"...Non si potrà avere un globo pulito se gli uomini sporchi restano impuniti. E' un ideale che agli scettici potrà sembrare utopico, ma è su ideali come questo che la civiltà umana ha finora progredito (per quello che poteva). Morte le ideologie che hanno funestato il Novecento, la realizzazione di una giustizia più giusta distribuita agli abitanti di questa Terra è un sogno al quale vale la pena dedicare il nostro stato di veglia".
Continuano a susseguirsi i naufragi dei
migranti in mare e, tra loro, anche tanti, troppi bambini. Nel 2015
il numero dei bambini che hanno perso la vita nel Mediterrabneo è
raddoppiato rispetto all'anno precedente ed è salito a 3200, oltre
700 dallo scorso gennaio: questi sono i dati riportati dalla
fondazione Migrantes. Anche il mare Egeo è diventato, purtroppo, un
cimitero d'acqua a dimostrazione del fatto che l'Europa - in terra e
in mare – non è ancora in grado di gestire la criminalità dei
viaggi, dare vera accoglienza ai profughi e ai rifugiati, salvare
vittime innocenti, come ha sottolineato, pochi giorni fa Monsignor
Gian Carlo Perego – Direttore generale di Migrantes: “ L'Europa
sembra ora, a fronte della minaccia terroristica, giustificare i muri
e la chiusura delle frontiere...L'accoglienza ai nostri porti,
anziché in centri di accoglienza aperti, sembra affidarsi ancora una
volta a centri chiusi, gli 'hotspots', come dimostra il Centro di
accoglienza di Lampedusa: più di 20.000 persone arrivate al porto e
trasferite al Centro, chiuso ad ogni ingresso e uscite”, parole
dure alle quali ha aggiunto: “ le istituzioni Ue e Stati devono
correggere le lacune nel funzionamento degli hotspot, incluso
stabilire le necessarie capacità ricettive per raggiungere gli
obiettivi e concordare rapidamente un preciso calendario affinchè
anche gli altri hotspot diventino operativi”.
Intanto, per chi ancora non lo avesse
ascoltato, riproponiamo l'importante appello di Abdullah Kurdi, il
padre del piccolo Aylan, il bambino siriano di tre anni, annegato nel
Mar Egeo, tra Grecia e Turchia, insieme al fratellino Galip e alla
madre Rehan.
l'Associazione
per i Diritti Umani pubblica, oggi, il video dell'incontro che ha
organizzato – nell'ambito della manifestazione “D(i)RITTI al
CENTRO!” - con la giornalista Laura Silvia Battaglia.
Medioriente
e Occidente: un equilibrio possibile?
Tanti
gli argomenti trattati: le basi del terrorismo dell'Isis, la
situazione in Iraq e Yemen, il ruolo dell'Iran, la religione
strumentalizzata, la condizione e il ruolo delle donne, la stampa
nazionale e internazionale.
Ringraziamo
ancora molto Laura Silvia Battaglia per la sua presenza e generosità.
In occasione dell'8 marzo, l'Associazione per i Diritti Umani vi propone il video dell'incontro sulla violenza domestica alla presenza di Diana Battaggia: una raccolta di testimonianze raccolte dalle giornaliste de La 27ma ORA. Un incontro emozionante e ricco di riflessioni.
Domani - 9 marzo, alle ore 18.30 presso il Centro Asteria di Milano - continueremo la riflessione sulla condizione femminile con MONICA LANFRANCO a partire dal saggio "Uomini che odiano (amano) le donne"
Un
incontro importante e serio: una raccolta di racconti sulla violenza
contro le donne, alla presenza di alcune autrici: Fulvia
Degl'Innocenti, Elena Peduzzi e Chiara Segre, edito dalla casa
editrice MammeOnline. Il titolo del libro: Chiamarlo
amore non si può.
Un'occasione
per riflettere sulla violenza fisica e psicologica, sui motivi che
inducono troppe donne a subirla; per riflettere anche su come si è
arrivati al femminicidio e sul perchè gli uomini si comportano così
nei confronti di chi li ama e li aveva scelti come compagni di vita.
Ringraziamo
le autrici e il Bistrò del tempo ritrovato per aver accolto
l'iniziativa organizzata dall'Associazione per i Diritti Umani
nell'ambito della manifestazione “D(i)RITTI al CENTRO!”.
Se
apprezzate il nostro lavoro e volete aiutarci, potete fare una
piccola donazione, anche di due euro: in alto a destra sulla homepage
trovate la scritta “Sostienici”. Cliccate e potrete fare la
vostra donazione con Paypall o bonifico. Facile e sicurissimo.
GRAZIE!
Dopo
l'ingiusta sentenza Eternit pubblichiamo il video dell'incontro con
Stefano Valenti autore del romanzo
La fabbrica del panico,
vincitore del Premio Campiello – Opera prima. L'incontro ha fatto
parte della manifestazione “D(i)RITTI al CENTRO” organizzata
dall'Associazione per i Diritti Umani. Una serata importante con temi
di stretta attaulità, a iniziare dal tema del lavoro e dei diritti
dei lavoratori, in particolare degli operai.
Un
romanzo, la storia di un padre e di un figlio. Quel padre che
lavorava nella fabbrica Breda e che si è ammalato per le esalazioni,
ma che amava la pittura. E un figlio che parla di lui e dei diritti
dei lavoratori.
Se
apprezzate il nostro lavoro e volete aiutarci, potete fare una
piccola donazione, anche di due euro: in alto a destra sulla homepage
trovate la scritta “Sostienici”. Cliccate e potrete fare la
vostra donazione con Paypall o bonifico. Facile e sicurissimo.
GRAZIE!
Cari
lettori, continua la “Carovana dei diritti umani” !
Domenica
6 aprile, alle ore, 19.00 presso La Ligera (Via Padova 133, Milano MM
Loreto) si terrà l'incontro con l'artista e scrittrice tunisina
GIHEN BEN MAHMOUD che parlerà del libro intitolato “ Extra -
comunitaria: Diario della Prima Vera Araba”.
Durante la serata sarà proiettato anche un video...sorpresa!
Sarà
l'occasione per parlare di stretta attualità, delle rivoluzioni
arabe - anche con un approfondimento di Monica Macchi - ma anche di
tutti noi: in particolare delle relazioni tra donne e uomini. Con
ironia, con intelligenza, con serietà e con un po' di divertimento!
A
seguire, pubblichiamo il volantino dell'iniziativa e il volantino con
i prossimi incontri della carovana che si terranno nel mese di
maggio. E, sempre nel mese di maggio, vi faremo tante altre proposte,
speriamo per voi interessanti.
Vi
chiediamo di partecipare numerosi, di fare passaparola per avere
l'opportunità di conoscerci, di scambiarci idee, di dialogare con
l'autrice e con i nostri ospiti.
Promettiamo
belle serate, non troppo impegnative, ma ricche di riflessioni e di
sorrisi.
I video
dei nostri incontri, e molto altro ancora, sono disponibili anche sul
canale YOUTUBE dell'Associazione per i Diritti Umani.
L'Associazione
per i Diritti Umani sostiene questa richiesta importantissima.
E,
nell'occasione, certi di farvi cosa gradita,ripubblichiamo i due
incontri che la nostra associazione ha realizzato proprio con Mohamed
Ba nei mesi scorsi, ringraziandolo ancora tantissimo per questi
momenti di riflessione così ricchi e interessanti.
Vi
ricordiamo che il materiale video di tutti i nostri incontri è
disponibile anche sul canale YOUTUBE dell'Associazione per i Diritti
Umani.
con
grande gioia vi presentiamo la “Carovana
dei diritti umani – parte seconda”
!!!
Come
promesso, abbiamo lavorato, durante questi mesi, per offrirvi gli
incontri che trovate nel volantino che pubblichiamo qui di seguito:
si comincerà con la presentazione del libro, serio e divertente,
della giornalista Sanja Lucic, per continuare con la mostra
fotografica di Mauro Prandelli (appuntamento rivolto agli studenti e
agli insegnanti delle terze medie); poi ancora, avremo l'incontro con
la scrittrice e fumettista Ghién Ben Mahmoud, la presentazione del
saggio del Prof. Giuseppe Goffredo sul tema della pace e concluderemo
con il libro di Don Andrea Gallo, a un anno dalla sua scomparsa, e
con la presentazione di un documentario di Maurizio Fantoni Minnella.
Un
programma ricco, reso ancor più interessante grazie alla presenza
degli ospiti e di contributi video.
Vi
preghiamo di partecipare, di dedicarci un pochino del vostro tempo,
per conoscerci meglio, per dialogare con gli autori che si sono resi
disponibili, per riflettere insieme sui grandi temi di attualità e,
magari, anche per sorridere un po'.
Vi
ringraziamo sempre per l'interesse che continuate a dimostrare per il
nostro sito/giornale e vi chiediamo, se credete, di fare
“passaparola” in modo da crescere tutti insieme in questo
percorso, in questo progetto nel quale crediamo molto.
Segnatevi, quindi, date e orari e noi saremo lì ad accogliervi con grande entusiasmo!
Ci
rivolgiamo anche agli studenti, per cui – chi fosse interessato ad
organizzare incontri con gli autori, presentazioni di libri, film e
documentari anche presso la scuola stessa – può scriverci alla
mail: peridirittiumani@gmail.com
Buona
lettura e vi aspettiamo agli incontri della carovana!
Ringraziamo sempre Stefano Masciovecchio, il nostro grafico di fiducia, per questi bellissimi volantini...
Cari lettori, oggi vi proponiamo il video dell’incontro che
abbiamo avuto con Mohamed Ba – attore e scrittore – in occasione del progetto
ideato e organizzato da Associazione Spazio Tadini, intitolato SAVE MY DREAM:
alcuni artisti hanno donato un’opera, esposta nella mostra allestita nello
spazio dell’associazione fino alla fine di gennaio. Le opere sono in vendita e
il ricavato sarà devoluto ai Comuni di Lampedusa e di Linosa per contribuire all’aiuto e
all’accoglienza dei migranti.
L’Associazione per i Diritti Umani ha organizzato, giovedì
12 dicembre scorso, l’incontro-intervista con Mohamed Ba per approfondire i
temi legati ai processi migratori: perché molte persone decidono di abbandonare
il Paese d’origine? Quali sono le difficoltà che incontrano una volta arrivate
in Europa, in Italia?Cosa dovrebbero
fare le istituzioni per migliorare le loro condizioni? Si è discusso di questo
e di molto altro a partire anche dal libro intitolato “Il tempo dalla mia
parte” e dallo spettacolo teatrale “Il riscatto”.
Vi ricordiamo, inoltre, che abbiamo scritto la recensione
del film Và pensiero-Storie ambulanti, recensione
che potete trovare nei post precedenti. Il film riprende queste tematiche e
Mohamed è uno dei protagonisti: non solo del film, ma purtroppo, anche di una
bruttissima storia che lo ha segnato, in tutti i sensi, e che dovrebbe
continuare a far riflettere.
Sono
persone eritree, ghanesi, siriane, kurde, nigeriane e di altre
nazionalità. Sono persone e basta. Sono state riprese denudate, in
fila, mentre sui loro corpi veniva sprizzato un getto di
disinfestante per prevenire il pericolo di malattie infettive,
ammesso che alcuni migranti ne siano affetti. Queste le immagini del video trasmesso in esclusiva dal TG2, un video che fa indignare.
Giusi
Nicolini, sindaco di Lampedusa, l'isola che da anni accoglie chi
scappa dal proprio Paese d'origine e dove si trova il Centro di
identificazione e di espulsione in cui sono state fatte le riprese,
ha così commentato la situazione: “ E' una pratica da lager. Una
pratica sanitaria non si fa all'aperto, irrorando gli ospiti nudi,
con un tubo. Lampedusa e l'Italia intera si vergogna di queste
pratiche di accoglienza”. A queste parole hanno fatto seguito molte
altre di esponenti delle istituzioni. La Presidente della Camera,
Laura Boldrini ha aggiunto: “ Uomini e donne, per essere sottoposti
ad un trattamento sanitario, vengono fatti denudare all'aperto in
pieno inverno. Quelle immagini non possono lasciarci indifferenti.
Tanto più perchè arrivano dopo i tragici naufragi di ottobre e dopo
gli impegni che l'Italia aveva assunto in materia d'accoglienza.
Quesi trattamenti degradanti gettano sull'mmagine del nostro Paese un
forte discredito e chiedono risposte di dignità”.
Si parla
di “immagine” di un Paese quando si dovrebbe parlare di “civiltà”
e, inoltre, in entrambi questi interventi viene ripetuto il termine
“accoglienza”, ma l'accoglienza si mette in pratica con i fatti e
non con discorsi e promesse.
Sono
intervenuti, ovviamente, anche il Ministro per l'integrazione Cècile
Kyenge e il Premier Enrico Letta, ai quali è stata fatta una
richiesta chiara da parte di Laurens Jolles, delegato dell'UNHCR per
l'Italia e il Sud Europa: “ Il centro di accoglienza dovrebbe
essere riportato rapidamente alla sua capienza originaria di 850
posti” per dare agli ospiti un'assistenza adeguata.
Ma che
le condizioni dei migranti che vengono smistati all'interno dei CIE
siano gravissime non è notizia di attualità. E' una situazione che
permane invariata da anni. L'Associazione per i Diritti Umani, alcuni
mesi fa, ha intervistato Alexandta D'Onofrio che, in un progetto con
Grabriele del Grande, ha realizzato un film dal titolo
La vita che non CIE.
Intervista che vi riproponiamo qui di seguito.
La
vita che non CIE di Alexandra D'Onofrio
Più di mille migranti si trovano,
in questo ultimo periodo, nel centro di accoglienza di Lampedusa:
una struttura che avrebbe una capienza massima di 300 posti.
Dall'isola i migranti vengono smistati nei CIE, Centri di
identificazione e di espulsione. Ma cosa succede a queste persone,
senza permesso di soggiorno, dentro e fuori dai Cie? Ne abbiamo
parlato con Alexandra D'onofrio, regista del documentario intitolato
La vita che non Cie,
una trilogia di cortometraggi, prodotta da Fortress Europe, in cui
si narrano le storie di un ragazzo che cerca di raggiungere la
moglie incinta, dalla Tunisia all'Olanda; di un uomo che cerca di
aiutare, dall'esterno, i suoi compagni rimasti all'interno del Cie
di Torino, dopo esserci stato lui stesso; e di un figlio che non
cresce con il padre, espulso in Marocco dopo aver vissuto tanti anni
in Italia. Un lavoro cinematografico nato nel Cie di Modena dove,
nel febbraio 2011, Gabriele Del Grande ha conosciuto Kabbour, il
protagonista dell' ultima vicenda intitolata “Papà non torna
più”. Alexandra D'Onofrio ha, poi, seguito Kabbour in Marocco e
ha deciso di raccogliere altre storie per riflettere sul tema della
giustizia e sulle politiche riguardanti l'immigrazione ma,
soprattutto, per raccontare relazioni difficili e sentimenti
universali.
La vita che non Cie è il titolo di una trilogia
che, attraverso le vicende di un ragazzo, di un uomo e di un
bambino, racconta l'odissea dei migranti da punti di vista
differenti. Da dove nascono queste storie?
Abbiamo girato
questo film tra marzo e aprile 2011 e ci siamo posti l'obiettivo di
andare a cercare dei ritratti, delle storie che potessero raccontare
ciò che non si viene a sapere dai canali ufficiali, dai media. Il
problema è stato che, nel 2011, c'era il veto di entrare nei Cie
per giornalisti e documentaristi (adesso, invece, c'è questa
possibilità) e, quindi, abbiamo tessuto le storie di persone che ci
hanno raccontato i Cie da fuori. Nel primo caso si racconta la
storia d'amore di un ragazzo che è evaso: il fotografo Alessio
Genovese - che ha seguito la vicenda fin dall'inizio e del quale ho
usato le immagini lavorando in Audiodoc - aveva incontrato la moglie
di Nizar e aveva cominciato a fotografare lei mentre andava a
trovarlo al Cie. Dopo un mese c'è stata una rivolta, i reclusi sono
evasi e il Cie è stato chiuso. Si tratta del Cie di Chinisia, fuori
Trapani: Gabriele mi ha proposto di scrivere il soggetto e poi io ho
seguito Nizar in Olanda dov'era andato per raggiunegre la sua
compagna in attesa di un figlio... Attraverso questi corti abbiamo,
infatti, voluto raccontare sentimenti universali: l'amore, la
genitorialità, la solitudine. Nel secondo corto si parla del Cie
di Torino attraverso la storia di una persona rilasciata dopo circa
cinque mesi di reclusione. Al tempo abitavamo a Torino e l'unica
realtà che restava in contatto con i detenuti era una radio, Radio
Black Out, che metteva in onda le interviste alle persone dentro il
Cie. Abdelrahim, una volta uscito, si era impegnato a fare “da
tramite” e a portare dentro alcune cose che potessero servire ai
reclusi, come cibi o vestiti, ad esempio; il film, infatti, inizia
con lui che va al mercato a comprare reggiseni per le ragazze della
sezione femminile. Abbiamo cercato di capire quanto la vita di
Abdelrahim fosse cambiata dopo l'esperienza di detenuto nel Cie e
abbiamo anche cercato di capire il motivo della sua scelta di
mantenere questa relazione con i compagni. La terza storia
parla di una deportazione, di un rimpatrio. E' la storia di Kabbour
che ha vissuto in Italia per 11 anni, ha fatto le medie e le
superiori qui per poi lavorare nei mercati, ma si trova costretto a
tornare in Marocco perchè vendeva CD contraffatti. E' un reato per
il quale è stato considerato “socialmente pericoloso” e per cui
ha perso il permesso di soggiorno ed è stato rispedito indietro.
Nel frattempo, Kabbour si è formato una famiglia con una compagna,
cittadina polacca, con cui ha avuto un bambino, Tareq che, l'anno in
cui il padre è stato rimpatriato, aveva cinque anni.
In base
alle testimonianze che avete raccolto, com'è la vita all'interno
dei centri? O si deve parlare di sopravvivenza?
Una cosa
interessante del primo corto è che siamo riusciti ad utilizzare
materiale realizzato dai protagonisti stessi, che hanno filmato con
i telefonini. Le immagini riprendono la traversata, i primissimi
giorni con i festeggiamenti per essere riusciti ad arrivare, con
cerchi di canti e danze, ma poi i cellulari hanno ripreso anche la
situazione all'interno dei Cie, con le rivolte o con le persone che
stanno lì senza fare niente, ingabbiate, a guardare il cielo. Per i
reclusi la cosa straziante è non capire perchè: non hanno commesso
reato, hanno solo fatto la traversata senza avere la carta giusta
oppure si trovano senza permesso di soggiorno perchè l'hanno perso
strada facendo o perchè il loro contratto di lavoro non è stato
rinnovato. Non avere il permesso è un reato amministrativo che
equivale a passare con il semaforo rosso, eppure queste persone sono
detenute. Oltretutto, il periodo di reclusione è salito da sei a
diciotto mesi.
Nei titoli di coda si sottolinea che il 60%
delle persone trattenute non viene né identificato né rimpatriato.
Dopo un anno e mezzo di Cie, cosa succede?
Una volta fuori,
queste persone rischiano semplicemente di non essere ancora
identificate e di essere riportate dentro. Mentre giravo la storia a
Torino ci è stato spiegato che - siccome i detenuti non riescono a
dare un senso a quello che succede, non sanno quando verranno
rilasciati o se verranno riportati a casa - non riescono a dorire di
notte e , quindi, chiedono i calmanti. I calmanti, però, vengono
dati molto facilmente perchè servono anche a mantenere la calma
all'interno del Cie; vengono usati per sedare la rabbia. Quando
facevo le interviste per telefono, capivo che dall'altra parte c'era
una persona che non riusciva a parlare perchè intontita dai
farmaci.
Nel terzo corto, attraverso la storia di Kabbour e
Tareq, padre e figlio, si affronta il tema del “principio del
bilanciamento”, riconosciuto dalla Corte europea di Giustizia: di
cosa si tratta?
Il principio del bilanciamento dice che
spetta al giudice dare la priorità all'interesse del minore oppure
a quello dello Stato. Se il soggetto è stato considerato un
“pericolo sociale” ma ha un figlio, è lo Stato che decide a chi
o a cosa dare la priorità, ma non esiste una normativa precisa
riguardo a queste situazioni. Kabbour è uno di quelli che sono
riusciti a vincere la causa e da circa due mesi è ritornato in
Italia.
dal 7 al
22 agosto saremo anche noi in vacanza, per rigenerare le energie e
riprendere a lavorare con entusiasmo.
Aspettiamo,
però, i vostri contributi sui temi inerenti ai diritti umani,
sociali e civili (in forma di fotografie, video, articoli) che
pubblicheremo, se possibile, durante le due settimane di vacanza,
oppure immediatamente al rientro, a partire dal 23 agosto.
Vi
suggeriamo inoltre - se volete e avete tempo - di “viaggiare” all'interno
della nostra piattaforma (www.peridirittiumani.com)
per leggere i pezzi, le interviste, le recensioni di film e di libri
che “magari” vi sono sfuggiti e per guardare i video delle
iniziative che abbiamo già proposto al pubblico.
L'
Associazione per i Diritti Umani vi anticipa che - a partire dal
prossimo 5 OTTOBRE - ha in cantiere una serie di incontri pubblici per continuare,
insieme a tutti voi, il cammino dei diritti, per conoscersi, per
scambiare idee e opinioni.
Vi
salutiamo con la nostra news letter, ma ogni tanto continuate a
consultarci e a condividere le notizie...Il 23
agosto torneremo!!! Ringraziandovi, vi auguriamo buona estate.
Mentre
sono critiche le condizioni di salute di Nelson Mandela, a Milano
approda una grande esposizione che racconta uno dei periodi storici
più significativi del '900: l'apartheid e le sue conseguenze, ieri
come oggi.
“Rise
and fall of Apartheid: Photography and the Bureaucracy of Everyday
Life” (“Ascesa e declino dell'Apartheid: fotografia e burocrazia
della vita quotidiana): questo il titolo di un percorso visivo e
culturale ricco, complesso, emozionante.
Frutto
di oltre sei anni di ricerche, il progetto raccoglie le opere di
quasi 70 fotografi, artisti e registi per proporre al pubblico -
attraverso immagini, illustrazioni, posters, filmati, opere d'arte -
un'analisi profonda della nascita dell'apartheid, della lotta per
debellarla e delle sue conseguenze.
“Apartheid”
è parola olandese, composta da “separato” (apart) e “quartiere”
(heid) ed è stata, in concomitanza con la seconda guerra mondiale,
la piattaforma del nazionalismo afrikaner che ha portato alla
segregazione razziale con lo scopo di mantenere il potere nelle mani
dei bianchi. Dopo la vittoria dell'Afrikaner National Party, nel
1948, l'apartheid impone una serie di programmi legislativi che
incidono sulla psicologia dei cittadini del Sudafrica, ma anche sulle
strutture civili, economiche e politiche fino a coinvolgere ogni
aspetto dell'esistenza e della quotidianità: dalle abitazioni, al
tempo libero, dai trasporti ai commerci, dall'istruzione al turismo.
Il sistema dell'apartheid è, quindi, diventato sempre più spietato
nei confronti degli africani, dei meticci e degli asiatici, arivando
a negare e a privarli dei loro diritti umani e civili.
Il
lavoro dei membri del Drum Magazine, degli anni '50, dell'Afrapix
Collective, degli anni '80 e del Bang Bang Club; le opere di
fotografi sudafricani all'avanguardia, quali ad esempio, Eli
Weinberg, Omar Badsha, Peter Magubane, Gideon Mendel, Kevin Carter,
Sam Nzima; e ancora le immagini dei nuovi talenti come Thabiso
Sekgale e Sabelo Mlangeni testimoniano, documentano e
approfondiscono il tema, facendo dell'immagine uno strumento di
critica politica e sociale.
La
mostra è ideata dall'ICP International Center of Photography di New
York e curata da Okwui Enwezor, direttore della Haus der Kunst di
Monaco; per l'Italia è stata promossa e prodotta dal Comune di
Milano, PAC e CIVITA e sarà allestita, al Padiglione d' Arte
Contemporanea, fino al 15 settembre. E, per l'occasione, non
potevano mancare anche dieci video di William Kentridge, che non ha
bisogno di presentazioni.
La mostra “Rise
and Fall of Aparheid”
proseguirà al PAC fino a domenica 15 settembre 2013, con i seguenti
orari: da martedì a domenica dalle 9.30 alle 19.30, giovedì dalle
9.30 alle 22.30 (lunedì chiuso). L’esposizione sarà aperta anche
a Ferragosto, dalle 9.30 alle 22.30
Il biglietto
d’ingresso ha un costo di 8 euro (6,50 euro il ridotto). Per
ulteriori informazioni: 02/88446359-360.
L'Associazione culturale per i Diritti Umani propone, ai lettori della piattaforma www.peridirittiumani.com, al pubblico intervenuto ai nostri incontri e a quello che verrà e a tutti coloro che hanno a cuore il tema dei diritti umani, sociali e civili, di raccogliere, durante i mesi di luglio e agosto, storie e testimonianze da segnalarci e delle quali parleremo oppure di inviarci articoli già scritti o reportages audiovisivi e fotografici.
Valuteremo il materiale inviatoci e pubblicheremo le idee, le notizie, i pezzi, le foto e i video più interessanti e in linea con gli argomenti di cui vogliamo continuare ad occuparci.
In città o nei luoghi di villeggiatura, on the road o leggendo un giornale...tutti potrete aiutarci, con i vostri contributi, a monitorare, ad approfondire e a tutelare i diritti. Dando sempre voce a chi non ce l'ha.
Potete inviare il materiale all'indirizzo mail: peridirittiumani@gmail.com e le pubblicazioni riporteranno il vostro nome e cognome.
Sudafricano
di Johannesburg, classe 1955, William Kentridge è un artista
completo, eclettico e profondo. Disegnatore, incisore,
cineasta crea installazioni oniriche e visionarie, film animati
contaminati dalla musica e dalla danza, dalla poesia e dal teatro:
per esplorare la contemporaneità.
La sua
Arte è in mostra al MAXXI (Museo nazionale delle arti del XXI
secolo) di Roma, fino al 3 marzo 2013 con un'esposizione intitolata
William Kentridge. Vertical
Thinking, a cura di Giulia
Ferracci. Il nucleo della mostra è dato dall'installazione “The
refusal of Time” ed è, come racconta la curatrice:
“Un'istallazione colossale, un'esplosione di musica, immagini,
ombre cinesi con, al centro dello spazio, una scultura lignea che
ricorda le macchine di Leonardo Da Vinci”. Si tratta, infatti, di
una riflessione sul tempo standardizzato dalle convenzioni globali.
Ma
Kentridge, oltre a proporre riflessioni metafisiche, sa anche calarsi
nella realtà, intrecciando, ad esempio, gli avvenimenti del suo
Paese d'origine (il Sudafrica) con i lavori dei grandi maestri del
Passato e marchiando le opere con il proprio stile, uno stile che
mescola acqueforti e intagli, disegni e materiali di archivio, video
e fumetto. L'argomento che gli sta più a cuore è il tema
dell'apartheid, la “roccia”, come lui ama definire la
segregazione razziale, quella roccia, quel macigno contro cui anche
l'arte è destinata a scontrarsi. Come molti altri artisti, anche
suoi connazionali (quali, ad esempio, la Gordimer e Coetzee),
Kentridge non affronta spesso l'apartheid in maniera diretta e
frontale, ma lo fa attraverso artifici artistici che restituiscono
agli spettatori sensazioni e vertigini, che suggeriscono associazioni
di idee, che costringono ad andare oltre l'apparenza per scoprire il
significato nascosto della sua analisi e della sua riflessione. Ecco,
quindi, che, in “Zeno Writing”, la vicenda del protagonista del
romanzo “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo diventa metafora
della società sudafricana contemporanea; oppure in “Flagellant”,
liberamente tratto da “Ubu Roi” di Alfred Jarry, torna il tema
della segregazione; oppure nel grande arazzo “North Pole Map”
viene evocato l'attraversamento dei confini.
Uno
sguardo sul Presente, quello dell'artista sudafricano, sensibile e
raffinato, per un giudizio implacabile.
(creatore
della pagina Facebook “Siamo tutti Khaled Said,”
nominato
da Time, “persona più influente del 2011”)
Una
delle chiavi interpretative dei 18 giorni di Tahrir è stata la
“rivoluzione via Internet”. In effetti Internet ha creato spazi
virtuali di incontro in cui l’anonimato ha rafforzato il senso di
protezione e ha permesso il superamento della paura, fino a quel
momento categoria chiave.
Dal
canto suo il regime abituato ad esercitare una ferrea censura sulla
sceneggiatura di film e pièces teatrali e un controllo pervasivo
sui media non ha capito i meccanismi e le possibilità di
circolazione della parola e di connessione in una rete. Celebre la
definizione sprezzante di Gamal Mubarak sugli internauti come “amebe
bloccate davanti al loro schermo che non sarebbero mai usciti dalle
stanze in cui erano rintanati”.
Internet è stato così semplicemente ignorato fino a quando Ibrahim
al-Masry ha postato l’intervento “la mia arma è la mia macchina
fotografica” pubblicando, dopo gli scontri seguiti alla bomba fuori
la chiesa Al Qiddisayn ad Alessandria, un video di un soldato che
colpisce un manifestante inerme e sanguinante sopra le dichiarazioni
del ministero degli Interni che negava vi fossero scontri e feriti.
Ma gli stessi blogger riconoscono che tutto questo non basta: sulla
pagina “Siamo tutti Khaled Said” sono numerosissimi i post che
identificano il 25 gennaio come il giorno in cui organizzarsi e
alzare la voce nel mondo reale in mezzo agli egiziani; per questo
viene chiesto di fare un passaparola tramite gli sms perché “non è
possibile raggiungere la classe operaia egiziana via internet o
Facebook. Tutti sottolineano dunque come il vero punto di svolta sia
scendere nelle strade per rivendicare i diritti: lo stesso Ghonim
dichiara “l’energia
si è trasferita dal mondo virtuale a quello reale il motore della
presa di coscienza e il fulcro di tutte le decisioni è diventata
piazza Tahrir e la rete d’ora in poi servirà solo a commentare”
Il
regime ancora una volta si affida alla vecchia strategia di
cooptazione dei media di regime ormai logora e questa volta i
risultati sono tragicomici: il 15 gennaio, giorno della fuga di Ben
Ali dalla Tunisia (e mentre gli egiziani iniziano a cantare “O’balna
O’balna” “Speriamo di essere i prossimi”) uno dei maggiori
quotidiani titolava “Crescita vertiginosa dell’Egitto! Mubarak
porta il Paese ai livelli più alti mai conseguiti in materia di
sicurezza economica”; il 25 gennaio, i canali televisivi egiziani
dedicano l’intera giornata alla celebrazione del giornata della
polizia alternandola a video musicali; ed il 9 febbraio Suleiman
ordina ai manifestanti: “andate a lavorare, smettetela di
spaventare i turisti tornate alle vostre vite, salvate l’economia
del paese” parlando di una congiura di non meglio specificate
“forze occulte manipolatrici”.
Proprio
per questo ruolo e per il fatto che anche al Cairo, ma soprattutto
nel resto dell’Egitto pochi hanno accesso a Internet si sono
sviluppati movimenti come i kaddabun e i mosireen
http://www.indiegogo.com/Mosireen
che sostengono il citizen journalism e montano piccoli cinema
all’aperto per mostrare video che ancor oggi la tv di stato non
mostra. Questi due movimenti sono nati in seguito al brutale
pestaggio di una ragazza che rimane seminuda sul selciato della
piazza da parte dell’esercito:
Questo video ha fatto il giro della
rete con una dedica in arabo
الى
المغيبين اللذين يعتقدون ان الجيش و الشعب
ايد واحده....
هل
هؤلاء هم خير جنود الارض ؟!؟
“Per
chi non c’era e crede che l’esercito e il popolo siano una mano
sola
Sarebbe questo l’esercito migliore
della terra?!?”
Questo video è stato importante anche
perché ha squarciato il velo sulla “politica strategica” che vi
era dietro le molestie a Tahrir: servivano a spaventare le donne e
tenerle in casa e nello stesso tempo a screditare i rivoluzionari
facendo il gioco di Mubarak “O io o il caos”. In questo senso si
può leggere l’affermazione di El Hamalawy uno dei blogger più
influenti, secondo cui “la rivoluzione non sarà twitterata”: la
rete è stata e continua ad essere il supporto della piazza; supporto
non sostituto.
Un progetto questo interessante da
seguire anche perché è uno specchio dei problemi degli egiziani e
sta cambiando forma: non solo le bugie dei militari, ma anche i
diritti umani, la crisi economica, l’istruzione … aspetti che
toccano la vita di tutti i giorni e che sono quelli che interessano
davvero agli egiziani…ma spesso fuori dall’agenda politica come
dimostra questa vignetta:
L'importanza della scelta delle parole. Nel discorso per il secondo mandato come Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha posto, come punto centrale e fondamentale, il tema dei diritti umani e civili. E - davanti a 700 mila persone radunatesi a Capitol Hill e al mondo intero - ha giurato su due bibbie: una che appartenne ad Abramo Lincoln e un'altra di Martin Luther King. Nel suo Inaugural Address, Obama ha pronunciato le seguenti parole: "Ciò che ci unisce come nazione non è il colore della nostra pelle nè l'origine dei nostri nomi, ma che tutti gli uomini sono creati uguali e hanni diritti inaleniabili". E non si è fermato qui. Ha continuato, infatti, dicendo: "Il nostro viaggio non sarà completo fino a quando i gay non saranno trattati come tutti gli altri...Lo dice la legge che siamo nati tutti uguali", parlando anche di "nostri fratelli e nostre sorelle gay". Per quanto riguarda la situazione economica e la sperequazione sociale, il Presidente ha rivolto un pensiero e l'impegno nei confronti degli umili, dichiarando che: "Il nostro Paese non può avere successo quando un gruppo sempre più ristretto sta molto bene ed un gruppo sempre maggiore ce la fa a stento". Un discorso, quindi, incentrato sul concetto di "uguaglianza" e sull'importanza dei diritti garantiti (come già suggeriva la scelta delle due bibbie su cui prestare giuramento), sperando che sia un segnale raccolto anche da altri Paesi, compresa l'Italia.
Il
20 novembre 2012, l'associazione Assaman - con la cura e la
conduzione di Alessandra Montesanto – ha proposto una giornata
dedicata ai Diritti umani e, in particolare, al tema delle
migrazioni intitolata Human
rights, now!
La
mattina ha visto il coinvolgimento degli alunni di alcune classi
della scuola media “A. B. Cairoli” che hanno realizzato per
l'occasione un bellissimo lavoro di immagini, musica e parole (che potete vedere alla fine dell'articolo) e che
hanno seguito, con interesse, gli interventi dei relatori, il rumeno
Viorel Boldis e Milton Fernandez dall'Uruguay.
Boldis,
scrittore e poeta, ha letto e commentato insieme ai ragazzi il suo
racconto intitolato “Il fazzoletto bianco” sui temi della guerra,
del lutto e dell'identità; temi, questi, ripresi dall'intervento di
Fernandez, attore e scrittore, il quale si è soffermato sulle parole
più utilizzate nel mondo, ad esempio il pronome “io” invece del
pronome “noi”. La mattina si è conclusa con la visione e
l'analisi del documentario “Mare nostro” di Marcello Mazzarella.
La
giornata è proseguita con i contributi di registi, giornalisti e
scrittori come Pap Khouma, fondatore dell'associazione Assaman, il
quale ha ricordato come, nei prodotti televisivi e nell'opinione
pubblica, siano ancora confermati alcuni stereotipi negativi sui
neri; discorso ripreso dalla giornalista Stefania Ragusa e da
Natascia Curto dell'associazione Naga che hanno riflettuto su alcuni
termini,ed espressioni errati e fuorvianti, quali “clandestino”,
“ragazzi di seconda
generazione”, oppure sui
pregiudizi che riguardano ancora alcune categorie o nazionalità come
i rom e i sinti. Monica Macchi, formatrice, ha proposto un'intervista
al regista egiziano Ibrahim El Batoutper
approfondire, a partire dalle parole del video, il tema delle nuove
forme di comunicazione (internet, la fotografia, ma anche i murales e
la musica rap), di lotta e di scambio di idee.
Per finire, la serata
ha visto la presentazione del documentario La
curt de l'America, del
regista algerino Lemnaouar Ahmine, con un suo intervento sulla
capacità di mettersi nei panni dell'Altro, di creare empatia e sulla
paura nei confronti di situazioni, culture, persone che non si
conoscono a fondo.
Linguaggi
differenti, quindi: quello della letteratura, della stampa, del
cinema, della musica per veicolare opinioni e approfondire temi di
vitale importanza come quello dei diritti dei migranti e di tutti gli
esseri umani. Approfondimento e monitoraggio delle parole usate, in
particolare, perchè le parole formano il pensiero critico,
determinano le scelte e i comportamenti, fanno democrazia.