"...Non si potrà avere un globo pulito se gli uomini sporchi restano impuniti. E' un ideale che agli scettici potrà sembrare utopico, ma è su ideali come questo che la civiltà umana ha finora progredito (per quello che poteva). Morte le ideologie che hanno funestato il Novecento, la realizzazione di una giustizia più giusta distribuita agli abitanti di questa Terra è un sogno al quale vale la pena dedicare il nostro stato di veglia".
La
cartina qui in alto rappresenta l’accesso ai servizi sanitari in
tutta l’Africa.
Inutile
precisare che la situazione è critica per la maggior parte dei
territori africani, soprattutto considerando il confronto con i Paesi
europei in cui la percentuale del grafico è del 100% e questo indica
che l'accesso è ottimale, o quasi.
Come
si può notare, gli Stati che si trovano in condizioni più gravi
interessano l’Africa subsahariana: le motivazioni sono molteplici,
ma sicuramente le guerre civili che dilaniano questi Paesi non
permettono la crescita istituzionale e sanitaria.
I pochi ospedali esistenti sono situati solo nelle grandi città, dove c’è sovraffollamento ed inoltre si presentano come agglomerati molto estesi e privi di qualsiasi struttura.
I medici sono circa 0,8 per mille abitanti e tutte le spese sono a carico dei malati, spesso bambini, donne in gravidanza e anziani.
Anche i farmaci hanno un costo alto e, nella maggior parte dei casi, sono di qualità scadente; altro problema è che molti farmaci provengono dall’Occidente e quindi non sono adatti per le malattie tropicali (uno studio del 1999, infatti, evidenzia che solo 13 dei 1233 farmaci in commercio in Africa sono creati per curare malattie tropicali).
A
tutto questo si aggiunge che il 52% del continente africano non
dispone di acqua potabile e il 90% delle malattie viene trasmesso
proprio attraverso l'acqua.
Chi
ci rimette, naturalmente, è la popolazione civile che, nella maggior
parte dei casi, è costretta a scappare e a migrare illegalmente nei
territori limitrofi.
Uscito da pochissimo per una casa
editrice che ha un nome molto bello: Sensibili alle foglie. Stiamo
parlando del romanzo di Gianluigi Gherzi, già conosciuto come attore
teatrale. Il titolo del suo lavoro è Atlante
della città fragile da cui
è stato tratto anche lo spettacolo “”Antigone nella città” in
scena fino al 2 novembre al Teatro Out Off di Milano.
“Riprendi a viaggiare!”, si
dice il protagonista. Dove? Nelle strade della tua città! A far che?
A dare voce a un malessere, a un brusio che suona confuso,
indistinto. Viaggiare per incontrare vite, ascoltarle, sentirle
prendere forma all’interno del cuore della città. Vite fragili,
dappertutto. Vite che tessono un altro disegno, mappa, atlante della
città, percorsi che portano a un luogo straordinario, il parco del
più grande ex ospedale psichiatrico della città, dove tra alberi,
panchine, musei degli orrori, appaiono infermieri specializzati nello
scassinare porte da troppo tempo chiuse, segretarie innamorate della
bellezza e dei giovani spettinati, receptionist in guerra coi mondi
ambigui e spietati della prestazione e della performance, un ragazzo
tornado bloccatosi di colpo che riprende a camminare. Tutti
accompagnati e benedetti dall’antichissimo Zio Jodok. Poesia, canto
lirico, storia autobiografica, pericolose avventure, strazi sottili,
confessioni e canzoni per una vita che rinasce. Ogni giorno.
Nell’attenzione alla “fragilità”, che è misura necessaria e
preziosa del vivere.
Abbiamo realizzato, per voi, questa
intervista a Gigi Gherzi che ringraziamo molto per la disponibilità.
Cosa vuol dire essere “fragili”?
Essere fragili, in realtà, è
qualcosa che appartiene profondamente all'umano. E' una condizione di
esposizione, di rischio che è stata vista, ultimamente come un
disvalore, come un segno di debolezza, come un segno di fallimento e
di inadeguatezza rispetto agli impegni e all'immagine che la società
ti chiede di avere e questo ha creato molta sofferenza perchè,
invece di consolidare la fragilità anche come un atto costitutivo
della perona, è considerata una colpa, un peccato di cui
vergognarsi. Tutto questo trasforma la fragilità in patologia, in un
senso di fallimento psicologico.
I protagonisti delle sue storie
sono vittima di un'ingiustizia sociale? Le istituzioni potrebbero
fare qualcosa di più per le persone che fanno parte della “città
fragile”?
Non sono
vittime di un'ingiustizia sociale specifica, sono quello che rimane
quando si scuote fortemente un corpo sociale per cercare di renderlo
omogeneo e rimane qualcosa impigliato dentro a quelle reti e sono
proprio quelle persone che non hanno voluto omologarsi.
Non c'è
nessun intento di denunciare una persecuzione specifica, ma si
denuncia semmai quel meccanismo che appiattisce la diversità
dell'essere umani e si cerca, invece, un'attenzione alle potenzialità
delle persone e alle loro particolarità. In questo senso tutti
viviamo in una situazione di ingiustizia, di disagio; tutti siamo
fuori dai nostri panni perchè spesso siamo chiamati a preformances
che non appartengono alla nostra vita.
In
passato era molto più facile individuare i portatori di fragilità
estreme e c'era una forte suddivisione tra loro e il mondo della
normalità; oggi, invece, se si parla con molti psichiatri dicono che
la maggior parte dei pazienti viene chiamata “normaloide” perchè
sono si tratta di persone che sembrano assolutamente normali, ma al
loro interno portano i segni di un enorme disagio, segni legati alla
complessità dei problemi attuali e a quel sistema sociale che chiede
massima operatività e omologazione. La nostra non è una società
che rispetta la fragilità, è una società della forza, della
violenza che è presente nelle relazioni, soprattutto in quelle
lavorative perchè è un modello competitivo.
Oggi il
disagio mentale fa paura?
Sì, fa
molta paura. Fa paura perchè porta con sé lo stigma di una condanna
al non poter essere protagonisti, al non poter fare carriera e al non
poter essere socialmente presentabili.
Per
questi motivi, oggi, c'è un uso nuovamente smodato dello
psicofarmaco, come farmaco adattativo che tampona o nasconde questa
realtà. Secondo me, è un disagio molto diverso dal passato perchè
anche la malattia sembra aver preso contorni più insidiosi e sfumati
in quanto si incrocia con un disagio legato all'esistenza stessa.
Come ha
raccolto le storie per il suo libro (e per lo spettacolo)?
Le
storie sono state raccontate in due modi: da una parte, cercavo
persone appartenenti a una certa normalità e che testimoniassero la
loro capacità ad essere fragili all'interno di questo mondo come, ad
esempio, una ragazza che fa uno stage all'interno di un'agenzia
pubblicitaria, una professoressa precaria, e anche un manager di
multinazionale. Questo per uscire da un'idea di fragilità di coloro
che dichiaratamente soffrono di un disturbo, vanno al CPS o hanno
subito un trattamento o un ricovero. Dall'altra parte, ho
intervistato persone che vivono o lavorano all'interno dell'ex
ospedale psichiatrico “Paolo Pini” di Milano dove l'associazione
Olinda, da tanto tempo, lavora sui diritti dei malati, sperimentando
percorsi di reinserimento dentro a una normalità professionale,
relazionale e anche di creatività culturale.
Si
tratta, però, di un romanzo per cui mi sono preso tutta la libertà
di incrociare le storie e, nel passaggio dall'intervista alla tecnica
narrativa, ho dovuto operare dei “tradimenti”, ma per mantenere
la verità.
Pubblichiamo
anche noi l'appello ufficiale di Medici per i Diritti Umani con
preghiera di divulgazione. Grazie.
Alla
luce dei gravi danni subiti da ospedali, cliniche e dal personale
medico nella Striscia di Gaza, Medici per i Diritti Umani-Israele
invia una comunicazione urgente al Procuratore Generale e al
Ministro della Difesa:
Devono
essere adottate tutte le misure di sicurezza per evitare di colpire
il personale medico e di mettere in pericolo le strutture sanitarie
mentre continuano i combattimenti nella Striscia di Gaza.
Roma, Tel Aviv, 24
luglio 2014 – Medici per i Diritti Umani Israele (Physicians for
Human Rights Israele – PHR Israele) ha inviato il 22 luglio una
lettera
al Procuratore generale e al Ministro della Difesa di Israele,
denunciando i danni subiti da numerose strutture sanitarie e dal
personale medico e le difficoltà di evacuare i feriti nel corso
degli attacchi militari a Gaza. La lettera, firmata da Ran Cohen,
direttore esecutivo di PHR-Israele e dagli avvocati Tamir Blank e
Adi Lustigmanù, afferma “ci rivolgiamo a voi alla luce dei tanti,
dei troppi danni subiti sia al corpo che allo spirito dal personale
medico nonché alle strutture nella Striscia di Gaza”. La lettera
si aggiunge ad altri comunicati che PHR-Israele e altre
organizzazioni hanno diffuso per contestare la
politica di attacco a Gaza,
i danni all’ospedale al-Wafa, e sottolineare
l’urgente bisogno di mettere in atto un meccanismo che regoli
l’evacuazione dei feriti.
A causa degli
intensi combattimenti nella zona della Striscia di Gaza è difficile
raccogliere informazioni sul terreno, ma secondo i dati che
PHR-Israele ha ottenuto da varie fonti, tra cui la sezione di
emergenza del Ministero della Sanità Palestinese a Ramallah, che
opera in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della
Sanità, al 21 luglio 2014 sono stati danneggiati, direttamente o
indirettamente, cinque ospedali, sei cliniche e i centri di primo
soccorso nella Striscia di Gaza, 23 membri del personale medico sono
stati feriti e tre sono stati uccisi (l’elenco completo è
compreso nella lettera). Il danno più recente è stato registrato
ieri presso l’ospedale della Mezzaluna Rossa Shuhadat di Al-Aqsa a
Deir Al-Balah, apparentemente a causa di un colpo diretto
sull’ospedale. Questo attacco ha causato la morte di cinque
persone (tra cui dei medici), ha ferito circa 70 persone, e ha
causato importanti danni strutturali all’edificio e due ambulanze
sono state colpite mentre evacuavano dei feriti.
PHR-Israele
sottolinea che le Convenzioni di Ginevra garantiscono protezione
alle strutture e al personale medico mentre svolgono il loro ruolo.
L’Alta Corte di Giustizia israeliana ha detto, in merito a queste
misure di protezione, che, anche nel caso in cui vi sia una
preoccupazione ben fondata che la struttura medica venga utilizzata
impropriamente, questa non consente una violazione radicale dei
principi umanitari. “Va ricordato che per alcuni pazienti non ci
sono le condizioni pratiche per spostarli in un’altra struttura, a
ciò si aggiungono le difficoltà dei civili nella Striscia di Gaza
per i quali talvolta non è possibile l’evacuazione a causa di
Hamas o delle circostanze oggettive provocate dal conflitto. Infine
deve essere sempre accertato che una determinata struttura sanitaria
abbia effettivamente fatto parte delle attività militari e che vi
sia una necessità militare immediata di colpirla”.
I numerosi casi di
danneggiamenti riportati in questo comunicato sollevano gravi
preoccupazioni sul fatto che l’esercito non stia operando secondo
le norme del diritto internazionale, o intenzionalmente e per
“ordini superiori” o per il fatto che le direttive riguardanti
le strutture mediche non sono state inserite nelle linee guida o
restano inapplicate sul terreno.
Alla luce di
questo, e al fine di evitare ulteriori danni alle strutture mediche
e ai membri del personale sanitario, PHR-Israele chiede che
l’esercito cessi di impegnarsi in operazioni che mettono
illegittimamente in pericolo il personale medico, e chiede che nelle
linee guida vengano inseriti i divieti e le limitazioni che si
applicano alle strutture mediche e al personale. Inoltre,
PHR-Israele esige che avvenga un ripensamento immediato, e che
l’esercito programmi le proprie azioni in modo da ridurre al
minimo la possibilità di altri danni di questo tipo in futuro, e
che venga fatta una revisione retroattiva e che si tenga conto dei
danni già inflitti.
Per ulteriori
informazioni: Lital Grossman, Spokeswoman, Physicians for Human
Rights – Israel 052-3112136 media@phr.org.il Ufficio stampa
MEDU – 3343929765 / 0697844892
Vincitore
del Premio “Ilaria Alpi”, nel 2013 e di molti altri
riconoscimenti in Festival nazionali, il documentario Lo
Stato della follia, del
regista Francesco Cordio, apre le porte di alcuni ospedali
psichiatrici giudiziari (OPG) italiani per denunciare le condizioni
in cui versano le persone in essi detenute. Ma non solo: l'indagine
si interroga anche sui motivi per cui alcuni vengono internati e
troppo a lungo, sulle modalità di analisi delle loro condizioni
psichiatriche, sul rapporto, del tutto burocratico, tra medici,
magistrati e pazienti.
Abbiamo
fatto, per voi, un'intervista a Francesco Cordio che ringraziamo
molto per il tempo che ci ha voluto dedicare.
Il
progetto nasce da una sua esperienza negli OPG a seguito dei lavori
della Commissione parlamentare, commissione presieduta dal Senatore
Ignazio Marino, sull'efficacia ed efficienza del Servizio sanitario
Nazionale: come sono nati il suo interesse verso questo argomento e
il progetto cinematografico?
Alcuni
Senatori della Commissione d'inchiesta - che è una commissione
straordinaria e non permanente – avevano visto dei miei lavori
precedenti e, quando hanno deciso di andare a documentare in video
quello che succedeva dentro gli ospedali psichiatrici giudiziari, mi
hanno contattato.
Io non
avevo alcuna conoscenza degli OPG e ho accettato un po' senza sapere
dove mi stessero portando, ma dal primo ingresso che ho fatto non ho
potuto fare altro, oltre allo shock, che appassionarmi al tema. Ho,
quindi, chiesto ai Senatori di poter utilizzare quel materiale che
stavo filmando per un loro lavoro interno (che per la prima volta
nella storia della Repubblica è andato agli atti nei lavori della
Commissione) anche un mio lavoro esterno più ampio, che potesse
arrivare a un pubblico più vasto. La cosa mi è stata riconosciuta
per cui, negli anni successivi, ho continuato ad occuparmi di questo
tema e ho avuto la fortuna di di conoscere l'attore Luigi Rigoni che,
invece, ha avuto la sfortuna di finire in un ospedale psichiatrico
giudiziario, quello di Aversa, e ho deciso di far raccontare a lui la
sua disavventura. Questo suo racconto si intreccia alle immagini che
ho filmato dentro gli ospedali.
Il
titolo del film può essere anche un gioco di parole: come può, lo
Stato, ripristinare una psichiatria più democratica, che garantisca
i diritti di base alle persone internate?
Ho
optato per mettere nel titolo la “S” maiuscola perchè la cosa
più assurda e paradossale è che sia lo Stato a rappresentare la
parte folle: se devono essere curate delle persone che commettono un
reato in uno stato di incapacità di intendere e di volere e, invece,
vengono mandate ad ammalarsi o a peggiorare la propria situazione,
allora vuol dire che è lo Stato ad essere folle.
Il
percorso più opportuno da seguire, secondo me, potrebbe esserci
suggerito dalla Spagna dove la persona incapace di intendere e di
volere che compie un reato non può essere internata per un tempo più
lungo della durata della pena di una persona che è in possesso delle
proprie facoltà e che ha commesso un reato.
Qual è
il nesso tra crimine e follia? E come mettere in pratica misure di
sicurezza adeguate, tenendo conto della sentenza n. 139 della Corte
Costituzionale del 1982 secondo la quale la pericolosità sociale
“non può essere definita come un attributo naturale di quella
persona o di quella malattia”?
E'
fondamentale una valutazione psichiatrica più adeguata
e,soprattutto, il percorso all'interno delle strutture ospedaliere
deve avere una maggiore assistenza psichiatrica.
Se noi
calcoliamo che dentro un OPG la visita dura in media 32 minuti...vuol
dire che si è completamente abbandonati.
E'
importante che gli psichiatri facciano valutazioni più appropriate
nella fase della perizia ed è importante che, poi, i magistrati
decidano confrontandosi di persona con gli psichiatri e con le
persone che stanno per mandare in OPG perchè, spesso, magistrati e
medici si relazionano tra loro solo tramite fax. E' tutto un fatto di
carte e di burocrazia, ma in questo modo si gioca con la vita di
persone deboli, indifese, che a volte non hanno una famiglia che le
aspetta fuori. In questo senso lo Stato è molto colpevole.
Le
misure di sicurezza risalgono ad un codice antico, al codice Rocco, e
vengono comminate nel momento in cui la persona, incapace di
intendere e di volere, compie un reato: se è minimo, la misura di
sicurezza consta in due anni di internamento e, durante questo
periodo, la Sanità nazionale dovrebbe curare l'internato per far
scemare la sua pericolosità sociale. Se, al termine della misura di
sicurezza, la nuova perizia stabilisce che la persona è ancora
pericolosa, si può decidere per una eventuale proroga. E si arriva a
20,30 anni o ai famosi “ergastoli bianchi”.
Ci può
riportare le voci di qualche persona rinchiusa, ad esempio, a
Montelupo Fiorentino, a Reggio Emilia o ad Aversa, per citare solo
poche strutture?
Tra le
tante testimonianze che ho registrato, quella che più mi ha colpito
è quella di un ragazzo internato a Reggio Emilia che, con grande
lucidità, dice una frase: “ L'Uomo è un animale che può
abituarsi a tutto, ma qua viene messo a dura prova”. Dopo qualche
mese il ragazzo ha deciso di togliersi la vita.
Nei
titoli di coda scrivo che il film è dedicato a lui e a tutti coloro
che non ce l'hanno fatta.
In
occasione della 43ma Giornata Internazionale contro le
discriminazioni nei confronti dei Rom e dei Sinti proponiamo alcune
considerazioni tratte dal rapporto redatto, lo scorso dicembre,
dall'Associazione 21 luglio dal titolo Figli
dei “campi”. Libro bianco sulla condizione dell'infanzia rom in
emergenza abitativa (Per
scaricare il documento completo potete andare sul sito
www.21luglio.org).
La
sentenza del Consiglio di Stato del novembre 2011 aveva dichiarato
illegittima la cosiddetta “emergenza nomadi”, in vigore dal
maggio 2008. L'attuazione delle misure emergenziali, infatti, era
iniziata con un censimento delle comunità rom e sinte negli
insediamenti formali e informali di diverse città italiane, un
censimento che aveva assunto le fattezze di una schedatura su base
etnica.
Come
evidenziato da molte organizzazioni internazionali e dalle ONG
(Amnesty International, tra le tante) l'”emergenza nomadi” in
vigore nel periodo 2008-2012 ha aggravato la discriminazione delle
comunità rom e sinte perchè si è continuato a concentrare queste
comunità in spazi chiusi e spesso caratterizzati da condizioni di
vita incompatibili con gli standard internazionali sul diritto ad un
alloggio adeguato e con il godimento effettivo di altri diritti di
base, quali: il diritto alla salute, all'istruzione e al gioco, nel
caso dei minori.
Nel
rapporto stilato dall'Associazione 21 luglio vengono descritte le
condizioni di vita dei bambini e dei giovani - e delle loro famiglie
– all'interno degli insediamenti formali e informali, utilizzando
come fonte di rifermento ad esempio La Convenzione dei Diritti
dell'Infanzia e dell'Adolescenza e la Carta Sociale Europea
(riveduta).
Secondo
l'indagine, le soluzioni abitative proposte ai rom e ai sinti si
basano su un presupposto erroneo, ovvero che ci si stia rivolgendo a
popolazioni nomadi: questo comporta che gli alloggi siano ubicati in
spazi isolati e sovraffollati, che non offrono nessuna seria
prospettiva di inclusione sociale e in cui le persone vivono in una
situazione di segregazione. A questo si aggiungono gli sgomberi
forzati che consistono nella rimozione degli individui dalle loro
abitazioni contro la loro volontà, senza il rispetto di garanzie
come, ad esempio, la predisposizione di alloggi alternativi e un
giusto preavviso.
Questa
precarietà abitativa comporta ripercussioni gravi sullo stato di
salute dei rom e dei sinti e sui diritti dei minori. La collocazione
degli insediamenti in aree insalubri e spesso lontane dai servizi
sanitari espone le persone che vi abitano a situazioni nocive per la
loro salute, situazioni causate anche dalla mancanza di servizi
igienici, impianti fognari, connessione all'acqua potabile e
all'elettricità. Le patologie più frequenti, soprattutto nei più
giovani, sono denominate “patologie da ghetto” e sono: malattie
infettive, patologie da stress, disturbi del sonno. Per quanto
riguarda il tema della salute, inoltre, è emersa anche la difficoltà
di accesso al Servizio Sanitario Nazionale legata alla mancanza della
residenza anagrafica e ai motivi economici e questo comporta
l'impossibilità, per i bambini rom e sinti, di usufruire delle cure
necessarie in caso di malattia.
Altro
argomento importante, preso in esame nel rapporto, riguarda il
diritto all'istruzione. L' istruzione costituisce un diritto
fondamentale anche in relazione ad altri, primo fra tutti il diritto
al lavoro. Il rapporto ha evidenziato che l'abbandono scolastico e la
discontinuità scolastica sono frequenti in tutte le città italiane
e le ragioni sono molteplici: la condizione di precarietà abitativa
che costringe le famiglie a spostarsi da un'area all'altra, ma anche
l'esistenza di stereotipi e pregiudizi negativi radicati
nell'immaginario collettivo.
Anche
il diritto al gioco è importante: l'esiguità degli spazi vitali
nelle unità abitative rende molto difficile le attività di gioco al
chiuso. I bambini e i ragazzi, quindi, si ritrovano a svolgere le
attività ludiche all'aperto e, come detto, spesso in zone insalubri
e insicure. E questo impedisce la possibilità di svolgere attività
ricreative, artistiche e culturali, utili allo sviluppo educativo,
cognitivo e relazionale dei minori.
L'ultima
parte del libro bianco prende in considerazione un altro aspetto
delicato: il diritto alla famiglia e, in particolare, il diritto di
non essere separati dai propri genitori se non nel caso in cui
l'autorità competente decida che sia strettamente necessario
nell'esclusivo interesse del minore. Secondo la normativa
internazionale, infatti, la separazione dei figli dai propri genitori
(e la loro collocazione in strutture socio-sanitarie assistenziali o
in altri nuclei familiari) dovrebbe costituire un rimedio estremo e
non dovrebbe essere deciso solamente in base alle condizioni
socio-economiche dei genitori. Invece, il trend inquietante che
emerge dalla ricerca è che in Italia i minori rom sono dichiarati
adottabili molto più spesso rispetto ai loro coetanei non rom:
questo per il pregiudizio, ancora diffuso, secondo il quale i rom, in
quanto tali, sarebbero incapaci di prendersi cura dei propri figli.
Ma solo la conoscenza diretta e approfondita di persone, popoli e
culture può scardinare, almeno in parte, stereotipi e pregiudizi. E
tutte le indagini e le attività culturali che vanno in questa
direzione possono essere d'aiuto.
Il 31
marzo 2013 chiuderanno i sei ospedali psichiatrici giudiziari (Opg)
presenti sul territorio italiano. 800 malati mentali saranno a
rischio di cure e questo è un fatto piuttosto grave perchè, come
spiega Claudio Mencacci - Presidente della Sip, Società Italiana di
Psichiatria – circa il 10% delle persone che presentano disturbi
sono pericolosi e potrebbero creare qualche problema di sicurezza; il
rischio è molto basso, ma non si può escludere del tutto che
possano reiterare i reati.
Gli Opg
chiudono in base al disegno di legge n. 9/2012, voluto dai Ministeri
della Salute e della Giustizia e le conseguenze potrebbero essere
negative a causa della mancanza di strutture alternative, della
mancata gradualità, di una proroga o di interventi che garantiscano
la sicurezza dei pazienti, degli operatori e della comunità; la Sip
denuncia, inoltre, la carenza di cure psichiatriche nei penitenziari
dove confluiranno molti dei malati mentali. In Italia sono tra le
1000 e le 1500 persone internate negli Opg e, ad oggi, non sono
ancora pronte le 20 strutture che dovrebbero sostituire gli ospedali
psichiatrici giudiziari.
Virgilio De Mattos
Per
accompagnare questo percorso, ancora confuso, è arrivato nel nostro
Paese, Virgilio De Mattos ,docente dell'Università di Belo
Horizonte, in Brasile che nel suo libro intitolato Una
via d'uscita,
edizioni Alphabeta, riporta l'esperienza del PAJ-PJ-TJMG, “Programma
di attenzione integrale” che si basa, principalmente, sul concetto
di “prevenzione”: i pazienti, aiutati dai familiari e dal
personale specializzato, affrontano il proprio caso e ne indicano la
soluzione attraverso l'azione giuridica, sociale e clinica.
I
malati di mente autori di reato, infatti, vengono riconosciuti
responsabili del reato, ma non vengono isolati in un carcere; possono
circolare liberamente nelle strutture adibite per poter affrontare le
cure necessarie e per poter relazionarsi meglio e lavorare sul
problema; tutti i cittadini devono essere sottoposti a un giudizio
penale con tutte le garanzie previste dal codice, con la possibilità
di essere sottoposti ad un processo con il contraddittorio e la
difesa legale; in caso di condanna, infine, deve essere fissata la
pena con la possibilità - valutando i casi - di detrazione o
progressione del regime di detenzione, la sospensione o la
prescrizione.
Un
ulteriore passo verso il rispetto dei diritti fondamentali anche per
chi ha commesso reato è dato da un progetto in atto dal 1994 presso
il carcere di San Vittore di Milano. Si tratta di uno spazio di
produzione musicale, creato da Alejandro Jarai che, dal sette anni,
ha dato vita al progetto VLP
Sound: la
stanza 17 del 3° Raggio diventa un luogo dove si fa musica tutti i
giorni, con la partecipazione dei detenuti e con la collaborazione di
istituzioni, educatori e associazioni che operano nel settore.
Il
progetto prevedere la realizzazione di CD - distribuiti gratuitamente
- e la realizzazione di concerti e di registrazioni per creare un
ponte tra la realtà interna all'istituto e la realtà esterna. La
“persona” è, infatti, al centro del progetto: i detenuti, grazie
alla musica, imparano di nuovo ad ascoltare. Ascoltano, prima di
tutto, se stessi e poi gli altri; recuperano le proprie emozioni e la
propria umanità; migliorano la relazione con “il diverso da sè”
e con il mondo esterno. La
musica, quindi, come comunicazione, come veicolo di nuovi valori,
come opportunità di crescita e di riscatto.