nonviolenza, e hanno mantenuto il loro spirito critico. Sanno che il paese è andato, sanno di avere perso. Eppure, con la determinazione che è soltanto dei visionari e dei folli, hanno deciso di restare. Al rischio di morire per la propria gente, sapendo che la storia forse già domani li tradirà, ma che prima o poi la notte avrà fine, e arriverà la luce del giorno e si scriverà di loro che erano nel giusto.

lunedì 18 marzo 2013

Il nuovo Papa e il tema dei diritti


Barack Obama lo ha definito il “paladino dei poveri”: l'argentino Josè Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco, fa parte della Compagnia di Gesù e ha sempre affermato che “Cristo si cerca fra i poveri”. Quando era arcivescovo di Buenos Aires, si spostava n metropolitana oppure in autobus e, se i simboli hanno ancora un significato, ha rinunciato alla mozzetta rossa foderata di ermellino e ha indossato la croce pettorale di ferro e non quella dorata. Ma questi, appunto, sono oggetti e scelte simboliche. Più significative sicuramente le sue parole contro il capitalismo esasperato: “ La crisi economico-sociale e il conseguente aumento della povertà ha le sue radici in politiche ispirate da certe forme di neoliberismo che considerano i guadagni e le leggi del mercato come parametri assoluti, a danno delle persone e dei popoli...La povertà è un delitto sociale, anzi una violazione dei diritti umani perchè le grandi disuguaglianze nascono dalla estrema povertà e da condizioni economiche ingiuste”.
Alcuni sostengono che Bergoglio sia stato vicino alla dittatura militare argentina perchè non si è battuto per la liberazione di due sacerdoti rapiti quando era superiore della congregazione dei gesuiti, ma in sua difesa si è schierato Adolfo Perez Esquivel - militante dei diritti umani e Premio Nobel per la Pace - il quale ha affermato: “Io so personalmente che molti vescovi hanno chiesto alla giunta militare la liberazione di prigionieri e sacerdoti e non gliel'hanno concessa”, parole confermate anche da Graciela Fernandez Meijide, ex membro della Commissione nazionale sui desaparecidos, che ha detto: “ Non mi risulta che Bergoglio abbia collaborato con la dittatura. Ho sofferto la scomparsa di un figlio, Perez Esquivel lo hanno quasi fatto fuori e, dunque, per noi è una questione personale. Ma non si può dire che tutti quelli che esercitavano una qualche funzione durante la dittatura erano complici, è un'assurdità”.
Il nuovo papato è solo all'inizio, si intravedono segnali di innovazione di regole e principi anche se Papa Francesco conferma la sua ferma opposizione all'aborto e ai matrimoni tra persone dello stesso sesso.