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sabato 22 febbraio 2014

Cosa succede in Ucraina


Si contano 100 vittime tra i protestanti, in Ucraina, mentre il Presidente Yanucovich annuncia, in un comunicato, l'accordo tra il governo ucraino, l'opposizione, l'Unione europea e la Russia: l'intesa prevede elezioni anticipate, un governo di coalizione e una riforma della Costituzione.

In Italia è arrivata la figlia della leader dell'opposizione Yulia Timoshenko, Yevhenia, che che ha affermato: “Questa guerra civile non è tra fratelli, ma tra il regime e il suo popolo. Se non ci sarà un cambiamento le proteste continueranno. Perchè bisogna sentire le richieste del popolo, serve un cambiamento politico con nuove elezioni e riforme. Non si può consegnare il Paese alla Russia...il cambiamento è chiesto dal popolo e la Russia deve accettarlo”.

Ma per comprendere meglio cosa sia accaduto e cosa stia succedendo in Ucraina vi proponiamo un video del tg2 (del 19 febbraio scorso) con l'intervento di Marianna Soronevych, giornalista impegnata nel sostegno della comunità ucraina in Italia.


mercoledì 4 dicembre 2013

Letteratura e diritti umani

Vered Cohen Barzilay è israeliana e da così lontano arriva un'idea che è tanto in linea anche con l'Associazione per i Diritti Umani: riflettere sui diritti umani attraverso i testi letterari. Un incontro, uno scambio che ci ha arricchiti di più. Il progetto si intitola "Novel rights" (www.novelrights.com)
L'iniziativa ha fatto parte delle molte di Bookcity e ha visto la partecipazione del moderatore, Riccardo Noury - Presidente di Amnesty Internatinal Italia - , di Shady Hamadi, giornalista e scrittore italo-siriano, che ha raccontato la vicenda di suo padre dissidente in Siria,  e di Marina Nemat, scrittrice iraniana che ha, invece, riportato al pubblico la sua esperienza giovanile nel carcere di Evin per "crimini politici".
Parole forti, racconti coinvolgenti per non dimenticare il Passato, anche se duro, e per cercare una strada migliore per tutti, nel Futuro.
Abbiamo partecipato all'incontro che si è tenuto sabato 23 novembre 2013 presso la Biblioteca Sormani di Milano e vi riportiamo i brani più significativi. 





giovedì 7 novembre 2013

Gabriele Del Grande: la situazione in Siria, oggi



Abbiamo intervistato per voi il giornalista reporter Gabriele Del Grande, da poco rientrato dalla Siria, che ci aiuta a capire una situazione complessa e ad approfondire temi poco considerati dalla stampa italiana.



In che periodo sei stato in Siria e per quanto tempo?

Dovrei prima specificare in quale Siria. Perché ne esistono almeno tre tipi. C’è una Siria in mano al regime, una Siria in mano alle forze armate dell’opposizione, e una in mano alle milizie di Al Qaeda. Io ho visitato la seconda. Sono entrato dalla frontiera turca di Kilis e ho trascorso dieci giorni consecutivi ad Aleppo, nel Settembre 2013. Questo è stato il mio quinto ingresso in Siria nell’ultimo anno. Anche le precedenti volte avevo visitato le regioni del nord in mano all’opposizione, sia nella provincia di Aleppo che nella provincia di Idlib.

Qual è la prima cosa da dire nel raccontare la Siria oggi?

Il primo pensiero va alle condizioni davvero drammatiche in cui sono ridotti a vivere i civili. Il secondo pensiero va al progressivo aggravarsi della situazione sul terreno. Le formazioni islamiste più vicine ad Al Qaeda infatti, notoriamente lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante (Isil), hanno dichiarato guerra alle forze moderate dell’Esercito siriano libero nonché alle milizie curde del Pyd, il ramo siriano del Pkk di Ocalan. Il risultato è un clima di guerra civile nel nord, dove il regime è soltanto uno dei nemici, uno dei signori della guerra... Ovviamente il regime è il principale beneficiario di questo fronte interno all’opposizione. E infatti ne sta uscendo rafforzato militarmente, oltre che riabilitato a livello internazionale per aver rispettato l’accordo voluto dai russi sulla distruzione delle armi chimiche. L’opposizione invece ha perso ogni credibilità a livello internazionale, è sempre più divisa e non riesce di fatto a controllare le forze armate sul terreno. Non solo, lo stallo internazionale ha di fatto ridotto in minoranza le forze democratiche dell’Esercito libero, che oggi non sono nemmeno più in grado di evitare episodi efferati come i massacri settari compiuti dalle milizie islamiste lo scorso agosto nei villaggi alawiti della regione costiera, come denunciato da Human Rights Watch.

In che condizioni vivono le persone che sono rimaste nel Paese?

Aleppo è una città sottoposta a bombardamenti aerei da più di un anno. Ogni giorno muoiono civili sotto il fuoco dei cecchini e dell’artiglieria. E la gente rimasta convive con questa situazione. Si sono abituati all’idea di poter morire in qualsiasi momento. La morte è diventato quanto di più banale si possa immaginare. Ciononostante la vita va avanti, è più forte di tutto, ci si sposa, si fanno figli, si aprono le scuole… come ho provato a raccontare nei miei diari da Aleppo.

Si può parlare, secondo te, di “laicità” in relazione alla rivoluzione siriana?

Sicuramente l’insurrezione siriana è stata un fenomeno popolare, spontaneo, di massa, apartitico e areligioso e soprattutto nonviolento, nei primi sei mesi di manifestazioni, dal marzo all’agosto del 2011. In piazza c’erano sunniti e cristiani, alawiti e druzi, arabi e curdi… E le rivendicazioni erano politiche, le parole dette afferivano al vocabolario della giustizia, della lotta, non ai libri sacri. Con la guerra ovviamente molte cose sono cambiate. E di quel movimento civile non restano che le ceneri. Ormai parlano le armi e dicono le parole dei loro finanziatori, che sono prima di tutto le petromonarchie del Golfo. Voglio dire che le principali forze dell’Esercito libero hanno un’agenda islamista, seppure moderata. Voglio dire che la guerra è sempre più una guerra settaria. Voglio dire che la presenza di Al Qaeda è ormai fuori controllo e si è rivolta contro le stesse forze islamiste moderate dell’Esercito libero.

Puoi farci un'analisi della questione migratoria alla luce degli ultimi naufragi e dell'arrivo dei profughi siriani in Italia?

Qualche cifra può aiutare a capire. A fronte di una popolazione di 23 milioni di abitanti, si calcola che in Siria siano fuggiti dalle loro case 7 milioni di persone tra sfollati interni (5milioni) e rifugiati (2milioni) registrati dalle Nazioni Unite nei campi profughi lungo il confine nei paesi limitrofi. Da un anno, siriani e palestinesi siriani hanno iniziato ad imbarcarsi per l’Italia, sulle vecchie rotte del contrabbando libico ed egiziano. Dal nostro paese poi, nella maggior parte dei casi, il loro viaggio continua verso i paesi del nord Europa o in Germania. Da gennaio ne sono arrivati 8.500. Possono sembrare tanti a chi va dicendo che l’Italia non può farsi carico dei mali del mondo. Ma in verità, sono poco più dello 0,1%, uno su mille, rispetto a quei 7 milioni di siriani fuggiti dalle loro case dall’inizio della guerra. Accoglierli dignitosamente sarebbe il minimo che l’Europa potrebbe fare, visto lo stallo totale dell’azione diplomatica dell’UE nel tentare di risolvere la guerra siriana.

Qual il ricordo per te più importante di questa esperienza?

Il ricordo più bello, come in ogni viaggio, sono i legami che restano. Sono i ragazzi del comitato civile di Ashrafiya, ad Aleppo, con i quali ho viaggiato. Li sento spesso su facebook. E questo dà il polso del giornalismo ai tempi dei social network, nel senso che scrivi le storie di amici che poi le leggono in tempo reale su google translate. È grazie a loro se ho fatto un viaggio in mezzo ai civili, senza essere embedded con nessuno esercito. Nessuno di loro era armato, perché credono nella nonviolenza, e hanno mantenuto il loro spirito critico. Sanno che il paese è andato, sanno di avere perso. Eppure, con la determinazione che è soltanto dei visionari e dei folli, hanno deciso di restare. Al rischio di morire per la propria gente, sapendo che la storia forse già domani li tradirà, ma che prima o poi la notte avrà fine, e arriverà la luce del giorno e si scriverà di loro che erano nel giusto.

lunedì 25 marzo 2013

Il caro prezzo pagato dai bambini siriani



Come sempre, purtroppo, accade durante i conflitti sono i bambini a pagarne il prezzo più alto. A due anni dall'inizio della guerra civile in Siria, sono circa due milioni i minori che ne subiscono le conseguenze peggiori. Le due parti in guerra li usano come scudi umani; malnutrizione e violenze di ogni tipo sono all'ordine del giorno.
Tutto questo è stato rilevato in un rapporto stilato dalla Ong Save the children nel quale, i bambini intervistati, hanno raccontato di essere stati separati dai loro genitori e di aver sperimentato la morte di un parente o di un amico. Ma c'è di peggio.
Justin Forsytth, responsabile di Save the Children in Libano, riporta la testimonianza di un minore, tenuto in una cella con altre 150 persone, portato all'aperto e attaccato ad una ruota per subire la bruciatura di sigarette sul corpo.
In Libano sono oltre 340 mila i rifugiati siriani e, anche qui, mancano i campi di accoglienza: si accontentano, quindi, di alloggi di fortuna (anche se alcune famiglie libanesi li accolgono nelle loro case) e chiedono l'elemosina per le strade del Paese.
Sul sito di Euronews si può leggere la vicenda di Ahmed, padre di cinque figli, che ha trovato rifugio in una stalla in disuso; oppure quella di Nadia che, con quattro bambini e un altro in arrivo, si è sistemata in un palazzo fatiscente; e ancora, la storia di Ines, otto anni, che, insieme ai suoi fratellini, si è accampata in una tenda a pochi chilometri fuori dal territorio siriano, ma non ha modo di proteggersi dalla bassa temperatura o di cibarsi.
L'agenzia ONU per i rifugiati stima che ci sarebbe bisogno di almeno 150 milioni di euro solamente per passare l'inverno. Ma, ad oggi, non solo mancano i fondi, ma sono insufficienti gli aiuti umanitari, l'assistenza sanitaria e anche psicologica.
Le prime vittime di una guerra, come detto, sono le donne e i bambini: vittime di stupri (lo stupro è usato sistematicamente per punire gli oppositori del governo), di pugni e di calci; vittime della brutalità, della fame e della paura. E questi sono traumi che difficilmente si potranno curare.
Per tenerci aggiornati sulla situazione, vi segnaliamo l'incontro, organizzato dal Naga, che si terrà a Milano, in Via Zamenhof 7/a, il 26 marzo, alle ore 20.30. L'incontro si intitola “Cosa succede in Siria? Situazione e scenari di un Paese abbandonato alla sua guerra”: Elena Parasiliti - direttore Terre di mezzo - Street magazine - intervista Gabriele Del Grande, giornalista di ritorno dalla Siria. Ingresso libero

sabato 16 febbraio 2013

San Valentino contro la violenza sulle donne

Il giorno di San Valentino,  festa dell'amore e degli innamorati, si è trasformato in una danza planetaria, a cui hanno partecipato uomini e donne che hanno usato il proprio corpo per un inno alla vita e per dire BASTA alle violenze contro le donne, BASTA alla violenza fisica e psicologica. 
In moltissime piazze, in Italia e nel mondo, è stato organizzato un flash mob gigantesco: chiunque, ovunque si trovasse, si è messo a ballare in pubblico sulle note di Break the chain.
L'iniziativa, dal titolo One billion rising, Un miliardo insorge, è stata lanciata da Eve Ensler, l'autrice della celebre pièce teatrale I monologhi della vagina attraverso la quale l'autrice sta portando avanti, da anni, una battaglia per promuovere la dignità femminile; la Ensler è anche a capo di una Ong, la V-Day, che si batte contro la violenza domestica, gli stupri, le mutilazioni genitali, la schiavitù sessuale, ancora presente, purtroppo, in molte aree del mondo.
In un collegamento telefonico dal Congo con i media di tutto il mondo, il 14 febbraio scorso, Eve Ensler ha raccontato che: " Il Congo, dove ho trascorso molto tempo, è una realtà devastata da 13 anni di guerra civile in cui sono morte 7 milioni di persone e milioni di donne sono state stuprate, torturate e uccise. Ho visto cosa succederebbe se permettessimo alla violenza di continuare. In Africa ho visto donne fra le più forti del mondo alzare la testa, unirsi e insieme cercare di uscire dalla caverna del patriarcato nella quale sono costrette. Sono capaci di trasformare il dolore in forza...E la danza, forma di espressività spesso usata dalle donne afrcane, diventa espressione libera del proprio corpo, quindi ribellione".
All'iniziativa hanno aderito oltre 5000 associazioni, innumerevoli Ong e istituzioni e l'evento  verrà replicato perchè la lotta alla violenza non si può esaurire in un giorno soltanto. Per ulteriori informazioni si può consultare il sito www.onebillionrising.org


sabato 2 febbraio 2013

Django hunchained: l'orgoglio della libertà, oltre gli stereotipi






Siamo negli Stati Uniti del sud e sta per scoppiare la Guerra Civile. Il Dott. King Schultz - un cacciatore di taglie tedesco - vuole catturare i fratelli Brittle, consegnarli alla giustizia e incassare la ricompensa. Per trovarli, ingaggia lo schiavo Django con la promessa di restituirgli la libertà, una volta compiuta la missione. Django non si tira indietro soprattutto perchè anche lui cerca qualcuno: la moglie Broomhilda, diventata a sua volta schiava di un latifondista.
Tra Django e Schultz - contro ogni previsione perchè tanto diversi - si verrà a creare un legame speciale, mentre attraversano l'America delle piantagioni che non è poi così distante dall'Occidente di oggi.
Quentin Tarantino riesce a mescolare la fiaba tedesca di Sigfrido e Brumilde con un omaggio al celebre film, Django, di Sergio Corbucci, del 1966. Contamina i generi western, epico, drammatico e - nel finale - anche horror...forse. Ma, soprattutto, riesce - con intelligenza e la sua solita ironia - a ribaltare gli stereotipi sugli africani ( e non solo) e a rendere ridicolo, inutile e folle l'impianto culturale del razzismo anche attraverso una sequenza che fa sorridere. Smonta la superiorità del Ku Klux Klan (e dei bianchi) nei confronti dei neri e dimostra, a modo suo,  la gravità della violenza, in ogni epoca e in ogni situazione.
Al di là della polemica sollevata da alcuni, soprattutto dal regista afro-americano Spike Lee che - senza neanche averlo visto, ha accusato Tarantino di parlare della schiavitù in maniera banale e retorica - Django unchained restituisce allo spettatore  il percorso - duro e senza sconti - di un uomo che si riprende la propria libertà e la propria dignità;  che riafferma il significato dell'orgoglio di un'appartenenza;  e che prepara la ricostruzione di un' identità. Ma tutto questo non appartiene solo a Django, dovrebbe appartenere a tutti, nel rispetto reciproco.


domenica 6 gennaio 2013

Ancora combattimenti cruenti in Siria


In Italia non si parla mai abbastanza di politica estera oppure lo sguardo è rivolto principalmente all'area occidentale, come se quello che accade nel resto del mondo ci riguardasse, ma fino a un certo punto. Ma non è così.
La situazione in Medio Oriente si fa ogni giorno più complicata, gli equilibri sono (e diventeranno) sempre più instabili e ci saranno ripercussioni anche in Occidente, perchè siamo legati, ai Paesi di quell'area, da motivi e, in alcuni casi, da accordi economici, politici, militari.
La Siria, ad esempio, non è così lontana dal nostro Paese e dall'Unione Europea (che lo scorso anno ha ricevuto il Nobel per la Pace per il lavoro svolto nella tutela dei diritti umani e per la campagna contro le guerre), eppure - nonostante gli sforzi internazionali - da quando il conflitto siriano è incominciato, nel marzo 2011, le vittime sono state oltre 60mila.
E' notizia di ieri che le violenze non si plachino: l'artiglieria ha colpito un quartiere cristiano della capitale, Bab Tuma. A Damasco è esplosa un'autobomba anche nel quartiere di Rokn Eddin e altri combattimenti si sono verificati a nord del Paese, nella zona dell'aeroporto di Aleppo.
L'Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus), che ha sede a Londra, ha contato, solo nella giornata di ieri, 57 vittime, di cui 25 civili.
Si attende, intanto, il discorso di oggi del Presidente, Bashar al Assad, il quale - secondo il quotidiano libanese filosiriano Al-Akhbar – potrebbe offrire una soluzione al conflitto attraverso un piano che si snoda in cinque punti, tra cui un “cessate il fuoco” e l'ingresso di osservatori internazionali per monitorarlo. Questa soluzione non gli precluderebbe la possibilità di ricandidarsi per le elezioni presidenziali, al termine del suo mandato, nel 2014.