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domenica 26 aprile 2015

Politiche migratorie: gli errori fatali dell'Europa e dell'Italia




Cari lettori, oggi vi proponiamo il video dell'incontro che l'Associazione per i Diritti Umani ha organizzato con l'Avv. Alessandra Ballerini e Edda Pando sui temi delle migrazioni. Siamo partiti dal saggio intitolato Storie di migranti e di altri esclusi, per le edizioni Melampo, per approfondire quali sono i problemi, le falle e le scelte sbagliate, in termini di politiche migratorie, che hanno portato anche all'ultimo naufragio nel Mediterraneo in cui hanno perso la vita tanti, troppi migranti. Anche bambini.
 
 




L'Associazione per i Diritti Umani organizza e conduce questi incontri anche nelle scuole medie inferiori e superiori e nelle università.



Per informazioni, scrivere a: peridirittiumani.com

lunedì 20 aprile 2015

Confessioni di un trafficante di uomini: cosa c'è dietro agli sbarchi e ai naufragi




Ancora una triste, tragica occasione per parlare di politiche migratorie errate. Ripubblichiamo la nostra intervista a Paolo Musumeci, autore dell'inchiesta e del libro intiolato “Confessione di un trafficante di uomini”, per Chiarelettere.








Confessioni di un trafficante di uomini è il titolo di un libro-inchiesta (edito da Chiarelettere) in cui gli autori, Andrea Di Nicola e Giampaolo Musumeci, hanno percorso le principali vie dell’immigrazione clandestina, dall’Europa dell’Est fino ai paesi che si affacciano sul Mediterraneo per scoprire cosa e chi dirige i viaggi della “speranza” di tutti quei migranti che sono costretti ad abbandonare i propri luoghi d'origine: si racconta di soldi, di un network di trafficanti, di una vera e propria organizzazione criminale. La testimonianza dei protagonisti conduce il lettore in un mondo parallelo che nessuno conosce, nemmeno le istituzioni. O forse sì.




Come siete riusciti a reperire il materiale per questo libro-inchiesta?




E' stato un lavoro di due anni e mezzo che ha fatto tesoro anche degli anni precedenti. Gli anni precedenti miei, perchè dal 2006 ho lavorato sulle rotte dei migranti come fotografo; Andrea Di Nicola, che è criminologo, studia il traffico di persone.

Ci occupiamo di snubbing che - a differenza del trafficking che rieccheggia il termine “tratta” - sarebbe il “contrabbando” di persone: lo scafista, dietro pagamento, mi consente di passare le frontiere irregolarmente. Abbiamo lavorato su due binari: quello giudiziario (studio di atti processuali e interviste in carcere ad alcuni scafisti) e poi il viaggio (in Italia, Francia, Egitto, Tunisia, Libia) per incontrare trafficanti a piede libero. Ci siamo presentati come giornalisti e non è stato facile perchè non è facile far parlare un criminale; il criminale ti racconta la SUA storia, la SUA verità, ma resta valida come testimonianza. E' comunque la prima volta che si indaga in questo mondo nascosto.





Come avviene il “contatto” tra migranti e trafficanti?




E' molto semplice: noi, nel libro, utilizziamo la metafora dell'agenzia di viaggi. Un trafficante che abbiamo incontrato in Egitto ha una rete commerciale, una serie di agenti, di ragazzi “svegli, ma non troppo”, come dice lui. Devono, cioè, essere efficienti, ma non devono fare domande. Questi ragazzi intercettano la domanda di emigrazione, poi mettono in contatto le persone con il trafficante il quale le fa passare tra Egitto e Libia e li mette nelle mani dei libici che li fanno salire sui barconi. Lui è un collettore, ha la sua forza vendita sul territorio: in ogni villaggio ha un suo uomo e, quando uno di loro chiama perchè ci sono persone pronte a partire, inizia ad organizzare la macchina o il furgone. Quando ne ha 5, 10, 20 si mette d'accordo con i colleghi che stanno sulla frontiera tra Egitto e Libia, corrompe eventualmente le polizie e fa arrivare i migranti ai porti.

I trafficanti sono imprenditori senza scrupoli e con grandissime abilità. Il Mediterraneo vale centinaia di migliaia di euro per queste organizzazioni e noi dobbiamo capire questo per comprendere l'entità del problema e prendere le decisioni corrette: arrestare cento scafisti non serve a niente perchè la rete non viene smantellata. Anche il pattugliamento e la chiusura delle frontiere non serve a nulla perchè i trafficanti fatturano anche di più in quanto la rotta diventa più lunga e i migranti pagano di più.

Come fanno i trafficanti a sfuggire ai controlli? Si può parlare di una vera e propria mafia?




Il termine “mafia” è molto usato dai migranti stessi: due anni fa ero al confine tra Grecia e Turchia per fare un servizio su Frontex e i migranti mi dicevano: “Do you know mafia?, Do you know agent?”, gli agenti, la mafia per loro sono i trafficanti. In realtà non ha niente a che vedere con la mafia nostrana, nel senso che non c'è una cupola, una regia unica, ma sono tante organizzazioni transnazionali, sono tante reti.

Un grosso trafficante, a Il Cairo, ci ha detto che non c'è un leader, uno più bravo degli altri, ma che sono in tanti e che si aiutano tra di loro. Uno scafista, invece, ci ha detto che loro sono i “facebook” dei trafficanti, tanti nodi di una rete e, a volte, i rapporti sono di natura tribale, a volta di natura amicale...Il nostro tentativo è stato quello di rifare la “filiera” a ritroso, per andare alla fonte.

I trafficanti riescono sempre a sfuggire ai controlli. Quando un trafficante è di base a Karthoum, come fa un poliziotto italiano ad intercettare il suo telefono? Con quale banda armata parliamo in Libia, se vogliamo arrestare qualcuno? Sono tante reti, sono troppi e non c'è collaborazione a livello internazionale, alcuni Paesi non collaborano. Lo scafista è il pesce piccolo ed è rimpiazzabilissimo. Molti scafisti non sanno nemmeno per chi lavorano e alcuni grossi trafficanti subappaltano il viaggio dei migranti.


Cosa occorerrebbe, a livello di politica italiana e internazionale, per bloccare il traffico di persone?




Parlo anche a nome di Andrea perchè la pensiamo allo stesso modo. E' impensabile che dei richiedenti asilo si mettano nelle mani dei trafficanti. Si potrebbe pensare, per esempio, a un cordone umanitario, oppure si potrebbero usare i traghetti di linea o le navi da crociera perchè il viaggio costerebbe anche meno (questa è una proposta fatta da un vescovo...).

Abbiamo capito che la chiusura delle frontiere europee serve solo ad alimentare il traffico: potrebbe, invece, funzionare il dialogo tra Paesi per cui, se io so che c'è un grosso trafficante turco, devo poter parlare con le autorità turche...So che qualcosa in questo senso si sta muovendo perchè un magistrato con cui abbiamo parlato, era a Istanbul un paio di mesi fa e stava cercando di rafforzare la cooperazione internazionale con quel Paese.

Ricordiamoci anche che l'immigrazione è la più formidabile leva politica che ci possa essere, uno dei temi più strumentalizzati: forse l'Europa non fa abbastanza nella prima accoglienza, però la Germania, la Norvegia, l'Inghilterra accettano la maggior parte delle richieste di asilo. I migranti non rimangono da noi, quindi non si deve gridare all'emergenza perchè questa è la barzelletta italiana. Oltretutto, non esiste solo Lampedusa in Italia: la maggior parte dei migranti arriva a Fiumicino con un passaporto falso oppure passano da Trieste, dalla rotta balcanica.

Il nostro libro serve proprio a cambiare la prospettiva: quello del traffico di persone non è un affare improvvisato, ma è un'organizzazione enorme che ricicla denaro e l'Europa sta mettendo in atto risorse che non sono adeguate.


domenica 19 aprile 2015

Alarm Phone Press Release: The EU kills Refugees, Ferries not Frontex!



      Last night at least 650 people drowned about 73 nautical miles north of the Libyan coast when seeking to reach Italy. They were on board of a 30 meter long boat that capsized when the container vessel King Jacob approached them for assistance. There were only 28 survivors.

This is the biggest refugee boat catastrophe in the recent history of the Mediterranean Sea. With its decision from the 27th of August 2014 to scale down rescue operations at sea, the EU is responsible for this mass dying. The EU has the means and possibilities to rescue refugees in the Mediterranean Sea. But instead, they let people drown.

Over the last weeks, we, as the Watch The Med Alarm Phone, became direct witnesses of struggles over life and death on these boats and of the relatives’ worries. We also witnessed how the coastguards of Italy and Malta as well as the crews of commercial vessels made great efforts but could often not prevent the dying as they were not sufficiently equipped to conduct rescue operations. And this is due to political decisions made on the level of the European Union.

Fortress Europe has caused ten thousands of deaths in the Mediterranean Sea in the last 25 years.

Those responsible are:

Politicians and police forces that have created, through the Schengen Regime, the general visa-duty and the organised manhunt of refugees and migrants without visas;

The politicians, police and military forces that have established Frontex in the past 10 years and have turned the Mediterranean Sea between Libya and Italy since the Arab Spring into a maritime high security zone;

The EU politicians who decided on the 27th of August 2014 in Brussels to scale down the Italian rescue operation Mare Nostrum in the Mediterranean Sea and enforced a politics of deterrence through Frontex’s Triton operation along the Italian coast!

They carry responsibility for the thousands of deaths that have occurred in the last months in the maritime zone between Libya and Italy.

The dying needs to end:

We demand an immediately created direct ferry line for refugees from Tripoli and other places in Northern Africa to Europe.

We demand safe and legal corridors for refugees to reach a place of refuge without the need to risk their lives.

We call out, beyond all confessions and political sides, to take immediate direct action against these murderous EU policies and politics.


Watch the Med Alarm Phone
http://www.watchthemed.net/
This PM online: http://watchthemed.net/reports/view/110
info@watchthemed.net


Media contact persons:
Hagen Kopp, hagen@kein.org, 00491724008990
Helmut Dietrich, info@ffm-online.org, 0176-35877605

lunedì 17 novembre 2014

Premio nazionale Paolo Borsellino: "Confessioni di un trafficante di uomini"




Siamo lieti di comunicarvi che il Premio nazionale “Paolo Borsellino” è stato vinto da Andrea Di Nicola, coautore insieme a Gianpaolo Musumeci del saggio Confessioni di un trafficante di uomini e, in questa occasione, l'Associazione per i Diritti Umani vuole riproporvi l'intervista che abbiamo fatto a Giampaolo Musumeci all'uscita del libro.


Confessioni di un trafficante di uomini è il titolo di un libro-inchiesta (edito da Chiarelettere) in cui gli autori, Andrea Di Nicola e Giampaolo Musumeci, hanno percorso le principali vie dell’immigrazione clandestina, dall’Europa dell’Est fino ai paesi che si affacciano sul Mediterraneo per scoprire cosa e chi dirige i viaggi della “speranza” di tutti quei migranti che sono costretti ad abbandonare i propri luoghi d'origine: si racconta di soldi, di un network di trafficanti, di una vera e propria organizzazione criminale. La testimonianza dei protagonisti conduce il lettore in un mondo parallelo che nessuno conosce, nemmeno le istituzioni. O forse sì.





Abbiamo intervistato per voi Giampaolo Musimeci che ringraziamo molto.




Come siete riusciti a reperire il materiale per questo libro-inchiesta?



E' stato un lavoro di due anni e mezzo che ha fatto tesoro anche degli anni precedenti. Gli anni precedenti miei, perchè dal 2006 ho lavorato sulle rotte dei migranti come fotografo; Andrea Di Nicola, che è criminologo, studia il traffico di persone.

Ci occupiamo di snubbing che - a differenza del trafficking che rieccheggia il termine “tratta” - sarebbe il “contrabbando” di persone: lo scafista, dietro pagamento, mi consente di passare le frontiere irregolarmente. Abbiamo lavorato su due binari: quello giudiziario (studio di atti processuali e interviste in carcere ad alcuni scafisti) e poi il viaggio (in Italia, Francia, Egitto, Tunisia, Libia) per incontrare trafficanti a piede libero. Ci siamo presentati come giornalisti e non è stato facile perchè non è facile far parlare un criminale; il criminale ti racconta la SUA storia, la SUA verità, ma resta valida come testimonianza. E' comunque la prima volta che si indaga in questo mondo nascosto.




Come avviene il “contatto” tra migranti e trafficanti?



E' molto semplice: noi, nel libro, utilizziamo la metafora dell'agenzia di viaggi. Un trafficante che abbiamo incontrato in Egitto ha una rete commerciale, una serie di agenti, di ragazzi “svegli, ma non troppo”, come dice lui. Devono, cioè, essere efficienti, ma non devono fare domande. Questi ragazzi intercettano la domanda di emigrazione, poi mettono in contatto le persone con il trafficante il quale le fa passare tra Egitto e Libia e li mette nelle mani dei libici che li fanno salire sui barconi. Lui è un collettore, ha la sua forza vendita sul territorio: in ogni villaggio ha un suo uomo e, quando uno di loro chiama perchè ci sono persone pronte a partire, inizia ad organizzare la macchina o il furgone. Quando ne ha 5, 10, 20 si mette d'accordo con i colleghi che stanno sulla frontiera tra Egitto e Libia, corrompe eventualmente le polizie e fa arrivare i migranti ai porti.

I trafficanti sono imprenditori senza scrupoli e con grandissime abilità. Il Mediterraneo vale centinaia di migliaia di euro per queste organizzazioni e noi dobbiamo capire questo per comprendere l'entità del problema e prendere le decisioni corrette: arrestare cento scafisti non serve a niente perchè la rete non viene smantellata. Anche il pattugliamento e la chiusura delle frontiere non serve a nulla perchè i trafficanti fatturano anche di più in quanto la rotta diventa più lunga e i migranti pagano di più.

Come fanno i trafficanti a sfuggire ai controlli? Si può parlare di una vera e propria mafia?



Il termine “mafia” è molto usato dai migranti stessi: due anni fa ero al confine tra Grecia e Turchia per fare un servizio su Frontex e i migranti mi dicevano: “Do you know mafia?, Do you know agent?”, gli agenti, la mafia per loro sono i trafficanti. In realtà non ha niente a che vedere con la mafia nostrana, nel senso che non c'è una cupola, una regia unica, ma sono tante organizzazioni transnazionali, sono tante reti.

Un grosso trafficante, a Il Cairo, ci ha detto che non c'è un leader, uno più bravo degli altri, ma che sono in tanti e che si aiutano tra di loro. Uno scafista, invece, ci ha detto che loro sono i “facebook” dei trafficanti, tanti nodi di una rete e, a volte, i rapporti sono di natura tribale, a volta di natura amicale...Il nostro tentativo è stato quello di rifare la “filiera” a ritroso, per andare alla fonte.

I trafficanti riescono sempre a sfuggire ai controlli. Quando un trafficante è di base a Karthoum, come fa un poliziotto italiano ad intercettare il suo telefono? Con quale banda armata parliamo in Libia, se vogliamo arrestare qualcuno? Sono tante reti, sono troppi e non c'è collaborazione a livello internazionale, alcuni Paesi non collaborano. Lo scafista è il pesce piccolo ed è rimpiazzabilissimo. Molti scafisti non sanno nemmeno per chi lavorano e alcuni grossi trafficanti subappaltano il viaggio dei migranti.


Cosa occorerrebbe, a livello di politica italiana e internazionale, per bloccare il traffico di persone?



Parlo anche a nome di Andrea perchè la pensiamo allo stesso modo. E' impensabile che dei richiedenti asilo si mettano nelle mani dei trafficanti. Si potrebbe pensare, per esempio, a un cordone umanitario, oppure si potrebbero usare i traghetti di linea o le navi da crociera perchè il viaggio costerebbe anche meno (questa è una proposta fatta da un vescovo...).

Abbiamo capito che la chiusura delle frontiere europee serve solo ad alimentare il traffico: potrebbe, invece, funzionare il dialogo tra Paesi per cui, se io so che c'è un grosso trafficante turco, devo poter parlare con le autorità turche...So che qualcosa in questo senso si sta muovendo perchè un magistrato con cui abbiamo parlato, era a Istanbul un paio di mesi fa e stava cercando di rafforzare la cooperazione internazionale con quel Paese.

Ricordiamoci anche che l'immigrazione è la più formidabile leva politica che ci possa essere, uno dei temi più strumentalizzati: forse l'Europa non fa abbastanza nella prima accoglienza, però la Germania, la Norvegia, l'Inghilterra accettano la maggior parte delle richieste di asilo. I migranti non rimangono da noi, quindi non si deve gridare all'emergenza perchè questa è la barzelletta italiana. Oltretutto, non esiste solo Lampedusa in Italia: la maggior parte dei migranti arriva a Fiumicino con un passaporto falso oppure passano da Trieste, dalla rotta balcanica.

Il nostro libro serve proprio a cambiare la prospettiva: quello del traffico di persone non è un affare improvvisato, ma è un'organizzazione enorme che ricicla denaro e l'Euroa sta mettendo in atto risorse che non sono adeguate.










venerdì 14 novembre 2014

Più barriere in Europa, più torture in Libia



Abbiamo ricevuto questo intervento, che riteniamo molto interessante, da Todo Cambia e Nuovidesaparecidos che ringraziamo molto. Riteniamo utile condividerlo.




di Emilio Drudi





Barriere sempre più alte a difesa della Fortezza Europa. Un girone sempre più profondo di torture e abusi per i profughi intrappolati in Libia. Dimenticate le lacrime dei familiari e dei superstiti che per un momento sono tornate in primo piano, spenta l’eco degli impegni profusi da politici e istituzioni accorsi a Lampedusa in occasione del primo anniversario della strage, all’indomani di quel “3 ottobre” diventato il simbolo di tutte le tragedie che si consumano nel Mediterraneo e nel Sahara o nei paesi di transito, l’autunno prospetta un futuro ancora più buio per i migranti in fuga dall’Africa e dal Medio Oriente. Nella politica sull’immigrazione c’è in tutta Europa un giro di vite forte, più pesante di quello che si temeva.



Il segnale più evidente è Mos Maiorum, la gigantesca operazione di polizia che, iniziata il 13 ottobre, si protrarrà per due settimane. Promossa dal governo italiano come presidente di turno del Consiglio Ue e coordinata dal ministero degli interni, vede impegnati in tutta Europa, ma in particolare in Italia, ben 18 mila agenti, incaricati di fermare, controllare, identificare, schedare quanti più migranti irregolari e richiedenti asilo possibile. Una retata di dimensioni continentali, che parte di fatto da una presunzione di colpevolezza, quasi a ridare fiato all’idea che “clandestino” equivale a “criminale”. La giustificazione ufficiale è che si vogliono combattere, anzi, stroncare le organizzazioni dei trafficanti di uomini. Ma appare almeno singolare che per combattere i carnefici si colpiscano le vittime. Dimenticando che i rifugiati, tutte le migliaia e migliaia di giovani costretti a fuggire dal proprio paese per salvarsi da guerre e persecuzioni, non possono che essere clandestini. Tanto più se, in mancanza di canali di ingresso legali, l’unica chance, in questa fuga per la vita, è quella di affidarsi appunto ai mercanti di morte che organizzano i viaggi da schiavi attraverso il deserto e le traversate del Mediterraneo sui barconi a perdere. Che fine faranno le migliaia di uomini e donne caduti nella rete non è noto. Ad andare bene, finiranno abbandonati a se stessi, “fantasmi” senza diritti destinati ad affollare ancora di più le baraccopoli e i palazzi occupati abusivamente da altre migliaia di “invisibili” come loro. Per non dire del timore che per molti possa scattare il respingimento: la deportazione verso le coste dalle quali si sono imbarcati o, peggio, nei paesi d’origine da cui sono dovuti scappare.



Più che una operazione di intelligence per “raccogliere informazioni rilevanti per scopi investigativi”, insomma, Mos Maiorum appare un modo per ripulire il territorio da una massa di “indesiderabili”. Nella solita ottica della “difesa dei confini”, sulla quale insiste da anni il ministro Alfano e che trova sempre più sponda in altri governi europei. La scelta di questa mega retata, infatti, non arriva isolata. Quasi tutti gli Stati membri dell’Unione hanno chiuso o stanno chiudendo le proprie frontiere ai disperati che, giunti in Italia, speravano di proseguire verso paesi dove hanno amici e familiari pronti ad aiutarli o dove, più semplicemente, il sistema di accoglienza è migliore. La Francia, negli ultimi mesi, ne ha rimandati indietro oltre tremila; la Svizzera ha cominciato da alcune settimane ad adottare la stessa politica; l’Austria lo sta facendo già da tempo: dai primi giorni di luglio a metà settembre oltre 2.100 migranti “riconsegnati” all’Italia.



E, a proposito di confini, continua la pratica della esternalizzazione: lo spostamento della frontiera europea sulla sponda meridionale del Mediterraneo o ancora più a sud. Proprio il 3 ottobre, a consegnare alla Marina tunisina due nuovi pattugliatori d’altura, costruiti dai cantieri Vittoria di Adria, c’è andato il ministro Alfano. Il ministro degli interni. Non quello della difesa, come sarebbe stato più logico, trattandosi di “questioni militari”. E’ solo un caso? Forse. Ma forse no. I pattugliatori sono le navi ideali per il controllo del mare. Incluse le rotte dei migranti. E’ forte il sospetto, allora, che la consegna di queste navi vada letta come il primo passo di un piano tendente a rinnovare, stringendone le maglie e ampliandone le funzioni, l’accordo bilaterale sull’emigrazione tra Roma e Tunisi firmato nel 2011 dall’allora ministro dell’interno Roberto Maroni. Ad affidare cioè alla Tunisia lo stesso ruolo di “gendarme del Mediterraneo” assegnato fin dal 2009 alla Libia. Sta di fatto che, rientrato in Italia, Alfano ha di nuovo insistito sulla necessità di difendere le frontiere, confermando la fine ormai prossima dell’operazione Mare Nostrum e l’inizio di Triton, il capitolo italiano del programma comunitario Frontex Plus. Ovvero: l’innalzamento di un’altra barriera. Il nuovo progetto di sorveglianza in mare, infatti, si limiterà ad una fascia di poche miglia più larga delle acque territoriali, vanificando così l’unico aspetto positivo di Mare Nostrum che, prevedendo controlli fino ai limiti delle acque libiche, ha consentito almeno di salvare decine di migliaia di vite umane.



Così il cerchio si chiude: retate in tutta Europa e mare molto più insicuro per i migranti. Forse in questo modo ci saranno meno arrivi sulle nostre coste. Solo che ci saranno inevitabilmente ancora più vittime delle circa 3.500 registrate finora dall’inizio dell’anno. Si accentua, insomma, l’indifferenza contro cui si spegne il grido di aiuto che arriva dai profughi intrappolati sulla sponda del Nord Africa. Proprio mentre dalla Libia giungono notizie di soprusi e torture crescenti. E’ il caso del carcere di Abu Wissa, in funzione dal 2009 vicino a Zawya, sulla costa occidentale. Vi sono ammassati, a gruppi di 200 per stanzone, in condizioni che definire degradanti è poco, più di 1.200 detenuti, in maggioranza eritrei ed etiopi, colpevoli solo di essere migranti. Uno di loro, il 16 ottobre, è riuscito a “rubare” una telefonata, mettendosi in contatto con l’agenzia Habeshia: “Non c’è spazio nemmeno per muoversi – ha raccontato – Si respira a fatica. Per disperazione abbiamo accennato a un gesto di protesta, bussando tutti alla porta. E’ stato peggio: siamo stati denudati, frustati e costretti a dormire all’aperto. Molti di noi, in queste condizioni, si sono ammalati. Stanno male, ma nessuno si prende cura di loro. Oggi un ragazzo nigeriano è morto. Quando sono venute le guardie glielo abbiamo detto. ‘Meglio così, ci hanno risposto, tanto farete tutti la stessa fine’… Siamo disperati. Chiediamo che qualcuno ci aiuti”.



Quei profughi sono fuggiti da dittature e persecuzioni. Finiti in mezzo alla guerra di tutti contro tutti che ha gettato la Libia nel caos, molti hanno tentato di rifugiarsi in Tunisia. Al confine si sono presentati stringendo in mano la tessera dell’Unhcr, il Commissariato dell’Onu, che attesta il loro status di rifugiati e richiedenti asilo: “Non è servito a nulla – denunciano – I militari in servizio alla frontiera non ci sono neanche stati a sentire: ci hanno respinto e costretto a tornare indietro. Allora abbiamo pensato di rivolgerci alla Mezzaluna Rossa, ma a Zawya siamo incappati in un gruppo di miliziani, che ci hanno arrestato e gettato nel carcere di Abu Wissa. E’ un lager, dove i detenuti vengono torturati. Soprusi e maltrattamenti sono diventati il passatempo delle guardie, che ridono e si divertono mentre noi urliamo per il dolore. Va avanti così da mesi…”.



Il carcere di Misurata, allestito nel 2009 nell’ex scuola di Bilqaria, è un altro girone infernale. I 400 detenuti sono tutti eritrei. Tra loro, 50 donne e 18 bambini. Gli uomini sono stati spesso sequestrati e costretti dai miliziani a trasportare munizioni e rifornimenti, durante i combattimenti tra le varie fazioni, fin sulla linea del fuoco. Sono rimasti feriti a decine, alcuni sono stati uccisi. Di circa 200 non si ha più notizia da quando li hanno portati via come ausiliari schiavi.



Don Mussie Zerai, il sacerdote eritreo presidente dell’agenzia Habeshia, trattiene a stento l’indignazione: “E’ assurdo. L’Europa continua a restare sorda, insensibile alle grida di aiuto che arrivano ogni giorno da questi giovani. Anzi, ora lancia Mos Maiorum per arrestare chi, nonostante tutto, riesce a sbarcare, fuggendo dall’incubo che è diventata oggi la Libia. Pensa solo ad alzare muri per non sentire, lasciare al di là, la disperazione che sale dal Sud del mondo. Ecco perché continua a militarizzare il Mediterraneo: per impedire che gli ‘ultimi della terra’ giungano a bussare alle sue porte. Allora bisogna dar voce a chi oggi non ha voce: gridare noi per loro, all’interno della Fortezza Europa, finché i governi, tutte le istituzioni, non decideranno di ascoltare. Siamo di fronte a una catastrofe umanitaria senza precedenti: l’unico modo per cercare di risolverla è quello di aprire le ambasciate in Africa alle richieste di asilo, istituire corridoi di accesso legali, rilasciare visti per motivi umanitari, ricongiungimento familiare, asilo politico. Lanciamo l’ennesimo appello, in questo senso, a tutte le cancellerie dell’Unione”.



Analisi e prese di posizioni analoghe sono state pubblicate in questi giorni anche da organismi qualificati come Amnesty International o l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) che, partendo dalla triste, terribile “conta dei morti”, chiedono all’Unione Europea e a tutti gli Stati membri una svolta radicale nelle politiche di accoglienza e nei programmi di soccorso. Contestatissima in particolare, da parte di Amnesty, la scelta abbinata di varare le retate di polizia di Mos Maiorum e di chiudere contemporaneamente Mare Nostrum senza alcun valido progetto “salvavita” alternativo. Mentre Fulvio Vassallo Paleologo, docente all’Università di Palermo, annuncia per conto dell’Asgi l’avvio di un programma di controllo, denominato non a caso Ius Maiorum che, in collaborazione con il gruppo Medici per i diritti umani (Medu), presenterà alle corti di giustizia e alle istituzione un rapporto sui soprusi subiti dai migranti al termine di Mos Maiorum. Soprusi, fa notare Fulvio Vassallo Paleologo, cominciati già prima dell’inizio ufficiale dell’operazione, accentuando il carattere detentivo dei centri accoglienza per costringere i migranti a farsi identificare o addirittura respingendo alla frontiera dei richiedenti asilo, come è accaduto a un gruppo di profughi siriani all’aeroporto di Crotone. “Lo stesso Frontex – rileva Vassallo Paleologo – si è di fatto ‘sfilato’, chiarendo che intende partecipare soltanto come osservatore. Mos Maiorum rimane così un’operazione coordinata dal ministero dell’interno italiano, forse il frutto più visibile (e avvelenato) di tutto il semestre di presidenza europeo in materia di immigrazione”.



“Tutto lo sforzo europeo – aggiunge don Zerai – si concentra ancora nei programmi per ‘chiudersi’. Con l’unico risultato di favorire i trafficanti che lucrano su tanta gente disperata, proponendo vie illegali, molto costose ed estremamente pericolose, per raggiungere l’Europa, come dimostrano le migliaia di vittime degli ultimi anni. Spesso si obietta che non ci sono risorse economiche per una politica di apertura. Ma non può essere una questione di spese: offrire soluzioni legali e protette, peserebbe sui bilanci pubblici molto meno di tutti questi meccanismi di difesa che si stanno mettendo in atto. Alzare muri non è la soluzione: non salva vite umane, non ridà la dignità calpestata ai profughi, non serve nemmeno a contenere il flusso crescente di immigrati. Meglio allora spendere il denaro profuso nella lotta all’immigrazione in interventi di accoglienza e in politiche volte a dare sviluppo e diritti nei paesi d’origine e di transito dei migranti. Perché nessuno sia più costretto a scappare. Non c’è altra via per vincere questa battaglia”.






venerdì 3 ottobre 2014

A un anno da quei corpi nel Mare Nostrum




Mare Nostrum: non come bene comune, ma nel senso in cui ne parlava Mussolini. Un mare che serviva a colonizzare, a schiavizzare, ad assoggettare. E in quello stesso mare, esattamente un anno fa, il 3 ottobre 2013, sono morte tante, troppe persone: uomini, donne, ragazzi, bambini.


Forse pochi ricordano che la maggior parte di loro proveniva dall'Eritrea, proprio uno dei Paesi dell'Africa orientale vittima delle manie imperialiste, ma così legato all'Italia per la cultura che, per anni, ha caratterizzato le sue città: scuole, monumenti, lingua, letteratura...Quanti eritrei hanno sognato il Belpaese negli anni del Fascismo e quanti, oggi, tentano di venire qui, sognando un futuro migliore, un futuro libero da una nuova, contemporanea dittatura. Ma molti di loro, quel 3 ottobre di un anno fa, non ce l'hanno fatta: sono naufragati, anonimi, in quelle acque che dovevano significare salvezza.

Cosa è cambiato da allora? Frontex si è inasprita, militarizzando terra e mare, invece di aprire corridoi umanitari e ai funerali è stato ufficialmente invitato l'ambasciatore eritreo in Italia, probabilmente complice del dittatore Isaias Afewerki. Quindi poco è cambiato, anzi.

A proposito dei funerali: le commemorazioni delle vittime non sono state fatte a Lampedusa, come logico che fosse, ma ad Agrigento; erano stati annunciati i funerali di Stato, che non sono stati mai effettuati; ma, soprattutto, non sono stati invitati i parenti e gli amici di tutte quelle persone che erano fuggite per cercare rifugio. Nessun rifugio in vita, nessun rispetto in morte.

A loro e ai loro parenti - di cui si stanno cercando le generalità, per dare degna sepoltura ai loro cari - dedichiamo queste poche righe. Perchè almeno la Memoria serva da monito.

giovedì 4 settembre 2014

Io sto con la sposa


 

In attesa che esca anche nelle sale delle città italiane, vi riproponiamo la recensione del film IO STO CON LA SPOSA, presentato nei prossimi giorni alla Mostra del Cinema di Venezia. L' 'appuntamento è al Lido di Venezia per il 4 Settembre alle 14,30 in Sala Grande, con replica il 5 settembre alle 17,30 in Sala Perla. I biglietti si possono acquistare online . Per chi non può essere a Venezia, il festival mette a disposizione 400 streaming on demand su Mymovies per l'Italia, e altrettanti per l'estero su Festival Scope .





Cinque passaggi di frontiera attraverso l'Europa: Italia, Francia, Lussenburgo, Germania, Danimarca e Svezia. Un gruppo di palestinesi-siriani, di notte e clandestinamente, percorrono migliaia di chilometri “accompagnati” da una sposa. Perchè, chi avrebbe il coraggio di chiedere i documenti ad una sposa? Nasce da questa domanda il documentario Io sto con la sposa (On the bride's side) ideato e realizzato da Gabriele Del Grande, giornalista e scrittore, Antonio Augugliaro, videoartista e Khaled Soliman Al Nassiry, porta e critico palestinese-siriano. “Siamo stanchi di dividere gli esseri umani in legali e illegali. E siamo stanchi di contare i morti in mare. Non sono vittime della burrasca, ma di leggi europee alle quali è arrivato il momento di disobbedire per riaffermare il principio della libertà di circolazione”, dichiara Gabriele Del Grande.
“
Quando vedi arrivare gente del tuo paese e sai che stanno scappando da una guerra... - aggiunge Khaled Soliman Al Nassiry - Senti che stai facendo una cosa giusta. Aiutare anche una sola persona ad uscire da quel mare di sangue, ti fa sentire dalla parte del giusto”.
Dal 14 al 18 novembre scorso ventritrè persone, tra ragazzi e ragazze, italiani, siriani e palestinesi prendono parte ad un corteo nuziale che parte da Milano con destinazione Stoccolma, violando le leggi sull'immigrazione. Tasneem, questo il nome della sposa, e i suoi amici sfondano la Fortezza Europa con il sorriso e il coraggio d disubbidire.
“Abbiamo cercato uno sguardo nuovo - dice Antonio Augugliaro - scevro da ogni vittimismo e commiserazione. Nel film, raccontiamo prima di tutto una storia che ha il gusto dell'avventura, la dimensione del sogno e la forma di una maschera.”
La storia raccontata è una finzione, ma affonda le sue radici nella realtà: per preparare il progetto i registi hanno intervistato tantissimi migranti che hanno messo le loro vite in mano ai trafficanti. Il documentario mette in scena proprio questo tipo di viaggio e di scelta e i tre autori rischiano 15 anni di carcere per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.


sabato 30 agosto 2014

Il bacio di Lampedusa



Un'altra indicazione letteraria per voi, cari lettori: vi proponiamo il romanzo intitolato Il bacio di Lampedusa, di Mounir Charfi, editore Castelvecchi. 


Il testo si apre con l'inizio di un'avventura: la ricerca di un libro antico, che tratta di alchimia. Il libro era appartenuto al padre del protagonista e ora questi, per ritrovarlo, deve viaggiare tra il sud della Tunisia e le coste francesi. Ma l'avventura e la fantasia affondano le proprie radici nella stretta attualità: Chafir, infatti, è un medico di professione - qui alla sua opera prima di narrativa - e con questo romanzo poetico, onirico, metaforico vuole raccontare l'odissea dei tanti migranti che sono costretti a lasciare i Paesi d'origine per cercare rifugio in Europa.

Scritto poco prima dello scoppiare delle rivoluzioni arabe, il testo ne anticipa le motivazioni e le speranze (a volte disilluse): parla di uomini, donne e bambini che lottano, scappano e chiedono giustizia e diritti tutelati. Come afferma lo stesso autore, il romanzo è un “libro kamikaze” nel senso che intende far saltare ogni barriera tra culture, religioni e politiche. La fantasia, infatti, è messa al servizio della realtà; l'atto creativo può essere un atto di ribellione, un gesto autentico di liberazione. Ecco, allora, che l'alchimia consiste nell'abbattere le frontiere - come Frontex, come Shenghen - ma anche quelle barriere che stanno dentro i cuori e che impediscono veri e concreti processi si accoglienza e di inclusione.

La finzione letteraria parla di un bacio, un bacio immaginario tra due continenti, tra la sponda Nord e quella Sud dello stesso mare; un bacio tra due città, Marsiglia e Algeri, che si fondono per diventare “Malgeri” e si fanno simbolo della volontà di capirsi e di accettarsi. Perchè il mondo torni ad essere uno spazio aperto, libero e pacifico. Per tutti.

lunedì 16 giugno 2014

EU013 L'ultima frontiera





Ogni anno migliaia di cittadini stranieri vengono trattenuti all’interno dei Centri di Identificazione ed Espulsione (C.i.e.) italiani per non avere un regolare permesso di soggiorno. Possono restarvi rinchiusi fino ad un anno e mezzo senza aver commesso reato: questo genere di detenzione amministrativa in Europa è la conseguenza estrema del funzionamento delle frontiere all’interno dell’area Schengen.



Il documentario, EU013 - L'ultima frontiera, di Raffaella Cosentino e Alessio Genovese, mostra gli operatori della polizia di frontiera di Ancona e Fiumicino, seguiti nelle normali procedure di controllo e contrasto all’immigrazione irregolare Il tentativo è quello di descrivere l’idea che oggi è alla base dell’affermazione di una identità europea diversa da tutto ciò che non lo sia. E i CIE sono la conseguenza estrema di questa idea.



Il film è stato presentato al Festival di Rotterdam e al Festival dei popoli. E' stato vincitore, nel 2012, del Premio Maria Grazia Cutuli.





Abbiamo rivolto alcune domande a Raffaella Cosentino che ringraziamo tantissimo per il tempo che ci ha dedicato.

 


 Nel titolo si parla di “ultima frontiera”: qual è il collegamento tra un CIE e il concetto di frontiera?

I collegamenti sono molteplici: uno è un collegamento fisico-geografico perchè il Cie è una sorta di limbo in cui si rimane intrappolati. Ci sono persone che fanno anche dieci anni dentro e fuori dai CIE oppure dal circuito carcere-CIE e questi rappresentano il prolungamento delle frontiere all'interno del territorio nazionale. E poi c'è un discorso simbolico/ideologico per cui i CIE sono la manifestazione delle politiche di frontiera all'interno dell'area Shengen, per cui per abbattere queste frontiere sono stati costruiti i CIE per escludere i cosiddetti “extra-comunitari” che da categoria burocratica sono diventati una categoria simbolica nel senso che la parola “extra-comunitario” ha perso la sua valenza originaria per indicare, invece, uno stigma, per indicare persone povere, reiette, criminali. Non indichiremmo mai come “extra-comunitario” uno svizzero o un americano...Quindi i CIE fanno parte di questa costruzione simbolica razzista.


Su cosa si basano il teorema dell'invasione e la paura nei confronti degli immigrati ?

Vedere delle persone in gabbia, pur non avendo loro commesso alcun reato, conferma lo stereotipo che siano socialmente pericolose e da allontanare dal vivere civile. Questo serve a confermare l'apparato di costruzione di un nemico. Ed è quello che abbiamo raccontato con questo documentario.


Quali sono le condizioni di sopravvivenza all'interno di un CIE?


Come mi diceva poco tempo fa uno dei nostri protagonisti, Lassaad, la persona viene totalmente annientata ed è difficile sopravvivere perchè i CIE sono istituzioni totali in cui si annienta la persona umana, come lo erano i manicomi.
Il tempo che non passa mai, l'ingiustizia di essere rinchiusi per non avere commesso nulla, non si viene rimpatriati, i carcerieri decidono per te qualsiasi cosa: tutto questo, protratto per 18 mesi, ti porta ad essere annullato come essere umano.
L'unica forma di sopravvivenza è la rivolta. Abbiamo avuto una sentenza della magistratura, a Crotone, nel dicembre 2012, in cui il giudice D'Ambrosio ha assolto per legittima difesa tre migranti che avevano danneggiato il CIE, dando vita alla rivolta. Questo perchè, dopo un'ispezione a sorpresa, è emerso che le condizioni all'interno del CIE erano così gravi da produrre una lesione pesantissima dei diritti umani per le persone. E' stata una sentenza rivoluzionaria.
A Gradisca, invece, le rivolte sono state duramente represse e un ragazzo è finito in coma.


Cosa succede ai migranti allo scadere dei 18 mesi?


Di solito viene dato un foglio di via con l'intimazione di lasciare il territorio nazionale entro 7-15 giorni, cosa che puntualmente non fanno perchè, spesso, sono persone già radicate in Italia. Al successivo controllo dei documenti finiranno di nuovo nel CIE per altri 18 mesi, spostati come pacchi da Nord a Sud, senza che ci sia un criterio o una spiegazione logica per cui, ad esempio, uno preso a Milano venga potato nel CIE di Roma e poi trasferito a Gorizia, etc. con spese incredibili per lo Stato.


Avete ripreso gli operatori di Ancona e di Fiumicino mentre fanno i controlli...qual è la sua opinione a riguardo?

 A noi serviva far vedere come loro applicano quella che è un'idea politica. Poi ognuno ha il proprio ruolo in questa società e in questo gioco assurdo ci sono due protagonisti: gli uomini della Polizia e i migranti. E noi volevamo mostrare tutti. Non potevamo riprendere la Polizia all'interno dei CIE, ma soltanto a livello della frontiera: il nostro occhio è volutamente neutro, abbiamo semplicemente ripreso quello che è e, secondo me, chi guarda il documentario può darne un'interpretazione a seconda della propria ottica.
Per me è giusto contestare le regole che, a livello europeo, ci stiamo dando.
















mercoledì 28 maggio 2014

E dopo le elezioni cosa succederà?



Si sono concluse le votazioni per eleggere i rappresentanti dei vari Stati presso il parlemento europeo: conosciamo i risultati dei partiti in Italia e all'estero e possiamo farci un'idea generica della situazione.

Ma noi vogliamo ricordare i programmi sul tema dell'immigrazione dei partiti che sono stati più votati dai cittadini italiani durante le elezioni di domenica 25 maggio 2014...tra promesse, slogan e minacce.

Renzi ha scritto “I progressisti europei hanno il compito di dare un segno diverso all'UE sulle politiche di immigrazione e asilo e su quello della politica euromediterranea”, sottolienando che la diversità sia una ricchezza e che l'Europa debba essere il continente, geografico e politico, della solidarietà e dell'integrazione. Le proposte, a tale riguardo, sarebbero quella di trasfromare Frontex (l'organismo che si occupa della gestione delle frontiere esterne) in un corpo europeo comune a tutti gli Stati membri per sollevare l'Italia dall'essere la prima, e l'unica, a fronteggiare il problema dei flussi migratori. E, come seconda proposta, è prevista quella di trovare accordi con i Paesi da cui provengono i migranti attraverso il sostegno ai processi di democratizzazione e di sviluppo economico e sociale. Infine, il PD prevede, per gli immigrati già arrivati in Italia, la definizione di politiche comuni per l'inserimento nel mondo del lavoro e dello studio e “l'estensione dell'accesso alla cittadinanza per i bambini nati in Europa da genitori stranieri (lo ius soli europeo) o per i residenti di lunga durata”.

Molto articolato il programma, sempre in tema di migrazioni, del partito L'altra Europa per Tsipras: secondo il testo, di quattro pagine, “ l'Europa deve diventare uno spazio culturale aperto, con un'identità plurale e dinamica, capace di fondare le relazioni tra gli stati membri e con i paesi terzi sul reciproco rispetto, sul riconoscimento dele specifiche diversità culturali, sulla promozione delle libertà e dei diritti fondamentali, sul mantenimento della pace tra i popoli, sulla garanzia del principio di uguaglianza, sul rifiuto di goni forma di discriminazione, sul ripudio della xenofobia e del razzismo”. Questo sul piano teorico. Sul paino pratico, la lista Tsipras ha aderito alla campagna “L'Europa sono anch'io” che prevede dieci punti importanti: ratifica della convenzione sui diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, diritto di voto amministrativo ed europeo, riforma della cittadinanza europea, dirittio di arrivare legalmente in Europa, politiche migratorie aperte agli immigrati per il loro inserimento nel mondo del lavoro, libertà personale e chiusura dei CIE, diritto ad un'accoglienza dignitosa, parità di accesso ai sistemi welfare, lotta contro il razzismo e la xenofobia, tutela dei diritti dei minori.
Di tutt'altro avviso la Lega Nord. Matteo Salvini ha detto: " Crediamo che il futuro nella gestione dell'immigrazione dovrà passare per una più stretta collaborazione tra le forze di polizia e le unità addette a prevenire l'immigrazione illegale degli Stati membri che sono in prima linea e sono più colpiti dal problema, senza però l'ingerenza di Bruxelles". Insiste, quindi, sulla soluzione "militarista" e sul ripristino del reato di immigrazione clandestina.
Insomma, si stanno cerando nuovi equilibri in Italia e nel resto d'Europa e noi terremo monitarata la situazione.



Intanto ripubblichiamo l'intervento del fotografo Mauro Prandelli che, durante un icnonrto pubblico organizzato da Associazione per i Diritti Umani, ci ha parlato approfonditamente di Frontex.


mercoledì 26 marzo 2014

Un muro contro l'immigrazione




Cari lettori,

di seguito vi proponiamo, con gioia, tre filmati: il primo riguarda l'incontro che l'Associazione per i Diritti Umani ha realizzato come secondo appuntamento della “Carovana dei diritti”: il fotoreporter Mauro Prandelli illustra il suo progetto e il suo viaggio per la mostra Evros. Porta orientale d'Europa. Un muro contro l'immigrazione.

Il secondo video propone gli interventi dei ragazzi della 3F della scuola media “A.B. Cairoli” di Milano che hanno partecipato attivamente con un loro lavoro sul tema e che hanno seguito con attenzione e curiosità il racconto, in immagini e parole, di Prandelli.

Il terzo filmato è proprio il lavoro di taglio sociologico che gli studenti, coordinati dalla Prof.ssa Luisa Pesavento, hanno realizzato: il progetto ha ripercorso le tappe della storia delle migrazioni dell'umanità, le cause e le conseguenze. Un lavoro, questo, che speriamo possa essere utile anche ad altri insegnanti e alunni, per un approfondimento interdisciplinare.



Ringraziamo moltissimo Mauro Prandelli, Spazio Tadini che ha ospitato l'evento e i ragazzi (con i genitori e gli insegnanti).
 
 
 
 
 
 
 


mercoledì 6 novembre 2013

Il Consiglio europeo e il tema dell'immigrazione




Alla fine del mese di ottobre si è tenuto un vertice europeo che ha visto la seconda giornata dei lavori impegnata sul tema dell'immigrazione: otto Paesi del Sud Europa - in testa l'Italia, affiancata da Spagna e Francia - hanno approvato un testo comune in cui si parla di solidarietà e di distribuzione delle responsabilità.
Il Premier italiano, Enrico Letta, ha così commentato il summit: “ L'Unione Europea affronta, finalmente, dopo tanti anni e tanta disattenzione, il dramma del Mediterraneo...Le conclusioni del vertice Ue sono sufficienti rispetto alle aspettative che avevamo”.
Tra i provvedimenti discussi, vi è la proposta di migliorare Frontex, l'agenzia europea per il pattugliamento delle frontiere, anche se, dal punto di vista operativo, le conclusioni verranno confermate con il Consiglio europeo che si terrà il 28 dicembre: ma, sempre a proposito di Frontex, ci sono delle anticipazioni: l'Olanda si è già impegnata a destinare nuovi mezzi aerei, la Francia fornirà maggiori risorse e la Germania parla di “misure necessarie a corto termine”.
Sul tema dell'asilo politico, la discussione prevede tempi più lunghi: l'argomento verrà approfondito nel prossimo mese di giugno quando verranno affrontati i temi giuridici e, per quanto riguarda la posizione del nostro Paese, sempre Letta ha affermato che si sta lavorando ad un testo unico e, ritornando al tema principale del vertice, quello dell'immigrazione, ha aggiunto: “E' importante che sia stato incorporato il concetto di solidarietà, che non era scontato. Per noi è fondamentale il fatto che si sia raggiunto il risultato di considerare il tema come europeo, non solo maltese, italiano o dei Paesi del Mediterraneo. La tragedia di Lampedusa chiama in causa l'intera Unione Europea e le conseguenze dovranno essere assunte a livello europeo”.