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lunedì 28 dicembre 2015

L'appello di Abdullah Kurdi (il padre del piccolo Aylan), l'Europa e le migrazioni


Continuano a susseguirsi i naufragi dei migranti in mare e, tra loro, anche tanti, troppi bambini. Nel 2015 il numero dei bambini che hanno perso la vita nel Mediterrabneo è raddoppiato rispetto all'anno precedente ed è salito a 3200, oltre 700 dallo scorso gennaio: questi sono i dati riportati dalla fondazione Migrantes. Anche il mare Egeo è diventato, purtroppo, un cimitero d'acqua a dimostrazione del fatto che l'Europa - in terra e in mare – non è ancora in grado di gestire la criminalità dei viaggi, dare vera accoglienza ai profughi e ai rifugiati, salvare vittime innocenti, come ha sottolineato, pochi giorni fa Monsignor Gian Carlo Perego – Direttore generale di Migrantes: “ L'Europa sembra ora, a fronte della minaccia terroristica, giustificare i muri e la chiusura delle frontiere...L'accoglienza ai nostri porti, anziché in centri di accoglienza aperti, sembra affidarsi ancora una volta a centri chiusi, gli 'hotspots', come dimostra il Centro di accoglienza di Lampedusa: più di 20.000 persone arrivate al porto e trasferite al Centro, chiuso ad ogni ingresso e uscite”, parole dure alle quali ha aggiunto: “ le istituzioni Ue e Stati devono correggere le lacune nel funzionamento degli hotspot, incluso stabilire le necessarie capacità ricettive per raggiungere gli obiettivi e concordare rapidamente un preciso calendario affinchè anche gli altri hotspot diventino operativi”.



Intanto, per chi ancora non lo avesse ascoltato, riproponiamo l'importante appello di Abdullah Kurdi, il padre del piccolo Aylan, il bambino siriano di tre anni, annegato nel Mar Egeo, tra Grecia e Turchia, insieme al fratellino Galip e alla madre Rehan.
 
 
 
 
 




venerdì 10 luglio 2015

Medioriente e Occidente: un equilibrio possibile?


Cari amici,

l'Associazione per i Diritti Umani pubblica, oggi, il video dell'incontro che ha organizzato – nell'ambito della manifestazione “D(i)RITTI al CENTRO!” - con la giornalista Laura Silvia Battaglia.

Medioriente e Occidente: un equilibrio possibile?

Tanti gli argomenti trattati: le basi del terrorismo dell'Isis, la situazione in Iraq e Yemen, il ruolo dell'Iran, la religione strumentalizzata, la condizione e il ruolo delle donne, la stampa nazionale e internazionale.

Ringraziamo ancora molto Laura Silvia Battaglia per la sua presenza e generosità.





domenica 8 marzo 2015

Le donne non si toccano: Diana Battaggia racconta la violenza domestica

In occasione dell'8 marzo, l'Associazione per i Diritti Umani vi propone il video dell'incontro sulla violenza domestica alla presenza di Diana Battaggia: una raccolta di testimonianze raccolte dalle giornaliste de La 27ma ORA. Un incontro emozionante e ricco di riflessioni.






Domani -  9 marzo, alle ore 18.30 presso il Centro Asteria di Milano - continueremo la riflessione sulla condizione femminile con MONICA LANFRANCO a partire dal saggio "Uomini che odiano (amano) le donne"

venerdì 2 gennaio 2015

Violenza contro le donne: Chiamarlo amore non si può




Un incontro importante e serio: una raccolta di racconti sulla violenza contro le donne, alla presenza di alcune autrici: Fulvia Degl'Innocenti, Elena Peduzzi e Chiara Segre, edito dalla casa editrice MammeOnline. Il titolo del libro: Chiamarlo amore non si può.

Un'occasione per riflettere sulla violenza fisica e psicologica, sui motivi che inducono troppe donne a subirla; per riflettere anche su come si è arrivati al femminicidio e sul perchè gli uomini si comportano così nei confronti di chi li ama e li aveva scelti come compagni di vita.

Ringraziamo le autrici e il Bistrò del tempo ritrovato per aver accolto l'iniziativa organizzata dall'Associazione per i Diritti Umani nell'ambito della manifestazione “D(i)RITTI al CENTRO!”.


 
 
Se apprezzate il nostro lavoro e volete aiutarci, potete fare una piccola donazione, anche di due euro: in alto a destra sulla homepage trovate la scritta “Sostienici”. Cliccate e potrete fare la vostra donazione con Paypall o bonifico. Facile e sicurissimo. GRAZIE!




martedì 2 dicembre 2014

La fabbrica del panico



Dopo l'ingiusta sentenza Eternit pubblichiamo il video dell'incontro con Stefano Valenti autore del romanzo La fabbrica del panico, vincitore del Premio Campiello – Opera prima. L'incontro ha fatto parte della manifestazione “D(i)RITTI al CENTRO” organizzata dall'Associazione per i Diritti Umani. Una serata importante con temi di stretta attaulità, a iniziare dal tema del lavoro e dei diritti dei lavoratori, in particolare degli operai.



Un romanzo, la storia di un padre e di un figlio. Quel padre che lavorava nella fabbrica Breda e che si è ammalato per le esalazioni, ma che amava la pittura. E un figlio che parla di lui e dei diritti dei lavoratori.












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venerdì 28 marzo 2014

La carovana continua...


 


Cari lettori, continua la “Carovana dei diritti umani” !

Domenica 6 aprile, alle ore, 19.00 presso La Ligera (Via Padova 133, Milano MM Loreto) si terrà l'incontro con l'artista e scrittrice tunisina GIHEN BEN MAHMOUD che parlerà del libro intitolato “ Extra - comunitaria: Diario della Prima Vera Araba”. Durante la serata sarà proiettato anche un video...sorpresa!

Sarà l'occasione per parlare di stretta attualità, delle rivoluzioni arabe - anche con un approfondimento di Monica Macchi - ma anche di tutti noi: in particolare delle relazioni tra donne e uomini. Con ironia, con intelligenza, con serietà e con un po' di divertimento!

A seguire, pubblichiamo il volantino dell'iniziativa e il volantino con i prossimi incontri della carovana che si terranno nel mese di maggio. E, sempre nel mese di maggio, vi faremo tante altre proposte, speriamo per voi interessanti.

Vi chiediamo di partecipare numerosi, di fare passaparola per avere l'opportunità di conoscerci, di scambiarci idee, di dialogare con l'autrice e con i nostri ospiti.

Promettiamo belle serate, non troppo impegnative, ma ricche di riflessioni e di sorrisi.

 

I video dei nostri incontri, e molto altro ancora, sono disponibili anche sul canale YOUTUBE dell'Associazione per i Diritti Umani.






lunedì 24 febbraio 2014

Per la cittadinanza a Mohamed Ba



Il 26 febbraio, in collaborazione con l’associazione Asnada e con il patrocinio della Fondazione Cariplo, verrà proiettato il film Va’ Pensiero del regista Dagmawi Yimer presso il Cinema Anteo di Milano (ore 21,00) per voltare pagina e rilanciare la petizione che chiede il conferimento della cittadinanza a Mohamed Ba. Firmala anche tu ora, aiutaci a raggiungere quota mille, manca pochissimo.
http://www.change.org/it/petizioni/al-presidente-della-repubblica-giorgio-napolitano-cittadinanza-per-mohamed-ba-vittima-di-attentato-razzista.



L'Associazione per i Diritti Umani sostiene questa richiesta importantissima.

E, nell'occasione, certi di farvi cosa gradita,ripubblichiamo i due incontri che la nostra associazione ha realizzato proprio con Mohamed Ba nei mesi scorsi, ringraziandolo ancora tantissimo per questi momenti di riflessione così ricchi e interessanti.







Vi ricordiamo che il materiale video di tutti i nostri incontri è disponibile anche sul canale YOUTUBE dell'Associazione per i Diritti Umani.


lunedì 10 febbraio 2014

Ritorna la CAROVANA DEI DIRITTI !


Carissimi lettori,

con grande gioia vi presentiamo la “Carovana dei diritti umani – parte seconda” !!!

Come promesso, abbiamo lavorato, durante questi mesi, per offrirvi gli incontri che trovate nel volantino che pubblichiamo qui di seguito: si comincerà con la presentazione del libro, serio e divertente, della giornalista Sanja Lucic, per continuare con la mostra fotografica di Mauro Prandelli (appuntamento rivolto agli studenti e agli insegnanti delle terze medie); poi ancora, avremo l'incontro con la scrittrice e fumettista Ghién Ben Mahmoud, la presentazione del saggio del Prof. Giuseppe Goffredo sul tema della pace e concluderemo con il libro di Don Andrea Gallo, a un anno dalla sua scomparsa, e con la presentazione di un documentario di Maurizio Fantoni Minnella.

Un programma ricco, reso ancor più interessante grazie alla presenza degli ospiti e di contributi video.

Vi preghiamo di partecipare, di dedicarci un pochino del vostro tempo, per conoscerci meglio, per dialogare con gli autori che si sono resi disponibili, per riflettere insieme sui grandi temi di attualità e, magari, anche per sorridere un po'.

Vi ringraziamo sempre per l'interesse che continuate a dimostrare per il nostro sito/giornale e vi chiediamo, se credete, di fare “passaparola” in modo da crescere tutti insieme in questo percorso, in questo progetto nel quale crediamo molto.
Segnatevi, quindi, date e orari e noi saremo lì ad accogliervi con grande entusiasmo!

Ci rivolgiamo anche agli studenti, per cui – chi fosse interessato ad organizzare incontri con gli autori, presentazioni di libri, film e documentari anche presso la scuola stessa – può scriverci alla mail: peridirittiumani@gmail.com


Buona lettura e vi aspettiamo agli incontri della carovana!



 
Ringraziamo sempre Stefano Masciovecchio, il nostro grafico di fiducia, per questi bellissimi volantini...

sabato 28 dicembre 2013

Save my Dream

Spazio Tadini
 
 

Cari lettori, oggi vi proponiamo il video dell’incontro che abbiamo avuto con Mohamed Ba – attore e scrittore – in occasione del progetto ideato e organizzato da Associazione Spazio Tadini, intitolato SAVE MY DREAM: alcuni artisti hanno donato un’opera, esposta nella mostra allestita nello spazio dell’associazione fino alla fine di gennaio. Le opere sono in vendita e il ricavato sarà devoluto ai Comuni di Lampedusa e di Linosa per contribuire all’aiuto e all’accoglienza dei migranti.

L’Associazione per i Diritti Umani ha organizzato, giovedì 12 dicembre scorso, l’incontro-intervista con Mohamed Ba per approfondire i temi legati ai processi migratori: perché molte persone decidono di abbandonare il Paese d’origine? Quali sono le difficoltà che incontrano una volta arrivate in Europa, in Italia?  Cosa dovrebbero fare le istituzioni per migliorare le loro condizioni? Si è discusso di questo e di molto altro a partire anche dal libro intitolato “Il tempo dalla mia parte” e dallo spettacolo teatrale “Il riscatto”.

Vi ricordiamo, inoltre, che abbiamo scritto la recensione del film Và pensiero-Storie ambulanti, recensione che potete trovare nei post precedenti. Il film riprende queste tematiche e Mohamed è uno dei protagonisti: non solo del film, ma purtroppo, anche di una bruttissima storia che lo ha segnato, in tutti i sensi, e che dovrebbe continuare a far riflettere.

Ecco a voi il video della serata!
 


venerdì 20 dicembre 2013

Il video delle polemiche e dell'ipocrisia




Sono persone eritree, ghanesi, siriane, kurde, nigeriane e di altre nazionalità. Sono persone e basta. Sono state riprese denudate, in fila, mentre sui loro corpi veniva sprizzato un getto di disinfestante per prevenire il pericolo di malattie infettive, ammesso che alcuni migranti ne siano affetti. Queste le immagini del video trasmesso in esclusiva dal TG2, un video che fa indignare.
Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, l'isola che da anni accoglie chi scappa dal proprio Paese d'origine e dove si trova il Centro di identificazione e di espulsione in cui sono state fatte le riprese, ha così commentato la situazione: “ E' una pratica da lager. Una pratica sanitaria non si fa all'aperto, irrorando gli ospiti nudi, con un tubo. Lampedusa e l'Italia intera si vergogna di queste pratiche di accoglienza”. A queste parole hanno fatto seguito molte altre di esponenti delle istituzioni. La Presidente della Camera, Laura Boldrini ha aggiunto: “ Uomini e donne, per essere sottoposti ad un trattamento sanitario, vengono fatti denudare all'aperto in pieno inverno. Quelle immagini non possono lasciarci indifferenti. Tanto più perchè arrivano dopo i tragici naufragi di ottobre e dopo gli impegni che l'Italia aveva assunto in materia d'accoglienza. Quesi trattamenti degradanti gettano sull'mmagine del nostro Paese un forte discredito e chiedono risposte di dignità”.
Si parla di “immagine” di un Paese quando si dovrebbe parlare di “civiltà” e, inoltre, in entrambi questi interventi viene ripetuto il termine “accoglienza”, ma l'accoglienza si mette in pratica con i fatti e non con discorsi e promesse.
Sono intervenuti, ovviamente, anche il Ministro per l'integrazione Cècile Kyenge e il Premier Enrico Letta, ai quali è stata fatta una richiesta chiara da parte di Laurens Jolles, delegato dell'UNHCR per l'Italia e il Sud Europa: “ Il centro di accoglienza dovrebbe essere riportato rapidamente alla sua capienza originaria di 850 posti” per dare agli ospiti un'assistenza adeguata.
Ma che le condizioni dei migranti che vengono smistati all'interno dei CIE siano gravissime non è notizia di attualità. E' una situazione che permane invariata da anni. L'Associazione per i Diritti Umani, alcuni mesi fa, ha intervistato Alexandta D'Onofrio che, in un progetto con Grabriele del Grande, ha realizzato un film dal titolo La vita che non CIE. Intervista che vi riproponiamo qui di seguito.

La vita che non CIE di Alexandra D'Onofrio

Più di mille migranti si trovano, in questo ultimo periodo, nel centro di accoglienza di Lampedusa: una struttura che avrebbe una capienza massima di 300 posti. Dall'isola i migranti vengono smistati nei CIE, Centri di identificazione e di espulsione. Ma cosa succede a queste persone, senza permesso di soggiorno, dentro e fuori dai Cie? Ne abbiamo parlato con Alexandra D'onofrio, regista del documentario intitolato La vita che non Cie, una trilogia di cortometraggi, prodotta da Fortress Europe, in cui si narrano le storie di un ragazzo che cerca di raggiungere la moglie incinta, dalla Tunisia all'Olanda; di un uomo che cerca di aiutare, dall'esterno, i suoi compagni rimasti all'interno del Cie di Torino, dopo esserci stato lui stesso; e di un figlio che non cresce con il padre, espulso in Marocco dopo aver vissuto tanti anni in Italia. Un lavoro cinematografico nato nel Cie di Modena dove, nel febbraio 2011, Gabriele Del Grande ha conosciuto Kabbour, il protagonista dell' ultima vicenda intitolata “Papà non torna più”. Alexandra D'Onofrio ha, poi, seguito Kabbour in Marocco e ha deciso di raccogliere altre storie per riflettere sul tema della giustizia e sulle politiche riguardanti l'immigrazione ma, soprattutto, per raccontare relazioni difficili e sentimenti universali.

La vita che non Cie è il titolo di una trilogia che, attraverso le vicende di un ragazzo, di un uomo e di un bambino, racconta l'odissea dei migranti da punti di vista differenti. Da dove nascono queste storie?

Abbiamo girato questo film tra marzo e aprile 2011 e ci siamo posti l'obiettivo di andare a cercare dei ritratti, delle storie che potessero raccontare ciò che non si viene a sapere dai canali ufficiali, dai media. Il problema è stato che, nel 2011, c'era il veto di entrare nei Cie per giornalisti e documentaristi (adesso, invece, c'è questa possibilità) e, quindi, abbiamo tessuto le storie di persone che ci hanno raccontato i Cie da fuori. Nel primo caso si racconta la storia d'amore di un ragazzo che è evaso: il fotografo Alessio Genovese - che ha seguito la vicenda fin dall'inizio e del quale ho usato le immagini lavorando in Audiodoc - aveva incontrato la moglie di Nizar e aveva cominciato a fotografare lei mentre andava a trovarlo al Cie. Dopo un mese c'è stata una rivolta, i reclusi sono evasi e il Cie è stato chiuso. Si tratta del Cie di Chinisia, fuori Trapani: Gabriele mi ha proposto di scrivere il soggetto e poi io ho seguito Nizar in Olanda dov'era andato per raggiunegre la sua compagna in attesa di un figlio... Attraverso questi corti abbiamo, infatti, voluto raccontare sentimenti universali: l'amore, la genitorialità, la solitudine.
Nel secondo corto si parla del Cie di Torino attraverso la storia di una persona rilasciata dopo circa cinque mesi di reclusione. Al tempo abitavamo a Torino e l'unica realtà che restava in contatto con i detenuti era una radio, Radio Black Out, che metteva in onda le interviste alle persone dentro il Cie. Abdelrahim, una volta uscito, si era impegnato a fare “da tramite” e a portare dentro alcune cose che potessero servire ai reclusi, come cibi o vestiti, ad esempio; il film, infatti, inizia con lui che va al mercato a comprare reggiseni per le ragazze della sezione femminile. Abbiamo cercato di capire quanto la vita di Abdelrahim fosse cambiata dopo l'esperienza di detenuto nel Cie e abbiamo anche cercato di capire il motivo della sua scelta di mantenere questa relazione con i compagni.
 La terza storia parla di una deportazione, di un rimpatrio. E' la storia di Kabbour che ha vissuto in Italia per 11 anni, ha fatto le medie e le superiori qui per poi lavorare nei mercati, ma si trova costretto a tornare in Marocco perchè vendeva CD contraffatti. E' un reato per il quale è stato considerato “socialmente pericoloso” e per cui ha perso il permesso di soggiorno ed è stato rispedito indietro. Nel frattempo, Kabbour si è formato una famiglia con una compagna, cittadina polacca, con cui ha avuto un bambino, Tareq che, l'anno in cui il padre è stato rimpatriato, aveva cinque anni.

In base alle testimonianze che avete raccolto, com'è la vita all'interno dei centri? O si deve parlare di sopravvivenza?

Una cosa interessante del primo corto è che siamo riusciti ad utilizzare materiale realizzato dai protagonisti stessi, che hanno filmato con i telefonini. Le immagini riprendono la traversata, i primissimi giorni con i festeggiamenti per essere riusciti ad arrivare, con cerchi di canti e danze, ma poi i cellulari hanno ripreso anche la situazione all'interno dei Cie, con le rivolte o con le persone che stanno lì senza fare niente, ingabbiate, a guardare il cielo. Per i reclusi la cosa straziante è non capire perchè: non hanno commesso reato, hanno solo fatto la traversata senza avere la carta giusta oppure si trovano senza permesso di soggiorno perchè l'hanno perso strada facendo o perchè il loro contratto di lavoro non è stato rinnovato. Non avere il permesso è un reato amministrativo che equivale a passare con il semaforo rosso, eppure queste persone sono detenute. Oltretutto, il periodo di reclusione è salito da sei a diciotto mesi.

Nei titoli di coda si sottolinea che il 60% delle persone trattenute non viene né identificato né rimpatriato. Dopo un anno e mezzo di Cie, cosa succede?

Una volta fuori, queste persone rischiano semplicemente di non essere ancora identificate e di essere riportate dentro. Mentre giravo la storia a Torino ci è stato spiegato che - siccome i detenuti non riescono a dare un senso a quello che succede, non sanno quando verranno rilasciati o se verranno riportati a casa - non riescono a dorire di notte e , quindi, chiedono i calmanti. I calmanti, però, vengono dati molto facilmente perchè servono anche a mantenere la calma all'interno del Cie; vengono usati per sedare la rabbia. Quando facevo le interviste per telefono, capivo che dall'altra parte c'era una persona che non riusciva a parlare perchè intontita dai farmaci.

Nel terzo corto, attraverso la storia di Kabbour e Tareq, padre e figlio, si affronta il tema del “principio del bilanciamento”, riconosciuto dalla Corte europea di Giustizia: di cosa si tratta?

Il principio del bilanciamento dice che spetta al giudice dare la priorità all'interesse del minore oppure a quello dello Stato. Se il soggetto è stato considerato un “pericolo sociale” ma ha un figlio, è lo Stato che decide a chi o a cosa dare la priorità, ma non esiste una normativa precisa riguardo a queste situazioni. Kabbour è uno di quelli che sono riusciti a vincere la causa e da circa due mesi è ritornato in Italia.



martedì 6 agosto 2013

Solo un po' di vacanza...


Carissimi amici,
dal 7 al 22 agosto saremo anche noi in vacanza, per rigenerare le energie e riprendere a lavorare con entusiasmo.

Aspettiamo, però, i vostri contributi sui temi inerenti ai diritti umani, sociali e civili (in forma di fotografie, video, articoli) che pubblicheremo, se possibile, durante le due settimane di vacanza, oppure immediatamente al rientro, a partire dal 23 agosto.

Vi suggeriamo inoltre - se volete e avete tempo - di “viaggiare” all'interno della nostra piattaforma (www.peridirittiumani.com) per leggere i pezzi, le interviste, le recensioni di film e di libri che “magari” vi sono sfuggiti e per guardare i video delle iniziative che abbiamo già proposto al pubblico.

L' Associazione per i Diritti Umani vi anticipa che - a partire dal prossimo 5 OTTOBRE - ha in cantiere una serie di incontri pubblici per continuare, insieme a tutti voi, il cammino dei diritti, per conoscersi, per scambiare idee e opinioni.

Vi salutiamo con la nostra news letter, ma ogni tanto continuate a consultarci e a condividere le notizie...Il 23 agosto torneremo!!!  Ringraziandovi, vi auguriamo buona estate.

venerdì 5 luglio 2013

L' apartheid raccontata in una mostra al PAC di Milano



Mentre sono critiche le condizioni di salute di Nelson Mandela, a Milano approda una grande esposizione che racconta uno dei periodi storici più significativi del '900: l'apartheid e le sue conseguenze, ieri come oggi.
Rise and fall of Apartheid: Photography and the Bureaucracy of Everyday Life” (“Ascesa e declino dell'Apartheid: fotografia e burocrazia della vita quotidiana): questo il titolo di un percorso visivo e culturale ricco, complesso, emozionante.
Frutto di oltre sei anni di ricerche, il progetto raccoglie le opere di quasi 70 fotografi, artisti e registi per proporre al pubblico - attraverso immagini, illustrazioni, posters, filmati, opere d'arte - un'analisi profonda della nascita dell'apartheid, della lotta per debellarla e delle sue conseguenze. 


Apartheid” è parola olandese, composta da “separato” (apart) e “quartiere” (heid) ed è stata, in concomitanza con la seconda guerra mondiale, la piattaforma del nazionalismo afrikaner che ha portato alla segregazione razziale con lo scopo di mantenere il potere nelle mani dei bianchi. Dopo la vittoria dell'Afrikaner National Party, nel 1948, l'apartheid impone una serie di programmi legislativi che incidono sulla psicologia dei cittadini del Sudafrica, ma anche sulle strutture civili, economiche e politiche fino a coinvolgere ogni aspetto dell'esistenza e della quotidianità: dalle abitazioni, al tempo libero, dai trasporti ai commerci, dall'istruzione al turismo. Il sistema dell'apartheid è, quindi, diventato sempre più spietato nei confronti degli africani, dei meticci e degli asiatici, arivando a negare e a privarli dei loro diritti umani e civili.
Il lavoro dei membri del Drum Magazine, degli anni '50, dell'Afrapix Collective, degli anni '80 e del Bang Bang Club; le opere di fotografi sudafricani all'avanguardia, quali ad esempio, Eli Weinberg, Omar Badsha, Peter Magubane, Gideon Mendel, Kevin Carter, Sam Nzima; e ancora le immagini dei nuovi talenti come Thabiso Sekgale e Sabelo Mlangeni testimoniano, documentano e approfondiscono il tema, facendo dell'immagine uno strumento di critica politica e sociale.
La mostra è ideata dall'ICP International Center of Photography di New York e curata da Okwui Enwezor, direttore della Haus der Kunst di Monaco; per l'Italia è stata promossa e prodotta dal Comune di Milano, PAC e CIVITA e sarà allestita, al Padiglione d' Arte Contemporanea, fino al 15 settembre. E, per l'occasione, non potevano mancare anche dieci video di William Kentridge, che non ha bisogno di presentazioni.


La mostra “Rise and Fall of Aparheid” proseguirà al PAC fino a domenica 15 settembre 2013, con i seguenti orari: da martedì a domenica dalle 9.30 alle 19.30, giovedì dalle 9.30 alle 22.30 (lunedì chiuso). L’esposizione sarà aperta anche a Ferragosto, dalle 9.30 alle 22.30
Il biglietto d’ingresso ha un costo di 8 euro (6,50 euro il ridotto). Per ulteriori informazioni: 02/88446359-360.




giovedì 4 luglio 2013

I diritti non vanno in vacanza

L'Associazione culturale per i Diritti Umani propone, ai lettori della piattaforma www.peridirittiumani.com, al pubblico intervenuto ai nostri incontri e a quello che verrà e a tutti coloro che hanno a cuore il tema dei diritti umani, sociali e civili, di raccogliere, durante i mesi di luglio e agosto, storie e testimonianze da segnalarci e delle quali parleremo oppure di inviarci articoli già scritti o reportages audiovisivi e fotografici.
Valuteremo il materiale inviatoci e pubblicheremo le idee, le notizie, i pezzi, le foto e i video più interessanti e in linea con gli argomenti di cui vogliamo continuare ad occuparci.
In città o nei luoghi di villeggiatura, on the road o leggendo un giornale...tutti potrete aiutarci, con i vostri contributi, a monitorare, ad approfondire e a tutelare i diritti. Dando sempre voce a chi non ce l'ha.

Potete inviare il materiale all'indirizzo mail: peridirittiumani@gmail.com e le pubblicazioni riporteranno il vostro nome e cognome.

Il nostro viaggio continua...
Grazie anche a voi.

lunedì 25 febbraio 2013

William Kentridge: riflettere sulla contemporaneità




Sudafricano di Johannesburg, classe 1955, William Kentridge è un artista completo, eclettico e profondo. Disegnatore, incisore, cineasta crea installazioni oniriche e visionarie, film animati contaminati dalla musica e dalla danza, dalla poesia e dal teatro: per esplorare la contemporaneità.
La sua Arte è in mostra al MAXXI (Museo nazionale delle arti del XXI secolo) di Roma, fino al 3 marzo 2013 con un'esposizione intitolata William Kentridge. Vertical Thinking, a cura di Giulia Ferracci. Il nucleo della mostra è dato dall'installazione “The refusal of Time” ed è, come racconta la curatrice: “Un'istallazione colossale, un'esplosione di musica, immagini, ombre cinesi con, al centro dello spazio, una scultura lignea che ricorda le macchine di Leonardo Da Vinci”. Si tratta, infatti, di una riflessione sul tempo standardizzato dalle convenzioni globali.
Ma Kentridge, oltre a proporre riflessioni metafisiche, sa anche calarsi nella realtà, intrecciando, ad esempio, gli avvenimenti del suo Paese d'origine (il Sudafrica) con i lavori dei grandi maestri del Passato e marchiando le opere con il proprio stile, uno stile che mescola acqueforti e intagli, disegni e materiali di archivio, video e fumetto. L'argomento che gli sta più a cuore è il tema dell'apartheid, la “roccia”, come lui ama definire la segregazione razziale, quella roccia, quel macigno contro cui anche l'arte è destinata a scontrarsi. Come molti altri artisti, anche suoi connazionali (quali, ad esempio, la Gordimer e Coetzee), Kentridge non affronta spesso l'apartheid in maniera diretta e frontale, ma lo fa attraverso artifici artistici che restituiscono agli spettatori sensazioni e vertigini, che suggeriscono associazioni di idee, che costringono ad andare oltre l'apparenza per scoprire il significato nascosto della sua analisi e della sua riflessione. Ecco, quindi, che, in “Zeno Writing”, la vicenda del protagonista del romanzo “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo diventa metafora della società sudafricana contemporanea; oppure in “Flagellant”, liberamente tratto da “Ubu Roi” di Alfred Jarry, torna il tema della segregazione; oppure nel grande arazzo “North Pole Map” viene evocato l'attraversamento dei confini.
Uno sguardo sul Presente, quello dell'artista sudafricano, sensibile e raffinato, per un giudizio implacabile.



 

giovedì 24 gennaio 2013

La rivoluzione egiziana non è (solo) un blog di Internet



La storia si fa nelle strade, non su Internet”
Wahel Ghonim,
(creatore della pagina Facebook “Siamo tutti Khaled Said,”
nominato da Time, “persona più influente del 2011”)

Una delle chiavi interpretative dei 18 giorni di Tahrir è stata la “rivoluzione via Internet”. In effetti Internet ha creato spazi virtuali di incontro in cui l’anonimato ha rafforzato il senso di protezione e ha permesso il superamento della paura, fino a quel momento categoria chiave.
Dal canto suo il regime abituato ad esercitare una ferrea censura sulla sceneggiatura di film e pièces teatrali e un controllo pervasivo sui media non ha capito i meccanismi e le possibilità di circolazione della parola e di connessione in una rete. Celebre la definizione sprezzante di Gamal Mubarak sugli internauti come “amebe bloccate davanti al loro schermo che non sarebbero mai usciti dalle stanze in cui erano rintanati”. Internet è stato così semplicemente ignorato fino a quando Ibrahim al-Masry ha postato l’intervento “la mia arma è la mia macchina fotografica” pubblicando, dopo gli scontri seguiti alla bomba fuori la chiesa Al Qiddisayn ad Alessandria, un video di un soldato che colpisce un manifestante inerme e sanguinante sopra le dichiarazioni del ministero degli Interni che negava vi fossero scontri e feriti. Ma gli stessi blogger riconoscono che tutto questo non basta: sulla pagina “Siamo tutti Khaled Said” sono numerosissimi i post che identificano il 25 gennaio come il giorno in cui organizzarsi e alzare la voce nel mondo reale in mezzo agli egiziani; per questo viene chiesto di fare un passaparola tramite gli sms perché “non è possibile raggiungere la classe operaia egiziana via internet o Facebook. Tutti sottolineano dunque come il vero punto di svolta sia scendere nelle strade per rivendicare i diritti: lo stesso Ghonim dichiara “l’energia si è trasferita dal mondo virtuale a quello reale il motore della presa di coscienza e il fulcro di tutte le decisioni è diventata piazza Tahrir e la rete d’ora in poi servirà solo a commentare”

Il regime ancora una volta si affida alla vecchia strategia di cooptazione dei media di regime ormai logora e questa volta i risultati sono tragicomici: il 15 gennaio, giorno della fuga di Ben Ali dalla Tunisia (e mentre gli egiziani iniziano a cantare “O’balna O’balna” “Speriamo di essere i prossimi”) uno dei maggiori quotidiani titolava “Crescita vertiginosa dell’Egitto! Mubarak porta il Paese ai livelli più alti mai conseguiti in materia di sicurezza economica”; il 25 gennaio, i canali televisivi egiziani dedicano l’intera giornata alla celebrazione del giornata della polizia alternandola a video musicali; ed il 9 febbraio Suleiman ordina ai manifestanti: “andate a lavorare, smettetela di spaventare i turisti tornate alle vostre vite, salvate l’economia del paese” parlando di una congiura di non meglio specificate “forze occulte manipolatrici”.


Proprio per questo ruolo e per il fatto che anche al Cairo, ma soprattutto nel resto dell’Egitto pochi hanno accesso a Internet si sono sviluppati movimenti come i kaddabun e i mosireen http://www.indiegogo.com/Mosireen che sostengono il citizen journalism e montano piccoli cinema all’aperto per mostrare video che ancor oggi la tv di stato non mostra. Questi due movimenti sono nati in seguito al brutale pestaggio di una ragazza che rimane seminuda sul selciato della piazza da parte dell’esercito:

(Avvertenza: il video è un po' forte)


 
 
Questo video ha fatto il giro della rete con una dedica in arabo 

الى المغيبين اللذين يعتقدون ان الجيش و الشعب ايد واحده ....
 هل هؤلاء هم خير جنود الارض ؟!؟

Per chi non c’era e crede che l’esercito e il popolo siano una mano sola
Sarebbe questo l’esercito migliore della terra?!?” 

Questo video è stato importante anche perché ha squarciato il velo sulla “politica strategica” che vi era dietro le molestie a Tahrir: servivano a spaventare le donne e tenerle in casa e nello stesso tempo a screditare i rivoluzionari facendo il gioco di Mubarak “O io o il caos”. In questo senso si può leggere l’affermazione di El Hamalawy uno dei blogger più influenti, secondo cui “la rivoluzione non sarà twitterata”: la rete è stata e continua ad essere il supporto della piazza; supporto non sostituto.
Un progetto questo interessante da seguire anche perché è uno specchio dei problemi degli egiziani e sta cambiando forma: non solo le bugie dei militari, ma anche i diritti umani, la crisi economica, l’istruzione … aspetti che toccano la vita di tutti i giorni e che sono quelli che interessano davvero agli egiziani…ma spesso fuori dall’agenda politica come dimostra questa vignetta:



Macchi Monica
curatrice sezione Tahrir Square

mercoledì 23 gennaio 2013

Aria nuova per i diritti: dagli Stati Uniti

L'importanza della scelta delle parole. Nel discorso per il secondo mandato come Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha posto, come punto centrale e fondamentale, il tema dei diritti umani e civili. E - davanti a 700 mila persone radunatesi a Capitol Hill e al mondo intero - ha giurato su due bibbie: una che appartenne ad Abramo Lincoln e un'altra di Martin Luther King.
Nel suo Inaugural Address, Obama ha pronunciato le seguenti parole: "Ciò che ci unisce come nazione non è il colore della nostra pelle nè l'origine dei nostri nomi, ma che tutti gli uomini sono creati uguali e hanni diritti inaleniabili". E non si è fermato qui. Ha continuato, infatti, dicendo: "Il nostro viaggio non sarà completo fino a quando i gay non saranno trattati come tutti gli altri...Lo dice la legge che siamo nati tutti uguali", parlando anche di "nostri fratelli e nostre sorelle gay". 
Per quanto riguarda la situazione economica e la sperequazione sociale, il Presidente ha rivolto un pensiero e l'impegno nei confronti degli umili, dichiarando che: "Il nostro Paese non può avere successo quando un gruppo sempre più ristretto sta molto bene ed un gruppo sempre maggiore ce la fa a stento".
Un discorso, quindi, incentrato sul concetto di "uguaglianza" e sull'importanza dei diritti garantiti (come già suggeriva la scelta delle due bibbie su cui prestare giuramento), sperando che sia un segnale raccolto anche da altri Paesi, compresa l'Italia.





venerdì 4 gennaio 2013

20 novembre 2012: un convegno per i diritti umani

Il 20 novembre 2012, l'associazione Assaman - con la cura e la conduzione di Alessandra Montesanto – ha proposto una giornata dedicata ai Diritti umani e, in particolare, al tema delle migrazioni intitolata Human rights, now!
La mattina ha visto il coinvolgimento degli alunni di alcune classi della scuola media “A. B. Cairoli” che hanno realizzato per l'occasione un bellissimo lavoro di immagini, musica e parole (che potete vedere alla fine dell'articolo) e che hanno seguito, con interesse, gli interventi dei relatori, il rumeno Viorel Boldis e Milton Fernandez dall'Uruguay.
Boldis, scrittore e poeta, ha letto e commentato insieme ai ragazzi il suo racconto intitolato “Il fazzoletto bianco” sui temi della guerra, del lutto e dell'identità; temi, questi, ripresi dall'intervento di Fernandez, attore e scrittore, il quale si è soffermato sulle parole più utilizzate nel mondo, ad esempio il pronome “io” invece del pronome “noi”. La mattina si è conclusa con la visione e l'analisi del documentario “Mare nostro” di Marcello Mazzarella.
La giornata è proseguita con i contributi di registi, giornalisti e scrittori come Pap Khouma, fondatore dell'associazione Assaman, il quale ha ricordato come, nei prodotti televisivi e nell'opinione pubblica, siano ancora confermati alcuni stereotipi negativi sui neri; discorso ripreso dalla giornalista Stefania Ragusa e da Natascia Curto dell'associazione Naga che hanno riflettuto su alcuni termini,ed espressioni errati e fuorvianti, quali “clandestino”, “ragazzi di seconda generazione”, oppure sui pregiudizi che riguardano ancora alcune categorie o nazionalità come i rom e i sinti. Monica Macchi, formatrice, ha proposto un'intervista al regista egiziano Ibrahim El Batout per approfondire, a partire dalle parole del video, il tema delle nuove forme di comunicazione (internet, la fotografia, ma anche i murales e la musica rap), di lotta e di scambio di idee. 
Per finire, la serata ha visto la presentazione del documentario La curt de l'America, del regista algerino Lemnaouar Ahmine, con un suo intervento sulla capacità di mettersi nei panni dell'Altro, di creare empatia e sulla paura nei confronti di situazioni, culture, persone che non si conoscono a fondo.
Linguaggi differenti, quindi: quello della letteratura, della stampa, del cinema, della musica per veicolare opinioni e approfondire temi di vitale importanza come quello dei diritti dei migranti e di tutti gli esseri umani. Approfondimento e monitoraggio delle parole usate, in particolare, perchè le parole formano il pensiero critico, determinano le scelte e i comportamenti, fanno democrazia.