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domenica 13 dicembre 2015

CHIUDE il campo Rom di Via Idro a Milano


NON MANCATE, come si dice. Anche se la coloratissima locandina prosegue proclamando E’ L’ULTIMA OCCASIONE PER VISITARE IL CAMPO ROM DI VIA IDRO.

Anche questo si dice, pur di richiamare l’attenzione e (mi raccomando!) la presenza.

O forse si tratta di scaramanzia: dirlo per allontanare la possibilità che succeda.

Invece, per quanto ci risulta, il campo comunale di via Idro, uno dei più antichi di Milano; il più bello, con le sue casette immerse nel verde; il più attrezzato, con il suo centro sociale, ormai in rovina per eccesso di manutenzione; quello con più speranze, avendo una volta una cooperativa interna che gestiva serre di piantine e fiori per il Comune di Milano; l’unico difeso dal suo Consiglio di Zona; ma, soprattutto e comunque il più ‘integrato’: non solo scuola, lavori, amicizie, ma parte della festa di via Padova, con mostre, installazioni d’arte, spettacoli, proiezioni, musica…be’, il Comune di Milano lo chiude.


Ci sarà un motivo, direte voi. Noi non lo abbiamo scoperto. Ad ogni buon conto, si ricorre al TAR.

Un risultato c’è: le persone che lì sono cresciute, donne uomini bambini, insieme alle loro case, andando nelle scuole del quartiere, stringendo amicizie, trovando qualche lavoro, finiranno in un CES (l’acronimo è municipale): in container con altre famiglie, separate da tende, con qualche doccia, qualche cucina più o meno funzionante, sradicati da tutto, in condizioni emergenziali e provvisorie. Non c’è altro da aggiungere.
 

giovedì 10 dicembre 2015

Hate crimes in Europe: riflessioni sui dieci anni d'inclusione dei Rom (2005 - 2015)


di Cinzia D'Ambrosi
 
Nel 2005, nella capitale della Bulgaria, Sofia, molti paesi europei firmarono una iniziativa inaudita che doveva puntare sul marcato divario socio economico della popolazione Rom in Europa. Cosi' ebbe inizio 'The Decade of Roma inclusion 2005-2015' che dava ai paesi europei l'opportunita' d'intervenire e migliorare i vari settori dalla Salute, Educazione, Alloggio a Discriminazione.
Oggi, trascorsi i dieci anni, possiamo soffermarci a riflettere. Il 10-11 Settembre 2015, alla 28esima International Steering Committee in Sarajevo, sono stati invitati i governi che si erano impegnati nell'iniziativa per marcare la scadenza dei dieci anni e poter fare un bilancio riflessivo attuale della situazione dei Rom. Il segretario della Decade ha presentato il bilancio sommario constatando che molte aree come quella della salute non hanno presentato miglioramenti mentre l'area educativa ne ha riscontrato solo alcuni.
Come fotoreporter ho lavorato a lungo sulle comunita' dei Rom, in particolare nei Balcani, in Kosovo, Bosnia Herzegovina, Bulgaria. Una delle riflessioni piu' significative e' quella che molte persone Rom non erano nemmeno al corrente della Decade. La maggior parte della loro quotidianità si svolge nel lottare per sopravvivere, alle prese con numerosi problemi. Cinicamente, coloro che per varie vie ne sono venuti a conoscenza, sono arrivati alla conclusione che i 'Professionisti' ricavano fondi dai loro problemi.
La questione è che se non ci si impegna ad abbracciare le comunita' dei Rom nel vero senso della parola, non ci sara' mai un progresso profondo. Si dovrebbe combattere la discriminazione, partendo dal linguaggio e dagli stereotipi. La discriminazione non e' diminuita negli ultimi dieci anni.
A meno che il razzismo istituzionale scompaia, le comunita' dei Rom non vedranno alcun miglioramento nelle loro vite. Quindi, riflettendo sulla 'Decade of the Roma inclusion 2005-2015', ci si dovrebbe domandare il perche' non fare del buon uso delle risorse umane che nel tempo porteranno all'inclusione dei Rom a tutti i livelli, partendo da un punto sociale di non esclusione e facendo si' che i Rom non siano messi da parte, ma vengano integrati nelle nostre societa'.


Reflections on the 'Decade of the Roma inclusion (2005-2015)



In the year 2005 in Sofia, Bulgaria, Central and South-Eastern governments in an unprecedented effort to bridge the existing wide socio economic gaps for the Roma population in Europe signed for an initiative that was to mark the beginning of the "Decade of Roma Inclusion 2005-2015". This initiative was to look at the different areas of needed improvements for the Roma communities in Europe from education, housing, health, discrimination etc. and intervene where needed.
Ten years later, on the 10th-11th September 2015, at the 28th International Steering Committee in Sarajevo, Bosnia and Herzegovina, the same countries that signed the initiative were marking the closure of the Roma Decade initiative. Thus, the Decade Secretariat provided an overall reflection on the initiative with areas noted as improved such as education and those like health that have had little to none improvements.
As a photojournalist, I have been covering the lives of the Roma for a long time, particularly in the Balkans from Kosovo, Bosnia Herzegovina and Bulgaria. One of the most significant reflections is that the Roma communities have hardly be made aware of the Decade Initiative and if they have, they would be too bitterly embroiled in survival and thus cynically looking at the initiative as another 'means for others to discuss and win funds on their behalf'. The problem is that unless we are to embrace the Roma population as a community that is not a separated entity then there will be no progress. Discrimination is still rife and it has not diminished in the last ten years.
Unless institutional racism is wiped out, Roma communities will not see any improvements in their lives. Thus, on reflection on the 'Decade of the Roma inclusion 2005-2015' it would be great to make use of our human resources to create inclusion from housing, health and education. Thus, starting from a non-exclusion society, where Roma are not set aside, but are integrated at all levels.





Caption:
Roma gypsies in the Roma ghetto of Kjustendil in Bulgaria.

Didascalia:
Le comunita' dei Rom nel ghetto di Kjustendil in Bulgaria.









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venerdì 4 dicembre 2015

Giornata internazionale per le persone disabili

"La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità è un punto di riferimento
fondamentale per la tutela dei loro diritti verso una piena inclusione e partecipazione nella società. Troppe barriere sono ancora di ostacolo alla piena fruizione dei diritti di cittadinanza da parte di chi è portatore di una disabilità, sia essa fisica, mentale o relazionale": queste le parole del Presidente Sergio Mattarella in occasione, oggi, della Giornata Internazionale per le persone con disabilità; un tema, questo, che a noi è molto caro e di cui ci siamo occupati più volte (vedi articoli e interviste pubblicate nei mesi scorsi).
Secondo una recente indagine dell'Istat, nel nostro Paese vivono oltre tre milioni di persone gravemente disabili: solo 1,1 milione di loro percepisce l'indennità di accompagnamento, uno su cinque è inserito nel mondo del lavoro, meno di sette su 100 riceve un aiuto domestico.
Il Presidente ha aggiunto: " E' compito della società nel suo insieme, delle istituzioni, dei corpi intermedi, delle famiglie, dei singoli abbattere questi muri e far crollare le barriere, fisiche e culturali, che impediscono una piena partecipazione alla vita della società. la diversità, delle scelte e delle abilità, è un patrimonio comune. la vita di tutti ne uscirà arricchita": parole importanti, che ci chiamano in causa direttamente perché, sempre come ha ricordato Mattarella, " la capacità di rispondere ai bisogni delle persone con disabilità è il metro attraverso cui si misura la nostra convivenza civile".

 

mercoledì 15 aprile 2015

E dei figli che ne facciamo?: l'inclusione dei figli degli immigrati e la segregazione formativa




E dei figli, che ne facciamo? L’integrazione delle seconde generazioni di immigrati è il titolo del saggio di Marco Orioles - sociologo presso le Università degli Studi di Udine e di Verona - edito da Aracne in cui il Professore analizza i problemi legati all'inclusione dei giovani, dei figli degli immigrati che vivono una doppia identità: quella del Paese d'origine dei propri genitori e quella legata al Paese in cui studiano e vivono. L'aspetto sociale, culturale e religioso; i loro sogni; ma anche l'incapacità dell'Italia - e dell'Europa - ad offrire nuove opportunità. Questi e altri gli argomenti e le riflessioni importanti suscitate dal testo.




Ne abbiamo parlato con il Prof. Orioles che ringraziamo molto.





In che modo si possono convincere i figli degli immigrati che il progetto europeo riguarda anche loro?


Innanzitutto chiarendo a noi stessi le idee su chi siamo e su che tipo di Europa vogliamo costruire. Anche i figli degli immigrati - che conoscono benissimo l'italiano e seguono gli stessi strumenti della comunicazione, gli stessi media - sono consapevoli che c'è un dibattito lacerante all'interno del vecchio continente, che siamo spaccati, che tutte le strutture politiche tradizionali sono assediate da movimenti, più o meno nuovi, che hanno idee alternative rispetto alle politiche che dovrebbero caratterizzare l'Europa. Se abbiamo alcuni esponenti delle seconde generazioni che non trovano una collocazione, lo si deve anche al fatto che noi stessi cittadini autostoni non sappiamo che tipo di collocazione abbiamo all'interno di questa Europa.


Quanto è importante il settore dell'istruzione nell'inclusione dei ragazzi di origine straniera?


Questa è una domanda nevralgica. Quando gli studiosi hanno preso atto che l'immigrazione è un fenomeno non transitorio, ma permanente e strutturato, hanno subito puntato l'attenzione sulla scuola: è a scuola che si gettano le fondamenta dell'integrazione. Mentre gli studiosi elaboravano sofisticate teorie sull'interculturalità, si cominciava a manifestare un problema serio: cioè che le scelte scolastiche dei figli degli immigrati divergono da quelle dei ragazzi autoctoni. Questo fenomeno è stato definito dai sociologi “segregazione formativa”, ovvero la maggior parte dei ragazzi di origine straniera sceglie gli istituti professionali, gli enti di formazione professionale, gli istituti tecnici e, solo in minima percentuale, i licei. Questo dato - confermato negli anni dal Ministero - ci dice che si sta creando una divaricazione di percorsi e di destinazioni: da un lato abbiamo gli italiani che, avendo più risorse in termini di capitale sociale – culturale ed economico, possono scegliere dei percorsi che sboccano nell'iscrizione all'università e in profili professionali che meglio si attagliano alle caratteristiche della struttura economica contemporanea; dall'altro lato, invece, abbiamo gli stranieri per i quali le aspettative sono più basse e prevale un certo pragmatismo, con l'obiettivo di avere un titolo immediatamente spendibile nel mondo del lavoro.



Cosa offre l'Isis ai giovani di nuova generazione, per reclutarli? E qual è l'obiettivo principale?


Questo è un tema centrale, sebbene sia scorretto sovrapporre la questione “nuova generazione” alla questione “Isis” anche perchè, in Italia, stiamo parlando di quasi un milione di ragazzi di provenienza diversa, ad esempio mi riferisco ai sudamericani.
Il fatto, però, che ci siano 4000 giovani di confessione musulmana europei che hanno scelto di abbracciare una causa disumana e barbara, fa riflettere. Fa riflettere perchè, se uno studia cosa stanno facendo gli europei al servizio del califfo, scopre che loro hanno aderito a una missione “nobile”: il califfato sta restaurando un mito, che è iscritto nel codice genetico dell'Islam.
Dopo le umiliazioni secolari del declino dela civiltà musulmana e dopo la sconfitta dell'Impero Ottomano, un gruppo di sanguinari spregiudicati sta rivoltando il Medioriente, mettendo sulla scena internazionale l'ingresso dirompente del califfato. Questo è un magnete per i musulmani europei i quali da un lato sono esposti da tempo a una strategia di “reislamizzazione” e dall'altro hanno poche alternative perchè noi non riusciamo a dare loro qualcosa in cui credere.



Alla base, quindi, c'è sempre il problema dell'identità...



Il tema dell'identità è al centro della riflessione e non solo della sociologia. Siamo in un momento storico particolare: dopo la caduta del muro di Berlino è mancata la dinamica culturale e politica fondamentale che era data dalla contrapposizione tra due identità: occidentale e orientale, capitalismo e socialismo. Caduta questa dinamica centrale, oggi ci troviamo di fronte a un mondo in cui siamo un po' confusi e ritornano in primo piano le identità etniche e di minoranza.
Questa dinamica è accentuata dal fatto che sono entrate in scena le nuove tecnologie, per cui non esistono più i confini: l'Islam influisce sulle dinamiche culturali europee perchè siamo in contatto sistematico con culture islamiche ed è molto facile, per un giovane europeo cresciuto qui, avere scarsi contatti con la realtà locale (quartiere, città, paese) e abbeverarsi alle fonti della cultura islamica che ha le proprie centrali in Arabia, Iran o altri luoghi.
Sto riflettendo molto sul caso di Jihadi John – Mohammed Emwafi: è arrivato qui a sei anni, quindi era un occidentale perchè a quell'età non aveva ancora un'identità formata. Ha studiato in una scuola cristiana alle primarie e poi in un istituto secondario di prestigio e ha frequentato l'università. Tutte le testimonianze dicono era un ragazzo socievole però, a un certo punto della sua vita, intorno alla maggiore età, ha trovato altri agganci, in particolare con una serie di personaggi che avevano altri ideali, ideali quaedisti. Come mai un giovane che aveva in tasca una laurea in informatica, con tante possibilità di scelta, diventa simbolo globale di una causa aberrante?



Qual è la sua opinione a proposito dello scontro di civiltà?



Se uno vuole essere politicamente scorretto, potrebbe dire che esiste. Non nel senso che abbiamo due mondi, un Est e un Ovest, un Cristianesimo e un Islam, ma abbiamo dei microscontri all'interno della nostra stessa civiltà occidentale, in cui abbiamo minoranze e maggioranze, segmenti diversi della società che comunicano molto male tra loro. Lo scontro è al nostro interno ed è capillare.
Aggiungo che la libertà di espressione, ad esempio, riferendomi agli attentati in Francia, è un nostro valore che si contrapporrebbe alla sensibilità dei musulmani. In realtà la libertà di espressione non è nemmeno un valore nostro se pensiamo che Papa Francesco ha dichiarato che ovviamente non si può uccidere in nome di Dio, però se qualcuno offende qualcosa in cui credi (e ha fatto riferimento alla madre) lui si deve aspettare da te un pugno. La marcia dei cinquanta capi di Stato a Parigi dopo l'attentato ha visto l'assenza di Barak Obama: un'assenza clamorosa perchè gli Stati Uniti dovrebbero incarnare il valore delle libertà, anche di espressione. Questi sono due messaggi chiari di smarcamento e confermano che gli scontri sono all'interno della nostra stessa civiltà.








martedì 7 ottobre 2014

Mille farfalle nel sole: spiegare l'esilio ai bambini




"Sono cresciuta in una famiglia di origini per metà curde e per l'altra metà persiane, ad Abadan, in Iran, la città del fiume lento e delle palme svettanti. Era il posto dove tutta la mia famiglia aveva riso, ballato, pianto, fatto l'amore. Lì era sepolto mio nonno Abbas ed erano nati i miei zii, le zie, io e mia sorella. Era un altro Iran, quello degli scià, denso di ingiustizie e ombre inquietanti, ma abbastanza moderno e forte da tollerare la bellezza e la libertà delle donne. Mia madre Sedigheh era una giovane di ampie vedute e aveva potuto educare noi figlie all'occidentale. La sua cucina, con gli aromi di zafferano, riso ed erbe appena mondate, la tavola che cede sotto una cornucopia di frutta, era allora ed è oggi il mio rifugio. Con la Rivoluzione khomeinista tutto finì. Niente più capelli al vento, niente più vestiti, solo oscurantismo e violenza. Mio padre Bagher decise di portarci in salvo nel paese in cui aveva studiato, l'Inghilterra. Come migliaia di altri, scappammo per salvarci la vita. A ogni passo che la allontanava, mia madre avvertì un dolore mai provato prima, lo avevo nove anni e da allora ho ignorato le mie radici. Poi un giorno la voce dei ricordi mi ha chiamato e ho trovato la strada di casa."
Questo è un brano tratto dal romanzo Mille farfalle nel sole, di Kamin Mohammadi, edito da Piemme: un racconto accorato e lucido di un Paese e di una famiglia; un racconto di formazione e di consapevolezza.


Abbiamo rivolto alcune domande all'autrice che ringraziamo molto.





Come si può spiegare a una bambina di nove anni che deve lasciare il proprio Paese (la scuola, gli amici, i parenti) a causa di un guerra o di una rivoluzione?



Non posso davvero rispondere a questa domanda. Nessuno me lo ha spiegato, ce ne siamo solo andati via. Forse sarebbe stato meglio capire cosa stesse accadendo, ma in una situazione del genere gli adulti stessi sono cosi’ impotenti ed indifesi che non si puo’ pretendere che siano in grado di spiegare le cose in modo sensato ad un bambino. Penso che deve essere estremamente difficile.




Quali sono i ricordo più vividi, degli anni prima e post rivoluzione, che le hanno raccontato i suoi genitori?



Sono tutti nel libro. I miei genitori non hanno storie dell’Iran pre-rivoluzione perché io ho vissuto li e avevo i miei ricordi, ma mia madre spesso mi raccontava storie della sua infanzia in Abadan e i dispetti che i suoi fratelli facevano.




Adesso vive in Italia da cinque anni dopo aver vissuto a lungo anche a Londra: nota delle differenze – nei confronti degli stranieri, dei rifugiati – da parte delle persone oppure nelle politiche di inclusione?



Vorrei chiarire che divido il mio tempo tra Londra e l’Italia. Purtroppo per una Londinese, che è profondamente multiculturale e parte di una società molto aperta, tollerante e individualista, l’Italia e’ un po’ vecchio stile e provinciale nel suo approccio ai rifugiati ed immigranti. La Gran Bretagna aveva un impero grande e quindi si e’ abituata all’immigrazione dalle ex-colonie gia’ nei lontani anni 1950 quando c'erano scontri razziali e molti problemi con il razzismo istituzionalizzato. L’Italia ha solo vissuto l’immigrazione negli ultimi 10-20 anni, quindi e’ ancora una societa’ molto mono-culturale ed ha un lungo cammino da percorrere per eliminare il razzismo dalla sua cultura e trovare una forma di integrare i rifugiati nella sua societa’. E’ necessaria piu’ educazione.



D’altro canto, gli italiani sono naturalmente piu’ caldi ed accoglienti con gli sconociuti – sono padroni di casa meravigliosi per noi che siamo ospiti. Credo che il problema a volte sia quando uno straniero non e’ piu’ solo un ospite e cerca di divenire parte della societa’ italiana. Penso che sembra quasi impossibile, a Londra ho incontrato molte persone del nord Africa che, dopo alcuni anni di vita in Italia come immigranti, se ne vanno per venire al Nord Europa perche’ capiscono che qui resteranno sempre immigranti, senza la possibilita’ di integrarsi veramente nella societa’ o un giorno chiamarsi italiani.



Quando sono in Italia vivo a Firenze, e a parte i turisti che non contano perche’ solo sono di passaggio e non contribuiscono positivamente alla cultura locale, non ci sono praticamente persone nere o di pelle scura che facciano lavori comuni, non ne ho mai visto neanche una lavorare in un bar. Certo, a Milano o Roma e’ diverso ma queste citta’ sono l’eccezione alla regola. Questo ancora mi sorprende, che in una citta’ cosi’ importante e sofisticata come Firenze ci siano cosi’ poche persone di altri ‘colori’ e culture che costituiscano parte della societa’ normale. Penso che questo sia un problema, specialmente in un paese che ha il piu’ basso tasso di natalita’ d’Europa e con la popolazione che piu’ rapidamente invecchia…




Cosa porta, dentro di sé, della doppia appartenenza, all'etnia curda e a quella persiana?



Non sono cosi’ distinte per noi. Dovete cercare di immaginare che queste due etnie sono entrambe parte della stessa principale – l’essere iraniani. Le diverse etnie d’Iran sono tutte parte delle definizione ‘essere iraniani’, e sebbene celebriamo la differenza – per esempio i piatti curdi, il costume tradizionale curdo e le danze – non sento molte diversita’ reale tra le due. Sono entrambe parti della mia stessa identita’ iraniana.




Qual è la differenza tra l'Iran contemporaneo e quello di suo nonno Abbas?


Questa e’ un’altra domanda che e’ davvero difficile da spiegare! Iran ha cambiato moltissimo da quei tempi – cosi’ come l’Italia e la Gran Bretagna! Vi consiglio di leggere il mio libro – tutte le risposte sono li’! E’ stato davvero il mio obiettivo mostrare l’enorme cambio che l’Iran ha attraversato negli ultimi 100 anni – nel paese di mio nonno Abbas la gente comune non aveva cognomi… – quindi e’ stato uno sviluppo alla modernita’ incredibilmente veloce, e penso che le tensioni di questo cambiamento accelerato siano esplose nella rivoluzione.


sabato 30 agosto 2014

Il bacio di Lampedusa



Un'altra indicazione letteraria per voi, cari lettori: vi proponiamo il romanzo intitolato Il bacio di Lampedusa, di Mounir Charfi, editore Castelvecchi. 


Il testo si apre con l'inizio di un'avventura: la ricerca di un libro antico, che tratta di alchimia. Il libro era appartenuto al padre del protagonista e ora questi, per ritrovarlo, deve viaggiare tra il sud della Tunisia e le coste francesi. Ma l'avventura e la fantasia affondano le proprie radici nella stretta attualità: Chafir, infatti, è un medico di professione - qui alla sua opera prima di narrativa - e con questo romanzo poetico, onirico, metaforico vuole raccontare l'odissea dei tanti migranti che sono costretti a lasciare i Paesi d'origine per cercare rifugio in Europa.

Scritto poco prima dello scoppiare delle rivoluzioni arabe, il testo ne anticipa le motivazioni e le speranze (a volte disilluse): parla di uomini, donne e bambini che lottano, scappano e chiedono giustizia e diritti tutelati. Come afferma lo stesso autore, il romanzo è un “libro kamikaze” nel senso che intende far saltare ogni barriera tra culture, religioni e politiche. La fantasia, infatti, è messa al servizio della realtà; l'atto creativo può essere un atto di ribellione, un gesto autentico di liberazione. Ecco, allora, che l'alchimia consiste nell'abbattere le frontiere - come Frontex, come Shenghen - ma anche quelle barriere che stanno dentro i cuori e che impediscono veri e concreti processi si accoglienza e di inclusione.

La finzione letteraria parla di un bacio, un bacio immaginario tra due continenti, tra la sponda Nord e quella Sud dello stesso mare; un bacio tra due città, Marsiglia e Algeri, che si fondono per diventare “Malgeri” e si fanno simbolo della volontà di capirsi e di accettarsi. Perchè il mondo torni ad essere uno spazio aperto, libero e pacifico. Per tutti.

lunedì 18 agosto 2014

Un percorso di formazione per donne immigrate




E' difficile inserirsi in una nuova cultura, in un Paese diverso da quello dove si è nati e cresciuti: lo è ancora di più per le donne, magari povere e analfabete. La lotta all'isolamento passa sempre attraverso due canali: il lavoro e la lingua e questo vale per gli italiani e per gli stranieri che cercano in Italia un rifugio, una vita migliore o, semplicemente, una vita.

Ecco, quindi, l'importanza del progetto “I saperi dell'inclusione”, rivolto a cento donne immigrate, vittime della tratta: potranno studiare la lingua italiana e potranno seguire corsi di educazione civica, oltre a due percorsi professionali, uno di sartoria e uno sulla gestione delle strutture di accoglienza.

La Scuola di Lingua Italiana per Stranieri dell'Università di Palermo è risultata vincitrice, con questo progetto, di un bando indetto dal Ministero dell'Interno – Dipartimento per le Libertà civili e l'Immigrazione e, grazie a questo, potrà usufruire di un fondo messo a disposizione dall'Unione Europea, fondo che ha come obiettivo proprio l'inclusione dei cittadini di Paesi Terzi.

Mari D'agostino, referente del progetto e direttrice della Scuola, ha spigato che: “ L'importanza del progetto sta nel coniugare inclusione linguistica e inclusione sociale attraverso un percorso articolato che vede le donne protagoniste e che potrà proseguire in futuro utilizzando i proventi della vendita dei prodotti dei laboratori che entreranno anche nei circuiti universitari. L'insegnamento delle lingue a soggetti a bassa e bassissima scolarizzazione è divenuto un tema rilevante del dibattito internazionale nell'ambito della didattica delle lingue e il nostro gruppo di lavoro è in prima fila con ampi riscontri nella comunità scientifica” e ha anche aggiunto: “ Abbiamo chiesto ma con poco successo, alla Regione Sicilia che gestisce parte rilevante dei finanziamenti europei per l'immigrazione, di dedicare attenzione al tema dell'insegnamento della lingua italiana, pensando a percorsi di qualità. Senza l'italiano non vi è possibilità di inclusione sociale e senza didattica di qualità il raggiungimento di traguardi linguistici sufficienti è lento e spesso non avviene affatto. Per “Altre italie” questo è senso comune, per la nostra è una conquista ancora di là da venire”.

Però questo è un primo passo...I prodotti realizzati durante i laboratori verranno messi in vendita e distribuiti su un portale dell'agenzia Kappaelle, partner del progetto ideato dal Dipartimento di Scienze umanistiche, con il Comune di Palermo, la Biblioteca delle Balate, le associazioni Pellegrino della Terra, Casa di tutte le genti, Incontrosenso e con l'Istituto Comprensivo Perez- Calcutta e il Ctp La Masa-Federico II. Una cordata, una rete in nome della dignità e contro ogni forma di emarginazione.

lunedì 14 luglio 2014

Altro che mondiali !



E' terminato anche il campionato mondiale di calcio 2014 con una pessima figura da parte della squadra e dei dirigenti italiani. Ma non tutto è perduto! Vi vogliamo far conoscere, infatti, un'altra piccola-grande squadra...CasaSport: un team speciale, formato da ragazzi stranieri che cercano, nel gioco di squadra, un momento di svago, di condivisione, di gioia. E chissà...magari anche di riscatto. Sosteniamoli insieme.

Ecco le parole di CasaSport:  




Siamo nati a settembre 2013 per partecipare al Campionato Provinciale di US Acli Milano, che ringraziamo per la grande opportunità che ci ha dato e per la disponibilità con cui ci è venuto incontro.

Siamo una squadra di calcio che vuole essere all'altezza del torneo e delle altre partecipanti. Vogliamo giocare e migliorarci, competere con tutti, fare bene in campo ed essere leali nei comportamenti.
Siamo una squadra di calcio come le altre, che però ha alcune caratteristiche particolari.


Per cominciare, solo di uno di noi è nato in Italia. Tutti gli altri provengono da molti paesi, soprattutto africani: Togo, Egitto, Niger, Marocco, Camerun, Gambia, Ghana, Nigeria, Costa d'Avorio, solo per citarne alcuni. Viviamo in Italia chi da anni, chi da pochi mesi.

Un'altra caratteristica particolare è che tra noi non tutti abitiamo in una casa. O meglio, viviamo in una struttura di accoglienza che per noi è una vera e propria abitazione e che si chiama Casa della carità. Ha sede in via Brambilla, a Crescenzago, accanto al campo dove giochiamo e insieme a noi ci sono anche altri ospiti, italiani e stranieri, giovani e anziani, uomini, donne e famiglie. E' una struttura che accoglie persone in difficoltà aiutandole anche a trovare un lavoro e una casa. Quelli di noi che invece risiedono in un'abitazione sono comunque transitati, in questi anni, dalla Casa della carità. Perché tutti abbiamo alle spalle storie difficili, di guerre e di povertà, da cui siamo fuggiti.

Casasport è oggi rivolto a ragazzi ed adulti, italiani e stranieri, che vedono nello sport e nel calcio una possibilità di integrazione, condivisione e divertimento.

Giochiamo insieme a pallone dal 2009. Ci siamo allenati con tecnici di Inter Campus e partecipiamo regolarmente al Torneo estivo dei centri sociali e delle comunità straniere (nel 2011 lo abbiamo anche vinto!!!) organizzato da Olinda. Però quel torneo dura poco: un girone con tre gare e poi eliminazione diretta dagli ottavi in avanti. Se perdiamo ci tocca aspettare un anno per ritornare in campo.

Per questo abbiamo deciso di iscriverci al campionato di US Acli Milano. Per questo nato è nato il Casasport: perché ci piace molto giocare a pallone e vogliamo farlo per tante partite. Con voglia, passione, coraggio e divertimento. Grazie, dunque, a tutti quelli che condivideranno con noi questa bella avventura!

Alessandro, Camilla, Generoso, Giovanni, Guido, Marco, Paolo, Peppe.


Casasport vuole diventare una realtà sportiva a sottoscrizione popolare.

Cosa significa? Che i soci sostenitori siano a tutti gli effetti i motori di Casasport; questo avviene anche in società sportive molto importanti come il Barcellona F.C.

Cosa significa essere socio? Riceverete a casa la tessera associativa con un numero identificativo: ogni settimana per mailing list potrete avere tutti gli aggiornamenti su risultati e classifiche, potrete venire in prima persona a tifarci nelle gare ufficiali ed inoltre attivarvi sul nostro blog partecipando da tifosi alla vita di Casasport.



Per ulteriori informazioni e per aderire alla campagna di CasaSport: www.limoney.it

martedì 8 aprile 2014

43ma Giornata Internazionale dei Rom e dei Sinti


 

In occasione della 43ma Giornata Internazionale contro le discriminazioni nei confronti dei Rom e dei Sinti proponiamo alcune considerazioni tratte dal rapporto redatto, lo scorso dicembre, dall'Associazione 21 luglio dal titolo Figli dei “campi”. Libro bianco sulla condizione dell'infanzia rom in emergenza abitativa (Per scaricare il documento completo potete andare sul sito www.21luglio.org).                             

La sentenza del Consiglio di Stato del novembre 2011 aveva dichiarato illegittima la cosiddetta “emergenza nomadi”, in vigore dal maggio 2008. L'attuazione delle misure emergenziali, infatti, era iniziata con un censimento delle comunità rom e sinte negli insediamenti formali e informali di diverse città italiane, un censimento che aveva assunto le fattezze di una schedatura su base etnica.

Come evidenziato da molte organizzazioni internazionali e dalle ONG (Amnesty International, tra le tante) l'”emergenza nomadi” in vigore nel periodo 2008-2012 ha aggravato la discriminazione delle comunità rom e sinte perchè si è continuato a concentrare queste comunità in spazi chiusi e spesso caratterizzati da condizioni di vita incompatibili con gli standard internazionali sul diritto ad un alloggio adeguato e con il godimento effettivo di altri diritti di base, quali: il diritto alla salute, all'istruzione e al gioco, nel caso dei minori.

Nel rapporto stilato dall'Associazione 21 luglio vengono descritte le condizioni di vita dei bambini e dei giovani - e delle loro famiglie – all'interno degli insediamenti formali e informali, utilizzando come fonte di rifermento ad esempio La Convenzione dei Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza e la Carta Sociale Europea (riveduta).

Secondo l'indagine, le soluzioni abitative proposte ai rom e ai sinti si basano su un presupposto erroneo, ovvero che ci si stia rivolgendo a popolazioni nomadi: questo comporta che gli alloggi siano ubicati in spazi isolati e sovraffollati, che non offrono nessuna seria prospettiva di inclusione sociale e in cui le persone vivono in una situazione di segregazione. A questo si aggiungono gli sgomberi forzati che consistono nella rimozione degli individui dalle loro abitazioni contro la loro volontà, senza il rispetto di garanzie come, ad esempio, la predisposizione di alloggi alternativi e un giusto preavviso.

Questa precarietà abitativa comporta ripercussioni gravi sullo stato di salute dei rom e dei sinti e sui diritti dei minori. La collocazione degli insediamenti in aree insalubri e spesso lontane dai servizi sanitari espone le persone che vi abitano a situazioni nocive per la loro salute, situazioni causate anche dalla mancanza di servizi igienici, impianti fognari, connessione all'acqua potabile e all'elettricità. Le patologie più frequenti, soprattutto nei più giovani, sono denominate “patologie da ghetto” e sono: malattie infettive, patologie da stress, disturbi del sonno. Per quanto riguarda il tema della salute, inoltre, è emersa anche la difficoltà di accesso al Servizio Sanitario Nazionale legata alla mancanza della residenza anagrafica e ai motivi economici e questo comporta l'impossibilità, per i bambini rom e sinti, di usufruire delle cure necessarie in caso di malattia.

Altro argomento importante, preso in esame nel rapporto, riguarda il diritto all'istruzione. L' istruzione costituisce un diritto fondamentale anche in relazione ad altri, primo fra tutti il diritto al lavoro. Il rapporto ha evidenziato che l'abbandono scolastico e la discontinuità scolastica sono frequenti in tutte le città italiane e le ragioni sono molteplici: la condizione di precarietà abitativa che costringe le famiglie a spostarsi da un'area all'altra, ma anche l'esistenza di stereotipi e pregiudizi negativi radicati nell'immaginario collettivo.

Anche il diritto al gioco è importante: l'esiguità degli spazi vitali nelle unità abitative rende molto difficile le attività di gioco al chiuso. I bambini e i ragazzi, quindi, si ritrovano a svolgere le attività ludiche all'aperto e, come detto, spesso in zone insalubri e insicure. E questo impedisce la possibilità di svolgere attività ricreative, artistiche e culturali, utili allo sviluppo educativo, cognitivo e relazionale dei minori.

L'ultima parte del libro bianco prende in considerazione un altro aspetto delicato: il diritto alla famiglia e, in particolare, il diritto di non essere separati dai propri genitori se non nel caso in cui l'autorità competente decida che sia strettamente necessario nell'esclusivo interesse del minore. Secondo la normativa internazionale, infatti, la separazione dei figli dai propri genitori (e la loro collocazione in strutture socio-sanitarie assistenziali o in altri nuclei familiari) dovrebbe costituire un rimedio estremo e non dovrebbe essere deciso solamente in base alle condizioni socio-economiche dei genitori. Invece, il trend inquietante che emerge dalla ricerca è che in Italia i minori rom sono dichiarati adottabili molto più spesso rispetto ai loro coetanei non rom: questo per il pregiudizio, ancora diffuso, secondo il quale i rom, in quanto tali, sarebbero incapaci di prendersi cura dei propri figli. Ma solo la conoscenza diretta e approfondita di persone, popoli e culture può scardinare, almeno in parte, stereotipi e pregiudizi. E tutte le indagini e le attività culturali che vanno in questa direzione possono essere d'aiuto.
 
 

martedì 18 marzo 2014

Fumetti, attualità e libertà di pensiero

 
 
 
 
 

Takoua Ben Mohamed è una ragazza di origine tunisina, figlia di un rifugiato politico, che vive in Italia dall'età di otto anni. Takoua è fumettista e usa la sua creatività per raccontare la propria storia e quella di tante altre giovani donne musulmane che hanno affrontato un percorso di integrazione in un Paese nuovo. Nelle opere dell'artista si parla anche di molti altri argomenti di stretta attualità.



Abbiamo intervistato per voi Takoua Ben Mohamed che ringraziamo tanto per questo racconto.



Quali sono gli argomenti di cui parli nei suoi fumetti?


Gli argomenti di cui parlo generalmente nei miei fumetti e nei corti animati sono la primavera araba come nasce in Tunisia fino ad arrivare in Siria, Palestina, etc; i diritti umani che vengono violati soprattutto nei Paesi in guerra e ciò che è stato prima della primavera araba, cioè la vita sotto le dittature; il razzismo in ogni suo genere e forma; la questione del velo, soprattutto nell'età adolescenziale, e come si affronta la scelta di indossarlo in una società non musulmana, tra i pregiudizi o all'incontrario la positività che molto spesso gli viene trasmessa per l'atto di coraggio.
Ora mi sto anche dedicando a tematiche più educative nel settore dei cartoni animati...ovviamente senza mai perdere d'occhio il mio obbiettivo principale, la libertà di pensiero, d'espressione attraverso i fumetti e l'animazione. 



Perché la scelta delle graphic-novel per affrontare temi di grande attualità?         


La scelta dei graphic-novel, a dire la verità, oltre ad essere quella che esprime di più l'immagine di ciò che voglio raccontare, ciò che voglio trasmettere, è anche una mia passione...fin da piccola disegno e guardo i cartoni animati, ho provato ogni genere di arte e mi sono trovata bene nei graphic-novel, allora ho cominciato a prendere i fumetti e a sfogliarli per imparare a farli. Ho cominciato fin da subito a scrivere su tematiche così importanti soprattutto per me, perché in qualche modo mi rappresentato e molti episodi l'ho vissuti in prima persona. Penso sempre che l'arte sia fatta per esprimere la realtà.



Ci può raccontare brevemente la sua storia personale e quella della sua famiglia? 



Come dicevo, molti episodi l'ho vissuti in prima persona, tra i quali la primavera araba e la vita sotto la dittatura. La mia famiglia ed io abbiamo vissuto negli anni '90 sotto la dittatura di Ben Alì, mio padre lasciò la Tunisia nel 1991, quattro mesi dopo la mia nascita, perché era perseguitato dalle autorità tunisine essendo un membro di uno dei movimenti oppositori al governo dittatore, mio zio è stato arrestato e messo in carcere per molti anni e torturato fino alla morte, mia madre ha dovuto lavorare e mantenere da sola sei figli sotto i 10 anni e due anziani, per 8 anni da sola, con la pressione del governo che le rendeva la vita difficile, ma lei è una persona forte e paziente e non si è mai arresa. Durante la mia prima infanzia sono cresciuta senza sapere come era fatto mio padre, dove era e non conoscevo la sua voce, ma poi da un giorno all'altro all'età di otto anni,nel 1999, mi son ritrovata in Italia con mio padre davanti, orgogliosa di lui e felice. Da quel giorno non siamo più tornati in Tunisia.
In seguito, passata la fase della dittatura, ho deciso di mettere il velo a 11 anni, un anno dopo l'11 settembre: per molti mi sono resa la vita difficile, ma in realtà mi ha aiutata a crescere e a sfidare un muro di pregiudizi nonostante la mia giovanissima età perchè ero e sono molto ottimista.
Arrivata la primavera araba, nel 2011, io e la mia famiglia per la prima volta dopo 12 anni (e papà dopo vent'anni di separazione dalla nostra terra) siamo tornati in Tunisia, nessuno aveva sperato in quel giorno, né noi in Italia, né loro in Tunisia. Ma quel giorno è arrivato, si è riunita la famiglia tra lacrime a abbracci: non ci hanno mai dimenticati, è stata una grande emozione.
Oltre a tutto questo ho sempre partecipato a manifestazioni, eventi, incontri per la Palestina, primavera araba e tutto in ciò in cui credo e scrivo.




Quali sono state (se ci sono state) le sue difficoltà nel processo di inserimento nella società italiana?



Di sicuro non è stato facile inserirmi nella società italiana, sono stata vista sempre come quella diversa in un certo senso, ma questo non mi dispiaceva, anzi mi piaceva molto, mi faceva sentire che ho qualcosa in più rispetto agli altri, anche perché non è solamente la questione del velo, è anche il fatto che sono straniera, quindi un'altra cultura, altra mentalità, altre usanze ecc. ma questo non mi ha per niente influenzato: sì, sono musulmana velata, straniera, di altra cultura e mentalità, ma mi sono perfettamente integrata in questa società, cioè mi considero una persona con una doppia appartenenza doppia cultura perché ho sempre frequentato scuole italiane dalle elementari fino ad oggi, ma comunque a casa, in moschea e alla scuola di arabo che frequentavo nel weekend non mi hanno mai fatto dimenticare le mie origini la mia lingua madre. E questo è una ricchezza a mio parere!
Durante le elementari è stato un periodo sereno, ero abbastanza coccolata dalle maestre, ero l'unica straniera di origine araba; dalle medie in poi, invece, ho cambiato carattere e sono diventata più forte per farmi rispettare per ciò che sono senza cambiare ed essere solo la metà di ciò che sono!



Come convivono, in lei, l'anima romana e quella tunisina?




L'anima romana si sente tantissimo soprattutto nel mio italiano che è praticamente romano.. ricordo che il primissimo fumetto che ho scritto, avevo 14 anni allora, parla proprio di questa ragazza che decide di indossare il velo il primo giorno di scuola alle superiori, con tutte le difficoltà a scuola, ma comunque il suo italiano era in perfetto dialetto romano... il testo del fumetto era tutto in ''romanaccio'', proprio per far risaltare la sua integrazione nella periferia romana, mi piaceva tanto, mi ero proprio innamorata di quel fumetto, lo conservo tutt'ora e penso di rifarlo bene e pubblicarlo !



Cosa pensa della "questione del velo" per le donne islamiche? Pongo anche a lei la stessa domanda che abbiamo già fatto ad altre donne e ragazze musulmane: è una scelta religiosa, politica, culturale?



La questione del velo in Italia e nel mondo è un po' sopravvalutata, spesso collegano ad esso un' interpretazione che non è giusta, soprattutto dopo l'11 settembre 2001.
Ricordo quando indossai il velo per la prima volta, avevo 11 anni, esattamente un anno dopo quella data, la prima cosa che mi dissero uscendo di casa fu ''talebana, terrorista'' nonostante fossi una bambina, ma ho continuato ad indossarlo lo stesso. Lo indossai sia per religione che per politica perchè ero convinta della mia scelta come donna, ragazza, bambina musulmana, come un qualcosa che mi completa, essendo un obbligo religioso ma soprattutto una scelta personale che deve venire dal cuore di ogni donna che sceglie liberamente di metterlo, un qualcosa che completa la mia fede, e che mi aiuta a crescere. Per scelta politica nel senso che, prima di scegliere di indossarlo, vedevo come venivano giudicate le mie sorelle maggiori per strada, come venivano guardate, mi ero incuriosita di sapere il perchè, e alla fine ho deciso di metterlo per mia liberissima scelta!



Sono stati pubblicati i suoi lavori?



I miei lavori sono stati pubblicati per la prima volta nel libro della professoressa Renata Pepiccelli ''Il velo nell'islam. storia politica, estetica.'' Poi ho organizzato mostre per molti eventi culturali organizzati da associazioni culturali e giovanili e organizzazioni umanitarie. Ho collaborato al docufilm di Luca Bauccio ''al qaeda! al qaeda! come fabbricare qualcosa in tv!"
Ora pubblico mensilmente fumetti di genere graphic journalism con i mittenti ''
villageuniversel.com'', vignette con ''italianipiu.it'' e ora inizierò con retenear.it dell'Unar, Oltre a questo studio alla Nemo Academy of digital arts di Firenze per un corso di Cinema d'animazione e, grazie ai miei studi, sto lavorando su vari progetti d'animazione.




domenica 16 marzo 2014

Container 158 e la "questione rom"

L'Associazione per i Diritti Umani presenterà il documentario Container 158 di Stefano Liberti e Enrico Parenti nell'ambito del fimfestival Sguardialtrove a Milano.
l'appuntamento è per mercoledì 19 marzo, alle ore 20.30, presso il cineteatro S. Maria Beltrade, Via Nino Oxilia, 10.
Un'occasione per approfondire la conoscenza dei popoli rom e sinti, troppo spesso vittime di discriminazioni fomentate anche da politiche di esclusione basate sulla paura del "diverso".
Il cinema documentario permette di entrare, in questo caso, nel campo rom di Via Salone, alle porte di Roma, il campo più grande d'Europa, e di trascorrere del tempo insieme ai suoi abitanti, condividendo la loro quotidianità: Miriana aspetta di partorire due gemelle in casa vera dove poter allevare anche gli altri suoi quattro figli; suo marito, Giuseppe, ogni mattina prende il suo furgoncino per andare a cercare ferro da riciclare; Remo è un meccanico, lavora in nero e i suoi clienti gli vogliono bene perché è economico e gentile. E poi ci sono i più giovani: Brenda è maggiorenne, vorrebbe fare la dottoressa, ma si è resa conto di quanto sia difficile, per lei, realizzare quel sogno; Marta, Cruis, Diego e Sasha frequentano le elementari e vengono rimproverati regolarmente per i loro frequenti ritardi.
Ma, quella che viene raccontata, è vita ed è vita "normale", se c'è una normalità.
Più di mille persone, provenienti per lo più dalla ex Jugoslavia, sopravvivono in questo enorme ghetto recintato da fil di ferro e sorvegliato da telecamere, come se fossero tutti accertati criminali e delinquenti: ammassati in camper di 22 metri, distanziati l'uno dall'altro soltanto due, lontano dal centro (dagli ospedali, ad esempio).  E tanti di loro non hanno lavoro - più per la diffidenza degli altri, che per la loro mancanza di volontà - e non hanno un'identità riconosciuta dallo Stato anche quando sono nati e cresciuti in Italia.
Le voci narranti di questo film sono, soprattutto, quelle dei bambini perché non hanno sovrastrutture: raccontano semplicemente e sinceramente la loro esistenza, mettendo in luce, in maniera inconsapevole, le contraddizioni delle politiche istituzionali che, da una parte, parlano di inclusione, ma dall'altra, non creano le condizioni concrete per attuarla.

venerdì 17 gennaio 2014

Per l'inclusione di Rom, Sinti e Caminanti




Dijana Pavlovic - ROMED2-ROMACT National Project Officer e Associazione UPRE ROMA presentano la seguente iniziativa che per noi è importante e alla quale vi invitiamo a partecipare.

Il Consiglio d'Europa e la Commissione europea lanciano in 12 Paesi della Comunità europea due programmi della durata di due anni - ROMED2 e ROMACT - volti a promuovere l'inclusione dei Rom e dei Sinti a livello locale.
L'Italia è uno di questi Paesi e le città coinvolte sono Milano, Napoli, Bari, Roma, Torino e Pavia. Il programma ROMED2 si concentrerà sulla governance democratica e la partecipazione delle comunità attraverso la mediazione. il programma ROMACT si concentrerà sull'impegno locale a livello della pubblica amministrazione per lo sviluppo delle politiche pubbliche e per una migliore comprensione delle problematiche rom e sinte. ROMACT viene attuato dal Consiglio d'Europa anche nel quadro dell'Alleanza europea delle città e Regioni per l'inclusione di Rom e Sinti.

La presentazione e il lancio dei due programmi per l'Italia avverranno il 18 gennaio 2014 a Milano da parte del Consiglio d'Europa e della Commissione europea con il patrocinio del Comune di Milano e saranno preceduti da un concerto di benvenuto la sera del 17 gennaio.

 
 
IL PROGRAMMA
 
 
18 GENNAIO 2014
 
 
PALAZZO REALE - SALA CONFERENZE - PIAZZA DUOMO, 14 - MI
 
 
 
Ore 9: Registrazione - Welcome coffee
 
Ore 10: Inizio sessione
 
Giuliano Pisapia, Sindaco di Milano
Relatori - Impegni e prospettive
 
Gabriella Battaini-Dragoni, vicesegretaria generale del Consiglio d'Europa
Cècile Kyenge, Ministro per l'Integrazione
Maria Cecilia Guerra, viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali
John Warmisham, vicepresidente del Congresso delle autorità locali del Consiglio d'Europa
Luigi Manconi, presidente della Commissione per i Diritti Umani del Senato
Zeliko Jovanovic, direttore delle iniziative per i Rom dell'Open Society Foundations
 
Modera: Dijana Pavlovic, responsabile nazionale per ROMED2 e ROMACT
 
Ore 11: Coffee break - Conferenza stampa
Ore 11.30: Presentazione dei programmi ROMED2 e ROMACT
 
Joeoren Schokkenbroek, rappresentante speciale del segretario generale per la questione rom del Consiglio d'Europa
ROMED e ROMACT nel contesto della Strategia nazionale per l'inclusione di Rom, Sinti e Caminanti
Marco De Giorgi, direttore UNAR
Riccardo Compagnucci, prefetto e vicecapo dipartimento Ministero dell'Interno
 
Modera: Aurora Alincai, coordinatrice dei programmi ROMED2 e ROMACT
 
Ore 11.50: Amministrazioni pilota e comunità locali: impegni e attese
 
Alessandro Cattaneo, sindaco di Pavia
Giorgio Bezzecchi, mediatore, Consulta Rom e Sinti di Milano
Rita Cutini, assessore alle Politiche sociali Comune di Roma
Vojcan Stojanovic, mediatore, presidente Federazione Romanì
Luigi De Magistris, sindaco di Napoli
Elide Tisi, vicesindaco, assessore alle politiche sociali Comune di Torino
Radames Gabrielli, mediazione, Federazione Rom e Sinti insieme
Michele Emiliano, sindaco di Bari
 
Modera: Emma Toledano-Laredo, capo unità Inclusione sociale e riduzione della povertà della Commissione europea
 
CHIUSURA LAVORI
Jeroen Shokkenbroek
Giuliano Pisapia
 
Ore 13.15: LUNCH
 
 
 
17 GENNAIO, ore 20.30
 
AUDITORIUM SAN FEDELE; Via Hoepli, 3b, Milano
 
CONCERTO DI BENVENUTO di MUSICA ROM
 
con
 
NOVA KING, RAP DI NOVARA
MCK REVOLUTION, BEATBOXING DEI KHORAKHANE'
EDUARD ION e IL SUO GRUPPO, VIOLINO, FISARMONICA e CIMBALOM
MAESTRO GEORGE MOLDOVEANU, VIOLINO
MUZIKANTI DI BAL VAL, DEL MAESTRO JOVICA JOVIC
NEMA PROBLEMA, ORCHESTRA E FIATI
 
Conduce: TONI ZINGARO, attore
 
Ingresso libero
 




martedì 17 settembre 2013

Storie di ordinario razzismo?


(Foto LaPresse)

Provincia di Bergamo: a Corti, una frazione di Costa Volpino, nella classe prima di una scuola elementare ci sono sette bambini italiani, quattordici africani (soprattutto marocchini) e alcuni romeni e albanesi.
I genitori italiani dichiarano che, se il direttore non trovasse posto per i loro figli in altre frazioni, li trasferiranno in un altro Comune: e così fanno. Iscrivono i bambini in altre scuole di Costa Volpino e di altri paesi limitrofi.
Dal municipio, nessun commento. Il preside dell'istituto comprensivo, Umberto Volpi, allarga le braccia, sconsolato.
Provincia di Novara: a Landiona. Siamo sempre in una scuola elementare. Un ragazzino sinti entra in classe il primo giorno di lezione e le famiglie dei compagni italiani decidono di trasferirli in un paese vicino, a Vicolungo. Il sindaco di Landiona, Marisa Albertini, afferma: “I bambini di famiglie rom sono 28, ma pochi frequentano. Questa mattina erano in sei. Abbiamo pochi bambini e l'intenzione era quella di fare l'accorpamento con la scuola di Vicolungo, mettendo anche uno scuolabus, ma per ora non ci siamo riusciti” e aggiunge: “Non siamo razzisti, mi dispiace. Molti genitori hanno iniziato a spostare i bambini e poi lo hanno fatto anche gli altri”.
Bisognerebbe chiedere il motivo di questo spostamento; bisogenrebbe, forse, mettere in atto strategie diverse (oltre ad uno scuolabus) per contrastare la dispersione scolastica, soprattutto da parte dei figli di genitori rom e sinti; bisognerebbe smetterla con le ipocrisie...La decisione di ritirare i bambini “è un fatto di una gravità assoluta. Ma noi non siamo razzisti”, afferma anche Francesco Cavagnino, consigliere comunale.
Si potrebbe cominciare dai fatti, facendo sì che tutte le scuole, di ogni ordine e grado, diventino di nuovo un luogo dove imparare - con le parole e con i fatti - il senso del rispetto, dell'accoglienza e dell'inclusione.

giovedì 11 luglio 2013

Sei di origini tunisine ? Niente gara di nuoto



A novembre compirà dieci anni ed è un talento del nuoto sincronizzato, ma la protagonista di questa storia di discriminazione ha rischiato di non poter passare dalla categoria amatoriale a quella agonistica perchè figlia di genitori tunisini.
Il padre, Ishem, è un falegname e risiede a Campodarsego, in provincia di Padova, da 11 anni e possiede il permesso di soggiorno illimitato; a gennaio ha chiesto la cittadinanza italiana che potrà estendere anche a sua figlia, ma l'iter burocratico prevede un periodo di due anni di attesa. “Ci siamo comportati come dice la legge”, ha spiegato il padre della bambina, “ e abbiamo presentato la domanda dopo dieci anni di residenza. Abbiamo ottenuto dalla Prefettura un codice e ogni tanto controllo su un sito Internet la posizione della mia pratica. C'è scritto sempre che è in corso di verifica. Mi hanno detto che devo aspettare due anni prima di poter chiamare e chiedere, eventualmente, perchè non è stata concessa”.
La madre della nuotatrice, dopo il ricongiungimento familiare grazie al quale è arrivata dal Nord Africa a Campodarsego, lavora come addetta alle pulizie presso la piscina della società sportiva “Il Gabbiano” dove si allena la figlia: la bimba, infatti, aveva cominciato ad accompagnare la mamma durante i turni e si era appassionata al nuoto sincronizzato. L'allenatore aveva visto in lei ottime capacità sportive e aveva chiesto alla società di concederle il tesseramento: in un primo momento, però, le era stato negato, in quanto non ancora maggiorenne e cittadina italiana.
Riguardo alla questione è intervenuto il Ministro per l'Integrazione, Cècile Kyenge, che ha dichiarato: “ Sarà mia preoccupazione sensibilizzare il più possibile il parlamento perchè giunga al più presto a una riforma in tema di cittadinanza. Il caso della bambina in Veneto non è isolato ed è, tra l'altro, uno spreco di talento. Il tema della cittadinanza va risolto perchè, come in questo caso, lo sport può rappresentare un modo per agevolare l'integrazione dei nostri figli...Bisogna far capire che la diversità è una ricchezza per tutti”.
Anche il governatore del Veneto, Luca Zaia, contrario allo ius soli, ha però detto, riferendosi alla situazione della bambina di origini tunisine, che: “ Serve un segnale di civiltà e di attenzione nei confronti delle aspirazioni di questa giovane e dei tanti bambini che vivono da anni in Veneto, terra dove l'integrazione è concreta, funziona e rappresenta un modello a livello nazionale”. Zaia ha poi continuato: “ ...L'unica colpa della bambina di Campodarsego è quella di non essere maggiorenne e non quella di non rispettare le regole, perchè è in Italia da oltre dieci anni, non ha nessun legame con la terra di origine dei genitori, essendo nata e vissuta qui. C'è un evidente cortocircuito burocratico che va risolto e su cui serve una meditazione seria e approfondita”.
Bisogna capire cosa accadrebbe qualora la bambina avesse qualche legame con la terra dei propri genitori, ad ogni modo un primo segnale positivo c'è. La Federnuoto, infatti, ha provveduto alla modifica dello statuto federale e il Coni dovrà varare il testo in autunno: sulla scorta delle leggi comunitarie per la tutela dei vivai giovanili, nella proposta, si legge: “ In tutti i settori è prevista e garantita la libera adesione di tutti gli atleti residenti in Italia alle attività giovanili, nonché la modalità di partecipazione alla successiva attività assoluta”. Intanto il caso della figlia di Ishem ha infiammato di nuovo il dibattito politico sul tema della cittadinanza.

martedì 5 marzo 2013

“COSTIUZIONE, PARI OPPORTUNITA', ANTIDISCRIMINAZIONE: DA STRANIERO A CITTADINO, IL PERCORSO DELL'INTEGRAZIONE"

Rete Progetto Diritti Milano presenta un ciclo di incontri - iniziato a febbraio e che si concluderà nel mese di maggio 2013 – dal titolo “Costituzione, pari opportunità, antidiscriminazione: da straniero a cittadino, il percorso dell'integrazione”. Gli incontri si tengono a Milano, in varie sedi (in calce, troverete il programma) e hanno lo scopo di analizzare i principi costituzionali, internazionali e legislativi utili a promuovere la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini stranieri per l'attuazione di un percorso di inclusione.
Di volta in volta, saranno illustrate sentenze e casi concreti, anche con il supporto di guide informative.
La scelta di effettuare gli incontri in sedi diverse è determinata dal fatto di volere intercettare domande e bisogni espressi dal territorio e dai quartieri e dalle realtà sociali ed associative che vi operano. Alcuni argomenti presi in considerazione sono, ad esempio: i diritti sociali riconosciuti dalla Costituzione (lavoro, istruzione, salute, previdenza, assistenza); la libertà della persona, libertà di pensiero, di parola, di opinione politica; una migliore tutela dei diritti dei cittadini stranieri; i principi internazionali e nazionali contro la discriminazione; la azioni antidiscriminatorie e il ruolo delle associazioni.

Il corso è gratuito. Per informazioni e adesioni rivolgersi a Claudia Musso:

Il programma:

I°Modulo “I principi della Costituzione italiana”:
sabato 26 gennaio, sabato 2 febbraio, sabato 9 febbraio, sabato 16 febbraio ore 15 -17.
Sede degli incontri: Milano, Via Bertoni 1, presso la Biblioteca Francescana del Convento di Sant'Angelo.
Come arrivare: MM3 linea gialla fermata Turati - Bus 43, 94, 61




II° Modulo “Cittadini stranieri e pari opportunità alla luce dei principi di diritto internazionale e nazionale: aspetti positivi e problemi da risolvere”:
sabato 2 marzo, sabato 9 marzo, sabato 23 marzo, sabato 6 aprile ore 15 -17.
Sede: Via Barrili 21 Milano, presso Cooperativa Darcasa
Come arrivare: MM2 linea verde fermata Abbiategrasso, Tram 3




III° Modulo “Le azioni antidiscriminatorie a tutela dei cittadini stranieri”:
Sabato 13 e sabato 20 aprile, sabato 4 e sabato 11 maggio ore 15 -17.
Sede: Via Marco d’Agrate 11, Milano presso Casa per la Pace Milano
Come arrivare: MM3 linea gialla fermata Corvetto - Bus 95


sabato 23 febbraio 2013

Morire di nostalgia a 14 anni (e un film come dedica)


Habtamu Scacchi aveva solo 14 anni. Era di origini etiopi ed era stato adottato da due coniugi italiani che lo amavano moltissimo.
L'altro ieri si è tolto la vita, impiccandosi.
Era residente a Paderno Dugnano e il suo corpo è stato ritrovato in un campo di Biassono, abbastanza vicino al luogo in cui viveva e studiava.
Ma in precedenza si era già allontanato da casa: un anno fa si trovava in villeggiatura sul lago D'Orta, nel novarese, e da lì era scappato, portando con sé una cartina geografica, e agli agenti che lo avevano fermato, per poi ricondurlo dai suoi genitori, aveva detto di provare una forte nostalgia e di desiderare di rivedere i familiari rimasti in Etiopia.
Il 15 febbraio scorso il ragazzino si era allontanato di nuovo dalla cittadina di residenza, senza documenti né telefono cellulare, e i genitori avevano subito dato l'allarme perchè preoccupati da un biglietto lasciato dal figlio. Sul foglio di carta, infatti, Habtamu aveva scritto: “Non ce la faccio più a vivere in Italia, voglio morire”. E così, purtroppo, è stato.
Un adolescente che, oltre alle inquietudini proprie dell'età, portava dentro di sé il peso dello strappo dalle proprie origini e dai propri affetti e, probabilmente, anche il disagio – non ancora risolto – di una doppia appartenenza, di una doppia identità.

Ad Habtamu vogliamo dedicare la recensione del romanzo e dell'omonimo film Vai e vivrai di Radhu Mihaileanu (editi entrambi da Feltrinelli). Nei film e in letteratura, spesso, c'è il lieto fine; nella realtà, altrettanto spesso, purtroppo, no.

VAI e VIVRAI di Radhu Mihailenau



Tra il 1984 e il 1985, migliaia di africani aspettano di essere imbarcati sugli aerei per essere portati in salvo in Israele. Sì, perchè quegli africani sono ebrei etiopi, i falasha.
Molti di loro non riescono, per vari motivi, a scappare dalla carestia e rimangono al campo profughi in Sudan e, quasi sicuramente, andranno comunque incontro alla morte, per fame, per sete, per malattia. Proprio per evitare questo, una madre cristiana spinge il proprio bambino verso un'altra donna, affidandoglielo e chiedendole di portalo con sé in Terra Santa, come un falasha. Il bambino dovrà abbandonare il proprio vero nome – si farà chiamare Schlomo – la propria religione, il proprio Passato.
Una volta giunto in Israele , dove viene adottato da una famiglia di ebrei illuminati, la sua esistenza non sarà facile: ogni successiva conquista avverrà a seguito di dolore e di sofferenza perchè è un bambino nero in una società di bianchi, una società complessa caratterizzata dal razzismo tra ebrei askenaziti e sefarditi, un conflitto – questo – che si va ad aggiungere a quello con i palestinesi.
Lo stesso Mihaileanu, nato da una famiglia di ebrei rumeni, è dovuto scappare dal regime di Ceausescu e ora vive a Parigi e, dopo il successo di Train de Vie, ha proposto la storia dei falasha, una storia poco conosciuta, ma molto interessante. Nel caso degli ebrei etiopi, infatti, è la prima volta nella storia dell'umanità, secondo l'opinione del regista, che dichiararsi ebrei può servire per salvarsi la vita, anche se sempre a caro prezzo.
Lo stile del racconto cinematografico (ma anche il libro è altrettanto profondo) mescola il documentarismo con l'epopea per scandagliare gli stati d'animo del protagonista che viene seguito in tutte le tappe della vita. Il titolo originale della pellicola, infatti, è Va, vis, deviens: Va, vivi e diventa. Schlomo è un bambino, poi un adolescente e poi un giovane uomo e, nel corso degli anni, porta sempre dentro di sé la nostalgia per la propria terra, per la propria cultura, per la propria madre che cerca nel cielo, guardando le fasi della luna.
Il film e il romanzo riportano un testo universale, quindi: si parla della ricerca di equilibrio tra due identità diverse; si parla della ricchezza potenziale che due appartenenze veicolano; e si parla di maternità: Schlomo si confronta con tre madri. La madre biologica, quella adottiva (importantissima la scena in cui la donna lecca il viso del figlio per dimostrare ai genitori razzisti dei compagni di scuola che essere neri non significa avere qualche malattia) e Sara, la donna che lo farà diventare padre.
Ma, soprattutto, la Mamma Africa: quella che ha generato lui e tutti quelli come lui, quella terra e quella cultura che gli ha dato i tratti somatici e la fierezza, i moti dell'anima e il suo Passato. Per andare incontro al futuro, e a una nuova vita, Schlomo dovrà fare ritorno alle proprie radici,  camminare a piedi nudi, come in pellegrinaggio, sulla terra arida del proprio Paese per riabbracciare colei da cui tutto è partito.