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lunedì 9 novembre 2015

Sarà un Paese: l'alfabeto dei diritti

 
 





Sulle tracce dell’eroe fenicio Cadmo, cui il mito attribuisce l’introduzione in Grecia dell’alfabeto, Nicola, trentenne incerto sul futuro, e il fratello Elia, dieci anni, intraprendono un viaggio in Italia alla ricerca di un nuovo linguaggio, per ridare alle cose il loro giusto nome. In questo peregrinare, fatto di volti e luoghi, realtà dolorose e memorie storiche, la strada diventa percorso di formazione e insieme di esplorazione immaginaria. Nicola Campiotti, giovane figlio d'arte, riflette sul nostro Paese e vede nelle giovani generazioni la speranza per il futuro.



Il film Sarà un Paese è stato sostenuto dall'UNICEF e presentato lo scorso anno in occasione della 25mo anniversario della Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, avvenuta il 20 novembre 1989. La giornata mondiale dei diritti dell'Infanzia e dell'adolescenza cade il 20 novembre di ogni anno.

 




L'Associazione per i Diritti umani ha rivolto alcune domande a Nicola Campiotti e lo ringrazia.



La narrazione segue un alfabeto dei diritti: quali sono quelli dell'infanzia maggiormente negati nel nostro Paese?


Il film è una sorta di mappa di quelli che, secondo me, sono i temi imprescindibili per un Paese civile e il filo che unisce questo percorso sono gli occhi di un bambino perchè il problema non è solo quello di delineare i diritti dell'infanzia, ma di rendersi conto che tutti i diritti devono essere rispettosi, anche dei bambini. Ad esempio, nel film si parla dell'aria che respiriamo, delle regole che ci diamo come comunità, del paesaggio che attraversiamo...Questo mondo si appresta ad essere delle nuove generazioni, per questo è importante il punto di vista di un bambino. L'episodio del'inquinamento è, infatti, il racconto di un bimbo ad altri coetanei.


Un altro argomento trattato è quello che riguarda la sicurezza sul lavoro...


Per quanto riguarda le morti bianche, l'Italia, purtroppo, ha il primato europeo. Nel film si racconta la storia di un ragazzo delle Marche che lavorava in una fabbrica dove un macchinario era stato manomesso, il dispositivo di sicurezza era stato tolto affinchè producesse più pezzi e, quindi, facesse un maggior profitto con tutte le conseguenze del caso.


E poi: i migranti e i loro figli che fanno fatica ad integrarsi...

 

L'Italia ha una legislazionemolto dura nel legittimare la cittadinanza ai figli di seconda generazione. Ho affrontato anche i temi dell' integrazione, della multiculturalità e della possibilità di immaginare un Paese che sia veramente il frutto di esperienze diverse, dal punto di vista culturale o religioso.

C'è una bella scena, ad esempio, di puro documentario in cui un ragazzino di 15 anni, nato in Egitto ma trasferitosi in Italia, dice a sua madre di sentirsi più romano che egiziano. In un'altra parte del film, invece, si racconta di un persorso di integrazione multireligioso e si dimostra che esponenti di Chiese differenti, in un Paese civile, potrebbero convivere.


Come ha sviluppato il soggetto del film dato che affronta, come abbiamo visto, molti argomenti?


Il film è un'esperienza umana e professionale molto lunga, durata tre anni e mezzo, con un girato di circa 150 ore.

La troupe è composta da sei persone e il motivo che sottende al film è una duplice esperienza: da una parte alcuni miei amici partivano per lavorare all'estero (per la difficoltà di farlo in Italia) e, parallelamente, ho due fratellini che mi costringevano a pormi delle domande.

Il film è dedicato a coloro che sono costretti a lasciare questo Paese e a chi lo sta per vivere.

sabato 27 giugno 2015

Bambini soldato in Sud Sudan



di Veronica Tedeschi





Bambini drogati e imbottiti di stupefacenti per non farli arrendere durante lo scontro.

I più sfortunati nascono già in una delle fazioni ribelli, come se il loro destino fosse segnato, in altri casi, da giovanissimi vengono sottratti alle loro famiglie per essere cresciuti in contesti di guerra e sofferenza.

Questa è la situazione di molti dei bambini che vengono ingaggiati come soldati senza averne la consapevolezza; in alcune rare situazioni, si pensa che alcuni di questi aderiscano come volontari per motivi legati alla sopravvivenza, alla fame o al bisogno di protezione.

I bambini diventano i soldati migliori per diversi motivi: non concepiscono il livello di gravità della situazione, hanno dimensioni piccole e sono veloci, sono in grado di infilarsi in tombini, fori e quant’altro. Infine, non si schiereranno mai per la fazione concorrente, se gli prometti, o minacci, qualcosa faranno quello che gli dici a prescindere. Le bambine, sebbene impiegate in misura minore, spesso sono usate per scopi sessuali, ma anche per cucinare o piazzare esplosivi, non devono essere pagate e non si ribellano.



Lo scorso 22 febbraio è stata la Giornata internazionale contro l’uso dei bambini soldato, una piaga che sta minando psicologicamente intere future generazioni. Il problema non riguarda solo l’Africa, sono 22 i Paesi in tutto il mondo che utilizzano bambini soldato durante le loro guerre, tra questi troviamo il Sud Sudan (Stato indipendente dal 2011) ripiombato nella guerra civile da più di un anno.

Il 21 febbraio, un giorno prima della Giornata internazionale, uomini armati sono entrati nel paese e hanno rapito 89 ragazzini dal campo profughi di Malaki, nella regione settentrionale dell’Alto Nilo.

Secondo la Bbc, i soldati hanno circondato i campi profughi, cercando tenda per tenda, e prelevando con la forza i ragazzi di età superiore ai 12 anni.

Il 10 febbraio, pochi giorni prima, l’Unicef aveva organizzato a Pibor, nel Sud Sudan orientale, la cerimonia di disarmo nella quale furono liberati circa 300 bambini tra gli 11 e i 17 anni. Questo fu il terzo rilascio di bambini a seguito di un accordo di pace tra la fazione e il governo. L’Unicef, il Government's National Disarmament e il Demobilization and Reintegration Commission (NDDRC), ancora oggi, stanno lavorando insieme per prendersi cura dei bambini e reintegrarli di nuovo nelle loro comunità.
Cobra Faction, la fazione di ribelli che rilasciò questi bambini, nel suo gruppo armato detiene ancora fino a 3.000 bambini soldato.


Il rapimento e lo sfruttamento di bambini nell’atto di conflitti è considerato una violazione del diritto umanitario internazionale, che è quella parte di diritto che definisce le norme da rispettare in tempo di conflitto armato e le regole che proteggono le persone che non prendono, o non prendono più, parte alle ostilità e pongono limiti all'impiego di armamenti, mezzi e metodi di guerra.

Non solo, anche lo Statuto della Corte Penale internazionale (il tribunale per i crimini internazionali), include, fra i crimini di guerra nei conflitti armati, l’arruolamento di ragazzi minori di 18 anni o il fatto di farli partecipare attivamente alle ostilità.

Anche nella storia passata i ragazzi sono stati usati come soldati, ma negli ultimi anni questo fenomeno è in netto aumento perché è cambiata la natura della guerra, diventata oggi prevalentemente etnica, religiosa e nazionalista. Chi combatte non si cura delle Convenzioni di Ginevra e spesso considera anche i bambini come nemici. Secondo uno studio dell’Unicef, all’inizio del secolo le vittime civili rappresentavano il 5% delle vittime di guerra, oggi quasi il 90%.



Le regole di diritto internazionale, sia umanitario che penale, come si è visto, puniscono duramente questi comportamenti ma, nonostante questo, tali pratiche continueranno fino a quando non saranno duramente imposte sanzioni contro gli Stati sostenitori di queste pratiche, come, per esempio, il Sud Sudan.




lunedì 18 maggio 2015

Nonostante voi. Storie di donne Coraggio



Mercoledi 20 Maggio 2015 ai Frigoriferi Milanesi, via Piranesi 10.



NONOSTANTE VOI. Storie di Donne Coraggio



reportage teatrale di e con Livia Grossi



musiche originali eseguite dal vivo Andrea Labanca



regia Gigi Gherzi









Livia Grossi, giornalista del Corriere della Sera è in scena con il suo nuovo reading teatrale.



Il valore della donna come individuo al di là dei tradizionali ruoli sociali di madre, moglie e figlia. Il diritto di esistere e il prezzo che si paga.



Un viaggio tra parole e musica che s’interroga sull’identità individuale e pubblica, sull’informazione e la sua reale condivisione. In scena riflessioni e testimonianze di donne italiane e straniere, e un ironico monologo sui requisiti necessari per ottenere la Carta d’identità di Donna. Storie di resistenza al femminile raccolte sul campo da Livia Grossi, qui proposte, per la prima volta, in un unico reportage teatrale. Un reading in continuo aggiornamento.







Tra le donne intervistate






Pushka (Albania), vergine giurata. Una donna di 66 anni che da oltre 40 anni ha deciso di diventare un “uomo” per difendere diritti e dignità. Un cambio d’identità sociale non biologico, la donna si veste, si comporta e pensa come un vero uomo e come tale viene considerata dalla comunità maschile.



Maria (Sud America) rifugiata politica. Una storia vera, anonima per rispetto. Una donna arrestata con l'accusa di terrorismo, liberata in seguito alla sua riconosciuta innocenza dopo 8 anni di carcere. Una testimonianza che dichiara la vittoria di una donna che non ha mai perso il coraggio e la fiducia in se stessa e nella Giustizia. Una storia di abuso di potere che supera confini geografici e temporali: c'è un inserto importante sulla Milano del 1978, l'anno del sequestro Moro.



Marietu 'Ndaye (Senegal), una delle portavoce contro la mutilazione genitale femminile. Un’Antigone africana di 46 anni che dopo che dopo aver visto morire le sue figlie per infibulazione ha deciso di ribellarsi alla “tradizione” che impone a tutte le bambine di 6-7 anni di venire amputate e cucite fino alla prima notte di matrimonio. Marietu, una donna analfabeta che con l'aiuto di un Ong locale e l'Unicef italiana, è riuscita a creare in 10 anni di lavoro di capanna in capanna, un enorme movimento di donne che ha fatto cambiare le leggi del Parlamento di Dakar.







Livia Grossi è una giornalista free lance che da oltre 15 anni si occupa di teatro e cultura per le pagine milanesi del Corriere della Sera. L’amore per i viaggi l’ha portata a realizzare alcuni reportage. Da qualche tempo i servizi realizzati in Africa, Albania e Sud America sono diventati “reading teatrali” o meglio “reportage teatrali”: una forma di giornalismo detto in scena, come se il palco fosse una pagina di un magazine, con contributi fotografici, interviste in video, musica dal vivo, e la giornalista che “dice il pezzo” guardando negli occhi il lettore.



Mercoledi 20 Maggio 2015. Frigoriferi Milanesi (Spazio Binario), via Piranesi 10. Ore 21, 8 euro. Tel. 02. 73.981. Prenotazioni: Info@frigoriferimilanesi.it

mercoledì 1 aprile 2015

Lullaby: la prigionia del curdo Kamangar e la bellezza della gioventù



Lullaby, della scrittrice Ava Homa, si basa sulla storia vera di Farzad Kamangar. Un insegnante di scuola elementare e avvocato civilista del Kurdistan iraniano arrestato dalle forze di sicurezza nel 2006 e accusato di collaborare con i gruppi di opposizione curdi. Kamagar è stato accusato di essere un mohareb o "nemico di Dio", ma si è rifiutato di confessare, nonostante quattro anni di detenzione e tortura; le sue lettere dalla cella hanno portato le più importanti organizzazioni internazionali, come l'UNICEF, a condannare la sua prigionia.                 




Il lavoro di Ava Homa è apparso in
The Literary Review of Canada, Toronto Quarterly, Windsor Review, il Toronto Star e Rabble
. La sua opera riguarda sempre la resistenza da parte delle donne iraniane moderne. Le storie sono raccontate su scala universale e parlano di sentimenti come l'amore e la passione (anche politica).
Ava Homa è un giornalista, scrive sul giornale
Bas, insegna scrittura creativa e inglese al George Brown College di Toronto. Ava Homa è stata esiliata dal Kurdistan nel 2007 e ha dovuto lasciare la sua famiglia e gli amici.


Ecco, per voi, un brano tratto da Lullaby. Per avere altre notizie sul libro: www.novelrights.com




"La chiamata risuona. Mi dico che gli studenti stanno ancora imparando, in segreto, la storia dei curdi. L'invito alla preghiera echeggia nella prigione di Evin. Mi avvolge di freddo e paura.

Passi! Conosco il suono di quegli stivali pesanti. Io li conosco bene. La mia penna cade dal letto e mi arriccio in una palla, contrazione di paura. Il dolore alla testa e al viso, alle gambe e alla schiena, allo stomaco e alle costole diventa più nitido. Stringermi al cuscino non mi impedisce di tremare. I passi si fermano prima di raggiungere il mio rione. "Mani in alto," penso, e lo dico quasi ad alta voce.

"Mani in alto", dice la vecchia guardia.

So quello che stanno facendo in altre cellule. La benda, lo scatto delle manette e le guardie prendono Ali, con spinte e calci.

Mi tiro su e mi giro e nella mia testa li seguo, come Ali è trascinato al piano di sotto, trascinato giù per le scale e a portata di mano per diciannove interrogatori. Sotto la sua benda, Ali conterà le paia di scarpe in camera: quattro, sei, otto. . . nero, scarpe formali che fanno tutt'uno con il sangue, levigate dal sangue. La fustigazione inizierà subito dopo le maledizioni. Se l'uomo che chiamano "bastardo" è lì, l'interrogatorio durerà più a lungo e sarà molto più doloroso. Ogni curdo conosce la strana voce di quell'uomo, un insolito mix di alto e basso. Nel suo vocabolario, "fottuti selvaggi assassini" significa "curdi." Si dice che il fratello di Mongrel sia stato ucciso in Kurdistan trent'anni fa durante una delle rivolte. Cinque, sei frustate e Ali penserà ai campi di concentramento, alle piramidi, alla Grande Muraglia cinese, ma lui non sentirà più le frustate. Spero.

Il numero di crepe sul muro è 305, oggi. Io di nascosto tiro fuori una penna da sotto il materasso e prendo un po 'di carta, ripiegata quattro volte, dal mio abbigliamento intimo. "Cari studenti," Scrivo, sdraiata sulla mia sinistra su una coperta militare puzzolente. "Tutto quello che ho potuto fare per voi è di insegnare segretamente il nostro alfabeto curdo, la nostra letteratura e la nostra storia. Per favore, ricordateli ai bambini e trasmettete il vostro patrimonio. Cari piccoli, non permettete che questa conoscenza vi rubi la gioia dell'infanzia. Possiate mantenere la gioia dei giovani nella vostra mente per sempre. Può essere l'unico e solo investimento che potrete utilizzare in seguito, quando avrete la necessità di guadagnare del 'pane e burro', cari figli “dominanti” e quando dovrete vincere il peccato di essere il “secondo sesso”, care figlie. Quando raccoglierete i fiori nelle valli per fare corone per i vostri bambini, raccontate loro della purezza e della felicità dell'infanzia. Ricordatevi di non voltare le spalle ai vostri sogni e amori, alla musica, alla poesia e alla magica natura del Kurdistan. State insieme, cantate le canzoni e recitate la poesia come siamo abituati a fare. "


"The call rings out. I tell the students are still learning, in secret, the history of the Kurds. The call to prayer echoes Evin prison. It turns me cold with fear.

Steps! I know the sound of those heavy boots. I know them well. My pen falls out of bed and I curl into a ball, the contraction of fear. The pain in my head and face, legs and back, stomach and ribs become much sharper. Clutching the pillow does not prevent me from shaking. The footsteps stopped before reaching my ward. "Hands up," I think, and almost say it out loud.

"Hands up," says the old guard.

I know what they are doing in other cells. The blindfold, the click of the handcuffs, and the guards take out Ali, pushing and kicking.

I toss and turn, and I follow them in my head as Ali is taken downstairs, dragged nineteen steps to the right, down the stairs and handed nineteen interrogations. Under his blindfold, Ali will count the pairs of shoes in the room, four, six, eight. . . black, formal shoes that are thick with blood, smoothed by the blood. Flogging will begin immediately after the curses. If the man they call "bastard" is there, the questioning will last longer and will be much more painful. Every Kurd knows strange man's voice, an unusual mix of high and low. In his vocabulary, "fucking murdering savages" means "the Kurds." It is said that his brother had been killed in Kurdistan Mongrel thirty years ago during one of the riots. Five, six lashes and Ali will think about the concentration camps, the pyramids, the Great Wall of China, but he no longer feels the flogging. I hope.

The number of cracks on the wall 305 is today. I sneak a pen out from under the mattress and take a bit 'of paper, folded four times, from my underwear. "Dear students," I write, lying on my left side on a blanket military smelly. "All I could do for you is to teach secretly our Kurdish alphabet, our literature and our history. Please, kids, remember your heritage and transmit it. Dear children, do not allow this knowledge to steal from you the joy of childhood. May you keep the joy of the young people in your mind forever. It may be the one and only investment you can use later, when the agony of earning the 'bread and butter' you, my children dominates, and the sin of being 'second sex' you win, my daughters. When you are picking flowers in the valleys to make crowns for your children, tell them about the purity and happiness of childhood. Remember not to turn on the back on your dreams, love, music, poetry and magical nature of Kurdistan. Getting together, sing songs and recite poetry as we usually do."





domenica 1 febbraio 2015

L'istruzione negata secondo il rapporto Unicef-Unesco


A circa 63 milioni di adolescenti tra i 12 e i 15 anni viene negato il diritto all’istruzione. Sono questi i numeri allarmanti contenuti nel nuovo Rapporto congiunto dell’Istituto per le Statistiche dell’UNESCO e dell’UNICEFFixing the Broken Promise of Education for All: Findings from the Global Initiative on Out-of-School Children”, presentato a Londra in occasione dell’Education World Forum del 19-21 gennaio 2015.
Secondo il Rapporto, nel mondo 1 adolescente su 5 non va a scuola: un tasso doppio rispetto a quello dei bambini in età di scuola primaria (1 su 11). Ciò significa che gli adolescenti hanno il doppio delle probabilità di rimanere esclusi dalla Scuola rispetto ai loro colleghi più giovani. Il Rapporto mostra che, al crescere dell’età, aumentano per i bambini i rischi di elusione e di dispersione scolastica. Sono complessivamente 121 milioni i bambini e gli adolescenti che non hanno mai iniziato la scuola o che l’hanno abbandonata, nonostante l’impegno preso dalla comunità internazionale (Obiettivo di sviluppo del Millennio n.2) di raggiungere l’istruzione per tutti entro il 2015. I dati evidenziano inoltre che dal 2007 non sono stati registrati progressi nella riduzione di questo fenomeno.
In particolare, a essere maggiormente colpiti sono i bambini che vivono in zone di conflitto, quelli che lavorano e quelli che devono affrontare discriminazioni su base etnica, per questioni di genere o per disabilità. Stando ai dati raccolti, se le attuali tendenze continuano, è probabile che circa 25 milioni di bambini (15 milioni dei quali bambine e ragazze) non avranno mai accesso ad una aula scolastica.
Per realizzare la promessa dell’istruzione per tutti, è importante che a livello globale si mobilitino le risorse necessarie per sviluppare interventi mirati che raggiungano i bambini più svantaggiati, che migliorino la qualità dell’apprendimento e che promuovano l’inclusione di tutti i bambini- e in primo luogo delle bambine- nel ciclo scolastico secondario. Per far questo, il Rapporto invita gli Stati a investire soprattutto nel miglioramento della raccolta dei dati statistici, riconoscendo che migliori statistiche e strumenti innovativi possono aiutare i governi e i donatori ad allocare i loro investimenti per l’istruzione in maniera più efficace.

giovedì 13 marzo 2014

Nuovo rapporto Unicef e una canzone per la pace




Ogni bambino conta: rivelare la disparità, promuovere i diritti dei bambini”: questo il titolo dell'ultimo rapporto Unicef sulle condizioni dei minori nel mondo. Tessa Wardlaw, durante la presentazione dell'indagine a New York, ha sottolineato l'importanza delle statistiche per portare alla luce le situazioni in cui diventa urgente intervenire e per sostenere campagne di sensibilizzazione.

Le statistiche, infatti, hanno rilevato che alcuni segnali positivi ci sono: è aumentata, ad esempio, negli ultimi vent'anni, la frequenza della scuola primaria nei Paesi più poveri, ma sono ancora troppi i problemi gravi da risolvere per salvare la vita a tanti altri bambini o per migliorarne la qualità.

Solamente nel 2012, infatti, sono deceduti circa 18 mila bambini al giorno sotto i cinque anni per cause prevedibili (malattie infettive o malnutrizione); il 15% dei minori, in tutto il mondo, è costretto a lavorare; l'11% delle bambine si sposa prima di aver compiuto i quindici anni con uomini molto più grandi di loro che usano violenze fisiche e psicologiche sulle giovanissime mogli; in alcune nazioni, ad esempio in Ciad, 100 maschi frequentano la scuola secondaria, solo 44 le femmine.

Il continente africano, purtroppo, è ancora quello che detiene il primato più triste per quanto riguarda la mortalità infantile, mortalità dovuta a numerose cause: come detto, le malattie e la fame, ma anche la violenza a cui i minori sono sottoposti soprattutto se cresciuti in zone di guerra: vengono uccisi anche perchè arruolati fin da piccoli nelle fila degli eserciti tribali. I Paesi africani maggiormente colpiti da queste piaghe sono: la Sierra Leone che dal 2012 ha contato 182 vittime su mille; l'Angola, la Somalia e il Congo.



Proprio per promuovere la pace tra Cristiani e Islamici nella Repubblica Centrafricana Youssou N'Dour e Idylle Mamba hanno realizzato un video musicale con la canzone “One Africa”. Lui senegalese musulmano, lei centrafricana cristiana: due artisti che, attraverso la loro creatività, cercano di avviare il dialogo tra le due comunità religiose.

E' del 7 febbraio scorso la notizia del linciaggio di un musulmano che, cercando di fuggire dalla capitale della Repubblica centrafricana, Bangui, con altre migliaia di persone, è caduto dal camion su cui viaggiava ed è stato barbaramente ucciso. Sicuramente una canzone non è sufficiente per risolvere una situazione complessa e incancrenita come quella in atto da sempre in quest'area del mondo, ma il messaggio può arrivare forte e chiaro: le immagini del video mostrano manifestanti cristiani e islamici, imam e sacerdoti uniti in un abbraccio per lottare, insieme, per la pace mentre le parole del testo ricordano la storia del Senegal, nell'epoca in cui le persone che professavano le due religioni si rispettavano e vivevano in armonia. E il ritornello ripete: “Cristiani e Musulmani sono dello stesso sangue”...



 

mercoledì 15 gennaio 2014

La malnutrizione delle donne e dei bambini in Madagascar




Le foto che qui pubblichiamo - ringraziando un nostro lettore che ce le ha mandate - ritraggono bambini e ragazzi sani: molti hanno entrambi i genitori, vivono insieme a loro di pesca, sono sereni anche se poveri.

Sono bambini e ragazzi del Madagascar, la quarta isola più grande del mondo dove, invece, tantissimi - tra donne e minori - soffrono di malnutrizione acuta grave.

La situazione, nell'isola africana è particolarmente grave in quanto - secondo l'ultima Ricerca Demografica e Sanitaria Onu del 2009 e secondo i dati Unicef 2012 - il 76,5% della popolazione vive in condizioni di miseria. Sappiamo che i numeri sono fastidiosi, soprattutto quando si parla di persone, ma in questo caso dobbiamo far parlare le statistiche: il 26% delle donne in gravidanza soffre di ritardo della crescita e il 19% è deperito; solo il 50% dei bambini malgasci viene allattato al seno fino ai sei mesi e molti bambini sotto i cinque anni soffrono di anemia; ogni anno circa 44.000 bambini muoiono a causa di malattie quali: la malaria, la dissenteria, la polmonite e questo accade, soprattutto, nelle aree più a rischio, come sugli altopiani e nelle zone meridionali e sud-orientali dell'isola. 


La fase critica della vita in cui si può agire per combattere la malnutrizione va dall'inizio della gravidanza ai due anni per cui la maggior parte degli investimenti dovrebbe essere destinata a questo periodo per ottenere un risultato di lunga durata che possa aiutare sia le madri sia i figli.

Dal 2012 l'UNICEF Italia ha partecipato al progetto intitolato “Ridurre la malnutrizione materna e infantile in 30 distretti”, un progetto che prevede la fornitura alle strutture periferiche di alimenti terapeutici, farmaci e attrezzature utili per il monitoraggio e la cura dei casi di malnutrizione cronica; l'assistenza tecnica ai medici del posto; campagne di sensibilizzazione e formazione di operatori sanitari. In particolare - nei 30 distretti urbani delle 12 regioni a rischio - l'intervento capillare dell'organizzazione ha portato ad alcuni risultati positivi: l'allattamento al seno entro la prima ora del parto e proseguito fino ai 24 mesi di vita dei neonati; l'alimentazione integrativa adeguata a partire dai sei mesi con l'uso dei micronutrienti; la riduzione del tasso di mortalità infantile.


Interessante notare, infine, che i progetti formativi sul tema della malnutrizione sono rivolti anche agli stessi capi-villaggio per una maggiore consapevolezza e autonomia nel gestire il problema e, magari col tempo, risolverlo.

sabato 12 gennaio 2013

Pakistan: riprendono le vaccinazioni antipoliomelite

Solo un mese fa il Pakistan si è macchiato ancora di sangue: a Karachi, nel sud del Paese, un colpo di pistola alla testa, un attacco coordinato per uccidere quattro volontarie che partecipavano alla campagna antipoliomelite. Un'altra giovane operatrice, 17 anni, è stata colpita a morte a Peshawar, nel nord, e altre due sono state ferite.
La mano armata è quella delle organizzazioni mafiose e degli insorti islamici che - facendo leva sulla propaganda e sulla superstizione - vogliono controllare i quartieri e le città. Alcuni gruppi religiosi avevano, infatti,  emesso una fatwa contro la profilassi che, secondo una credenza popolare, può ridurre la fertilità maschile; i talebani si sono opposti alla campagna di vaccinazione anche per il timore che gli operatori sanitari fossero agenti di spionaggio. 
Tutto questo aveva indotto l' Unicef e l'Organizzazione mondiale della sanità a sospendere le operazioni. Ma, per fortuna, in questo caso c'è la buona notizia: dal 5 gennaio sono, infatti, riprese le vaccinazioni contro la poliomelite, soprattutto nei villaggi dove - ancor più che nelle città - mancano l'assistenza sanitaria e la cultura della salute.
Le autorità del Paese hanno affermato che provvederanno a fornire una protezione  adeguata ai volontari, medici e infermieri delle agenzie ONU impegnate nel lavoro: si spera che mantengano la promessa perchè non si può strumentalizzare la salute di 5 milioni di bambini.