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lunedì 21 dicembre 2015

VI congreso "Nessuno tocchi Caino": il carcere è una pena di morte mascherata




Il sesto congresso di 'Nessuno tocchi Caino' svoltosi nel carcere di Opera, a Milano, si è concluso con l'approvazione di una mozione che impegna gli organi dirigenti a far propri e a rilanciare gli obiettivi sul miglioramento delle condizioni carcerarie di papa Francesco, che lo scorso anno ha definito l'ergastolo come una "pena di morte mascherata". Apertosi ieri con un messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il congresso 'Spes contra spem' ha visto la partecipazione di circa 400 persone. Tra loro c'erano oltre 200 detenuti, molti dei quali condannati all'ergastolo, alcuni arrivati a Opera da Padova e da Voghera per raccontare le loro storie.
La mozione, nel dettaglio, impegna anche "a promuovere ricorsi in sede internazionale, in particolare al Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite, alla Corte europea dei diritti dell'uomo e, in Italia, alla Corte Costituzionale, volti al superamento dei trattamenti crudeli e anacronistici come il regime di cui all'art. 41 bis. e il sistema dell'ergastolo ostativo che, per modalità specifiche e durata eccessiva di applicazione, provocano, come ampiamente dimostrato dalla letteratura scientifica - oltre che da numerosi casi concreti - danni irreversibili sulla salute fisica e mentale del detenuto, tale da configurare la fattispecie di punizioni umane e degradanti".
Infine, la mozione invita il Congresso a elaborare un primo rapporto di 'Nessuno tocchi Caino' sull'ergastolo nel mondo a partire dall'Europa. Tra i prossimi progetti anche quello di realizzare un docu-film, a cura di Ambrogio Crespi, dal titolo, 'Spes contra spem-Liberi tutti'.

La diretta del congresso del 2013, per voi:

 
 

lunedì 30 novembre 2015

I minori Rom in emergenza abitativa

 
Associazione 21 luglio: «Sono circa 17.000 i minori rom in emergenza abitativa in Italia. Verso di essi amnesia delle istituzioni»
Nel nostro Paese, circa 17 mila bambini e adolescenti rom continuano a vivere in condizioni di grave disagio abitativo, igienico e sanitario, vittime di discriminazione ed emarginazione.
Lo denuncia l’Associazione 21 luglio in occasione della Giornata Internazionale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, che si celebra domani per ricordare l’adozione, il 20 novembre 1989, della Convenzione Onu sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
La questione abitativa dei rom in Italia, che continua ad essere affrontata dalle istituzioni attraverso approcci discriminatori e basati su una visione emergenziale, è alla radice del profondo disagio che caratterizza il presente e il futuro dei bambini e adolescenti rom. Oggi, infatti, nel nostro Paese circa 11 mila minori rom vivono nei quasi 200 insediamenti formali, ovvero creati e gestiti dalle istituzioni, mentre più di 6.000 risiedono in insediamenti informali costituiti da tende e baracche. Un numero in costante aumento per effetto di politiche non lungimiranti e inefficaci, che tendono non a risolvere ma ad aggravare la problematica, reiterando le ormai consolidate dinamiche dell’esclusione sociale.
Una delle conseguenze più evidenti delle condizioni abitative in cui vivono i minori rom è quella legata alle “malattie della povertà” che si declina, nella vita del bambino o dell’adolescente, nelle cosiddette “patologie da ghetto”. La vita nel ghetto incide fortemente sull’aspettativa di vita dei minori rom, che risulta mediamente più bassa di circa 10 anni rispetto al resto della popolazione.
La condizione abitativa ha inoltre un impatto negativo sul percorso scolastico dei minori rom, caratterizzato dall’abbandono e da una frequenza discontinua. Chi vive nei cosiddetti “campi nomadi” avrà possibilità prossime allo 0 di accedere ad un percorso universitario, mentre quelle di poter frequentare le scuole superiori non supereranno l’1%. In 1 caso su 5, del resto, il minore rom abitante del “campo” non inizierà mai il percorso scolastico.
Ad incidere sul disagio dei bambini e degli adolescenti rom vi è infine la questione degli sgomberi forzati degli insediamenti informali, che hanno conseguenze drammatiche sulla vita dei minori e rendono ancora più vulnerabili le loro famiglie, spostandole da una parte all’altra della città.
Particolare preoccupazione suscita l’impennata di sgomberi forzati registratisi nella Capitale in seguito all’annuncio del Giubileo della Misericordia da parte di Papa Francesco: sistematiche violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale che l’Associazione 21 luglio ha voluto portare all’attenzione della pubblica opinione attraverso il lancio della campagna #PeccatoCapitale, una raccolta firme per chiedere alle autorità capitoline una moratoria sugli sgomberi forzati alla quale hanno già aderito 25 associazioni e personaggi noti come Roberto Saviano, Gad Lerner, Ascanio Celestini, Piotta, Sabina Guzzanti e Padre Alex Zanotelli.
Malgrado lo sgombero forzato di un insediamento, così come l’allontanamento di un minore rom dalla famiglia naturale, venga giustificato dal “superiore interesse del minore”, spesso si rileva dietro queste azioni un carattere di sproporzionalità che porta a compromettere, talvolta in maniera irrimediabile, una condizione familiare e sociale già difficile dalla nascita.
«Nonostante il drammatico quadro – afferma l’Associazione 21 luglio – le amministrazioni locali e nazionali sembrano muoversi in una direzione contraria alla risoluzione della problematica del disagio dei bambini e degli adolescenti rom in Italia. Anche nella Giornata che verrà celebrata domani, sembra essere l’amnesia la vera protagonista delle politiche che si continuano a mettere in atto. Costruzione di nuovi “campi”, azioni di sgombero, politiche scolastiche differenziate, discorsi d’odio e di discriminazione: questo è il leitmotiv che anche oggi condiziona il futuro dei minori rom. Bambini e giovani che rappresentano la cartina di tornasole della civiltà e del livello di democrazia del nostro Paese che predilige nascondere le problematiche sotto il tappeto ed affrontare all’insegna dell’emergenza una questione che meriterebbe riflessione e programmazione nel lungo periodo».
 
Per approfondire:

domenica 15 novembre 2015

Il Presidente delle comunità arabe in Italia commenta i fatti di Parigi





Foad Aodi ha rilasciato, per i nostri lettori, un commento sui fatti di Parigi. Ringraziamo molto Foad Aodi per la sua disponibilità.



A nome di Co-Mai (Amsi e Uniti per Unire) esprimiamo solidarietà ai francesi - come abbiamo fatto, purtroppo, in occasione anche dello scorso attentato, davanti all'Ambasciata - e con la solidarietà esprimiamo anche la nostra condanna di ogni forma di violenza e di terrorismo.

Vogliamo ribadire che l'Islam non c'entra con questi movimenti estremisti; come musulmani non abbiamo mai visto una violenza come questa, una violenza cieca contro Paesi civili e democratici.

L'Isis ha l'obiettivo di prendere il primato del Consorzio del terrore, combattendo due guerre: una interna – nei confronti di altri movimenti estremisti nei vari Paesi – e utilizzando anche il franchising del terrorismo formato da tanti lupi solitari che seguono la propaganda, senza nemmeno sapere bene cosa vogliono (e questo è il pericolo maggiore).

Concordo con Papa Francesco che si tratti di una terza guerra mondiale e credo che si debba agire in fretta su due binari: da una parte le comunità del mondo arabo, le comunità musulmane, ebree e cristiane devono unirsi per promuovere il dialogo interreligioso e, dall'altra, sono importanti anche le azioni diplomatiche e delle forze politiche che devono agire subito per fermare l'avanzamento dell'Isis, anche perchè tutti noi non sappiamo ancora rispondere a tre domande: Com'è nato? Chi lo sponsorizza? Dove vuole arrivare?

sabato 7 novembre 2015

Sgomberi ROM: Roma e Milano



Papa Francesco abbraccia i rom, Roma li sgombera

Lo scorso 26 ottobre Papa Francesco ha ricevuto in udienza 5.000 rom provenienti da almeno venti nazioni del mondo. Nel frattempo, tuttavia, le autorità di Roma Capitale proseguono senza sosta, in vista del Giubileo, le azioni di sgombero forzato delle comunità rom per “ripulire” la città dai cosiddetti insediamenti informali.

«I vostri problemi e le vostre inquietudini interpellano non soltanto la Chiesa ma anche le autorità locali – ha detto il Pontefice rivolgendosi ai rom ricevuti nella sala Nervi -. Ho potuto vedere le condizioni precarie in cui vivono molti di voi e ciò contrasta col diritto di ogni persona ad una vita dignitosa». Papa Francesco ha quindi parlato della necessità dell’«integrazione» dei rom e ha ribadito che «nessuno è autorizzato a calpestare la dignità e i diritti». Dignità e diritti che tuttavia – denuncia l’Associazione 21 luglio – si continuano a calpestare nella Capitale con la pratica sistematica degli sgomberi forzati, che hanno come unica conseguenza quelle di rendere ancora più vulnerabili uomini, donne e bambini, relegandoli ai margini della società. L’Associazione 21 luglio esprime forte preoccupazione soprattutto per il netto incremento degli sgomberi forzati realizzati dalle autorità capitoline in seguito all’annuncio del Giubileo della Misericordia da parte di Papa Bergoglio, avvenuto il 13 marzo scorso.

Da allora, gli sgomberi forzati a Roma sono triplicati, passando da una media di 2,8 sgomberi al mese nei tre mesi precedenti l’annuncio a una media mensile di 10 sgomberi forzati dal 13 marzo 2015 a oggi. Dal 13 marzo, infatti, sono stati realizzati 70 sgomberi forzati che hanno coinvolto circa 1.150 persone per una spesa stimata di 1,5 milioni di euro.

«Gli sgomberi forzati violano il diritto internazionale, perché non rispettano le garanzie procedurali in materia di sgomberi previste dal Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite. Ma soprattutto queste azioni calpestano i diritti umani di uomini, donne e bambini, che continuano ad essere spostati da una parte all’altra della città e privati di un tetto, seppur precario, sopra la testa», afferma l’Associazione 21 luglio, che ha lanciato la campagna internazionale
#PeccatoCapitale per chiedere una moratoria sugli sgomberi forzati a Roma durante il periodo giubilare.

«Auspichiamo che le parole di oggi di Papa Francesco rappresentino uno stimolo decisivo per le autorità di Roma Capitale al fine di voltare una volta per tutte la pagina delle politiche dell’esclusione e della discriminazione nei confronti dei rom, che oggi continuano a trovare compimento nella ghettizzazione di tali comunità nei cosiddetti “villaggi attrezzati” e nell’attuazione sistematica di sgomberi forzati», conclude l’Associazione.

Con l’appello
#PeccatoCapitale, che ha già raccolto 1.200 firme, l’Associazione 21 luglio chiede alle autorità capitoline di fermare le azioni di sgombero – inutili, inefficaci, dispendiose e lesive dei diritti umani – nel periodo del Giubileo della Misericordia e di avviare con urgenza un tavolo di concertazione per individuare alternative possibili agli sgomberi.

Hanno finora aderito all’appello Roberto Saviano, Gad Lerner, Ascanio Celestini, Sabina Guzzanti, Piotta, Assalti Frontali, Paul Polansky e Padre Alex Zanotelli. Oltre a loro, 25 organizzazioni della società civile.

«Io non voglio un Giubileo del business. Ma un Giubileo che metta al primo posto i ‎rom, che oggi sono maltrattati e emarginati. Dobbiamo fare arrivare questo nostro appello anche a Papa Francesco per mettere fine a questi sgomberi forzati!», è il messaggio del missionario comboniano Padre Alex Zanotelli.
#PECCATOCAPITALE: il video
L'appello di Padre Zanotelli

 
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MILANO
 
CONSIGLIO COMUNALE DEL 5 NOVEMBRE 2015

INTERVENTO AI SENSI DELL’ART.21 DELLA CONSIGLIERA ANITA SONEGO
CAPOGRUPPO SINISTRA PER PISAPIA – FEDERAZIONE DELLA SINISTRA

PROBLEMA DELLA CASA E VIA IDRO


Signor Presidente, oggi davanti a Palazzo Marino ci sono due gruppi di manifestanti: il Sicet e i Rom di via Idro.
Entrambi, pur nella loro diversità, vogliono porre all’attenzione dell’amministrazione comunale il problema della casa.
Il Sicet ricorda come ci siano in città 14.000 sfratti pendenti, la maggior parte dei quali per morosità, mentre la lista d’attesa per l’assegnazione di una casa popolare comprende 24.000 famiglie.
L’altro gruppo di manifestanti contesta la decisione della nostra amministrazione di chiudere il campo rom di via Idro.
Quest’anno, come presidente della Commissione Pari Opportunità, ho partecipato a
tre incontri sulla situazione Rom e Sinti a Milano.
Il primo, promosso dal NAGA l’11 marzo, presentava i dati di un’indagine sull’applicazione delle “Linee giuda Rom, Sinti e Caminanti” adottate dal Comune di Milano nel 2012 (il tutto è visibile in internet). In sintesi, il NAGA sottolinea e critica la politica degli sgomberi (dal gennaio a settembre 2014 -dati forniti dal comune- ci sono stati 191 sgomberi -5 per settimana-) e l’utilizzo dei 5 milioni e 691.000 euro del “Piano Maroni” essenzialmente per contrastare le irregolarità, degrado e illegalità soprattutto degli insediamenti spontanei, piuttosto
che promuovere l’inclusione delle popolazioni Rom-Sinti-Caminanti. Gran parte delle risorse economiche sono state investite per misure emergenziali e temporanee
come i CES –centri di emergenza sociale- (in pratica cointeners o stanzoni in cui vivono 20-30 persone) piuttosto che per il lavoro, l’integrazione scolastica o l’autocostruzione.
Il secondo incontro è stato promosso dalle ACLI il 13 ottobre e ha avuto come tema “La situazione giuridica dei Rom”. In quell’occasione la Caritas Ambrosiana ha presentato una ricerca sui Rom dell’area milanese confermando quanto rilevato dal NAGA.
Il 24 ottobre, infine, alla Casa dei Diritti si sono incontrate varie associazioni per raccontare la “situazione di Rom e Sinti a Milano”.
Si è parlato, in quell’occasione, della imminenza della data del 3 novembre per gli abitanti del campo di via Idro.
Da ieri, infatti, quel campo può essere sgomberato. Il 30 ottobre, 5 famiglie di Rom che vivono lì dal 1989, assieme al NAGA e con il supporto dell’Opera Nomadi e dell’associazione Amici di via Idro, hanno presentato un ricorso al TAR contro la delibera di giunta del 17 agosto scorso che prevede lo smantellamento del campo.
I 19 ricorrenti, sono tutti cittadini italiani, residenti a Milano, a cui è stato offerto, in luogo delle casette e piazzole in cui vivono, di essere alloggiati presso i Centri di Autonomia Abitativa (in questo caso il Ceas di Parco Lambro). In una specie di containers e per un periodo temporaneo. Tutto ciò in evidente contrasto con le linee guida che prevedevano l’assegnazione di case popolari o aiuti per l’autocostruzione.
Nel ricorso si cita l’art.8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo che parla di “diritto al rispetto della vita privata e familiare”. I Ces e i Centri di Autonomia Abitativa restano strumenti all’interno di una logica “assistenziale”. Non si tratta di fornire assistenza, ma di attuare una politica volta all’indipendenza e alla dignità delle persone.
I cittadini italiani di via Idro non chiedono di rimanere per forza in quel luogo ma che sia offerta loro un’alternativa che non rappresenti un peggioramento della situazione in cui vivono.
La politica del superamento dei campi aveva al suo fondo un’idea di abitazioni più dignitose ed umane ma se non si offrono alternative condivise con gli interessati, si creano davvero quei “Nomadi per forza” di cui parla il NAGA.
Se persino l’assessore Granelli, in una intervista a Radio Popolare ammette che
non sono delle vere e proprie case quelle che vengono proposte temporaneamente,
perché chi abita in una situazione decente dovrebbe andarsene?
Ultima domanda: perché da molto tempo è solo l’assessorato alla sicurezza che si
occupa di ROM? A me sembra indicare una scelta politica piuttosto strana (diciamo così) per una amministrazione di centrosinistra.

sabato 31 ottobre 2015

Terrore albino


di Veronica Tedeschi
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 

Tre uomini con indosso il balaclava entrarono nella mia casa e mi attaccarono con un macete. Ho cercato di reagire ma fui sopraffatto. Mi misero una stoffa intorno al capo e un’altra in bocca per non farmi urlare. Scapparono via con un pezzo di carne preso dalla mia testa.”

Queste sono le parole pronunciate da Mohammed Said, ragazzo albino di 35 anni che vive in Tanzania, nella città di Mkuranga. L’evento in questione è avvenuto lo scorso 21 ottobre.

L’incubo vissuto da Mohammed è il tormento di un tanzaniano su venti.


L’albinismo è una malattia ereditaria consistente nella depigmentazione parziale o totale della pelle che comporta conseguenze alla vista e alla pelle stessa.


In alcuni paesi africani (Guinea, Tanzania, Costa D'Avorio, Burundi) l’incidenza di questa malattia è molto alta nella popolazione e gli albini in questione diventano oggetto di discriminazione e violenza.

L’ignoranza velata della popolazione africana ha portato alla creazione di credenze e superstizioni intorno alle persone albine che sono diventate oggetto di racket e scambi di denaro; le atrocità subite dalla persone affette da albinismo sono enormi. Attaccati in casa o per le strade, vengono mutilati e talvolta uccisi, perché il loro sangue e le parti del corpo sono usati per creare amuleti e talismani capaci, secondo alcuni, di portare fortuna negli affari e negli affetti.

A sostegno e difesa di queste persone Peter Ash ha fondato in Tanzania una Ong a supporto degli albini, con lo scopo di educare le persone locali organizzando corsi e incontri per avvicinare i diffidenti alla malattia. Under the same sun offre protezione e supporto e intercede con governi e istituzioni per la difesa delle persone affette da albinismo. 
 
 


Il problema principale di queste discriminazioni sta nel fatto che i veri protagonisti di questo racket sono gli stessi politici che dovrebbero ostacolarlo e questo è dimostrato dal fatto che le violenze aumentano nei cicli elettorali : "I governi - riferisce Ash - inizialmente hanno fatto finta di niente, poi, dopo sei anni di battaglie, hanno strappato qualche promessa rimasta ancora inattuata. In Guinea, Tanzania, Costa D'Avorio, Burundi e Suriname la percentuale degli attacchi aumenta in concomitanza alle elezioni politiche, tanto che in questo periodo le persone affette d'albinismo restano segregate in casa più del solito per evitare gli attacchi degli stregoni. Un altro problema è che questa credenza è davvero molto radicata. In alcuni villaggi, per esempio, si crede che gli albini non muoiano, ma spariscano, si dissolvano nel nulla.”

In questi ultimi anni, però, sono stati fatti due passi avanti molto importanti: è stata annunciata la giornata mondiale degli albini il 13 giugno, giorno in cui nello scorso 2013 è stata adottata all’unanimità la prima risoluzione che includeva sanzioni severe per gli stregoni e chiedeva ai paesi membri dell’Onu di proteggere i diritti umani degli albini. Anche Papa Francesco ha mostrato la sua vicinanza a questo problema abbracciando, per la prima volta nella storia della chiesa, un bambino affetto da albinismo.

“I have a dream that one day people with albinism will take their rightful place throughout every level of society, and that the days of discrimination against persons with albinism will be a faint memory - EVERYWHERE!” - Peter Ash, Founder & CEO Under the same sun.

 
 

giovedì 8 ottobre 2015

La pena di morte è disumana




In occasione delle ultime esecuzioni negli Stati Uniti (la prima donna in 70 anni è stata condannata alla sedia elettrica in Georgia e la pena eseguita nei giorni scorsi), ripubblichiamo un intervento del Pontefice - sui temi delle carceri e della pena di morte - ma ancora molto attuale.


(dal sito de L'Osservatorio Romano)

Francesco: abolire pena di morte, no a carcere disumano

Udienza di Papa Francesco nella Sala dei Papi - L'Osservatore Romano
23/10/2014

Cristiani e uomini di buona volontà “sono chiamati oggi o a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte”, in “tutte le sue forme”, ma per il miglioramento delle “condizioni carcerarie”. È uno dei passaggi centrali del discorso tenuto da Papa Francesco in Vaticano a un gruppo di giuristi dell’Associazione penale internazionale. La voce del Papa si è levata anche contro il fenomeno della tratta delle persone e della corruzione. Ogni applicazione della pena, ha affermato, deve essere fatta con gradualità, sempre ispirata dal rispetto della dignità umana. Il servizio di Alessandro De Carolis:

L’ergastolo è una “pena di morte coperta”, per questo l’ho fatta cancellare dal Codice Penale Vaticano. L’affermazione a braccio di Papa Francesco si incastona in una intensa, particolareggiata disamina di come gli Stati tendano oggi a far rispettare la giustizia e a comminare le pene. Il Papa parla con la consueta schiettezza e non risparmia critiche a tempi come i nostri in cui, afferma, politica e media incitano spesso “alla violenza e alla vendetta pubblica e privata”, sempre alla ricerca di un capro espiatorio. Il passaggio sulla pena di morte è molto sentito. Papa Francesco ricorda che “San Giovanni Paolo II ha condannato la pena di morte”, come pure il Catechismo, non solo punta il dito contro il ricorso alla pena capitale, ma smaschera in un certo senso anche quello alle “cosiddette esecuzioni extragiudiziali o extralegali”, che lui chiama “omicidi deliberati”, commessi da pubblici ufficiali dietro il paravento dello Stato:

“Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi o a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, anche, io lo collego con l’ergastolo. In Vaticano, poco tempo fa, nel Codice penale del Vaticano, non c’è più, l’ergastolo. L’ergastolo è una pena di morte coperta”.

Lo sguardo e la pietà di Papa Francesco sono evidenti in tutta la sua esplorazione sia delle forme di criminalità che attentano alla dignità umana, sia del sistema punitivo legale che talvolta – dice senza giri di parole – nella sua applicazione legale non è, perché quella dignità non rispetta. “Negli ultimi decenni – rileva all’inizio il Papa – si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina”. Questo ha fatto sì che il sistema penale abbia varcato i suoi confini – quelli sanzionatori - per estendersi sul “terreno delle libertà e dei diritti delle persone”, ma senza un’efficacia realmente riscontrabile:

“C’è il rischio di non conservare neppure la proporzionalità delle pene, che storicamente riflette la scala di valori tutelati dallo Stato. Si è affievolita la concezione del diritto penale come ultima ratio, come ultimo ricorso alla sanzione, limitato ai fatti più gravi contro gli interessi individuali e collettivi più degni di protezione. Si è anche affievolito il dibattito sulla sostituzione del carcere con altre sanzioni penali alternative”.
 
Papa Francesco definisce ad esempio il ricorso alla carcerazione preventiva una “forma contemporanea di pena illecita occulta”, celata dietro “una patina di legalità”, nel momento in cui procura a un detenuto non condannato un’“anticipo di pena” in forma abusiva. Da ciò – osserva – deriva sia il rischio di moltiplicare la quantità dei “reclusi senza giudizio”, cioè “condannati senza che si rispettino le regole del processo” – e in alcuni Paesi sono il 50% del totale – sia, a cascata, il dramma della vivibilità delle carceri:

“Le deplorevoli condizioni detentive che si verificano in diverse parti del pianeta, costituiscono spesso un autentico tratto inumano e degradante, molte volte prodotto delle deficienze del sistema penale, altre volte della carenza di infrastrutture e di pianificazione, mentre in non pochi casi non sono altro che il risultato dell’esercizio arbitrario e spietato del potere sulle persone private della libertà”.
 
Ma Papa Francesco va oltre quando, parlando di “misure e pene crudeli, inumane e degradanti”, paragona a una “forma di tortura” la detenzione praticata nelle carceri di massima sicurezza. L’isolamento di questi luoghi, ricorda, causa sofferenze  “psichiche e fisiche” che finiscono per incrementare “sensibilmente la tendenza al suicidio”. Ormai, è la desolante constatazione del Papa, le torture non sono somministrate solamente come mezzo per ottenere “la confessione o la delazione”…

“…ma costituiscono un autentico plus di dolore che si aggiunge ai mali propri della detenzione. In questo modo, si tortura non solo in centri clandestini di detenzione o in moderni campi di concentramento, ma anche in carceri, istituti per minori, ospedali psichiatrici, commissariati e altri centri e istituzioni di detenzione e pena”.

E dalla durezza del carcere, insiste il Papa, devono essere risparmiati anzitutto i bambini, ma anche – se non del tutto almeno in modo limitato –anziani, ammalati, donne incinte, disabili, compresi “madri e padri che – sottolinea – siano gli unici responsabili di minori o di disabili”. Papa Francesco si sofferma con alcune considerazioni su un fenomeno da lui sempre combattuto. La tratta delle persone, sostiene, è figlia di quella “povertà assoluta” che intrappola “un miliardo di persone” e ne vede almeno 45 milioni costrette alla fuga a causa dei conflitti in corso. Quindi, osserva con durezza:
 
“Dal momento che non è possibile commettere un delitto tanto complesso come la tratta delle persone senza la complicità, con azione od omissione, degli Stati, è evidente che, quando gli sforzi per prevenire e combattere questo fenomeno non sono sufficienti, siamo di nuovo davanti ad un crimine contro l’umanità. Più ancora, se accade che chi è preposto a proteggere le persone e garantire la loro libertà, invece si rende complice di coloro che praticano il commercio di esseri umani, allora, in tali casi, gli Stati sono responsabili davanti ai loro cittadini e di fronte alla comunità internazionale”.
 
Il capitolo sulla corruzione è ampio e analizzato con grande scrupolo. Il corrotto, secondo Papa Francesco, è una persona che attraverso le “scorciatoie dell’opportunismo”, arriva a credersi “un vincitore” che insulta e se può perseguita chi lo contraddice con totale “sfacciataggine”. “La corruzione – afferma il Papa – è un male più grande del peccato” che “più che perdonato”, “deve essere curato”:

"La sanzione penale è selettiva. È come una rete che cattura solo i pesci piccoli, mentre lascia i grandi liberi nel mare. Le forme di corruzione che bisogna perseguire con [la] maggior severità sono quelle che causano gravi danni sociali, sia in materia economica e sociale – come per esempio gravi frodi contro la pubblica amministrazione o l’esercizio sleale dell’amministrazione – come in qualsiasi sorta di ostacolo frapposto al funzionamento della giustizia con l’intenzione di procurare l’impunità per le proprie malefatte o [per] quelle di terzi”.

Al tirare delle somme, Papa Francesco esorta i penalisti ad usare il criterio della “cautela” nell’applicazione della pena”. Questo, asserisce, “dev’essere il principio che regge i sistemi penali”:

“Il rispetto della dignità umana non solo deve operare come limite all’arbitrarietà e agli eccessi degli agenti dello Stato, ma come criterio di orientamento per il perseguimento e la repressione di quelle condotte che rappresentano i più gravi attacchi alla dignità e integrità della persona umana”.






mercoledì 22 aprile 2015

Armenia: tra le polemiche, noi parliamo di cultura



Da quando Papa Francesco, in occasione della Santa Messa, ha ricordato la Storia del XX secolo, affermando che per il popolo armeno si deve parlare di genocidio, si sono scatenate le polemiche e la diplomazia. Durante la celebrazione il Pontefice ha detto: “ Anche oggi avvengono genocidi come quello contro gli armeni...La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come 'il primo genocidio del XX secolo; essa ha colpito il vostro popolo armeno, prima nazione cristiana, insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci” e , a questa dichiarazione, si è poi aggiunta la voce del portavoce della sala stampa vaticana, Padre Lombardi, che ha voluto sottolineare che Papa Francesco: “ha fatto riferimento alla dichiarazione comune di Giovanni Paolo II e Karekin, cioè ha usato il termine genocidio mettendosi in continuità con un uso già compiuto di quella parola, ha sottolinenato la contestualizzazione storica, ricordando che era uno di tante altre cose orribili successe nel secolo scorso e che stanno succedendo ancora”.

Importante ricordare che, proprio in questi giorni, il Parlamento europeo abbia approvato una risoluzione che riconosce il genocidio degli armeni e che sia stata istituita una giornata europea del suo ricordo.

Il Presidente turco, Yayyp Recep Erdogan, risponde a tutto questo ignorando la risoluzione europea e affermando che dietro ad essa ci siano “fanatismo culturale e religioso”, nonostante la Turchia sia, dal 2005, in negoziato per l'adesione all'Unione europea.



Ma noi preferiamo parlarvi della ricca e profonda cultura armena e lo facciamo segnalandovi le fiabe di Hovhannes Tumanian.



 



Tumanian nasce alla fine dell'800 nella famiglia di un sacerdote; tutta la sua opera è legata al folklore armeno dal quale ha attinto temi e personaggi che si possono paragonare a quelli delle favole e delle fiabe europee (Nazar ricorda Don Chichotte, Il re macina assomiglia a Il gatto con gli stivali). Ma la produzione letteraria di Tumanian è molto vasta: ha scritto saggi, poesie, racconti, ballate. E' stato impegnato sempre nel sociale e il suo è stato un apporto fondamentale nell'aiuto ai sopravvissuti al genocidio.

La raccolta italiana (con testo a fronte) delle sue fiabe si intitola “Nazar il prode”, dal titolo della fiaba più famosa, ed è a cura della Sinnos editrice per la collana Zefiro. I personaggi , come sempre avviene nelle fiabe, ricalcano valori e tipi umani: il ricco e il povero, l'umile e il potente, il coraggio e la viltà, la saggezza e l'ingenuità. Le storie, le avventure e le esperienze riportano ad una cultura antica e genuina. I testi sono arricchiti dalle coloratissime illustrazioni degli alunni del Centro di Educazione Artistica della città di Erevan, capitale dell'Armenia.

La cultura (l'arte, la letteratura, la musica) è parte integrante dell'identità armena, identità che si basa principalmente sulla religione e sull'alfabeto. Ecco l'importanza dei riferimenti continui alla fede cristiana e alla lingua, scritta e parlata. In appendice al testo è possibile trovare alcune informazioni interessanti sulla cultura e sulle tradizioni di questo piccolo-grande Paese.

mercoledì 28 gennaio 2015

La nazione cattolica. Chiesa e dittatura nell'Argentina di Bergoglio


 
 
 

La nazione cattolica. Chiesa e dittatura nell'Argentina di Bergoglio di Loris Zanatta, edito da Laterza, indaga l’intreccio di storia politica e religiosa in Argentina, dagli anni Sessanta fino all’ultima dittatura militare, e scopre che all’origine della sua storia è il mito di una nazione cattolica: cattolica si proclamava la dittatura del 1966, cattolica e cresciuta nelle parrocchie era la guerriglia, cattolico il peronismo tornato al potere nel 1973, cattoliche le sue fazioni in guerra tra loro, fino al regime cattolico che pretesero di incarnare i militari giunti al potere nel 1976. Solo allora, dinanzi alla tragedia, una parte crescente della Chiesa e degli argentini iniziò a scoprire le virtù della laicità, della democrazia politica e dello Stato di diritto.







Abbiamo rivolto alcune domande al Prof. Loris Zanatta e lo ringraziamo per il tempo che ci ha dedicato.






Quali sono le radici - culturali e politiche – in cui affonda quel Male che ha portato alla dittatura e alla violenza atroce nei confronti degli oppositori al regime?



Quando una comunità politica, come quella argentina negli anni ’60 e ’70 del XX secolo, precipita in una spirale di violenza politica simile a una guerra civile, è lecito ipotizzare che qualcosa, nella edificazione di quella comunità, non abbia funzionato. Naturalmente la diagnosi di cosa non abbia funzionato suole variare a seconda di chi la enuncia. Taluni metteranno l’accento sui deficit di sviluppo economico, altri sulla fragilità delle istituzioni politiche, altri ancora sugli eccessivi scarti tra un ceto sociale e l’altro, altri ancora andranno alla ricerca di cause esogene. E’ probabile che tutte tali prospettive contengano una parte della spiegazione, che non può mai essere univoca. La mia ricerca interpreta la caduta sul piano inclinato della violenza politica dell’Argentina di quegli anni alla luce del rapporto che nella sua storia si è determinato tra sfera politica e sfera religiosa. E’ lì, a mio giudizio, che risiede il nucleo più profondo dell’intolleranza ideologica esibita allora dai più potenti attori politici argentini: le Forze Armate, le cui atrocità sono ben note, e le varie anime del movimento peronista, anch’esse animate dal demone della violenza politica, di cui è rimasta però scarsa memoria.





Il suo libro riflette, in particolare, sul legame tra Stato e Chiesa, tra politica e clero...



Proprio così. Detto in estrema sintesi, quel che è accaduto in Argentina è che la sfera politica ha stentato a conquistare autonomia dalla sfera religiosa, la quale ha così continuato a proiettatore la sua tipica logica manichea su di essa al punto di trasformare i fisiologici conflitti politici di una società pluralista in vere e proprie guerre di religione. Se ciò è avvenuto in Argentina più che altrove si deve essenzialmente a due ragioni storiche. La prima è di tipo tradizionale: come colonia ispanica, l’Argentina condivide con gli altri paesi latinoamericani un lungo passato in cui unità politica e unità religiosa si sono sovrapposte. Ciò implica una maggiore difficoltà nel delicato passaggio dall’unanimismo religioso del passato al pluralismo politico della modernità. Ma a ciò si aggiunge in Argentina un secondo, esplosivo e peculiare elemento: nessun paese al mondo è stato altrettanto rivoluzionato dai flussi immigratori quanto lo fu l’Argentina a cavallo tra Otto e Novecento. L’alluvione immigratoria, com’è stata spesso chiamata, generò un viscerale problema identitario, perlopiù risolto individuando nella religione cattolica il fondamento ultimo dell’unità e dell’identità argentine. Proprio mentre il paese transitava verso una maggiore modernità economica e una rapida diversificazione politica e ideologica, dunque, l’ossessione identitaria imposta dall’immigrazione indusse il grosso della sua popolazione a cercare riparo in una rinnovata forma di unanimismo: il mito della nazione cattolica. Il trionfo peronista negli anni ’40, ossia di un movimento popolare e maggioritario nel paese che riteneva proprio di incarnare quell’unanimità, sancì il trionfo di quel mito, ma anche la tomba della democrazia rappresentativa di tipo liberale. La successiva egemonia che peronisti da un lato e militari dall’altro si disputarono da allora in poi verteva proprio su chi meglio incarnasse quel mito; su chi cioè fosse il migliore e più fedele custode della cattolicità argentina.




Nella situazione di allora, che spazio aveva lo Stato di diritto?



Lo Stato di diritto fu la grande vittima della storia politica e religiosa argentina. Laddove s’impone un principio di unanimità qual era quello postulato dal mito della nazione cattolica, il principio di pluralità e di tutela dei diritti individuali e delle minoranze che lo Stato di diritto è chiamato a garantire svanisce. Difatti, tutti i principali attori del dramma argentino – militari e guerriglieri, sindacalisti e movimenti studenteschi – non si batterono in nome dello Stato di diritto e della Costituzione, ma di ideali che ritenevano li trascendessero: Patria o Socialismo, Nazione o Rivoluzione. Al cospetto di simili ideali di redenzione, l’individuo e i suoi diritti apparvero loro sacrificabili, così come la divisione tra poteri tipica del costituzionalismo liberale figurava agli occhi di tutti loro d’intralcio alla piena affermazione della volontà del Popolo, in nome di cui affermavano di combattere; Popolo inteso come una comunità unanime. Tra tanti assoluti ideologici, ogni forma di limite legale e istituzionale rimase schiacciato, almeno fino a quando la spirale della morte non raggiunse livelli tali da fare rinsavire una crescente parte della società argentina, che agli inizi degli anni ’80 iniziò a sottolineare l’importanza in sé, senza aggettivi né corollari ideologici, dello Stato di diritto e della democrazia politica.




E qual è oggi la situazione, a distanza di quasi quarant'anni, in termini di giustizia, legalità e diritti, considerando anche le crisi economiche che hanno spezzato il Paese?



Nonostante i passi in avanti compiuti dall’Argentina dal ritorno alla democrazia nel 1983 ad oggi, non si può dire che lo Stato di diritto vi goda di buona salute né che il retaggio unanimista un tempo associato al mito della nazione cattolica sia del tutto svanito. A tale proposito, e al di là dei vari fattori che rendono spesso precaria o carente la vigenza dello Stato di diritto – pressioni del potere esecutivo su quello giudiziario, estese aree di marginalità, attacchi alla libertà di stampa, corruzione e narcotraffico - s’è verificato in Argentina un fenomeno piuttosto peculiare e poco noto all’opinione pubblica internazionale. Si tratta, per dirla in breve, della trasformazione del sacrosanto tema dei diritti umani, per loro natura universali, in monopolio di una parte politica. L’ala kirchnerista del peronismo suole usarlo come un randello ideologico per imporre in modo unilaterale la sua interpretazione del passato e delegittimare le opposizioni, al punto di avere trasformato i più fedeli movimenti per i diritti umani, da espressione della società civile quali erano un tempo in apparati ideologici dello Stato. Detto altrimenti: il governo di Cristina Kirchner ha trasformato i diritti umani in una nuova bandiera unanimista, riproducendo i vizi che già in passato avevano minato lo Stato di diritto in Argentina.

giovedì 15 gennaio 2015

Papa Francesco: il terrorismo e i mali dell'umanità



Il terrorismo fondamentalista rifiuta Dio stesso, e di fronte ai risvolti agghiaccianti per il dilagare del terrorismo auspico che i leader religiosi, politici e intellettuali specialmente musulmani, condannino qualsiasi interpretazione fondamentalista ed estremista della religione che giustifica la violenza”: queste le parole di papa Francesco a seguito degli attentati a Parigi e nel tradizionale incontro d'inizio anno con la stampa.
Francesco parla di una vera e propria guerra mondiale combattuta a pezzi che accade in varie zone del pianeta, a partire dalla vicina Ucraina, divenuta drammatico teatro di scontro e per la quale auspico che, attraverso il dialogo, si consolidino gli sforzi in atto per fare cessare le ostilità, e le parti coinvolte intraprendano quanto prima, in un rinnovato spirito di rispetto della legalità internazionale, un sincero cammino di fiducia reciproca e di riconciliazione fraterna.
Il pontefice si è soffermato anche sul Medio Oriente,auspicandosi che cessino le violenze e che si arrivi a una soluzione che permetta tanto al popolo palestinese che a quello israeliano di vivere finalmente in pace, entro confini chiaramente stabiliti e riconosciuti internazionalmente, così che “la soluzione di due Stati” diventi effettiva. Quindi ricorda gli altri conflitti nella regione, i cui risvolti sono agghiaccianti anche per il dilagare del terrorismo di matrice fondamentalista in Siria ed in Iraq. Tale fenomeno è conseguenza della cultura dello scarto applicata a Dio. Il fondamentalismo religioso, infatti, prima ancora di scartare gli esseri umani perpetrando orrendi massacri, rifiuta Dio stesso, relegandolo a un mero pretesto ideologico.
Di fronte a tale ingiusta aggressione, che colpisce anche i cristiani e altri gruppi etnici e religiosi della Regione, occorre una risposta unanime che, nel quadro del diritto internazionale, fermi il dilagare delle violenze, ristabilisca la concordia e risani le profonde ferite che il succedersi dei conflitti ha provocato. In questa sede faccio perciò appello all’intera comunità internazionale, così come ai singoli Governi interessati, perché assumano iniziative concrete per la pace e in difesa di quanti soffrono le conseguenze della guerra e della persecuzione e sono costretti a lasciare le proprie case e la loro patria. Un Medio Oriente senza cristiani sarebbe un Medio Oriente sfigurato e mutilato...Nel sollecitare la comunità internazionale a non essere indifferente davanti a tale situazione, auspico che i leader religiosi, politici e intellettuali specialmente musulmani, condannino qualsiasi interpretazione fondamentalista ed estremista della religione, volta a giustificare tali atti di violenza.
Francesco non dimentica la Nigeria, dove non cessano le violenze che colpiscono indiscriminatamente la popolazione, ed è in continua crescita il tragico fenomeno dei sequestri di persone, spesso di giovani ragazze rapite per essere fatte oggetto di mercimonio, un esecrabile commercio che non può continuare.
Il Papa si occupa anche dei conflitti civili che interessano altre parti dell’Africa, a partire dalla Libia, lacerata da una lunga guerra intestina che causa indicibili sofferenze tra la popolazione e ha gravi ripercussioni sui delicati equilibri della Regione. Cita «la drammatica situazione nella Repubblica Centroafricana e quella del Sud Sudan e in alcune regioni del Sudan, del Corno d’Africa e della Repubblica Democratica del Congo, dove non cessa di crescere il numero di vittime tra la popolazione civile e migliaia di persone e chiede l'impegno dei singoli governi e della comunità internazionale.
Un paragrafo importante del suo discorso è dedicato ai profughi e rifugiati: “Quante persone perdono la vita in viaggi disumani, sottoposte alle angherie di veri e propri aguzzini avidi di denaro?...Molti migranti, soprattutto nelle Americhe, sono bambini soli, più facile preda dei pericoli, necessitando di maggiore cura, attenzione e protezione”. Sono 180 gli Stati che attualmente intrattengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Ad essi vanno aggiunti l’Unione Europea, l'Ordine di Malta e una Missione a carattere speciale, quella dello Stato di Palestina. Le cancellerie di ambasciata con sede a Roma, incluse quelle dell’Unione Europea e dell'Ordine di Malta, sono 83. Hanno sede a Roma anche la Missione dello Stato di Palestina e gli Uffici della Lega degli Stati Arabi, dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.


Nel corso del 2014 si sono firmati tre accordi: il 13 gennaio, l’Accordo-quadro tra la Santa Sede e la Repubblica del Camerun sullo statuto giuridico della Chiesa cattolica; il 27 gennaio, il Terzo Protocollo Addizionale dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di Malta sul riconoscimento degli effetti civili ai matrimoni canonici e alle decisioni delle autorità e dei tribunali ecclesiastici circa gli stessi matrimoni, del 3 febbraio 1993; il 27 giugno, l’accordo tra la Santa Sede e la Serbia sulla collaborazione nell’insegnamento superiore.

Infine, Papa Francesco rivolge un pensiero: alla Corea, al Venezuela, al Burkina Faso e a quei Paesi in cui le popolazioni vivono tra tensioni, disagi e paure.
“Non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità”: e conclude con questa frase tratta dal discorso di Paolo VI all'ONU nel 1965.





martedì 24 giugno 2014

Segregare,concentrare,allontanare






Rom e Sinti si trovano ai margini della società” ha affermato Papa Francesco, lo scorso 5 giugno in occasione di un incontro con i propomotori episcopali e i direttori nazionali della pastorale per i Rom. Ed è la prima volta che che un pontefice individua nella mancanza di alloggio una delle cause principali dello stato di discriminazione e di segregazione in cui vivono le comunità Rom e Sinte in Italia: il Papa ha anche sollecitato le istituzioni locali e nazionali ad impegnarsi nel processo di inclusione di ali comuità nel tessuto sociale. Ma, alla luce dell'ultimo rapporto silato dall'Associazione 21 luglio, la strada è ancora lunga.

Il rapporto si intitola “Campi nomadi s.p.a.” (www.21luglio.org) e in esso si individua un vero e proprio sistema, quello dei “campi” nel quale operano 35 enti, pubblici e privati, con l'impego di oltre 400 persone. Enti e personale che usufruiscono dei finanziamenti comunali per gestire, soltanto a Roma, otto “villaggi della solidarietà” che di solidale hanno ben poco.

Le comunità rom e sinte sono vittime di sgomberi continui (con le relative conseguenze di cui abbiamo parlato in un precedente articolo) oppure fruitori di un sistema abitativo disagiato e parallelo, riservato loro solo su una base etnica; l'Amminsitrazione di Roma Capitale che eroga finanziamenti pari a 16 milioni di euro; e poi il terzo settore riceve i contributi per erogare alcuni servizi di base all'interno degli insediamenti.

Questo vero e proprio “sistema s.p.a.” comporta una continua violazione dei diritti umani, ma anche un notevole dispendio economico per lo Stato che, come si legge nelle conclusioni del rapporto scritte dal Presidente dell'Associazione 21 luglio, Carlo Stasolla, finisce per alimentare tre tipi di miseria:


- la misera assistenza dei “campi nomadi”, alla quale ci si abitua e per la qale negli anni, che la subisce ne risulta assuefatto


- la miseria di forme contrattuali e compensi attribuiti agli operatori sociali che lavorano nei “campi nomadi” ai quali, in tempi di crisi, è difficile se non impossibile rinunciare


- la miseria morale di quei rappresentanti istituzionali che negli ultimi anni hanno costruito la propria fortuna politica giustificando, in nome dell”emergenza nomadi”, un così alto dispendio economico a discapito della promozione di reali percorsi di inclusione sociale.


Nel rapporto viene proposta un'alternativa possibile ai “campi”: un progetto di autorecupero che darebbe alloggio a 22 famiglie tra cui: una rom, una di rifugiati, una di immigrati e altre di italiani poveri. Un progetto, codificato dalla Legge Regionale n. 55 del 1998, che partirebbe dall'individuazione di un edificio dismesso tra i numerosi sparsi sul territorio. Non solo nell'area di Roma, ma questa potrebbe essere un'iniziativa valida per tutta l'Italia con la speranza di iniziare a superare l'ostilità o il disprezzo nei confronti delle popolazioni rom e sinte.

martedì 31 dicembre 2013

L’Angelus del Papa di tutti



Papa Francesco mette d’accordo tanti: i cattolici, ma anche i fedeli di altre confessioni, come i migranti di Lampedusa o di Ponte Galeria che a lui si sono appellati in nome dell’umanità che dovrebbe appartenere a tutti. E proprio agli immigrati sono andati il pensiero e la preghiera dell’Angelus di domenica 29 dicembre 2013.

“In terre lontane anche quando trovano lavoro - e non sempre - non sempre i profughi e gli immigrati incontrano accoglienza vera, rispetto, apprezzamento dei valori di cui sono portatori. Le loro legittime aspettative si scontrano con situazioni complesse e difficoltà che sembrano a volte insuperabili”: questo un brano del discorso del pontefice, parole lucide e prive di retorica che ritornano a far riflettere sugli ultimi tragici fatti di cronaca, che per noi lettori è soltanto, appunto, “cronaca”, ma per molti richiedenti asilo e aiuto è speranza di vita. “Pensiamo al dramma di quei migranti e rifugiati che sono vittime del rifiuto, dello sfruttamento, che sono vittime delle persone e del lavoro schiavo”: qui il Papa sottolinea, senza reticenze, quali sono i problemi e le difficoltà di chi lascia il proprio Paese d’origine, affronta un viaggio spesso spaventoso, si affida agli estranei e cerca la sopravvivenza. Uomini, donne e anche bambini. Non fa sconti, il Papa, nel ricordare le responsabilità e diventa portavoce di quegli uomini, di quelle donne e di quei bambini.

Ma l’Angelus è stato rivolto anche agli altri “esiliati”, quelli che non sono poi così lontani, che magari sono all’interno delle nostre stesse famiglie, nei nostri palazzi, nelle strade che percorriamo ogni giorno: sono quelli che Papa Francesco ha definito “esiliati nascosti. Gli anziani, per esempio, che a volte vengono trattati come presenze ingombranti”. A loro possiamo aggiungere anche i senzatetto e tutti quei poveri che non si meritano tanta indifferenza.

La società è, o potrebbe ritornare a farsi famiglia: una comunità dovrebbe reggersi sull’ attenzione e sulla reciprocità. E il discorso di un uomo non solo di Chiesa, ma di un uomo semplicemente religioso può contribuire a ricordarlo anche a chi, come chi scrive, è laico e crede ancora nei valori e nei diritti universali.

martedì 10 settembre 2013

Il digiuno per la pace

Foto ANSA

Si può dire “no” alla guerra anche digiunando: come molti, soprattutto bambini, che in Siria non solo stanno perdendo la vita, ma i sopravvissuti stanno soffrendo la fame a causa della guerra. Un conflitto che potrebbe estendersi e diventare di dimensioni enormi, che potrebbe coinvolgere altri Paesi del mondo - dal Mediorinete all'Occidente - e che potrebbe sterminare un numero ancora più grande di esseri umani, spesso inermi e indifesi.
Il digiuno è una privazione: è un atto simbolico per non nutrire solamente il corpo, ma per lasciare spazio e tempo al pensiero, alla riflessione interiore, a quel raccoglimento necessario per capire davvero cosa sta accadendo e per scegliere la strada giusta, quella della pace, della solidarietà, del rispetto per tutti.
E così milioni di persone hanno accolto la proposta di Papa Francesco e hanno aderito alla veglia planetaria: non solo cristiani cattolici, ma persone di tutte le fedi religiose, laiche e non credenti. Perchè quel messaggio deve essere un messaggio univerale.
Guerra e violenza hanno il linguaggio della morte”, ha affermato il pontefice in Piazza San Pietro durante la preghiera contro la guerra in Siria e ha aggiunto: “ il mondo in cui viviamo conserva la sua bellezza che ci riempie di stupore. Rimane un'opera buona, dove non ci sono violenza, né divisioni, né scontri, né guerra. Questa avviene quando l'uomo smette di guardare l'orizzonte della bellezzae si chiude in se stesso...Quando l'uomo si lascia affascinare dagli idoli del dominio e del potere, quando si mette al posto di Dio, rovina tutto: apre la porta alla violenza, all'indifferenza, al conflitto”.
Attendiamo e seguiamo, giorno per giorno, le contrattazioni internazionali con attenzione perchè in gioco ci sono l'equilibrio del mondo, il destino di migliaia di persone, la convivenza pacifica. E nessuno può restare a guardare.


La mostra fotografica OCCHI SULLA SIRIA



Nel marzo 2011 il mondo di molte persone è cambiato.
Dall'inizio degli scontri in Siria si contano quasi due milioni di rifugiati e altrettanti sfollati rimasti nel Paese. Un popolo intero costretto a spostarsi e luoghi incantevoli che non esistono più.
Le foto di questa mostra sono il frutto di tre viaggi diversi, in Siria nel 2008 e in Siria e Giordania oggi nel 2013.
Immagini che speriamo possano aiutare a guardare meglio quel mondo e quelle vite, come erano prima e come sono adesso.
A puntare gli occhi sulla Siria.

La mostra “OCCHI sulla SIRIA” è allesita fino al 15 settembre 2013 presso il Carroponte, Via Granelli, 1 Sesto San Giovanni, Milano.

Fotografie di Titty Cherasien/Ivan Sarfatti
Realizzate grazie a INTERSOS e PROGETTO SIRIA – COMITATO DI SOLIDARIETA'
FAMILIARE
Curatela di Caterina Sarfatti

martedì 30 luglio 2013

Il Brasile del Papa e delle proteste


Vorrei fare appello a chi possiede più risorse, alle autorità pubbliche e a tutti gli uomini di buona volontà impegnati per la giustizia sociale: non stancatevi di lavorare per un mondo più giusto e più solidale! Nessuno può rimanere insensibile alle disuguaglianze che ancora ci sono nel mondo...Ognuno, secondo le proprie possibilità e responsabilità, sappia offrire il suo contributo per mettere fine a tante ingiustizie sociali. Non è la cultura dell'egoismo, dell'individualismo, che spesso regola la nostra società, quella che costruisce e porta a un mondo più abitabile, ma la cultura della solidarietà; vedere nell'altro non un concorrente o un numero, ma un fratello...Desidero incoraggiare gli sforzi che la società brasiliana sta facendo per integrare tutte le parti del suo corpo, anche le più sofferenti e bisognose, attraverso la lotta contro la fame e la miseria. Nessuno sforzo di 'pacificazione' sarà duraturo, se non ci saranno armonia e felicità per una società che ignora, che mette ai margini e che abbandona nella periferia una parte di se stessa”.
Queste alcune frasi pronunciate da Papa Francesco durante la sua visita alla favela di Varginha, a Rio de Janiero.  


Il pontefice è tornato in Italia. La Confederation cup è terminata e, per un po', si spegneranno i riflettori sul Brasile in attesa dei Mondiali di calcio e delle Olimpiadi.
I brasiliani - pochi mediamente ricchi e tanti poveri - torneranno alla loro quotidianità, quella gente che è scesa in piazza per protestare contro un'economia capitalistica escludente e contro quei governanti che risolvono i problemi sociali solo in maniera superficiale, come era scritto su uno dei tanti striscioni che sfilavano durante le manifestazioni e che recitava: “Un Paese muto è un Paese che non cambia”, quelle persone che sulla spiaggia di Copacabana ascoltava e applaudiva le parole di Bergoglio quando faceva appello alla solidarietà.
Il presidente operaio Lula prima e Dilma Roussef poi si sono trovati a dover gestire una situazione economica disastrosa, eredità del precedente governo neoliberale di Fernando Enrique Cardoso. Lula si vide costretto a riadattare la sua politica in base alle richieste delle multinazionali e dei latifondisti e la Roussef ha continuato il suo operato avvicinandosi alla bancada ruralista - proprietaria della terra per la quale sono stati assassinati molti contadini e leaders sociali - e alla chiesa evangelica (e ricordiamo che la Commissione dei diritti umani è stata affidata ad un pastore evangelico, omofobo e razzista di cui abbiamo parlato in un precedente articolo). Per non parlare della persecuzione nei confronti del Movemento Sem Terra. 
Il popolo brasiliano si è stancato: è sceso nelle piazze di tutte le città per dire “basta” all'aumento del costo del biglietto de mezzi pubblici; alle tremende condizoni di lavoro degli operai impegnati nella costruzione di impanti sportivi faraonici; al progetto del treno ad alta velocità, che dovrebbe collegare ventidue quartieri di Fortaleza, ma che comporta la sparizione dei barrios, costringendo le persone ad abbandonare le propie case; alla privatizzazione merchandising sportivo da parte della Fifa che spazzerà via i piccoli veditori ambulanti.

La rabbia è esplosa, l'esasperazione è al limite. Le parole di Papa Francesco sono arrivate al cuore degli abitanti delle periferie brasiliane e di tutto il mondo, ma devono arrivare alle orecchie di chi ha il potere di avviare il cambiamento e promuovere l'uguaglianza.

mercoledì 10 luglio 2013

Le parole importanti di Papa Francesco a Lampedusa


Riportiamo il testo integrale dell'omelia - pubblicata sul sito di Radio Vaticana - che il pontefice ha tenuto in occasione della sua visita sull'isola di Lampusa. Parole importanti che dovrebbero valere per tutti, uomini e donne di fede, atei e laici: un segnale forte, quello del Papa, rivolto alle istituzioni e ai cittadini per recuperare, insieme, il senso di umanità e il rispetto per la dignità di tutti.



Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte”. Così il titolo nei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta, non si ripeta per favore. Prima però vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà. Grazie!
Grazie anche all’Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro per il suo aiuto e il suo lavoro e la sua vicinanza pastorale. Saluto cordialmente il sindaco, signora Giusy Nicolini. Grazie tante per quello che lei ha fatto e fa. Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che stanno oggi, alla sera, iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie.
Questa mattina alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti. «Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei, Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello. Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza; tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito. 
«Dov’è tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà – e le loro voci salgono fino a Dio. E un’altra volta a voi, abitanti di Lampedusa, ringrazio per la solidarietà! Ho sentito recentemente uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui, sono passati per le mani dei trafficanti, quelli che sfruttano la povertà degli altri; queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto. E alcuni non sono riusciti ad arrivare.
«Dov’è tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno. Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro.
Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere. Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo. «Chi ha pianto?», chi ha pianto oggi nel mondo?”.

lunedì 18 marzo 2013

Il nuovo Papa e il tema dei diritti


Barack Obama lo ha definito il “paladino dei poveri”: l'argentino Josè Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco, fa parte della Compagnia di Gesù e ha sempre affermato che “Cristo si cerca fra i poveri”. Quando era arcivescovo di Buenos Aires, si spostava n metropolitana oppure in autobus e, se i simboli hanno ancora un significato, ha rinunciato alla mozzetta rossa foderata di ermellino e ha indossato la croce pettorale di ferro e non quella dorata. Ma questi, appunto, sono oggetti e scelte simboliche. Più significative sicuramente le sue parole contro il capitalismo esasperato: “ La crisi economico-sociale e il conseguente aumento della povertà ha le sue radici in politiche ispirate da certe forme di neoliberismo che considerano i guadagni e le leggi del mercato come parametri assoluti, a danno delle persone e dei popoli...La povertà è un delitto sociale, anzi una violazione dei diritti umani perchè le grandi disuguaglianze nascono dalla estrema povertà e da condizioni economiche ingiuste”.
Alcuni sostengono che Bergoglio sia stato vicino alla dittatura militare argentina perchè non si è battuto per la liberazione di due sacerdoti rapiti quando era superiore della congregazione dei gesuiti, ma in sua difesa si è schierato Adolfo Perez Esquivel - militante dei diritti umani e Premio Nobel per la Pace - il quale ha affermato: “Io so personalmente che molti vescovi hanno chiesto alla giunta militare la liberazione di prigionieri e sacerdoti e non gliel'hanno concessa”, parole confermate anche da Graciela Fernandez Meijide, ex membro della Commissione nazionale sui desaparecidos, che ha detto: “ Non mi risulta che Bergoglio abbia collaborato con la dittatura. Ho sofferto la scomparsa di un figlio, Perez Esquivel lo hanno quasi fatto fuori e, dunque, per noi è una questione personale. Ma non si può dire che tutti quelli che esercitavano una qualche funzione durante la dittatura erano complici, è un'assurdità”.
Il nuovo papato è solo all'inizio, si intravedono segnali di innovazione di regole e principi anche se Papa Francesco conferma la sua ferma opposizione all'aborto e ai matrimoni tra persone dello stesso sesso.