Visualizzazione post con etichetta ebrei. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ebrei. Mostra tutti i post

domenica 15 novembre 2015

Il Presidente delle comunità arabe in Italia commenta i fatti di Parigi





Foad Aodi ha rilasciato, per i nostri lettori, un commento sui fatti di Parigi. Ringraziamo molto Foad Aodi per la sua disponibilità.



A nome di Co-Mai (Amsi e Uniti per Unire) esprimiamo solidarietà ai francesi - come abbiamo fatto, purtroppo, in occasione anche dello scorso attentato, davanti all'Ambasciata - e con la solidarietà esprimiamo anche la nostra condanna di ogni forma di violenza e di terrorismo.

Vogliamo ribadire che l'Islam non c'entra con questi movimenti estremisti; come musulmani non abbiamo mai visto una violenza come questa, una violenza cieca contro Paesi civili e democratici.

L'Isis ha l'obiettivo di prendere il primato del Consorzio del terrore, combattendo due guerre: una interna – nei confronti di altri movimenti estremisti nei vari Paesi – e utilizzando anche il franchising del terrorismo formato da tanti lupi solitari che seguono la propaganda, senza nemmeno sapere bene cosa vogliono (e questo è il pericolo maggiore).

Concordo con Papa Francesco che si tratti di una terza guerra mondiale e credo che si debba agire in fretta su due binari: da una parte le comunità del mondo arabo, le comunità musulmane, ebree e cristiane devono unirsi per promuovere il dialogo interreligioso e, dall'altra, sono importanti anche le azioni diplomatiche e delle forze politiche che devono agire subito per fermare l'avanzamento dell'Isis, anche perchè tutti noi non sappiamo ancora rispondere a tre domande: Com'è nato? Chi lo sponsorizza? Dove vuole arrivare?

giovedì 6 agosto 2015

Porajmos, l'olocausto dei rom


Porajmos, l'olocausto dei rom



di Giovanni Princigalli (da il nuovomanifesto.it)



71 anni fa, il 2 agosto 1944, tutti i 2.897 rom dello Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau furono inghiottiti nei forni crematori. Il 15 aprile del 2015, il Parlamento Europeo ha votato unarisoluzione, che ricordando i 500.000 rom sterminati dai nazisti e da altri regimi» adotta il 2 agostocome «giornata europea della commemorazione dell'olocausto dei rom».Il 15 aprile del 2015, il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione per adottare il 2 agosto come«giornata europea della commemorazione dell'olocausto dei rom». La risoluzione ricorda: «I 500.000rom sterminati dai nazisti e da altri regimi e che nelle camere a gas nello Zigeunerlager (campo degli zingari) di Auschwitz-Birkenau in una notte, tra il 2 e il 3 agosto 1944, 2.897 rom, princip-almente donne, bambini e anziani, sono stati uccisi».Si ricorda altresì che in alcuni paesi fu eliminata oltre l'80% della popolazione rom. Secondo le stimedi Grattan Pruxon, morirono 15.000 dei 20.000 zingari tedeschi, in Croazia ne sono uccisi 28.000 (nesopravvivono solo in 500), in Belgio 500 su 600, ed in Lituania, Lussemburgo, Olanda e Belgio losterminio è totale, il 100% dei rom.La studiosa Mirella Karpati riporta che la maggior parte dei rom polacchi fu trucidata sul posto dalla Gestapo e dalle milizie fasciste ucraine, le quali, in molti casi, uccidevano i bambini fracassando leloro teste contro gli alberi. Le testimonianze raccolte dalla Karpati sui crimini dei fascisti croati (gli ustascia) sono altrettanto aggancianti: donne incinta sventrate o a cui venivano tagliati i seni, neonati infilzati con le baionette, decapitazioni, ed altri orrori ancora. Per tali motivi i rom slovenie croati oltrepassavano clandestinamente il confine con l'Italia, ma finivano in uno dei 23 campi diprigionia loro riservati e sparpagliati sull'intera penisola.La risoluzione del Parlamento europeo prima citata considera l'«antiziganismo» come «un'ideologia basata sulla superiorità razziale, una forma di disumanizzazione e razzismo istituzionale nutrita dadiscriminazioni storiche». Il rom funge da sempre il capro espiatorio, a cui negare il suo carattereeuropeo, per farne una sorta di straniero interno (nonostante le loro comunità, e gli stessi terminirom e zingaro, si siano formati in Europa tra il 1300 ed il 1400).I nazisti-fascisti hanno perfezionato le politiche europee anti-rom dei secoli XVI e XIX. Come ricorda l'antropologo Leonardo Piasere, il maggior numero degli editti anti-rom dell'epoca moderna furonoemanati dagli stati preunitari tedeschi ed italiani. Forse non è un caso, ma saranno proprio Germ-ania ed Italia, secoli dopo, a pianificare l'olocausto rom, oltre che quello ebraico. Secondo StefaniaPontrandolfo, in Italia, tra il 500 e il 700, ad applicare con più zelo tali editti furono gli Stati del Nord,contro una certa tolleranza del Meridione.

«Puri o impuri, comunque asociali»

I nazisti, ossessionati com'erano dalla presunta razza ariana, si erano interessati ai rom a causa dellaloro origine indiana. Li classificarono in quattro categorie, secondo il loro grado di «purezza» o«incrocio» con i non rom. Alla fine ritennero che tutti rom, puri o impuri che fossero, erano«asociali». Da qui la decisione della loro eliminazione. I bimbi rom (ed ebrei) deportati nei campi disterminio erano vittime di esperimenti sadici: iniezione d'inchiostro negli occhi; fratture delle ginocchia, per poi iniettare nelle ferite ancora fresche i virus della malaria, del vaiolo e d'altro ancora.Anche in Italia, come riporta Giovanna Boursier, con “Il manifesto della razza” del 1940, l'antropologo fascista Guido Landra, inveiva contro «il pericolo dell'incrocio con gli zingari» che defi-niva randagi e anti-sociali. Ma già nel 1927 il Ministero dell'interno, ricorda sempre la Boursier,emanava direttive ai prefetti per «epurare il territorio nazionale» dagli zingari e «colpire nel suo ful-cro l'organismo zingaresco».Gli studiosi Luca Bravi, Matteo Bassoli e Rosa Corbelletto, suddividono in quattro fasi le politiche fasciste anti-rom e sinti (popolazioni di origine rom, ma che si autodefiniscono sinti e che vivono trasud della Francia, nord Italia, Austria e Germania): tra il 1922 e il 1938 vengono respinti ed espulsirom e sinti stranieri, o anche italiani ma privi di documenti; dal 1938 al 1940 si ordina la puliziaetnica di tutti i sinti e rom (anche italiani con regolari documenti), presenti nelle regioni di frontieraed il loro confino a Perdasdefogu in Sardegna; dal 1940 al 1943 i rom e sinti, anche italiani sono rin-chiusi in 23 campi di concentramento; dal 1943 al 1945 vengono rom e sinti sono deportati neicampi di sterminio nazisti.La prima fase è segnata da una politica al tempo stesso xenofoba e rom-fobica, per cui si colpisconoquei rom, colpevoli di essere sia zingari che stranieri. In seguito si passa a reprime anche i rom ita-liani. Inoltre, dalla prigioniera nel campo si passa all'eliminazione fisica. Grazie alle ricerche della Karpati, sappiamo che nei 23 campi in Italia le condizioni di vita eranomolto dure. Racconta una donna: «Eravamo in un campo di concentramento a Perdasdefogu. Un giorno, non so come, una gallina si è infiltrata nel campo. Mi sono gettata sopra come una volpe, l'ho ammazzata e mangiata dalla fame che avevo. Mi hanno picchiata e mi son presa sei mesi di galera per furto».Giuseppe Goman a 14 anni fu rinchiuso nel campo nei pressi di Agnone e i fascisti lo vollero fucilare per aver rubato del cibo in cucina, ma all'ultimo momento la pena fu commutata in «bastonature e segregazione». Nel campo di Teramo invece, un tenente dei carabinieri ebbe cosi pietà di quei«rom chiusi in condizioni miserevoli, che dormivano per terra con mangiare poco e razionato che permise alle donne di andare ad elemosinare in paese. Nel campo di Campobasso, Zlato Levak ricorda: «Cosa davano da mangiare? Quasi niente. Il mio figlio più grande è morto nel campo. Era unbravo pittore e molto intelligente».Per i rom italiani, l'essere rinchiusi nei campi di prigionia, non per aver commesso un reato, ma perla loro identità, fu uno shock. E pensare, che a causa della leva obbligatoria, gli uomini avevano servito nell'esercito durante la grande guerra o nelle colonie. Sarà forse per questo trauma, che molti diloro hanno una certa reticenza ad affermare in pubblico la propria identità, ed infatti l'opinione pub-blica italiana ignora che dei circa 150.000 rom e sinti presenti in Italia, ben il 60 -70% sono italianida secoli e sono per lo più sedentari. Ignoriamo anche le vicende di molti rom, che fuggiti dai campi,si unirono alle formazioni partigiane e che alcuni di essi furono fucilati dai fascisti. Luca Bravi e Matteo Bassoli fanno notare che il Parlamento italiano ha approvato nel 1999 la legge sulle minoranze storiche linguistiche (riconoscendone 12) «solo dopo aver stralciato l'inserimento delle comunità rom e sinti» (tra le più antiche d'Italia, dove sono presenti dal XIV secolo).
 
La nostra rimozione
 
La rimozione del nostro contributo ideologico e pratico all'olocausto dei rom, s'inserisce in un'operazione di oblio ben più ampia, che tocca anche i nostri crimini di guerra sotto il fascismo in Africa ed ex Jugoslavia. Come ben spiegato nel documentario Fascist Legacy della BBC, tali crimini non furono compiuti non solo dalle camicie nere, ma anche da soldati e carabinieri, tanto che lostesso Badoglio era nella lista dei primi 10 criminali di guerra italiani da processare. Il processo nonsi è mai svolto, grazie al cambio di alleanza nel 1943 e al nostro contributo di sangue alla lotta nazi-fascista.Ma il paradosso resta: Badoglio il primo capo di governo dell'Italia anti-fascista era stato un criminale di guerra agli ordini di Mussolini. La Legge 20 luglio 2000 sulla «memoria», parla si di olocausto ma non di rom. Su iniziativa dell'on. Maria Letizia De Torre le persecuzioni fasciste contro i romsono finalmente ricordate dalla Camera dei Deputati in un ordine del giorno nel 2009. E pensare cheil parlamento tedesco aveva riconosciuto l'olocausto rom già nel 1979, e nel 2013 una poesia del romitaliano Santino Spinelli (il cui padre fu internato dai fascisti) è incisa sul monumento erettoa Berlino. Molti studiosi ed associazioni, per definire l'Olocausto rom, hanno adottato il termine porajmos, chein romanes significa «divoramento». Fu introdotto nel 1993 dal professore rom Ian Hancock dell'università del Texas, che lo sentì da un sopravvissuto ai campi di sterminio. Il linguista Marcel Courthiade, esperto di romanes, ha proposto in alternativa samudaripen (tutti morti). Per amore del vero, va precisato, che il rom comune, che spesso non s'identifica nelle tante associazioni nazionalio internazionali rom e di non rom, e che resta lontano dai dibattitti accademici, non utilizza alcuno di questi termini.



Il ricordo di Pietro Terracina

Eppure quando pensiamo al 2 agosto 1944, quando tutti i 2.897 rom dello Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau furono inghiottiti nei forni crematori, ecco che sia «divoramento» che «tutti morti», ci appaiono così adatti ed evocativi. Ma perché ucciderli tutti in una sola notte? Forse sitrattò di una punizione, poiché pochi mesi primi, armati di mazze e pietre, i rom si ribellarono, mettendo in fuga i nazisti.Testimone oculare della notte del 2 agosto fu l'ebreo italiano Pietro Terracina, che ha raccontatoa Roberto Olia : «Con i rom eravamo separati solo dal filo spinato. C'erano tante famiglie e bambini,di cui molti nati lì. Certo soffrivano anche loro, ma mi sembrava gente felice. Sono sicuro che pens-avano che un giorno quei cancelli si sarebbero riaperti e che avrebbero ripreso i loro carri per ritor-nare liberi. Ma quella notte sentii all'improvviso l'arrivo e le urla delle SS e l'abbaiare dei loro cani.I rom avevano capito che si prepara qualcosa di terribile.Sentii una confusione tremenda: il pianto dei bambini svegliati in piena notte, la gente che si per-deva ed i parenti che si cercavano chiamandosi a gran voce. Poi all'improvviso silenzio. La mattina dopo, appena sveglio alle 4 e mezza, il mio primo pensiero fu quello di andare a vedere dall'altra parte del filo spinato. Non c'era più nessuno. Solo qualche porta che sbatteva, perché a Birkenau c'era sempre tanto vento. C'era un silenzio innaturale, paragonabile ai rumori ed ai suoni dei giorni precedenti, perché i rom avevano conservato i loro strumenti e facevano musica, che noi dall'altra parte del filo spinato sentivamo. Quel silenzioera una cosa terribile che non si può dimenticare. Ci bastò dare un'occhiata alle ciminiere dei fornicrematori, che andavano al massimo della potenza, per capire che tutti i prigionieri dello Zigeuner-lager furono mandati a morire. Dobbiamo ricordare questa giornata del 2 agosto 1944».

domenica 24 maggio 2015

Bibi e gli altri: la compagine del governo israeliano




di Monica Macchi



Il primo ministro Benjamin Netanyahu, che si è più volte vantato di sabotare gli accordi di Oslo giurando che non ci sarà mai uno Stato palestinese mentre lui è al Governo, ha nominato i seguenti ministri:

Ministra della Giustizia Ayelet Shaked, già sostenitrice del progetto di legge “Basic Law: Israel Nation-State of the Jewish People,” che sancisce la priorità dell’identità ebraica sulla democrazia costituzionalizzando un contratto di esclusione sociale a scapito delle minoranze etno-linguistiche-religiose: in particolare punta a limitare la partecipazione dei non-ebrei alle cariche pubbliche

Ministro dello Sviluppo rurale, capo della Divisione per gli Insediamenti WZO Uri Ariel, colono e sostenitore del “Movimento del Tempio”: sotto la Moschea di Al-Aqsa c’è il Tempio di Salomone quindi “quella ebraica è la cultura indigena del luogo, fatta propria e alterata dai Palestinesi, arrivati in un secondo tempo”. Del resto l’archeologia è stata fondamentale nella formazione dell’identità israeliana fino dalla fondazione dello Stato: il primo ministro Ben Gurion ha dichiarato che “il diritto ebraico sulla Palestina si basa sullo scavare la terra con le nostre mani” cercando verso il basso la Terra Promessa; nei primi anni Ottanta la rete eversiva ebraica Mahteret Ha-Yehudit voleva fare saltare in aria la moschea di Al-Aqsa

Ministro dell'Economia Aryeh Deri, già condannato a 3 anni di carcere per corruzione

Ministro dell'Istruzione Naftali Bennett, sostenitore della “necessità” delle esecuzioni extragiudiziali (arrivando a dichiarare al Yedioth Ahronoth Reporter “io stesso ho ucciso molti arabi nella mia vita, e non c'è nessun problema con questo”) considera la massima priorità della scuola inculcare i valori sionisti della destra religiosa


Vice ministro della Difesa (responsabile dell'amministrazione civile della IDF)
Eli Ben-Dahan (colono che vive in un insediamento a Gerusalemme Est, Har Homa) sostiene la supremazia degli ebrei sui palestinesi


Ministro degli Esteri ad interim
Tzipi Hotovely sostenitore dell’annessione di tutta la Cisgiordania…anzi Giudea e Samaria secondo i termini biblici, con lo scopo di giudaizzare anche la toponomastica di Gerusalemme Est


Ministro della Cultura e Sport
Miri Regev ha definito i parlamentari arabi israeliani “traditori” e i richiedenti asilo provenienti dall'Africa come un “cancro”; sulla richiesta di sospensione di Israele dalla Fifa ha detto che “non vi sarà alcun incontro con Blatter perché politica e sport non si devono mischiare”

Ministro della Difesa Moshe Ya'alon che ha scoraggiato le indagini penali sulle denunce di crimini di guerra contro i soldati israeliani perché “il processo di pace è responsabile per il terrorismo”… e giusto pochi giorni fa a Kufr Kaddum un soldato ha chiesto ad un bambino di 5 anni di avvicinarsi e all’improvviso un altro soldato da un carro armato l’ha bersagliato con un getto di “skunk water” (acqua sporca e puzzolente di cui non si conosce l’esatta composizione) così potente da gettarlo a terra e ferirlo.

Il capo dell’opposizione Isaac Herzog ha commentato lapidario: “Questo non è un governo, è un circo” mentre per Ayman Odeh della Lista Araba Unita “La bandiera nera del razzismo ondeggia in cima al governo”.

lunedì 11 maggio 2015

Il nostro sangue è buono solo per le guerre”: i Falasha denunciano il razzismo






di Monica Macchi


La scorsa domenica a Tel Aviv c’è stata una imponente manifestazione (10.000 persone secondo la stampa israeliana, 3000 secondo la polizia) per protestare contro i maltrattamenti inflitti dalla polizia a un soldato di origine etiope: il bilancio è stato di una cinquantina di poliziotti feriti e una trentina di manifestanti arrestati…e importanti strascichi politici. Infatti il Presidente Reuven Rivlin ha ammesso che “i manifestanti hanno rivelato una ferita aperta nel cuore della società israeliana” e ha dovuto riconoscere “gli errori del governo nel modo in cui tratta gli israeliani neri” e le numerose difficoltà di integrazione dei falasha, una delle dieci tribù perdute del regno di Israele (la cui “ebraicità” è stata riconosciuta solo nel 1975). Non solo: pochi giorni dopo l’Università Tafnit Holon ha sospeso un insegnante che, durante un dibattito con gli studenti ha detto: “Gli etiopi si dimenticano da dove vengono: meglio se se ne tornano in Etiopia. Stanno diventando insolenti: pochi anni fa non avrebbero osato neppure aprir bocca! Non capiscono che sono diversi da noi e lo devono accettare”.



Dopo le tre diverse Aliah (ritorno nella terra promessa d’Israele in uno Stato che nega il diritto al ritorno dei Palestinesi…) dell’Operazione Mosè del 1985 (organizzato sotto la supervisione del Mossad), dell’Operazione Salomone del 1991 e dell’Operazione Ali di Rondini del 2010, Israele ha formalmente messo fine a questa politica il 28 agosto 2013 con un comunicato ufficiale del delegato dell'Agenzia Ebraica in Etiopia, Asher Sejum con l’impegno di riorientare le risorse finanziarie per migliorare le condizioni di vita dei Falasha già presenti in Israele e di esaminare caso per caso “ricongiungimenti familiari e questioni umanitarie specifiche”. Si calcola che attualmente ci siano circa 130.000 ebrei di origine etiope che, nonostante beneficino de iure della piena cittadinanza israeliana soffrono di bassi livelli di istruzione, alti livelli di disoccupazione (quasi il 60% delle famiglie dipendono dall'assistenza sociale e vivono al di sotto della soglia di povertà), proporzione di detenuti superiore alla media. Inoltre negli anni 2000, per ottenere il diritto di emigrare in Israele, le donne hanno dovuto sottoporsi a iniezioni di Depo-Provera, un contraccettivo che provoca sterilità “temporanea” con obbligo di ripetere il trattamento in Israele e così il tasso di natalità nella comunità Falasha è sceso del 50% negli ultimi dieci anni ...



Giusto due settimane fa è uscito in inglese “How The World Turned White” (pubblicato in ebraico l’anno scorso vincendo il premio Ramat Gan come miglior opera prima) di Dalia Betolin-Sherman che racconta il viaggio della sua famiglia sotto il regno di Haile Selassie da Ambover, (un villaggio ebraico nel nord dell'Etiopia) verso il Sudan e da lì in Israele.



 
 
 

sabato 25 aprile 2015

Milano: medaglia d'oro per la Resistenza

Oggi, 25 aprile 2015, Milano ci ha fatti sentire orgogliosi di  appartenere a questa città: per il 70mo anniversario della Liberazione, tanti, tantissimi sono scesi in piazza. Una manifestazione, nel primo tratto, composta e rispettosa poi, via via sempre più musicale e colorata. Bandiere, striscioni, cartelli, facce, sorrisi, colori. Questi sono i milanesi, gli stranieri, gli italiani che vogliamo vedere: di tutte le età, di tutte le nazionalità, di tutti i generi, di tutte le estrazioni INSIEME per ricordare un Passato che ha posto le basi per la nostra vita e per i valori di libertà, giustizia e democrazia.
C'eravamo anche noi e diamo la nostra testimonianza di questo bel momento di partecipazione con le nostre immagini, ringraziando chi c'era e chi non  ha potuto esserci. E le dedichiamo a chi, oggi, si trova su altri fronti di resistenza.

 
 




 
 














 




martedì 21 aprile 2015

La rimozione forzata della memoria



di Angelo D'Orsi (da Il Manifesto)




«Ad Auschwitz, uno dei monu­menti più note­voli tra quelli dedi­cati alle varie comu­nità degli inter­nati è il cosid­detto "Memo­riale Ita­liano"».Vogliono spostarlo da quel luogo. . Perchè no.

Ad Ausch­witz, uno dei monu­menti più note­voli tra quelli dedi­cati alle varie comu­nità degli inter­nati è il cosid­detto «Memo­riale Ita­liano». Un paio di anni or sono le auto­rità polac­che deci­sero di chiu­derlo al pub­blico, nel silen­zio del governo ita­liano, e dell’Aned, in teo­ria pro­prie­ta­ria dell’opera. Pochi mesi fa la sovrin­ten­denza del campo, ormai museo, ha deciso di pro­ce­dere alla rimo­zione del Memo­riale. La sua colpa? Quella di ricor­dare che nei lager non furono sol­tanto depor­tati e ster­mi­nati gli ebrei, ma gli slavi, i sinti, i rom, i comu­ni­sti insieme a social­de­mo­cra­tici e cat­to­lici, gli omo­ses­suali, i disa­bili. Quel Memo­riale opera egre­gia, alla cui idea­zione, su pro­getto dello stu­dio BBPR (Banfi Bel­gio­joso Perus­sutti Rogers, il pre­sti­gioso col­let­tivo mila­nese di cui faceva parte Ludo­vico Bel­gio­joso, già inter­nato a Buche­n­wald) col­la­bo­ra­rono Primo Levi, Nelo Risi, Pupino Samonà, Luigi Nono…, ha dei «torti» aggiun­tivi, come l’accogliere fra le sue tante deco­ra­zioni e sim­bo­lo­gie anche una falce e mar­tello, e una immagine di Anto­nio Gram­sci, icona di tutte le vit­time del fasci­smo.
Ora, ai gover­nanti polac­chi, desi­de­rosi di rimuo­vere il pas­sato, distur­bano quei richiami, agli ebrei il fatto che il monu­mento metta in crisi «l’esclusiva» ebraica rela­tiva ad Ausch­witz. Ed è grave che una città ita­liana, Firenze, si sia detta pronta ad acco­glierlo. Con­tro que­sta scel­le­rata ini­zia­tiva si sta ten­tando da tempo una mobi­li­ta­zione cul­tu­rale, che si spera possa avere un riscon­tro poli­tico forte e oggi su que­sto si svol­gerà nel Senato ita­liano una ini­zia­tiva di denun­cia pro­mossa da Ghe­rush 92-Committee for Human Right e dall’Accademia di Belle Arti di Brera. Spo­stare quel monu­mento dalla sua sede natu­rale, equi­vale a tra­sfor­marlo in mero oggetto deco­ra­tivo, men­tre esso deve stare dove è nato, per il sito per il quale fu pen­sato, a ricor­dare, pro­prio là, die­tro i can­celli del campo di ster­mi­nio, cosa fu il nazi­smo e il suo lucido pro­getto di annien­ta­mento, che, appunto, non con­cer­neva solo gli ebrei, col­lo­cati in fondo alla gerar­chia umana, ma anche tutti gli altri popoli, giu­di­cati essere «razze infe­riori» come gli slavi, o i nemici del Reich, comu­ni­sti in testa, o ancora gli «scarti» di uma­nità, secondo le oscene teo­rie degli «scien­ziati» di Hitler.

Insomma, la rimo­zione del Memo­riale, è una rimo­zione della memo­ria e un’offesa alla sto­ria. Ebbene, l’atteggiamento dell’Aned e delle Comu­nità israe­li­ti­che ita­liane, che o hanno taciuto, o hanno appro­vato la rimo­zione del Memo­riale (in attesa della sua sosti­tu­zione con un bel manu­fatto poli­ti­ca­mente adat­tato ai tempi nuovi), appare grave.

E in qual­che modo richiama le pole­mi­che di que­sti giorni rela­tive alla mani­fe­sta­zione romana del 25 aprile.

Pre­messo che la cosa «si svol­gerà di sabato», e dun­que, come ha pre­te­stuo­sa­mente pre­ci­sato il pre­si­dente della Comu­nità israe­li­tica romana, gli ebrei non avreb­bero comun­que par­te­ci­pato, la denun­cia che «non si vogliono gli ebrei», è un rove­scia­mento della verità: non si vogliono i pale­sti­nesi. Ed è grave l’assenza annun­ciata dell’ANED, per la prima volta, anche se la bagarre si è sca­te­nata sull’assenza della «Bri­gata Ebraica». La quale ha le sue ori­gini remote niente meno in Vla­di­mir Jabo­tin­sky, sio­ni­sta estre­mi­sta di destra con legami negli anni ’30 mai smen­titi con Mus­so­lini, che con­vinse le auto­rità bri­tan­ni­che, nella I guerra mon­diale, a dar vita a una Legione ebraica. Nel II con­flitto mon­diale, fu Chur­chill a lasciarsi con­vin­cere a orga­niz­zare un Jewish Bri­gade Group, inqua­drato nell’esercito bri­tan­nico: 5000 uomini che ope­ra­rono in par­ti­co­lare nell’Italia cen­trale, con­tri­buendo alla libe­ra­zione di Ravenna e di altri bor­ghi. Ebbe i suoi morti, e le sue glo­rie. Bene dun­que cele­brarla. Ma non fu né avrebbe potuto avere un ruolo emi­nente, come sem­bre­rebbe a leg­gere certe dichia­ra­zioni. Ma il fuoco media­tico supera il fuoco delle armi. E che dire di ciò che avvenne dopo? Come sto­rico ho il dovere di ricor­darlo. Quei sol­dati diven­nero il nucleo ini­ziale delle mili­zie dell’Irgun e del Haga­nah — quelle che cac­cia­rono i pale­sti­nesi nella Nakba — e poi dell’esercito del neo­nato Stato di Israele, al quale offri­rono anche la ban­diera.

Si capi­sce l’imbarazzo dell’Anpi di Roma, tra l’incudine e il mar­tello. Ma quando leggo che il suo pre­si­dente afferma che «i pale­sti­nesi non c’entrano con lo spi­rito della mani­fe­sta­zione», mi vien voglia di chie­der­gli se gli amici di Neta­nyahu c’entrino di più. Altri hanno dichia­rato in que­sti giorni che biso­gna lasciar par­lare solo chi ha fatto la guerra di libe­ra­zione; ma se così intanto andreb­bero cac­ciati dai pal­chi tanti trom­boni in cerca di applausi; e soprat­tutto se si adotta que­sta logica è evi­dente che tra poco non ci sarà più modo di festeg­giare il 25 aprile, per­ché, ahimè, i par­ti­giani saranno tutti scom­parsi.



E allora — visto l’articolo 2 dello Sta­tuto dell’Anpi che riven­dica un pro­fondo legame con i movi­menti di libe­ra­zione nel mondo — come non dare spa­zio a chi oggi lotta per libe­rarsi da un regime oppres­sivo, discri­mi­na­to­rio come quello israe­liano, rap­pre­sen­tato ora dal governo di destra di Neta­nyahu? Chi più dei pale­sti­nesi ha diritto oggi a recla­mare la «libe­ra­zione»? E invece temo si vada verso que­sto (addi­rit­tura in que­ste ore in forse a Roma) e i pros­simi 25 Aprile inges­sati e reistituzionalizzati.









martedì 27 gennaio 2015

Un appello importante per un memoriale


L'Associazione per i Diritti Umani, per i 70 anni dalla fine dell'orrore della Shoà, aderisce al seguente appello:


APPELLO PER IL MEMORIALE ITALIANO AD AUSCHWITZ


.


Data: 2014-11-23Autore: Gherush92

FIRMA ED INVIA IL TESTO SOTTOSTANTE A:
segrmin.gentiloni@esteri.it; presidente@pec.governo.it; ambaroma@msz.gov.plgherush92@gmail.com


​​​​​On.le Paolo Gentiloni
Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale
segrmin.gentiloni@esteri.it

On.le Matteo Renzi
Presidente del Consiglio
presidente@pec.governo.it

S.E. Woiciech Ponikiewski
Ambasciatore della Repubblica di Polonia in Italia
ambaroma@msz.gov.pl


Premesso che:

- il Memoriale Italiano di Auschwitz ricorda e celebra tutti gli italiani, donne e uomini ebrei, rom, omosessuali, dissidenti politici, deportati nei campi di concentramento nazisti, fra i quali gli stessi autori dell’opera d’arte;

- il Memoriale, e la sua collocazione nel Blocco 21, possiede un alto valore artistico, educativo e di testimonianza diretta;

- il Memoriale è stato ideato e realizzato contestualmente alla dichiarazione di Auschwitz sito UNESCO 1979, e, facendone parte integrante, va considerato patrimonio mondiale dell’umanità;

- strappare il Memoriale dal suo contesto naturale, il campo di sterminio di Auschwitz, per trasferirlo altrove coincide con la distruzione dell’opera e del suo significato;

- i motivi ideologici e politici, che hanno portato alla censura e alla chiusura del Memoriale e che spingono verso la sua rimozione, sono anacronistici ed inammissibili: con essi si cancellano dati e responsabilità storiche, incontrovertibili, dello sterminio e della liberazione, di cui il Memoriale stesso è un documento;

- ravvedo nella rimozione del Memoriale violazioni dei Diritti Umani, del Diritto Internazionale, del Diritto di Proprietà Intellettuale e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo nonché una violazione della Convenzione Internazionale per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale dell’UNESCO e un crimine di distruzione di beni culturali ed artistici.

Chiedo che:
Il Memoriale non venga rimosso dal Blocco 21 del Campo di Sterminio di Auschwitz, sua parte integrante, e che venga immediatamente riaperto al pubblico, restaurato e integrato con apparati didattici esplicativi e congrui.

Gherush92 Committee for Human Rights
gherush92@gmail.com

Accademia di Belle Arti di Brera

Deportati per omosessualità





Partiamo da un film: Paragraph 175 è un documentario, diretto da Rob Epstein e Jeffrey Friedman, che raccoglie la testimonianza di diversi uomini e donne che furono arrestati dai nazisti per omosessualità in base al paragrafo 175, la legge contro la sodomia del codice penale tedesco, che risaliva nella prima stesura al 1871, e che fu inasprito dai nazisti.
Tra il 1933 e il 1945, 100.000 persone furono arrestate in base al paragrafo 175.
Alcuni di essi vennero imprigionati, altri mandati in campo di concentramento. Solo 4.000 sopravvissero.
Fino al 2000 erano ancora in vita meno di dieci di questi uomini: cinque di loro raccontano, nel documentario, la propria esperienza. Queste testimonianze sono considerate le ultime del Terzo Reich.



 





L'elemento fondante della Shoà fu quello proprio di ogni forma di razzismo: l'intolleranza nei confronti dell' “Altro a sè” e questa intolleranza fu esasperata dal nazismo fino alle estreme conseguenze. “Altro da sè”, quindi, furono considerate, ad esempio, le persone appartenenti ad etnie “inferiori” (i Rom, Sinti e Caminanti ad esempio), oppure gruppi di individui, come gli omosessuali.



Secondo la mentalità nazista l'omosessualità era considerata una devianza sì e anche una malattia contagiosa (come ancora oggi si sente affermare da qualcuno), guaribile in pochi casi, almeno per coloro per la quale non era una condizione innata. Numerose le testimonianze di medici e di “pazienti” su esperimenti e test attraverso la somministrazione di ormoni; ma le “terapie” prevedevano anche incontri con prostitute o lavori forzati massacranti per vedere se potessero riportare all'eterosessualità.



All'interno dei campi di concentramento gli omosessuali venivano classificati secondo tre categorie: gli incalliti (quelli che amavano ricamare, come primo segno della loro “devianza”), gli irrequieti (quelli ambigui) e i problematici (ma recuperabili dal punto di vista psicologico). Gli omosessuali uomini a cui venivano somministrate dosi massicce di ormoni o sottoposte alle altre “cure” considerate efficaci, morirono in una percentuale dell'80% e il restante 20% non cambiò il proprio orientamento.



L'omosessualità maschile si differenziava da quella femminile in quanto “ad essere danneggiata è la fertilità poiché, usualmente, costoro non procreano...Il vizio è più pericoloso tra uomini piuttosto che tra donne”. Nel 1935, un anno prima la promulgazione delle leggi razziali, il governo nazista scrisse il Paragraph 175 e vi si legge: “ Un uomo che commetta un atto sessuale contro natura con un altro uomo o che permetta ad un altro di commettere su di sé atti sessuali contro natura sarà punito con la prigione. Qualora una delle due persone non abbia compiuto i ventun anni di età al momento dell'atto, la Corte può, specialmente nei casi meno gravi, astenersi dall'irrogare la pena”.



Ma ricordiamo che, alla base delle pratiche naziste contro l'omosessualità, vi era una concezione semplicistica e conservatrice della natura umana, strumentalizzata a fini politici e di gestione del potere: l'uomo doveva combattere e la donna generare affinchè il popolo tedesco potesse moltiplicarsi. Ecco perchè, a confermare questa ideologia aberrante, si legge nei documenti del Partito nazista: “ E' necessario che il popolo tedesco viva. Ed è solo la vita che può lottare perchè vita significa lotta. Si può lottare soltanto mantenendo la propria mascolinità e si mantiene la mascolinità con l'esercizo della disciplina specie in materia di amore. L'amore libero e la devianza sono indisciplina...Per questo respingiamo ogni forma di lascivia, specialmente l'omosessualità, perchè essa ci deruba della nostra ultima possibilità di liberare il nostro popolo dalle catene che lo rendono schiavo”.



In questa dichiarazione delirante, le parole “vita e amore” sono usate in maniera impropria: ed è questa la vera devianza.







lunedì 11 agosto 2014

Lettera aperta agli ebrei italiani


   
Riceviamo questa lettera e la facciamo circolare. (Cogliamo l'occasione per ringraziare tutti coloro che hanno accolto l'appello dell'Associazione per i Diritti Umani ad inviarci materiale, anche durante le vacanze. Perchè i diritti di tutte e di tutti non vanno in vacanza mai...).
Lettera aperta agli ebrei italiani
di Stefania Sinigaglia

Faccio parte della rete ECO, ebrei contro l'occupazione, ma ho scritto questa lettera personalmente e la firmo io.
Il tombale silenzio delle Comunità Israelitiche in questi giorni e della stragrande maggioranza degli ebrei italiani mi pesa molto e ho risolto di provare a incrinarlo. Spero possiate aiutarmi, aiutarci.
Sono un’ebrea italiana della generazione post-1945, ebrea da generazioni da parte di entrambi i genitori. Sento il bisogno impellente in queste ore di angoscia e di guerra tra Gaza Palestina e Israele di rivolgermi ad altri ebrei italiani perché non riesco a credere che non provino lo stesso sgomento e la stessa repulsione per la carneficina che Israele sta compiendo a Gaza. Non si mira a distruggere un nemico armato, non sono due eserciti ad affrontarsi: si sta sterminando un’ intera popolazione civile, perché il nemico è ovunque, in un fazzoletto di terra che stipa in 365 km2 un milione e ottocentomila persone, il nemico è sotto la terra sopra la quale c’erano case e scuole e negozi e ospedali e strade, c’è la gente, e se vuoi colpire chi sta sotto la terra è giocoforza ammazzare chi ci sta sopra a quella terra, anche un bambino lo capisce:, ma fanno finta di non saperlo gli strateghi sottili di questo orrore infinito che si dipana sotto i nostri occhi.
Come facciamo a tacere di fronte a questa ingiustizia suprema, noi che per millenni siamo stati costretti a nasconderci nei ghetti per vivere, che venivamo additati come responsabili di nefandezze mai sognate, obbligati a convertirci a volte per non essere bruciati sui roghi?
Israele ha fondato uno Stato nel 1948 su terra altrui, sappiamo come e perché, ciò è stato accettato dal consesso internazionale e nel 1988 è stato accettato dall’OLP. I Palestinesi hanno riconosciuto il diritto di Israele a esistere, ma Israele dal 1967 occupa terra non sua, e lo sa. Per anni e anni si è detto: quella terra occupata serve a fare la pace: territori in cambio di pace. Questo è stato il refrain che però è stato nel corso del tempo sepolto da guerre non più di difesa come nel 1967, ma di attacco, a partire dalla sciagurata invasione del Libano.
Come facciamo a non riconoscere che Israele ha scientemente, e per decenni ormai, rifiutato di addivenire a un compromesso sulle colonie, non ha mai smesso di costruirne e di avanzare annettendosi di fatto i territori su cui doveva negoziare, annichilendo la base pur ambigua ma reale che era l’accordo di Oslo. Ha contribuito a creare Hamas, che in arabo significa “collera giusta”, e poi ne ha tollerato la crescita in funzione anti-OLP, ha reso la vita dei palestinesi una lotta per sopravvivere anche in Cisgiordania, e ha violato tutte le risoluzioni dell’ONU che gli imponevano di tornare alla famosa “Linea verde”.
Ha rubato altra terra palestinese costruendo la barriera di 700 km, dichiarata illegale dalla Corte dell’Aia ma tuttora in piedi. E ora con il pretesto dell’uccisione di tre ragazzi di cui Hamas non ha mai riconosciuto la responsabilità, un’ accusa che non è stata corroborata da prove, ha scatenato una guerra non a Hamas ma a tutto un popolo.

Non si può uccidere, annientare un popolo per sconfiggere un nemico che ha il diritto di difendersi. E le richieste di Hamas non sono altro che le richieste della popolazione di Gaza: fine dell’assedio di sette anni, fine dello strangolamento. Israele ha diritto a esistere DENTRO dei confini riconosciuti internazionalmente, ma dal 1982 è aggressore e viola il diritto internazionale.

Per avere la pace deve rinunciare alla folle idea di avere TUTTA la terra per sé e cacciarne chi ci abitava prima che arrivassero i primi coloni ebrei a fine ottocento .La guerra di Israele è non solo omicida ma è suicida: guardiamo al Libano che sta insieme ancora per miracolo, alla Siria distrutta, all’Irak che va a pezzi, ai palestinesi che sono la maggioranza in Giordania, all’avanzare dell’islamismo salafita e jihadista in Africa settentrionale e occidentale, in Kenya, in Nigeria.

Quale avvenire promette la guerra infinita di uno stato di apartheid? Quali possibilità invece apre il riconoscimento di diritti eguali ai palestinesi e alle migliaia di rifugiati e immigrati che anche in Israele spiaggiano cercando una vita e un avvenire migliori? Quali prospettive aprirebbe uno Stato multiculturale, bi-nazionale e veramente democratico in Medioriente? Quale salutare rimescolamento di carte? Apriamo gli occhi, abbiamo il coraggio di guardare in faccia la realtà, e gridiamo il nostro rifiuto di questo orrore e di questa politica di distruzione e morte che si ritorce contro chi la persegue.

giovedì 30 gennaio 2014

Video di presentazione del film IL FIGLIO DELL'ALTRA

 
 
Possono ebrei e palestinesi condividere la stessa terra? Possono due popoli tanto diversi imparare a convivere pacificamente? E dei genitori possono amare i figli di altri? Questo e molto altro nell'opera prima cinematografica di Lorrein Levy, regista francese di origini ebraiche, intitolata "Il figlio dell'altra".
Il film è stato presentato dall'Associazione per i Diritti Umani nell'ambito del cineforum organizzato dall'Istituto SERAPHICUM, di Roma (Via del Serafico, 1). Ringraziamo tantissimo gli organizzatori e il pubblico per  l'accoglienza, l'interesse e la partecipazione.
 
Ricordiamo che i nostri video sono anche disponibili sulla pagina YOUTUBE dell'Associazione per i Diritti Umani
 
 
 
 

martedì 28 gennaio 2014

La shoah dei bambini





Continuiamo il nostro percorso sull'importanza della memoria con la segnalazione del libro intitiolato La Shoah dei bambini di Bruno Maida, edito da Einaudi. Il saggio è stato presentato lo scorso 19 gennaio presso la Casa della Cultura di Milano.

Un libro che riattraversa «con occhi di bambino» le tragiche vicende della persecuzione antiebraica: per i bambini «ariani», cresciuti nell'educazione al razzismo e alla guerra e, soprattutto, per i bambini ebrei, allontanati da scuola, testimoni impotenti della progressiva emarginazione sociale e lavorativa dei genitori, quando non della distruzione e dell'eliminazione fisica della propria famiglia. Da questa prospettiva - peculiare, e tuttavia indispensabile per comprendere l'essenza di una persecuzione razziale, dunque fondata propriamente sulla nascita - la storia che abbiamo alle spalle assume nuovi significati e stratificazioni. In bilico tra due registri - narrativo e storiografico - il libro si colloca in un filone d'indagine che vede crescere a livello internazionale l'interesse verso la storia dell'infanzia nel Novecento.



Abbiamo intervistato il Prof. Maida che ringraziamo molto per la sua disponibilità.



Ogni anno, il 27 gennaio, si parla della Giornata della memoria, ma che cos'è la memoria storica e quanto è importante per il Presente e per il Futuro dell'umanità?



La memoria non è la Storia, sono due cose differenti. La memoria è una fonte straordinaria per la Storia, per la possibilità di raccontarla, soprattutto nel caso della Shoah dove molte prove sono state cancellate e distrutte e, quindi, è molto difficile ricostruirne il processo.

 

Nel suo libro affronta il tema dell'Olocausto da un punto di vista inusuale: quello dei bambini. Perchè questa scelta?

 

Per due ragioni, fra le molte importanti: una è che la Shoah dei bambini è la Shoah. Perchè, se il tentativo era quello di distruggere completamente un gruppo, di annientarlo, uccidere i bambini era la condizione primaria. In secondo luogo, più in generale, perchè parlare dei bambini significa attribuire un protagonismo all'infanzia e, quindi, considerare i bambini non soltanto come oggetto della Storia, ma come soggetto protagonista della Storia.



Cosa significa essere genitori di bambini perseguitati?

 

Vuol dire, prima di tutto, essere perseguitati in prima persona e,quindi, essere soggetti che progressivamente si indeboliscono e perdono quella possibilità e capacità di proteggere, di difendere i propri figli. Nello stesso tempo significa, come è accaduto in quella vicenda, riuscire a far emergere straordinarie energie, oltre alla capacità di costruire quel simulacro di normalità nel clima di persecuzione e, così, di garantire ai propri figli una condizione meno brutta possibile.



Anche i bambini ariani, in fondo, sono stati vittime dell'educazione nazista...



Il nazismo educò alla morte, all'intolleranza, alla violenza. Sicuramente i bambini educati all'ideologia nazista furono anch'essi vittime, in molti modi differenti: lo furono perchè si formarono su alcuni sistemi di valori di quel genere, lo furono perchè costretti anche a combattere, lo furono anche senza essere ebrei perchè alcuni ariani vennero perseguitati e uccisi solo perchè considerati inferiori, pensiamo, ad esempio, ai bambini handicappati.

L'ideologia nazista, infatti, aveva al suo centro l'infanzia e si basava sulla distruzione di tutte quelle parti d'infanzia che non corrispondevano al suo modello.



Il suo saggio è molto documentato: dove ha reperito il materiale per prepararlo?

Questo lavoro si è costruito, soprattutto, come la raccolta di voci: voci di testimonianze orali, di raccolte, di documentazioni scritte. Le fonti principali sono state il Centro di documentazione ebraica di Milano e la Fondazione Spielberg che forniscono tantissime storie. Il mio obiettivo era ricostruire quella vicenda e, contemporaneamente, ridare voce pubblica a quei bambini.







mercoledì 22 gennaio 2014

Per la giornata della memoria: presentazione del film IL FIGLIO DELL'ALTRA




In occasione della Giornata della memoria, il 27 gennaio, l'Associazione per i Diritti Umani presenterà il film Il figlio dell'altra, opera prima della regista francese, di origine ebraica, Lorrein Lévy. Il film veicola molti argomenti importanti e universali: si parlerà, infatti, dell'importanza della memoria storica, individuale e collettiva; di Storia contemporanea; di relazioni umane, in particolare del rapporto tra genitori e figli; della faticosa ricerca della propria identità, complicata dal contesto di guerra.

Il film si inserisce nel cineforum organizzato dall'istituto Seraphicum di Roma e sarà proiettato venerdì sera - 24 gennaio - alle ore 21.00 e sabato 25, al pomeriggio alle ore 16.00, con la presentazione dell'Associazione per i Diritti Umani.

Per il programma completo del cineforum www.seraphicum.org

Indirizzo: Via del Serafico, 1 ROMA      








Di seguito una breve recensione del film IL FIGLIO DELL'ALTRA



Tel Aviv, oggi. Orith e Alon sono una coppia con due figli: durante la visita per il servizio militare del loro primogenito, Joseph, si viene a scoprire che il ragazzo non è il loro figlio biologico perchè, alla nascita, è stato scambiato con Yacine, figlio di una coppia palestinese che vive in Cisgiordania.

L'errore è il motore del confronto tra due famiglie, tra due popoli da sempre in una situazione di conflitto; è l'occasione, per giovani e adulti, per occupati ed occupanti, di osservare e tentare di capire le ragioni dell'Altro. I padri cercheranno di negare l'accaduto; i figli tenteranno una conciliazione attraverso la conoscenza profonda; le madri si affideranno all'istinto.

La cinepresa racconta di un Paese lacerato da muri, check point, filo spinato; una città ricca, ariosa e luminosa (Tel Aviv) da una parte e i territori poveri e polverosi, in cui le persone sono imprigionate per l'odio atavico di chi governa, dall'altra. Ma la gente comune sa parlare e capire, è capace - nonostante tutto - di superare ideologie e pregiudizi per mettere in campo quei sentimenti che appartengono a tutti: la solidarietà, la comprensione, l'amore.


sabato 4 gennaio 2014

Uno sguardo pulito


Piazza Navona, fontana di Trevi, San Pietro, il Colosseo: questa è Roma e molto di più. E’ la capitale del turismo e della cultura, della Storia e della bellezza, ma camminando con il viso all’insù si può scoprire anche altro, ad esempio una targa come questa:

 


 

Per commentarla – anche se non servono molte parole – scegliamo un brano tratto da un libro bellissimo e che ci permettiamo di consigliarvi se amate la città: si intitola ISOLE: guida vagabonda di Roma ed è di Marco Lodoli (edito da Einaudi).

 

“Ogni tanto cerco di riconoscere un’isola nel grande mare della città: e possono essere quadri o alberi, libri o angoli in penombra, statue o fontanelle, luoghi che quasi si nascondono per non essere cancellati, come quei gatti bellissimi che scopriamo accoccolati sotto il parafango di un’auto in sosta e che ci studiano con i muscoli tesi e gli occhi pieni di apprensione, perché hanno visto tanti compagni travolti dalla furia delle macchine.

Se per accarezzarli ci avviciniamo in modo brusco, loro si ritraggono e non si fanno più vedere. Ma in fondo il valore delle cose può risiedere soprattutto nel nostro modo di osservarle: ogni gatto può essere raro e prezioso come una tigre del Bengala, e anche il luogo apparentemente più banale può meritare una fotografia e una cornice, proprio come un tempio azteco o una spiaggia lontana.

Pensavo a tutto questo mentre stavo seduto in macchina sulla collinetta di via Olina, a Torre Maura. Avevo un’ora di pausa e niente da fare, se non cercare di capire ciò che avevo davanti agli occhi: uno spiazzo desolato e case venute su senza pretese, mattoni a vista e parabole in bilico sui tetti. Al primo piano una donna cinese puliva con cura i vetri delle sue finestre, mentre sul terrazzino la lavatrice ruotava panni colorati.

In un cortiletto di cemento giocavano bambini piccolissimi, bianchi, neri, gialli, anche loro si rincorrevano e giravano allegri come i panni nella lavatrice. Poi sono passate tre giovani nigeriane con i volti bassi: nelle buste di plastica tenevano i vestiti striminziti che avrebbero indossato più tardi, negli stradoni dove andavano a prostituirsi. Su un muro laterale c’era scritto: ‘ Insieme a te è stato un hanno d’amore indimenticabile’, scritto proprio così, con l’acca. E poi mi è scivolata davanti una Ritmo celeste, mezza scassata, guidata a passo d’uomo da uno zingaro che rideva a crepapelle: in equilibrio sul cofano c’era un gattone spelacchiato, sembrava il marchio di quella macchina, di quella vita. E intanto la cinesina seguitava a lavare i vetri, a renderli sempre più limpidi, e pareva volesse dirmi: fai anche tu lo stesso, pulisci il tuo sguardo.”

 

 

mercoledì 30 ottobre 2013

Una campagna contro i pregiudizi



Parte lunedì 11 novembre alle 11.30 con la conferenza dal titolo “Conflitti, mass media e diritti” che si terrà in Corso Vittorio Emanuele II 349)e, alle 20.30 con lo spettacolo “Senza Confini - Ebrei e Zingari” di Moni Ovadia presso il Teatro Vittoria, Piazza di Santa Maria Liberatrice 10, Roma, Ingresso libero a sottoscrizione, una campgna per combattere gli setereotipi negativi e i pregiudizi sui rom, anche a seguito dei fatti di cronaca di cui abbiamo parlato negli articoli precedenti. 
 
Offrire una fotografia reale della popolazione Rom in Italia e in Europa, dando spazio alla cultura romanì e ai giovani Rom impegnati nel miglioramento delle condizioni di vita delle proprie comunità, e’ l’obiettivo della campagna ROMAIDENTITY- IL MIO NOME E’ ROM promossa dalla ong Ricerca e Cooperazione insieme a Associazione Stampa Romana, Associazione Rom Sinti @ Politica, Università La Sapienza e altre associazioni e istituzioni di Italia, Romania e Spagna.

Alla conferenza pubblica “Conflitti, mass media e diritti” parteciperà l'attore Moni Ovadia, insieme a Paolo Butturini (Stampa Romana), Nazzareno Guarnieri (Associazione Rom Sinti @ Politica) e Natascia Palmieri (Ricerca e Cooperazione). Segurà lo spettacolo teatrale e, all'iniziativa, interverranno inoltre: Pietro Vulpiani (Unar – Ufficio Antidiscriminazioni Razziali) e Serena Tosi Combini (Fondazione Michelucci, Università di Verona) autrice del volume “La zingara rapitrice”.

lunedì 2 settembre 2013

Dalla letteratura al teatro: il conflitto israelo-palestinese


L'edizione 2013 del Festival di Todi (23 agosto -1 settembre) ha aperto con uno spettacolo importante e di attualità: Ritorno ad Haifa, tratto dall'omonimo romanzo breve di Ghassan Kanafani.
Siamo nel 1948, quando la città di Haifa viene occupata dall'esercito israeliano. La maggior parte della popolazione palestinese è costretta ad abbandonare le proprie case che saranno abitate da famiglie ebree. Vent'anni dopo le frontiere verranno aperte, per un breve periodo, e questo permetterà ad una coppia palestinese di tornare ad Haifa in quella che, una volta, era la propria quotidianità, la propria vita.
Shalom” ha tanti significati, ma quello principale è “pace”: è “shalom” è la parola con cui inizia lo spettacolo, per la regia di Patrick Rossi Gastaldi, che mantiene sul palco una narrazione semplice e diretta che si fa poetica nello scivolare delle parole quando il confronto tra uomini e donne - che appartengono a due mondi diversi, ma provano gli stessi sentimenti - si fa intenso. Sentimenti di rabbia e di amarezza, di rassegnazione e di tristezza.
La coppia di ebrei non esita ad accogliere in casa la coppia di palestinesi, ma presto gli uomini cominciano a discutere sulla possibilità di scelta: resistere di fronte all'imposizione di lasciare la propria terra oppure andarsene? Miriam, la donna ebrea, ha cresciuto Khaldun, il figlio degli altri coniugi, come se fosse suo. Khaldun non prova alcun affetto per Said e Safiya, i suoi genitori naturali: è arruolato nell'esercito sionista e li accusa di essere solo dei codardi. Inoltre, ha un fratello, Khaled, che milita invece tra i Fedayyn e, un giorno, potrebbe ritrovarsi a combattere contro di lui.
E' un gioco di specchi, quello che si viene a creare nell'intreccio dei personaggi e delle loro vicende in questa pièce di Kanafani, uno dei più grandi esponenti della letteratura araba contemporanea, assassinato dai servizi segreti israeliani, insieme a una nipote, nel 1972.
L'autore ha sempre avvicinato l'attività artistica a quella politica e fu il primo a parlare di “letteratura della resistenza”. Con questo suo lavoro lo scrittore palestinese parla di due diaspore: quella palestinese e quella ebraica. Sì, perchè Miriam, la donna ebrea, e suo marito sono scampati ad Auschwitz e, durante la fuga, sono stati costretti ad abbandonare il loro unico figlio. Madri e padri, uomini e donne che hanno perso tutto, a causa della violenza e dell'ottusità di altri: hanno perso la propria terra, la propria casa, i propri cari e anche, in fondo, la propria identità. Ma è possibile il perdono? E' possibile riconoscersi gli uni negli altri?
E i figli della guerra, nati e cresciuti in un clima di sopraffazione e di odio, perpetuano gli errori...La quarta parete della scenografia scompare mentre la voce narrante recita: “ Che cos'è la patria? Sono queste due sedie rimaste per vent'anni in questa stanza, il tavolo, le rose di stoffa? Khaldun, le nostre illusioni sul suo conto, essere padre, essere figlio. Che cos'è la patria, me lo domando ancora...”.

venerdì 12 aprile 2013

La professoressa e l'alunna ebrea


Non bisogna generalizzare, l'Italia (forse) non è un Paese razzista, ma alcuni episodi seminano il dubbio e lasciano l'amaro in bocca.
Nei giorni scorsi è accaduto che una professoressa – insegnante di matematica presso il liceo romano “Caravillani – abbia ripreso una sua allieva perchè distratta, a causa di un mal di testa. Il malessere può anche essere una scusa della ragazza per giustificarsi, come spesso accade durante le ore di lezione, ma la frase con cui l'insegnante l'ha riportata all'ordine è stata davvero inquietante. La docente si è rivolta, infatti, all'alunna dicendo: “ Se fossi stata ad Auschwitz saresti stata attenta”, parole gravi soprattutto perchè rivolte ad una persona di religione ebraica.
I compagni della ragazzina prima sono rimasti stupefatti, poi hanno deciso di prenderne le difese e, alcuni di loro, hanno minacciato di disertare le lezioni.
La professoressa ha cercato di spiegare il suo comportamento affermando: “Non sono antisemita, ma nella scuola italiana non c'è più la disciplina di una volta. Ho detto quella frase per indicare un posto organizzato, dove regna l'ordine”.
E' intervenuta anche la Comunità ebraica di Roma che ha tentato di fare incontrare le parti, ma con scarsi risultati perchè i toni sono rimasti alti e la questione rischia di finire in tribunale. Il Presidente della Comunità, Riccardo Pacifici, facendo riferimento al comportamento tenuto dagli studenti, ha affermato che “ la cultura di questi ragazzi, che sconfigge l'indifferenza, credo che meriti di essere premiata, come accade ogni 27 gennaio al Quirinale. Come Comunità ebraica ci faremo promotori di segnalare questo splendido episodio di altruismo alla Presidenza della Repubblica”.
La docente ha, invece, deciso di mettersi in malattia, in attesa della pensione. Un modo poco edificante di terminare il proprio percorso professionale, ancor di più se si considera che si sta parlando dell'ambito culturale ed educativo.

domenica 24 febbraio 2013

Madre dignità di Moni Ovadia

E' da poco uscito in libreria il nuovo libro di Moni Ovadia, dal titolo Madre dignità, edito da Einaudi, Stile libero.
Moni Ovadia, artista, cantante e interprete, attore, regista e capocomico, nato da una famiglia ebraico-sefardita in Bulgaria (ma che parla un milanese impeccabile, come lui stesso ama ripetere), declina il valore della dignità in ogni sua sfumatura e, dice, che appartiene a tutti, anche al peggior delinquente, il quale deve essere privato della libertà, ma non della propria dignità.
Madre dignità parla degli ultimi della Terra, dei poveri, dei diseredati, di tutti coloro i quali sono fuori dal mercato e dai diritti, ma che hanno un unico bene prezioso: quel valore che il rispetto per se stessi. La dignità, secondo Ovadia, è al fondamento dei diritti delle persone, altrimenti sarebbero (e sono) in balìa della schiavitù, della sopraffazione e del nichilismo.
Passando dall'analisi dei testi sacri, dei conflitti etnici, delle parole dei poeti fino ad arrivare alle storie quotidiane, l'autore dimostra come la dignità sia un valore universale che prescinde dalle origini, dall'etnie, dalle condizioni culturali e sociali perchè le domande che tutta l'umanità deve porsi sono semplicemente tre: Io dov'ero? Io cosa ho fatto? Qual è la mia responsabilità? Così la dignità (forse) è ancora salva.

La dignità umana è inviolabile ed è un valore che non ha prezzo. Non può esistere dignità sociale o collettiva senza dignità individuale della persona, così come non può esistere dignità della persona senza dignità sociale. La cosiddetta rivoluzione liberale, nel grembo delle sue derive mercantili, ha generato il più efficace e terrificante dei totalitarismi, e cioè il totalitarismo del denaro e del profitto, responsabile dei due più vasti e perduranti crimini della storia: il colonialismo e l'imperialismo. La micidiale deriva ideologica del sedicente liberismo ha fatto carne di porco della dignità della persona, nel suo aspetto individuale come in quello sociale, e i suoi sacerdoti si ingegnano cinicamente a persistere, giorno dopo giorno, in quest'opera nefasta”, dalla quarta di copertina.