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sabato 17 ottobre 2015

Accesso ai servizi sanitari in Africa

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 



di Veronica Tedeschi




La cartina qui in alto rappresenta l’accesso ai servizi sanitari in tutta l’Africa.


Inutile precisare che la situazione è critica per la maggior parte dei territori africani, soprattutto considerando il confronto con i Paesi europei in cui la percentuale del grafico è del 100% e questo indica che l'accesso è ottimale, o quasi.


Come si può notare, gli Stati che si trovano in condizioni più gravi interessano l’Africa subsahariana: le motivazioni sono molteplici, ma sicuramente le guerre civili che dilaniano questi Paesi non permettono la crescita istituzionale e sanitaria.



I pochi ospedali esistenti sono situati solo nelle grandi città, dove c’è sovraffollamento ed inoltre si presentano come agglomerati molto estesi e privi di qualsiasi struttura.

I medici sono circa 0,8 per mille abitanti e tutte le spese sono a carico dei malati, spesso bambini, donne in gravidanza e anziani.

Anche i farmaci hanno un costo alto e, nella maggior parte dei casi, sono di qualità scadente; altro problema è che molti farmaci provengono dall’Occidente e quindi non sono adatti per le malattie tropicali (uno studio del 1999, infatti, evidenzia che solo 13 dei 1233 farmaci in commercio in Africa sono creati per curare malattie tropicali).

 
 
A tutto questo si aggiunge che il 52% del continente africano non dispone di acqua potabile e il 90% delle malattie viene trasmesso proprio attraverso l'acqua.

Chi ci rimette, naturalmente, è la popolazione civile che, nella maggior parte dei casi, è costretta a scappare e a migrare illegalmente nei territori limitrofi.

 







martedì 28 ottobre 2014

Atlante della città fragile: intervista a Gigi Gherzi



Uscito da pochissimo per una casa editrice che ha un nome molto bello: Sensibili alle foglie. Stiamo parlando del romanzo di Gianluigi Gherzi, già conosciuto come attore teatrale. Il titolo del suo lavoro è Atlante della città fragile da cui è stato tratto anche lo spettacolo “”Antigone nella città” in scena fino al 2 novembre al Teatro Out Off di Milano.

Riprendi a viaggiare!”, si dice il protagonista. Dove? Nelle strade della tua città! A far che? A dare voce a un malessere, a un brusio che suona confuso, indistinto. Viaggiare per incontrare vite, ascoltarle, sentirle prendere forma all’interno del cuore della città. Vite fragili, dappertutto. Vite che tessono un altro disegno, mappa, atlante della città, percorsi che portano a un luogo straordinario, il parco del più grande ex ospedale psichiatrico della città, dove tra alberi, panchine, musei degli orrori, appaiono infermieri specializzati nello scassinare porte da troppo tempo chiuse, segretarie innamorate della bellezza e dei giovani spettinati, receptionist in guerra coi mondi ambigui e spietati della prestazione e della performance, un ragazzo tornado bloccatosi di colpo che riprende a camminare. Tutti accompagnati e benedetti dall’antichissimo Zio Jodok. Poesia, canto lirico, storia autobiografica, pericolose avventure, strazi sottili, confessioni e canzoni per una vita che rinasce. Ogni giorno. Nell’attenzione alla “fragilità”, che è misura necessaria e preziosa del vivere.





Abbiamo realizzato, per voi, questa intervista a Gigi Gherzi che ringraziamo molto per la disponibilità.





Cosa vuol dire essere “fragili”?



Essere fragili, in realtà, è qualcosa che appartiene profondamente all'umano. E' una condizione di esposizione, di rischio che è stata vista, ultimamente come un disvalore, come un segno di debolezza, come un segno di fallimento e di inadeguatezza rispetto agli impegni e all'immagine che la società ti chiede di avere e questo ha creato molta sofferenza perchè, invece di consolidare la fragilità anche come un atto costitutivo della perona, è considerata una colpa, un peccato di cui vergognarsi. Tutto questo trasforma la fragilità in patologia, in un senso di fallimento psicologico.



I protagonisti delle sue storie sono vittima di un'ingiustizia sociale? Le istituzioni potrebbero fare qualcosa di più per le persone che fanno parte della “città fragile”?





Non sono vittime di un'ingiustizia sociale specifica, sono quello che rimane quando si scuote fortemente un corpo sociale per cercare di renderlo omogeneo e rimane qualcosa impigliato dentro a quelle reti e sono proprio quelle persone che non hanno voluto omologarsi.

Non c'è nessun intento di denunciare una persecuzione specifica, ma si denuncia semmai quel meccanismo che appiattisce la diversità dell'essere umani e si cerca, invece, un'attenzione alle potenzialità delle persone e alle loro particolarità. In questo senso tutti viviamo in una situazione di ingiustizia, di disagio; tutti siamo fuori dai nostri panni perchè spesso siamo chiamati a preformances che non appartengono alla nostra vita.

In passato era molto più facile individuare i portatori di fragilità estreme e c'era una forte suddivisione tra loro e il mondo della normalità; oggi, invece, se si parla con molti psichiatri dicono che la maggior parte dei pazienti viene chiamata “normaloide” perchè sono si tratta di persone che sembrano assolutamente normali, ma al loro interno portano i segni di un enorme disagio, segni legati alla complessità dei problemi attuali e a quel sistema sociale che chiede massima operatività e omologazione. La nostra non è una società che rispetta la fragilità, è una società della forza, della violenza che è presente nelle relazioni, soprattutto in quelle lavorative perchè è un modello competitivo.



Oggi il disagio mentale fa paura?



Sì, fa molta paura. Fa paura perchè porta con sé lo stigma di una condanna al non poter essere protagonisti, al non poter fare carriera e al non poter essere socialmente presentabili.

Per questi motivi, oggi, c'è un uso nuovamente smodato dello psicofarmaco, come farmaco adattativo che tampona o nasconde questa realtà. Secondo me, è un disagio molto diverso dal passato perchè anche la malattia sembra aver preso contorni più insidiosi e sfumati in quanto si incrocia con un disagio legato all'esistenza stessa.



Come ha raccolto le storie per il suo libro (e per lo spettacolo)? 


 

Le storie sono state raccontate in due modi: da una parte, cercavo persone appartenenti a una certa normalità e che testimoniassero la loro capacità ad essere fragili all'interno di questo mondo come, ad esempio, una ragazza che fa uno stage all'interno di un'agenzia pubblicitaria, una professoressa precaria, e anche un manager di multinazionale. Questo per uscire da un'idea di fragilità di coloro che dichiaratamente soffrono di un disturbo, vanno al CPS o hanno subito un trattamento o un ricovero. Dall'altra parte, ho intervistato persone che vivono o lavorano all'interno dell'ex ospedale psichiatrico “Paolo Pini” di Milano dove l'associazione Olinda, da tanto tempo, lavora sui diritti dei malati, sperimentando percorsi di reinserimento dentro a una normalità professionale, relazionale e anche di creatività culturale.

Si tratta, però, di un romanzo per cui mi sono preso tutta la libertà di incrociare le storie e, nel passaggio dall'intervista alla tecnica narrativa, ho dovuto operare dei “tradimenti”, ma per mantenere la verità.



 

















giovedì 28 agosto 2014

L'appello per Gaza di MEDU, Medici per i Diritti Umani





Pubblichiamo anche noi l'appello ufficiale di Medici per i Diritti Umani con preghiera di divulgazione. Grazie. 

Alla luce dei gravi danni subiti da ospedali, cliniche e dal personale medico nella Striscia di Gaza, Medici per i Diritti Umani-Israele invia una comunicazione urgente al Procuratore Generale e al Ministro della Difesa:

Devono essere adottate tutte le misure di sicurezza per evitare di colpire il personale medico e di mettere in pericolo le strutture sanitarie mentre continuano i combattimenti nella Striscia di Gaza.
Roma, Tel Aviv, 24 luglio 2014 – Medici per i Diritti Umani Israele (Physicians for Human Rights Israele – PHR Israele) ha inviato il 22 luglio una lettera al Procuratore generale e al Ministro della Difesa di Israele, denunciando i danni subiti da numerose strutture sanitarie e dal personale medico e le difficoltà di evacuare i feriti nel corso degli attacchi militari a Gaza. La lettera, firmata da Ran Cohen, direttore esecutivo di PHR-Israele e dagli avvocati Tamir Blank e Adi Lustigmanù, afferma “ci rivolgiamo a voi alla luce dei tanti, dei troppi danni subiti sia al corpo che allo spirito dal personale medico nonché alle strutture nella Striscia di Gaza”. La lettera si aggiunge ad altri comunicati che PHR-Israele e altre organizzazioni hanno diffuso per contestare la politica di attacco a Gaza, i danni all’ospedale al-Wafa, e sottolineare l’urgente bisogno di mettere in atto un meccanismo che regoli l’evacuazione dei feriti.
A causa degli intensi combattimenti nella zona della Striscia di Gaza è difficile raccogliere informazioni sul terreno, ma secondo i dati che PHR-Israele ha ottenuto da varie fonti, tra cui la sezione di emergenza del Ministero della Sanità Palestinese a Ramallah, che opera in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, al 21 luglio 2014 sono stati danneggiati, direttamente o indirettamente, cinque ospedali, sei cliniche e i centri di primo soccorso nella Striscia di Gaza, 23 membri del personale medico sono stati feriti e tre sono stati uccisi (l’elenco completo è compreso nella lettera). Il danno più recente è stato registrato ieri presso l’ospedale della Mezzaluna Rossa Shuhadat di Al-Aqsa a Deir Al-Balah, apparentemente a causa di un colpo diretto sull’ospedale. Questo attacco ha causato la morte di cinque persone (tra cui dei medici), ha ferito circa 70 persone, e ha causato importanti danni strutturali all’edificio e due ambulanze sono state colpite mentre evacuavano dei feriti.
PHR-Israele sottolinea che le Convenzioni di Ginevra garantiscono protezione alle strutture e al personale medico mentre svolgono il loro ruolo. L’Alta Corte di Giustizia israeliana ha detto, in merito a queste misure di protezione, che, anche nel caso in cui vi sia una preoccupazione ben fondata che la struttura medica venga utilizzata impropriamente, questa non consente una violazione radicale dei principi umanitari. “Va ricordato che per alcuni pazienti non ci sono le condizioni pratiche per spostarli in un’altra struttura, a ciò si aggiungono le difficoltà dei civili nella Striscia di Gaza per i quali talvolta non è possibile l’evacuazione a causa di Hamas o delle circostanze oggettive provocate dal conflitto. Infine deve essere sempre accertato che una determinata struttura sanitaria abbia effettivamente fatto parte delle attività militari e che vi sia una necessità militare immediata di colpirla”.
I numerosi casi di danneggiamenti riportati in questo comunicato sollevano gravi preoccupazioni sul fatto che l’esercito non stia operando secondo le norme del diritto internazionale, o intenzionalmente e per “ordini superiori” o per il fatto che le direttive riguardanti le strutture mediche non sono state inserite nelle linee guida o restano inapplicate sul terreno.
Alla luce di questo, e al fine di evitare ulteriori danni alle strutture mediche e ai membri del personale sanitario, PHR-Israele chiede che l’esercito cessi di impegnarsi in operazioni che mettono illegittimamente in pericolo il personale medico, e chiede che nelle linee guida vengano inseriti i divieti e le limitazioni che si applicano alle strutture mediche e al personale. Inoltre, PHR-Israele esige che avvenga un ripensamento immediato, e che l’esercito programmi le proprie azioni in modo da ridurre al minimo la possibilità di altri danni di questo tipo in futuro, e che venga fatta una revisione retroattiva e che si tenga conto dei danni già inflitti.


Per ulteriori informazioni: Lital Grossman, Spokeswoman, Physicians for Human Rights – Israel 052-3112136 media@phr.org.il
Ufficio stampa MEDU – 3343929765 / 0697844892


venerdì 18 aprile 2014

Lo Stato della follia




Vincitore del Premio “Ilaria Alpi”, nel 2013 e di molti altri riconoscimenti in Festival nazionali, il documentario Lo Stato della follia, del regista Francesco Cordio, apre le porte di alcuni ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) italiani per denunciare le condizioni in cui versano le persone in essi detenute. Ma non solo: l'indagine si interroga anche sui motivi per cui alcuni vengono internati e troppo a lungo, sulle modalità di analisi delle loro condizioni psichiatriche, sul rapporto, del tutto burocratico, tra medici, magistrati e pazienti.



Abbiamo fatto, per voi, un'intervista a Francesco Cordio che ringraziamo molto per il tempo che ci ha voluto dedicare.





Il progetto nasce da una sua esperienza negli OPG a seguito dei lavori della Commissione parlamentare, commissione presieduta dal Senatore Ignazio Marino, sull'efficacia ed efficienza del Servizio sanitario Nazionale: come sono nati il suo interesse verso questo argomento e il progetto cinematografico?



Alcuni Senatori della Commissione d'inchiesta - che è una commissione straordinaria e non permanente – avevano visto dei miei lavori precedenti e, quando hanno deciso di andare a documentare in video quello che succedeva dentro gli ospedali psichiatrici giudiziari, mi hanno contattato.

Io non avevo alcuna conoscenza degli OPG e ho accettato un po' senza sapere dove mi stessero portando, ma dal primo ingresso che ho fatto non ho potuto fare altro, oltre allo shock, che appassionarmi al tema. Ho, quindi, chiesto ai Senatori di poter utilizzare quel materiale che stavo filmando per un loro lavoro interno (che per la prima volta nella storia della Repubblica è andato agli atti nei lavori della Commissione) anche un mio lavoro esterno più ampio, che potesse arrivare a un pubblico più vasto. La cosa mi è stata riconosciuta per cui, negli anni successivi, ho continuato ad occuparmi di questo tema e ho avuto la fortuna di di conoscere l'attore Luigi Rigoni che, invece, ha avuto la sfortuna di finire in un ospedale psichiatrico giudiziario, quello di Aversa, e ho deciso di far raccontare a lui la sua disavventura. Questo suo racconto si intreccia alle immagini che ho filmato dentro gli ospedali.



Il titolo del film può essere anche un gioco di parole: come può, lo Stato, ripristinare una psichiatria più democratica, che garantisca i diritti di base alle persone internate?

Ho optato per mettere nel titolo la “S” maiuscola perchè la cosa più assurda e paradossale è che sia lo Stato a rappresentare la parte folle: se devono essere curate delle persone che commettono un reato in uno stato di incapacità di intendere e di volere e, invece, vengono mandate ad ammalarsi o a peggiorare la propria situazione, allora vuol dire che è lo Stato ad essere folle.

Il percorso più opportuno da seguire, secondo me, potrebbe esserci suggerito dalla Spagna dove la persona incapace di intendere e di volere che compie un reato non può essere internata per un tempo più lungo della durata della pena di una persona che è in possesso delle proprie facoltà e che ha commesso un reato.

 

Qual è il nesso tra crimine e follia? E come mettere in pratica misure di sicurezza adeguate, tenendo conto della sentenza n. 139 della Corte Costituzionale del 1982 secondo la quale la pericolosità sociale “non può essere definita come un attributo naturale di quella persona o di quella malattia”?



E' fondamentale una valutazione psichiatrica più adeguata e,soprattutto, il percorso all'interno delle strutture ospedaliere deve avere una maggiore assistenza psichiatrica.

Se noi calcoliamo che dentro un OPG la visita dura in media 32 minuti...vuol dire che si è completamente abbandonati.

E' importante che gli psichiatri facciano valutazioni più appropriate nella fase della perizia ed è importante che, poi, i magistrati decidano confrontandosi di persona con gli psichiatri e con le persone che stanno per mandare in OPG perchè, spesso, magistrati e medici si relazionano tra loro solo tramite fax. E' tutto un fatto di carte e di burocrazia, ma in questo modo si gioca con la vita di persone deboli, indifese, che a volte non hanno una famiglia che le aspetta fuori. In questo senso lo Stato è molto colpevole.

Le misure di sicurezza risalgono ad un codice antico, al codice Rocco, e vengono comminate nel momento in cui la persona, incapace di intendere e di volere, compie un reato: se è minimo, la misura di sicurezza consta in due anni di internamento e, durante questo periodo, la Sanità nazionale dovrebbe curare l'internato per far scemare la sua pericolosità sociale. Se, al termine della misura di sicurezza, la nuova perizia stabilisce che la persona è ancora pericolosa, si può decidere per una eventuale proroga. E si arriva a 20,30 anni o ai famosi “ergastoli bianchi”.



Ci può riportare le voci di qualche persona rinchiusa, ad esempio, a Montelupo Fiorentino, a Reggio Emilia o ad Aversa, per citare solo poche strutture?



Tra le tante testimonianze che ho registrato, quella che più mi ha colpito è quella di un ragazzo internato a Reggio Emilia che, con grande lucidità, dice una frase: “ L'Uomo è un animale che può abituarsi a tutto, ma qua viene messo a dura prova”. Dopo qualche mese il ragazzo ha deciso di togliersi la vita.

Nei titoli di coda scrivo che il film è dedicato a lui e a tutti coloro che non ce l'hanno fatta.


martedì 8 aprile 2014

43ma Giornata Internazionale dei Rom e dei Sinti


 

In occasione della 43ma Giornata Internazionale contro le discriminazioni nei confronti dei Rom e dei Sinti proponiamo alcune considerazioni tratte dal rapporto redatto, lo scorso dicembre, dall'Associazione 21 luglio dal titolo Figli dei “campi”. Libro bianco sulla condizione dell'infanzia rom in emergenza abitativa (Per scaricare il documento completo potete andare sul sito www.21luglio.org).                             

La sentenza del Consiglio di Stato del novembre 2011 aveva dichiarato illegittima la cosiddetta “emergenza nomadi”, in vigore dal maggio 2008. L'attuazione delle misure emergenziali, infatti, era iniziata con un censimento delle comunità rom e sinte negli insediamenti formali e informali di diverse città italiane, un censimento che aveva assunto le fattezze di una schedatura su base etnica.

Come evidenziato da molte organizzazioni internazionali e dalle ONG (Amnesty International, tra le tante) l'”emergenza nomadi” in vigore nel periodo 2008-2012 ha aggravato la discriminazione delle comunità rom e sinte perchè si è continuato a concentrare queste comunità in spazi chiusi e spesso caratterizzati da condizioni di vita incompatibili con gli standard internazionali sul diritto ad un alloggio adeguato e con il godimento effettivo di altri diritti di base, quali: il diritto alla salute, all'istruzione e al gioco, nel caso dei minori.

Nel rapporto stilato dall'Associazione 21 luglio vengono descritte le condizioni di vita dei bambini e dei giovani - e delle loro famiglie – all'interno degli insediamenti formali e informali, utilizzando come fonte di rifermento ad esempio La Convenzione dei Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza e la Carta Sociale Europea (riveduta).

Secondo l'indagine, le soluzioni abitative proposte ai rom e ai sinti si basano su un presupposto erroneo, ovvero che ci si stia rivolgendo a popolazioni nomadi: questo comporta che gli alloggi siano ubicati in spazi isolati e sovraffollati, che non offrono nessuna seria prospettiva di inclusione sociale e in cui le persone vivono in una situazione di segregazione. A questo si aggiungono gli sgomberi forzati che consistono nella rimozione degli individui dalle loro abitazioni contro la loro volontà, senza il rispetto di garanzie come, ad esempio, la predisposizione di alloggi alternativi e un giusto preavviso.

Questa precarietà abitativa comporta ripercussioni gravi sullo stato di salute dei rom e dei sinti e sui diritti dei minori. La collocazione degli insediamenti in aree insalubri e spesso lontane dai servizi sanitari espone le persone che vi abitano a situazioni nocive per la loro salute, situazioni causate anche dalla mancanza di servizi igienici, impianti fognari, connessione all'acqua potabile e all'elettricità. Le patologie più frequenti, soprattutto nei più giovani, sono denominate “patologie da ghetto” e sono: malattie infettive, patologie da stress, disturbi del sonno. Per quanto riguarda il tema della salute, inoltre, è emersa anche la difficoltà di accesso al Servizio Sanitario Nazionale legata alla mancanza della residenza anagrafica e ai motivi economici e questo comporta l'impossibilità, per i bambini rom e sinti, di usufruire delle cure necessarie in caso di malattia.

Altro argomento importante, preso in esame nel rapporto, riguarda il diritto all'istruzione. L' istruzione costituisce un diritto fondamentale anche in relazione ad altri, primo fra tutti il diritto al lavoro. Il rapporto ha evidenziato che l'abbandono scolastico e la discontinuità scolastica sono frequenti in tutte le città italiane e le ragioni sono molteplici: la condizione di precarietà abitativa che costringe le famiglie a spostarsi da un'area all'altra, ma anche l'esistenza di stereotipi e pregiudizi negativi radicati nell'immaginario collettivo.

Anche il diritto al gioco è importante: l'esiguità degli spazi vitali nelle unità abitative rende molto difficile le attività di gioco al chiuso. I bambini e i ragazzi, quindi, si ritrovano a svolgere le attività ludiche all'aperto e, come detto, spesso in zone insalubri e insicure. E questo impedisce la possibilità di svolgere attività ricreative, artistiche e culturali, utili allo sviluppo educativo, cognitivo e relazionale dei minori.

L'ultima parte del libro bianco prende in considerazione un altro aspetto delicato: il diritto alla famiglia e, in particolare, il diritto di non essere separati dai propri genitori se non nel caso in cui l'autorità competente decida che sia strettamente necessario nell'esclusivo interesse del minore. Secondo la normativa internazionale, infatti, la separazione dei figli dai propri genitori (e la loro collocazione in strutture socio-sanitarie assistenziali o in altri nuclei familiari) dovrebbe costituire un rimedio estremo e non dovrebbe essere deciso solamente in base alle condizioni socio-economiche dei genitori. Invece, il trend inquietante che emerge dalla ricerca è che in Italia i minori rom sono dichiarati adottabili molto più spesso rispetto ai loro coetanei non rom: questo per il pregiudizio, ancora diffuso, secondo il quale i rom, in quanto tali, sarebbero incapaci di prendersi cura dei propri figli. Ma solo la conoscenza diretta e approfondita di persone, popoli e culture può scardinare, almeno in parte, stereotipi e pregiudizi. E tutte le indagini e le attività culturali che vanno in questa direzione possono essere d'aiuto.
 
 

giovedì 14 marzo 2013

Brutte e buone notizie dall'ambito carcerario


Il 31 marzo 2013 chiuderanno i sei ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) presenti sul territorio italiano. 800 malati mentali saranno a rischio di cure e questo è un fatto piuttosto grave perchè, come spiega Claudio Mencacci - Presidente della Sip, Società Italiana di Psichiatria – circa il 10% delle persone che presentano disturbi sono pericolosi e potrebbero creare qualche problema di sicurezza; il rischio è molto basso, ma non si può escludere del tutto che possano reiterare i reati.
Gli Opg chiudono in base al disegno di legge n. 9/2012, voluto dai Ministeri della Salute e della Giustizia e le conseguenze potrebbero essere negative a causa della mancanza di strutture alternative, della mancata gradualità, di una proroga o di interventi che garantiscano la sicurezza dei pazienti, degli operatori e della comunità; la Sip denuncia, inoltre, la carenza di cure psichiatriche nei penitenziari dove confluiranno molti dei malati mentali. In Italia sono tra le 1000 e le 1500 persone internate negli Opg e, ad oggi, non sono ancora pronte le 20 strutture che dovrebbero sostituire gli ospedali psichiatrici giudiziari.

Virgilio De Mattos
Per accompagnare questo percorso, ancora confuso, è arrivato nel nostro Paese, Virgilio De Mattos  ,docente dell'Università di Belo Horizonte, in Brasile che nel suo libro intitolato Una via d'uscita, edizioni Alphabeta, riporta l'esperienza del PAJ-PJ-TJMG, “Programma di attenzione integrale” che si basa, principalmente, sul concetto di “prevenzione”: i pazienti, aiutati dai familiari e dal personale specializzato, affrontano il proprio caso e ne indicano la soluzione attraverso l'azione giuridica, sociale e clinica.
I malati di mente autori di reato, infatti, vengono riconosciuti responsabili del reato, ma non vengono isolati in un carcere; possono circolare liberamente nelle strutture adibite per poter affrontare le cure necessarie e per poter relazionarsi meglio e lavorare sul problema; tutti i cittadini devono essere sottoposti a un giudizio penale con tutte le garanzie previste dal codice, con la possibilità di essere sottoposti ad un processo con il contraddittorio e la difesa legale; in caso di condanna, infine, deve essere fissata la pena con la possibilità - valutando i casi - di detrazione o progressione del regime di detenzione, la sospensione o la prescrizione.
Un ulteriore passo verso il rispetto dei diritti fondamentali anche per chi ha commesso reato è dato da un progetto in atto dal 1994 presso il carcere di San Vittore di Milano. Si tratta di uno spazio di produzione musicale, creato da Alejandro Jarai che, dal sette anni, ha dato vita al progetto VLP Sound: la stanza 17 del 3° Raggio diventa un luogo dove si fa musica tutti i giorni, con la partecipazione dei detenuti e con la collaborazione di istituzioni, educatori e associazioni che operano nel settore.
Il progetto prevedere la realizzazione di CD - distribuiti gratuitamente - e la realizzazione di concerti e di registrazioni per creare un ponte tra la realtà interna all'istituto e la realtà esterna. La “persona” è, infatti, al centro del progetto: i detenuti, grazie alla musica, imparano di nuovo ad ascoltare. Ascoltano, prima di tutto, se stessi e poi gli altri; recuperano le proprie emozioni e la propria umanità; migliorano la relazione con “il diverso da sè” e con il mondo esterno. La musica, quindi, come comunicazione, come veicolo di nuovi valori, come opportunità di crescita e di riscatto.