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giovedì 19 febbraio 2015

Anche Sanremo canta i diritti

Non siamo qui a parlare del Festival di Sanremo (per carità!) e nemmeno vogliamo giudicare una canzone italiana dalla melodia, a nostro parere, piuttosto noiosa. PERO', c'è un "però": vale la pena ascoltare il testo del pezzo intitolato "Io sono una finestra" di Grazia Di Michele e Mauro Coruzzi (in arte "Platinette").
Gli artisti cantano i diritti degli omosessuali e dei transgender con delicatezza e poesia, cantano l'ipocrisia di molti e il rifiuto di altri. Interessante, anche se semplice, l'idea del video: due identità che si scambiano, forse una stessa persona che parla a se stessa.
Buon ascolto!




lunedì 21 aprile 2014

Un omaggio per "Hurricane"


Rubin Carter, detto “Hurricane” per la velocità e la potenza dei suoi colpi: nel 1961 inizia la sua carriera di pugile che lo vede vincitore per i primi venti incontri, è morto ieri sera all'età di 76 anni, battendo anche il leggendario Emile Griffith.
 
Lo vogliamo ricordare perchè, nel 1966, venne accusato di triplice omicidio durante una sparatoria in un locale del New Jersey. La condanna fu di due ergastoli e la sentenza fu confermata dieci anni dopo. Il caso fu uno dei più eclatanti e controversi dell'America dei “diritti uguali per tutti”: la giuria chiamata a decidere del destino di Carter era, infatti, composta solamente da uomini bianchi e i testimoni si dimostrarono inattendibili.

Nato nel 1937 da una famiglia di sette figli, Rubin venne mandato in riformatorio all'età di 12 anni per aggressione, ma poi decise di arruolarsi nell'esercito che, nel '54, lo spedì nella Germania dell'Ovest. Al suo ritorno continuò a compiere qualche scippo fino a quando trovò come incanalare la sua energia e la sua vita: nella boxe. E diventò un grande campione dei pesi medi.

A seguito della sua condanna agli ergastoli si mobilitò gran parte dell'opinione pubblica mondiale: persone comuni, cantanti, artisti scesero in piazza sostenendo che l'accusa contro “Hurricane” si basava su motivi razziali. Rubin Carter è diventato, così, uno dei simboli della lotta alle discriminazioni.

Diciannove anni di prigione, fino a quando, fu rilasciato , nel 1985, dopo anni e anni di battaglie legali e di campagne di sensibilizzazione per quella che, con enorme ritardo, è stata poi riconosciuta come un caso di razzismo per il colore della pelle. Tre anni dopo, nell' 88, caddero tutte le accuse contro di lui.


Bob Dylan canta la sua storia nel celebre pezzo proprio intitolato “Hurricane” e Denzel Washington ha interpretato il pugile nel film Hurricane-Il grido dell'innocenza. L'”uragano” si è spento nella sua abitazione di Toronto, dopo un'esistenza travagliata, ma che, alla fine, ha dato un senso alla giustizia.

giovedì 13 marzo 2014

Nuovo rapporto Unicef e una canzone per la pace




Ogni bambino conta: rivelare la disparità, promuovere i diritti dei bambini”: questo il titolo dell'ultimo rapporto Unicef sulle condizioni dei minori nel mondo. Tessa Wardlaw, durante la presentazione dell'indagine a New York, ha sottolineato l'importanza delle statistiche per portare alla luce le situazioni in cui diventa urgente intervenire e per sostenere campagne di sensibilizzazione.

Le statistiche, infatti, hanno rilevato che alcuni segnali positivi ci sono: è aumentata, ad esempio, negli ultimi vent'anni, la frequenza della scuola primaria nei Paesi più poveri, ma sono ancora troppi i problemi gravi da risolvere per salvare la vita a tanti altri bambini o per migliorarne la qualità.

Solamente nel 2012, infatti, sono deceduti circa 18 mila bambini al giorno sotto i cinque anni per cause prevedibili (malattie infettive o malnutrizione); il 15% dei minori, in tutto il mondo, è costretto a lavorare; l'11% delle bambine si sposa prima di aver compiuto i quindici anni con uomini molto più grandi di loro che usano violenze fisiche e psicologiche sulle giovanissime mogli; in alcune nazioni, ad esempio in Ciad, 100 maschi frequentano la scuola secondaria, solo 44 le femmine.

Il continente africano, purtroppo, è ancora quello che detiene il primato più triste per quanto riguarda la mortalità infantile, mortalità dovuta a numerose cause: come detto, le malattie e la fame, ma anche la violenza a cui i minori sono sottoposti soprattutto se cresciuti in zone di guerra: vengono uccisi anche perchè arruolati fin da piccoli nelle fila degli eserciti tribali. I Paesi africani maggiormente colpiti da queste piaghe sono: la Sierra Leone che dal 2012 ha contato 182 vittime su mille; l'Angola, la Somalia e il Congo.



Proprio per promuovere la pace tra Cristiani e Islamici nella Repubblica Centrafricana Youssou N'Dour e Idylle Mamba hanno realizzato un video musicale con la canzone “One Africa”. Lui senegalese musulmano, lei centrafricana cristiana: due artisti che, attraverso la loro creatività, cercano di avviare il dialogo tra le due comunità religiose.

E' del 7 febbraio scorso la notizia del linciaggio di un musulmano che, cercando di fuggire dalla capitale della Repubblica centrafricana, Bangui, con altre migliaia di persone, è caduto dal camion su cui viaggiava ed è stato barbaramente ucciso. Sicuramente una canzone non è sufficiente per risolvere una situazione complessa e incancrenita come quella in atto da sempre in quest'area del mondo, ma il messaggio può arrivare forte e chiaro: le immagini del video mostrano manifestanti cristiani e islamici, imam e sacerdoti uniti in un abbraccio per lottare, insieme, per la pace mentre le parole del testo ricordano la storia del Senegal, nell'epoca in cui le persone che professavano le due religioni si rispettavano e vivevano in armonia. E il ritornello ripete: “Cristiani e Musulmani sono dello stesso sangue”...



 

sabato 8 marzo 2014

Un libro contro la violenza sulle donne e sull'amore vero




In occasione della “ Giornata internazionale della donna” pubblichiamo la recensione del libro Chiamarlo amore non si può. Recensione a cura di Monica Macchi che ringraziamo sempre per la sua collaborazione.


  Lo scorso 25 novembre, Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, è stato presentato il libro “Chiamarlo amore non si può” (Mammeonline Edizioni), titolo che riprende un verso della canzone “La Fata” di Edoardo Bennato che canta appunto “c’è chi ti esalta, chi ti adula, c’è chi ti espone anche in vetrina: si dice amore, però no, chiamarlo amore non si può”.
Questo libro è stato pensato e dedicato agli adolescenti e pre-adolescenti da 23 donne che raccontano 23 storie completamente diverse ma con un unico messaggio semplice e inequivocabile: esistono tante forme d’amore e sono tutte accomunate dal rispetto per l’altro e per le sue scelte; in nessun caso è sopraffazione, violenza o dominio come nel racconto “A piedi nudi” in cui Silvia riceve in dono un bracciale che termina con un lucchetto “simbolo di una catena invisibile che mi sta trasformando in una marionetta” o in “Taddeo e la pasticcera” in cui Maddalena si lascia divorare a pezzi e solo alla fine “rimpiange di aver confuso l’amore col possesso”. Le protagoniste sono bambine, ragazze, donne in qualche caso raccontate da occhi maschili su cui è fondamentale intervenire per spezzare la cristallizzazione della dialettica vittima/carnefice. Infatti Donatella Caione, l'editore, ha sottolineato l'importanza di offrire nell’età in cui si costruisce l'identità di genere, modelli altri, lontani dallo stereotipo di una donna intrappolata tra seduzione/docilità e di un uomo “forte e quindi violento” definendo invece la violenza come espressione di debolezza. Questo libro si inserisce nella cultura della prevenzione e dell’educazione; nelle varie storie sono spesso presenti figure di insegnanti che svolgono un ruolo cruciale: nel racconto “Ferita” in cui Elena “osa” lasciare Marco e lui le mette contro tutta la scuola dicendole “Sei la prima che fa tanto la preziosa con me… quello che ti succede te lo meriti” e lo sguardo e le parole della prof le fanno capire che “la prof. aveva visto quello che agli altri restava nascosto, la sua ferita… se solo non fosse stato così difficile fidarsi, pensare che qualcuno le avrebbe creduto” o nel racconto “Luna Park” in cui usando la metafora la bimba racconta quello che succede a casa di notte e sente che “il maestro capisce, capisce che l’orsacchiotto sono io e io capisco che se qualcuno doveva vergognarsi non ero io”. Per questo è presente anche un percorso formativo ad hoc per le scuole che utilizza la narrativa come strumento di educazione emotiva, relazionale e sentimentale partendo proprio dai racconti del libro con strumenti e materiali di guida all’uso del testo in classe.





Copertina di Paola Sorrentino



Libro collettivo con racconti di: Anna Baccelliere, Alessandra Berello, Rosa Tiziana Bruno, Fulvia Degl’Innocenti, Ornella Della Libera, Giuliana Facchini, Ilaria Guidantoni, Laura Novello, Isabella Paglia, Daniela Palumbo, Elena Peduzzi, Cristiana Pezzetta, Annamaria Piccione, Manuela Piovesan, Livia Rocchi, Maria Giuliana Saletta, Chiara Segrè, Luisa Staffieri, Annalisa Strada, Pina Tromellini, Pina Varriale, Laura Walter, Giamila Yehya.


 Postfazione di Daniela Finocchi, giornalista e scrittrice, ideatrice del concorso letterario Lingua Madre, dedicato ai racconti di donne straniere che vivono in Italia; qui vengono forniti dati Onu secondo cui la violenza maschile è la prima causa di morte e invalidità per le donne in tutto il mondo e si sottolinea come il numero delle donne vittime di violenza superi ogni quattro anni quello delle vittime dell’Olocausto.




PS: I proventi ricavati dalla vendita del libro saranno devoluti al progetto “Salute e prevenzione delle mutilazioni genitali femminili in Burkina Faso” dell’Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo) perché “ Non si lucra sulla violenza contro le donne”. 





lunedì 20 gennaio 2014

Europa, che passione!





Europa, che passione! Storia di un amore tormentato. Questo il titolo di uno spettacolo musicale sul processo di integrazione europea dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Proposto dall'Associazione “Gli spaesati”, fondata da Daniela Martinelli e Francesco Pigozzo, lo spettacolo prevede canzoni e videoproiezioni in cui vengono sintetizzati i momenti-chiave nello sviluppo di istituzioni europee sovranazionali: la guerra, la dichiarazione Shuman, il Progetto di Comunità politica, i Trattati di Roma e il mercato unico, le tensioni degli anni'70, Maastricht, il tentativo costituente agli inizi del 2000, le sfide odierne, per citare solo alcuni momenti importanti. Un pezzo di Storia che ci riguarda molto da vicino.







Abbiamo rivolto alcune domande a Francesco Pigozzo - che ha scritto il testo insieme a Daniela Martinelli - per approfondire i temi dello spettacolo che si terrà venerdì 24 gennaio, alle ore 20.45 al Teatro Dal Verme, Via San Giovanni sul Muro, 2 a Milano. Ingresso libero.




Perché avete sentito la necessità di scrivere questo racconto in musica dedicato all'Europa? E perché la scelta di comunicare attraverso immagini e canzoni?



Il problema cui "Europa: che Passione!" vuole rispondere è: come rendere grandi numeri di cittadini europei consapevoli e partecipi delle decisive vicende che riguardano la creazione di istituzioni europee? Per i più giovani, si tratta di far scoprire da dove viene una storia che pesa enormemente sul loro futuro. Per i più adulti, di vedere con occhi del tutto nuovi la loro storia, perché quel che ci siamo raccontati finora ci impedisce di capire quel che ci sta accadendo e cosa possiamo fare per smettere di lamentarci e tornare a progettare con speranza concreta il futuro. La musica e il linguaggio artistico in generale ci sono parsi la risposta più naturale alle nostre esigenze: una musica popolare e immagini simboliche, che parlano in modo diretto alle emozioni del pubblico. Il problema con l'Europa non è soltanto far conoscere fatti e dati, ma ri-sintonizzare il maggior numero possibile di cittadini con il processo storico di cui fanno parte.



Quali sono state le tappe fondamentali che, dalla Seconda Guerra Mondiale, hanno caratterizzato il progetto di un'Europa unita?




Noi ne abbiamo scelte dodici, non per ragioni simboliche ma pensando effettivamente ai passaggi più importanti di questa storia. Ovviamente ogni selezione di questo tipo comporta delle semplificazioni, ma sulle tappe fondamentali nessuno potrebbe avere dei dubbi. Ne vogliamo sottolineare una: 9 maggio 1950, la Dichiarazione Schuman, ovvero il gesto con cui la Francia tese la mano alla Germania Occidentale per arrivare alla gestione sovranazionale del Carbone e dell'Acciaio (CECA) - le basi dell'industria pesante (e bellica) dell'epoca, le ragioni di fondo per le contese territoriali che avevano condotto alle guerre mondiali. Troppo spesso si sente dire che il progetto europeo ha scopi economici, nasce dall'interesse di gruppi specifici: la Comunità europea nasce per creare condizioni strutturali di pace sul nostro continente, a beneficio di tutti i suoi cittadini. La creazione del mercato comune venne dopo, e per motivi diversi da quelli che ci si potrebbe immaginare: fu la risposta al fallimento del progetto che seguì la nascita della CECA, e che ci avrebbe dato l'unità politica dell'Europa già sessant'anni fa… Si chiamava CED (Comunità Europea di Difesa), una proposta ancora una volta francese che col decisivo apporto dell'Italia si trasformò nell'idea di una Comunità Politica Europea - fallì per un soffio, nel 1954. Se dovessimo indicare altre tappe essenziali salteremmo al 1989-1992 (caduta del Muro, nascita della UE con impegno a fare l'Euro) e ai giorni nostri - proprio oggi stiamo vivendo una nuova occasione storica di completare l'unità politica del continente.



Cosa vuol dire essere "europei" oggi?



Per noi, significa agire in modo consapevole e responsabile, in tutti i contesti possibili, affinché l'Europa (l'Eurozona innanzitutto, ma senza confini prestabiliti o chiusi) si doti di un governo democratico, con poteri limitati ma ben chiari, che sia competente assieme agli altri livelli di governo territoriale in materia fiscale, di bilancio e di politica economica e che sia competente in modo esclusivo in materiale di politica estera, di sicurezza e di difesa. Sembra una cosa tecnica, ma non lo è affatto: significa che essere "europei" oggi vuol dire non farsi abbindolare dal falso dibattito "Europa sì, Europa no" o "Euro sì, Euro no" - quel che c'è in gioco è "quale Europa" vogliamo avere. Quella che per non abbandonare il feticcio (ormai vuoto) delle sovranità nazionali, lascia che in ultima istanza le decisioni fondamentali siano prese dai rappresentanti degli Stati nazionali, in modo poco trasparente e in base ai rapporti di forza? Oppure quella che ha dato alla modernità la democrazia, l'universalità dei diritti, la divisione dei poteri e le istituzioni liberali, lo stato sociale? Perché la crisi di oggi ci costringe appunto a scegliere tra i vecchi feticci e la piena applicazione, alle istituzioni europee, della nostra stessa cultura politica e giuridica - sono in fondo cento anni esatti che ci rifiutiamo di effettuare questa scelta, ma rimandarla ancora ai tempi della globalizzazione significa rinunciare del tutto alla nostra autonomia e quindi anche a giocare un ruolo responsabile nella storia del pianeta.



Qual è l'origine della crisi che stiamo vivendo e quale la sua possibile soluzione?



La crisi che stiamo vivendo va compresa a due livelli fondamentali: globale ed europeo.




A livello globale, si tratta né più né meno della crisi dell'ordine che gli Stati Uniti d'America hanno saputo mantenere - nel bene e nel male - fin dalla Seconda Guerra Mondiale: un periodo in cui l'interdipendenza (produttiva, finanziaria, sociale, culturale) tra i popoli, le società, gli Stati del pianeta è andata crescendo in modo esponenziale. Oggi, sia sul piano della sicurezza che sul piano economico e finanziario, è finita la possibilità stessa per un singolo Stato, sia pure di dimensioni continentali, di garantire da solo (con i privilegi e gli oneri che gliene derivano) le condizioni necessarie all'interdipendenza globale. La crisi del 2007- 8, di cui noi europei soffriamo ancora oggi le conseguenze, non è altro che un aspetto di questo importante e difficile cambiamento storico - tra l'altro un aspetto non ancora risolto, che si può tradurre così: il predominio del dollaro non può durare per sempre, avremmo urgente bisogno di una moneta "terza" e più equa per favorire lo sviluppo economico globale, l'industria del denaro che produce denaro non potrà più essere la locomotiva della crescita economica degli Stati Uniti perché gli USA dovranno rinunciare alla facilità del credito e al basso costo del denaro che deriva loro non dalla mano invisibile del mercato ma dall'enorme afflusso di ricchezza reale prodotta altrove e attratta dal "potere di signoraggio" del dollaro.



A livello europeo, quel che stiamo vivendo è l'ennesima crisi che proviene da vicende mondiali in cui noi c'entriamo poco, ma che ci colgono impreparati e deboli perché siamo divisi. Ci capita così da quando tutti i nostri Stati nazionali sono diventati semplicemente troppo piccoli per essere realmente sovrani. Ma questa volta c'è una differenza. La crisi nata negli USA ha toccato il punto più sensibile e avanzato dell'intera costruzione europea: la moneta unica. L'Europa è entrata in crisi perché nel 1992, quando ha deciso di dotarsi dell'Euro, ha contestualmente deciso di non mettergli a fianco un governo democratico sovranazionale ma una serie di vincoli di bilancio reciproci. Come dire che una coppia decide finalmente di comprare casa e poi, per paura di perdere l'indipendenza, si crea minuziosi regolamenti sulle modalità di utilizzo e continua a vivere separata. Ma quel che serve alla coppia non sono regole sull'utilizzo della casa, è un patto chiaro per andarci a vivere assieme - persino la loro indipendenza ci guadagnerebbe… Fuor di metafora, pur di salvare l'apparenza dei feticci nazionali, gli Stati europei hanno imbrigliato le loro democrazie e si sono costretti a diffidare sempre più gli uni degli altri - se si fossero dotati di una Costituzione federale sarebbero stati di fatto più liberi e gli europei non solo sarebbero stati al riparo dalle tempeste ma avrebbero contribuito in modo molto più efficace al superamento degli stessi squilibri globali.



L'Euro da solo ha funzionato a meraviglia finché il contesto mondiale glielo ha permesso, ma ora non basterà a tirarci fuori dai guai. Per questo la crisi è diversa dal solito: se non diamo la risposta giusta, stavolta rischiamo di perdere tutto. In un contesto mondiale pieno di rischi e incertezze, in cui è in corso una redistribuzione di potere che privilegia una serie di attori di taglia continentale, l'Europa ha bisogno di piani di sviluppo di taglia direttamente continentale - ha bisogno di un governo democratico, che la rimetta in grado di discutere creativamente e collettivamente il futuro a lungo termine. Ce lo impone una stagnazione economica che è in realtà un problema strutturale vecchio di qualche decennio, camuffato dal successo temporaneo dell'Euro. Ce lo impone la necessità di corposi investimenti sovranazionali che puntino sull'innovazione, sulla formazione e sulla sostenibilità ambientale e sociale - non solo perché è idealmente giusto, ma perché è l'unica strada concreta per la nostra competitività. Ce lo impongono l'insicurezza delle zone del mondo ai nostri confini, l'insostenibilità del vecchio modello di sviluppo basato sui beni materiali e sullo squilibrio e lo sfruttamento di interi continenti (con conseguenti pressioni migratorie per sfuggirli), la salvaguardia di un modello ad elevato grado di giustizia sociale e l'importanza cruciale per il mondo del superamento pacifico di vecchie sovranità statuali bellicose.



Quanto è importante la memoria storica?



La memoria storica è fondamentale, purché non si riduca a un semplice ammonimento moralistico ma diventi un profondo stimolo morale. Questo riguarda tanto la storia collettiva quanto quella individuale. Il rischio per tutti noi è sempre di non accorgerci delle nuove forme e delle varianti che ci faranno cadere nei vecchi errori. Non basta esortarci a comportarci "bene" la prossima volta: finché non mettiamo in questione perché ha potuto diventare possibile che ci comportassimo "male", tenderemo a non riconoscere "la prossima volta". La memoria storica non ci fornisce modelli assoluti di comportamento, ma strumenti di comparazione per dare significato al presente e permetterci di pensare il futuro.


venerdì 29 novembre 2013

L'Africa che fa !!!: due culture a confronto per conoscersi meglio

E' possibile leggere un saggio interessante e ascoltare una canzone? E' possibile guardare disegni colorati e informarsi? Sì, tutto questo è possibile grazie al libro di Pegas Ekamba Bessa intitolato "L'AFRICA CHE FA!!! Tradizione e cultura, sorgenti di sviluppo per l'Africa". Un viaggio affascinante nelle parole, nei simboli, nella spiritualità e la ricchezza della cultura africana messa a confronto con quella Occidentale. E poi la musica e il ritmo come sorgenti di vita e di conoscenza..
Questi argomenti (e molti altri) sono stati al centro dell'incontro della "Carovana dei diritti", l'ultimo di questa prima parte che si è tenuto, lo scorso 20 novembre, presso il Bistrò del tempo ritrovato a Milano.
Come sempre, vi proponiamo il video:  le emozioni (anche la commozione) che abbiamo provato quella sera non si possono restituire attraverso lo schermo, ma le informazioni e le riflessioni importanti, sì.
La Carovana dei Diritti "seconda parte" ripartirà all'inizio del prossimo anno e intanto ci saranno molte altre sorprese e proposte per tutti coloro che vorranno continuare il viaggio insieme a noi. Grazie ancora a Pegas, al suo amico/fratello, a tutti !





giovedì 14 febbraio 2013

Il festival di Sanremo: non solo "canzonette"?


Il festival nazional-popolare delle “canzonette” quest'anno offrirà un regalo: venerdì 15 febbraio Caetano Veloso sarà ospite d'onore della manifestazione. Il pezzo che si potrà ascoltare è tratto dal suo ultimo CD, Abraçaço , e ha come titolo: Um Comunista.
Il nuovo lavoro del cantante brasiliano chiude una trilogia in cui ha lavorato, per la musica, con una nuova band che veicola un linguaggio musicale rock, diretto e ruvido. Ma è il testo della canzone che può interessare:
Un mulatto baiano, molto alto e mulatto, figlio di un italiano e di una nera hauçá, ha imparato a leggere guardando il mondo intorno a lui, facendo attenzione a quello che non si vedeva. Così nasce un comunista. Um mulatto baiano, che morì a San Paolo, ammazzato da uomini del potere militare, nelle fisionomie nate sul suolo americano, la cosiddetta guerra fredda, Roma, Francia e Bahia. I comunisti custodivano sogni. I comunisti! I comunisti!”
Queste sono le due strofe che aprono il brano e in cui si ritrova la poetica e la cultura di Veloso: il brano più lungo di tutto l'album che racconta la storia di Carlos Marighella, nato a Bahia, ma di origini italiane per padre e africane da parte di madre. Molto amico di Jorge Amado, Marighella organizzò la lotta armata con la Ação Libertadora Nacional (ALN), un'organizzazione che si oppose alla dittatura di Luiz de França Oliveira. Carlos Marighella fu ucciso a San Paolo nel 1969, proprio dagli uomini del generale Oliveira.
Caetano Veloso non ha mai conosciuto il protagonista della sua canzone, ma anche lui è stato in esilio, ha avuto molti amici torturati e ha intrapreso, con gli anni, un faticoso cammino di riconciliazione nazionale e,oggi, ha deciso di fare questo omaggio a un mulatto mezzo italiano e rivoluzionario. In un'intervista rilasciata al maggior quotidiano brasiliano, il Folha de São Paulo, si legge che: “ E' una canzone tradizionale di protesta, volutamente lunga, con un tono narrativo ed esplicativo, anche se poi è più complessa di così”, una canzone che esce in concomitanza con la pubblicazione di una biografia su Marighella, un film documentario e un pezzo hip-hop.
Anche l'attuale presidente del Brasile, Dilma Roussef, è stata incarcerata e torturata durante il regime e, dopo quasi trent'anni di democrazia, il Paese deve e vuole ancora ricordare e riflettere.
E non c'è bisogno di essere “comunisti” per venire a conoscenza di una vicenda di coraggio, di libertà e di un pezzo di Storia recente... anche attraverso una canzone.