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lunedì 14 dicembre 2015

A Perfect day: la strana normalità nel dopoguerra balcanico






A dieci anni dall'uscita del bel lavoro intitolato I lunedì al sole, torna nelle sale italiane l'ultimo film del regista spagnolo Fernando Leòn De Aranoa: A Perfect day, presentato alla Quinzaine des Rèalisateurs al 68mo Festival di Cannes.

Torniamo nella No men's land (per citare un'altra bellissima pellicola di Danis Tanovic) della terra balcanica, nel 1995. Siamo agli inizi degli accordi di pace, ma la situazione è ancora complessa. Ecco, allora, l'importanza dell'attività dei cooperanti volontari, chiamati per bonificare il territorio, dopo lo scempio di una guerra.

Il gruppo protagonista del racconto è composto dal capo della spedizione – il burbero e romantico Mambrù – dall' idealista Sophie, dalla spregiudicata Katya, dal disancantato B. Insomma, un campionario di tipi umani, con un bel bagaglio di virtù e debolezze. La loro missione consiste nel rimuovere, da un pozzo, il cadavere di un uomo che inquina l'acqua destinata ai sopravvissuti del luogo: vecchi, donne e bambini. Per portare a termine l'obiettivo sarebbe necessario trovare una corda. Tutto qui? Sì, ma l'impresa non sarà così facile.  

Aranoa si affida ad un ritmo lento, a scene dilatate e a dialoghi sferzanti per raccontare una vicenda comune, quasi banale che, proprio nella sua banalità, fa emergere prepotentemente l'assurdità dei conflitti e delle loro conseguenze. I nostri “eroi” alla ricerca della corda, infatti, si imbattono in una burocrazia a dir poco infernale, in un girone dantesco da cui emergono personaggi grotteschi, burattini e burattinai accecati da un senso del dovere privo di qualsiasi ragionamento, dove leggi e cavilli sono le uniche àncore di salvezza in un mondo saltato in aria, anche dal punto di vista etico.

Non è espressamente un film di denuncia o antimilitarista, ma è una storia che passa dal registro della commedia e delle piccole cose, per far riflettere su temi più universali: i personaggi sono ben caratterizzati, forse anche troppo, ma rimangono interessanti le relazioni che si vengono a creare tra loro e che pongono agli spettatori alcune domande: “Cosa avrei fatto io, al posto suo?”, ad esempio. Il meccanismo di proiezione o di identificazione è importante, al cinema, soprattutto quando si lavora con una materia esplosiva come quella di una guerra, che sia quella di ieri o quelle di oggi; così come è importante il tema della Memoria perchè, come dimostra la stessa sceneggiatura, la Storia tende a ripetersi e quasi mai nei suoi aspetti migliori.


Protagonista del film risulta essere anche la colonna sonora. Lou Reed, i Velvet Undergroud, Marilyn Manson, sottolineano le scene drammatiche ambientate in Spagna, ma che ricordano i paesaggi desolati e severi dei Balcani e riportano il pensiero agli argomenti più seri: l'operatività contorta dell'ONU, le difficoltà continue delle operazioni umanitarie, la devastazione di una guerra, che permane anche a distanza di anni. E allora concediamoci un sorriso (seppur amaro), suggerisce il regista, tanto fuori piove e, comunque, bisogna continuare a lavorare.

domenica 11 ottobre 2015

Roosh V e la legalizzazione dello stupro





Mentre tornavo a casa, ho capito quanto lei fosse ubriaca,

ma non posso dire che mi interessasse o che io abbia esitato….

l’unica cosa che mi interessa è fare sesso”

 

 
Roosh V (nome d’arte di Daryush Valizadeh) è uno scrittore che si autodefinisce “antifemminista” e che ha recentemente lanciato una proposta di legge per legalizzare lo stupro “se fatto in una proprietà privata”. Secondo questa brillante idea “le donne smetterebbero di seguire strani sconosciuti nelle loro case e gli uomini non sarebbero ingiustamente incarcerati”.



Ebbene i suoi libri (tra cui spiccano la “Bibbia” che insegna a rimorchiare le ragazze durante il giorno e un manuale che insegna come portarsi a letto le ragazze polacche… ma ci sono anche le varianti per le ukraine, le lituane e le estoni) vengono contestati negli USA ma sono in vendita su Amazon: la scorsa settimana è stata lanciata da Caroline Charles una petizione su change.org per chiedere a Jeff Bezos – CEO di Amazon – il ritiro immediato dei libri per garantire che nessuno tragga profitti dallo stupro.


Ecco il link per firmare:





mercoledì 2 settembre 2015

Srebrenica, la giustizia negata

 
 
 
 



Srebrenica, Bosnia Erzegovina, 11 luglio 1995: oltre diecimila maschi tra i 12 e i 76 anni vengono catturati, torturati, uccisi e inumati in fosse di massa. Stesso destino hanno alcune giovani donne abusate dalla soldataglia. Le vittime sono bosniaci musulmani, da oltre tre anni assediati dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache agli ordini di Ratko Mladić e dai paramilitari serbi.Quattro lustri dopo, rimane un profondo senso di ingiustizia e di impotenza nei sopravvissuti e un pericoloso messaggio di impunità per i carnefici di allora, in buona parte ancora a piede libero e considerati da alcuni persino degli “eroi”.
Questo libro è un reportage nel buco nero della guerra e del dopoguerra bosniaco e nel vuoto totale di giustizia che ha seguito il genocidio di Srebrenica, una delle pagine più nere della storia europea del Novecento e sicuramente la peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale.





Il libro: Srebrenica, la giustizia negata, di Luca Leone e Riccardo Noury.
Prefazione di Moni Ovadia per Infinito Edizioni.




            
L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande a Luca Leone e lo ringrazia molto per la disponibilità.





Le parole di Moni Ovadia, nell'introduzione al testo, sono molto dure. Perché l’Occidente ha voluto fallire? Quali sono i motivi per cui L’Ue non è intervenuta adeguatamente?

 

La metterei in quest’altro modo: l’Europa occidentale non ha voluto fallire, semplicemente non ha ritenuto di voler intervenire nel modo auspicato – tardivamente – dall’opinione pubblica. O, se vogliamo vederla dal punto di vista del fallimento: a suo tempo è stato un fallimento programmato e voluto, quindi non vero fallimento, dunque piano perfettamente riuscito. La Comunità europea dell’epoca – divisa in politica estera esattamente quanto l’Unione europea di oggi – ha visto la crisi jugoslava e le guerre balcaniche non come un pericolo e una tragedia umanitaria, ma come una chance economica e strategica. L’intervento, dunque, c’è stato eccome, ma non per impedire le stragi e le devastazioni, bensì per sostenere ciascuno la propria parte di riferimento sul campo di battaglia e ottenere almeno due importanti risultati: la scomparsa di un soggetto di diritto internazionale scomodo e in crisi come la Jugoslavia e l’appropriazione di pezzi di quel Paese attraverso una discutibile politica di sostegno a una delle parti in causa. Alla partita di sono uniti, pressoché subito, anche Stati Uniti, Russia, Turchia e Paesi del mondo arabo sunnita, rendendo il disastro jugoslavo ancora più complicato, pericoloso e incomprensibile. Alla fine, a modo loro, gli europei e gli altri sono intervenuti eccome, e i loro obiettivi li hanno raggiunti. All’opinione pubblica è rimasto l’amaro indelebile in bocca delle tragedie umanitarie e del genocidio di Srebrenica, oltre che pagine mostruose come lo scannatoio di Višegrad, l’azzeramento di Vukovar, Omarska e gli altri campi di prigionia e di sterminio, l’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia bellica europea, e un numero di morti e di desaparecidos ancor oggi non definitivo. Le cancellerie e le grandi aziende, invece, sono intervenute eccome e hanno riportato, ciascuna per suo conto, parecchi risultati. Si veda il controllo politico e strategico della Federazione di Bosnia Erzegovina da parte degli Stati Uniti e il controllo egemonico dell’economia da parte della Turchia; si veda, in Republika Srpska di Bosnia – entità basata largamente sullo stupro etnico e sulla pulizia etnica – lo stesso fenomeno, ma nei panni degli attori esterni Russia e Francia.




I criminali sono considerati ancora, da alcuni, come degli “eroi”: su cosa si basa questa opinione?


Non so, in effetti, se si tratti di un’opinione o di un disvalore predicato così a fondo attraverso slogan efficaci e mandato a memoria dalla parte più rozza e grezza non solo del popolo serbo, ma anche di quello croato e di quello musulmano bosniaco. Non ci sono solo gli “eroi” serbi, assassini di massa le cui facce orripilanti sono acquistabili stampate su tazze e tovaglie nelle fiere popolari, ma ci sono anche quelli delle altre parti. L’ignoranza, la povertà, talvolta la fame, l’abbandono e l’odio sono le leve su cui premono i teorici della divisione, attraverso non solo la televisione e i giornali ma, prepotentemente, attraverso la radio – l’unico mezzo di diffusione di massa che ancora oggi arriva ovunque – internet e persino le scuole e le università. C’è tanto lavoro da fare per far cadere nella polvere questi falsi “dèi” dell’odio, della violenza e della menzogna e per riportare sull’altare di un’umanità laica e tollerante le uniche cose che possono davvero salvare i Balcani: una scuola condivisa e non più dell’apartheid, la ragione e la pietà umana.



Cosa chiedono le donne di Srebrenica? E qual è stata la loro esperienza durante e anche dopo la guerra?

 

Le donne e le madri di Srebrenica chiedono solo ed esclusivamente GIUSTIZIA, tutta maiuscola, così come l’ho scritto. Non vogliono vendetta, non chiedono più alcun tipo di dolore. Vogliono poter recuperare dalle fosse comuni i loro cari, dar loro civile e umana sepoltura e avere finalmente giustizia, ovvero i nomi e i cognomi degli aguzzini loro e dei loro cari e la loro condanna in un tribunale. Sorprenderà il lettore, spero, apprendere questo dato: in Bosnia Erzegovina ci sono circa 16.000 presunti criminali di guerra ancora a piede libero e, per converso, ancora circa 8.000 desaparecidos, metà dei quali si stima siano ex cittadini di Srebrenica ammazzati nel luglio 1995 e sepolti in fosse comuni la cui ubicazione è al momento ancora sconosciuta.

L’esperienza di queste donne è stata di oltre tre anni di assedio, patendo la mancanza di ogni cosa, e poi dell’abbandono da parte della comunità internazionale nelle grinfie dell’esercito serbo-bosniaco e dei paramilitari serbi, che hanno fatto scempio di 10.701 loro cari di età compresa tra i 12 e i 76 anni e non di rado del corpo di parecchie di queste donne, soggette allo stupro etnico come altre decine di migliaia di loro in tutto il Paese. E alla fine, dopo vent’anni, si trovano a dover combattere contro un nuovo cancro, quello dei negazionisti, coloro che vogliono convincere chi non c’era che a Srebrenica non è successo nulla. Una lotta impari, per quelle povere donne… Una lotta in cui vanno aiutate.

 

Le conseguenze degli errori (più o meno voluti) e dell'immobilità politica e militare, hanno avuto ripercussioni sugli altri Paesi?

 

Se si intende la questione kosovara, la pulizia e la contro-pulizia etnica nella Krajina croata, il prossimo disastro che sarà quello macedone, direi proprio di sì.



In che modo si può aiutare la Bosnia-Erzegovina nel percorso di democrazia e di pace?



Non credendo alle fandonie negazioniste, informandosi e andando a visitare quel Paese, che rischia a breve di spaccarsi in due, esposto com’è agli estremismi incrociati, quelli islamici e cattolici in Federazione, quelli russo e serbo in Republika Srpska. E non ricordandoci della Bosnia solo ogni dieci anni, ma proviamo a capire una lezione importantissima, almeno per noi italiani: conoscere la Bosnia ci permette di conoscere e comprendere meglio dinamiche identiche presenti nel nostro Paese e di trovare i giusti antidoti, prima che arrivino a “bussare” coi tank e i kalashnikov alle nostre porte di casa gli Mladić, i Karadžić, i Lukić, i Boban, i Tuđman, gli Izetbegović italiani e tutta questa varia umanità che purtroppo popola persino il nostro parlamento e il parlamento europeo.

martedì 5 agosto 2014

"Kosovo vs Kosovo": un pezzo d'Europa dimenticato







Kosovo 13 anni dopo. Dopo la guerra e a quattro anni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo, le enclave serbe, situate all'interno del territorio kosovaro, rappresentano una parte di Stato dentro un altro Stato, ma il governo centrale, al loro interno, non ha alcuna autorità. Qui, infatti, i serbi continuano a vivere come se fossero in Serbia grazie ad un sistema che segue le direttive di Belgrado.

Kosovo vs Kosovo è un documentario, rilasciato sotto licenza Creative Commons, che racconta tutto questo. Scritto e diretto da Valerio Bassan e Andrea Legni, con il supporto di Domenico Palazzi e Jovan Zlaticanin, il film - autoprodotto, girato in tre settimane e preceduto da una lunga fase di ricerca - mostra, in particolare, la quotidianità e le condizioni di vita della minoranza serba in Kosovo.



Per capire meglio la situazione, abbiamo intervistato Andrea Legni



Qual è, attualmente, la situazione geopolitica di quell'area?


La situazione geopolitica è di difficile lettura, nel senso che il Kosovo si è proclamato indipendente nel febbraio 2008, ma il suo status internazionale rimane non condiviso in quanto oltre la metà degli Stati membri dell'ONU non lo riconosce. Per l'ONU è ancora valida la risoluzione del 1999 secondo la quale in Kosovo è una provincia autonoma all'interno della Repubblica di Serbia.

La maggior parte degli Stati dell'Unione Europea ha, invece, riconosciuto il Kosovo (l'Italia è stato il primo) tranne alcuni e tra questi, ad esempio, la Spagna per la paura che il riconoscere un'autoproclamazione di indipendenza possa fomentare altri gruppi nazionalisti, come i Baschi o i Catalani.

A livello di relazione tra Serbia e Kosovo si sono fatti alcuni passi avanti: da una fase piuttosto lunga di “muro contro muro” si è arrivati ad una serie di incontri bilaterali, cominciati nel 2009-2010, tra i Primi Ministri che hanno portato alla sigla di un accordo in cui si cerca di normalizzare la relazione tra i due Stati. Tra le decisioni più importanti, è emersa la volontà di garantire, alle zone serbe all'interno del Kosovo (la zona nord di Mitrovica, dove vive la maggioranza serba) un'autonomia piuttosto spiccata, all'interno della quale la polizia sarà rappresentata da poliziotti e dirigenti serbi oppure i tribunali avranno pubblici ufficiali serbi, seppure con l'avvallo dello Stato del Kosovo.



Questo a livello diplomatico. Ma com'è la quotidianità delle persone?


Con il nostro documentario abbiamo voluto raccontare la quotidianità dei serbi che vivono in Kosovo. Qui i serbi vivono due condizioni differenti: la maggioranza di loro - di circa 50.000 persone, che vive a nord di Mitrovica e che, quindi, si trova praticamente in Serbia - non ha grossi problemi; noi, invece, abbiamo parlato dei serbi che vivono nel resto del Kosovo, nella parte meridionale. Qui vivono in enclave monoetniche, in villaggi di poche centinaia di abitanti, posti alla periferia delle principali città del Kosovo in cui sono rimasti, principalmente, gli albanesi.

Nei villaggi i serbi eleggono i propri sindaci; le scuole e gli ospedali vengono gestiti secondo il sistema serbo; viene utilizzato, come moneta, il dinaro, mentre in Kosovo si usa l'euro.

La vita delle persone è abbastanza dura in quanto contrassegnata da una quasi totale mancanza di libertà di movimento: mentre giravamo il film, abbiamo abitato in un piccolo villaggio in cui vivono circa 800 persone che non escono mai per paura di aggressioni. Non vanno mai nella città vicina - Peja, che dista a cinque minuti - ma, per risolvere i problemi di vita quotidiana come, ad esempio, andare dal medico - vanno a Mitrovica, affrontando un viaggio in pullman di 70 Km andata e ritorno, piuttosto che andare nella città più vicina.

Abbiamo parlato, inoltre, con i giovani e questi vivono in campagna dove, per loro, non c'è niente: non ci sono scuole né luoghi ricreativi. Niente. Questa è la ragione principale - unita alla mancanza di prospettive di lavoro - per cui i ragazzi cercano di andarsene. Anche quelli che abbiamo intervistato: appena prendevano un po' di confidenza, ci chiedevano se potevamo procurare loro un visto per partire.



Ti ricordi una testimonianza in particolare?


Sì, però non è nel documentario...Una delle difficoltà che abbiamo avuto, soprattutto con le persone più giovani, è che - dopo giorni che ci si incontrava e si parlava - non era facile convincerli a rilasciare la propria testimonianza davanti alla cinepresa, per cui molti ragazzi alla fine non se la sono sentita.

In particolare, c'è un ragazzo, Vlado, che avevamo incontrato più volte, che ha 25 anni: in un pomeriggio di chiacchiere a casa sua, ci ha raccontato la sua visione della vita in Kosovo. Una visione totalmente pessimistica: sosteneva, infatti, che in Kosovo può continuare a vivere solo chi sta aspettando di morire, cioè solamente gli anziani, che sono nati e che hanno vissuto la loro intera esistenza lì. Dopo una settimana da quel pomeriggio, siamo tornati per registrare la sua intervista, ma sua madre ci ha detto che se n'era andato a Belgrado, da un suo cugino.


Perchè si sono spenti i riflettori su quell'area di Europa?


Il Kosovo ha riempito le pagine dei media fino a quando è stato il momento di preparare gli animi alla guerra, tra la fine del 1998 e l'inizio del '99, poi se ne è parlato per qualche anno quando il conflitto è finito, ma poi è sparito dall'agenda dei media. Questo ha portato non solo a dimenticare la questione, ma - ancora più grave - a pensare che, se non se ne parla più, è perchè ormai è tutto a posto.


mercoledì 11 giugno 2014

Le catacombe della Romania: le colpe di un regime





Abbiamo intervistato, per voi, la dott.ssa Violeta P. Popescu, scrittrice e curatrice del saggio intitolato Le catacombe della Romania. Testimonianze dalle carceri comuniste 1945-1964 un testo storico, importante, utile per ricordare e far emergere un Passato che molti molto lasciare nell'oblio. Un regime duro che ha represso, con la violenza, la libertà e la vita di chi ha lottato per i valori democratici.

Ringraziamo molto Violeta P. Popescu per queste sue parole.


Come si è sviluppato il progetto di questo libro: come avete raccolto le testimonianze, quanto tempo avete impiegato per realizzarlo ?



Il libro “Le catacombe della Romania. Testimonianze dalle carceri comuniste (1945-1964)” che recentemente è uscito presso la casa editrice Rediviva, collana Memorie, è un lavoro documentario di squadra. Sul portale CulturaRomena.it le mie collaboratrici hanno lavorato con tanta dedizione a questo volume: Lorena Curiman, Claudia Bolboceanu, Mirela Tingire hanno iniziato a pubblicare un paio d'anni fa alcuni articoli che trattavano della storia recente del nostro Paese, in particolare del regime comunista e della durissima repressione, notando un grande interesse da parte del pubblico lettore; quindi abbiamo pensato di riunire e dar voce al passato e di riportare le testimonianze di alcuni personaggi per far conoscere una realtà storica della Romania.



Quanto è importante la Memoria per la Romania di oggi e per l'Europa?

Il libro intende proprio essere un “recupero della memoria” recente della storia romena. Il regime comunista instaurato in Romania dopo la seconda guerra mondiale ha tentato di cancellare la memoria storica del popolo romeno puntando nella sua strategia di creare “un uomo nuovo”, una persona senza radici, senza memoria e parzialmente direi che ci sia riuscito. Il regime ha significato un cambiamento forzato e un tragico isolamento dalla grande famiglia europea. Fino alla caduta del regime, nell'89, il Paese era percepito nell' Occidente come “il paese del dittatore Ceausescu”. Si è studiato ad esempio poco il ruolo della resistenza e dei movimenti anticomunisti attivi in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Oltre ai fatti ben noti dell’89, l’opinione pubblica dell’Europa occidentale è a conoscenza solo dei maggiori episodi di ribellione popolare contro i regimi oppressivi, come la Rivolta ungherese del 1956 o la Primavera di Praga del 1968, mentre a mio avviso restano ancora in gran parte sconosciuti fenomeni come la repressione comunista e la resistenza anticomunista in Romania. Quindi la memoria...va recuperata nel senso di conoscere e di avere un'immagine di quello che è accaduto. L’identità di molte delle persone che hanno trovato la morte nelle carceri comuniste è destinata a restare sconosciuta senza lo sforzo di un lavoro documentario e un percorso che porta all' attenzione questa realtà.



La Romania ha visto nascere il regime comunista con tutte le sue conseguenze: il nostro saggio intende far conoscere il periodo delle carceri trasformate negli anni'50 del partito in veri centri di sterminio, in veri gulag.



Abbiamo notato una carenza bibliografica in Italia su questa tematica tranne alcuni lavori, tra cui nomino il volume “I musica per i lupi” di Dario Fertlio che parla del fenomeno della rieducazione del carcere Pitesti.



I fatti storici raccontati nel nostro breve saggio, attraverso le testimonianze dei nostri dieci personaggi (di cui nessuno è più vivente) - non rappresentano una realtà storica che io, le mie compagne del libro, la mia generazione ha studiato durante la scuola perchè, fino al momento della Rivoluzione dell'89 e la caduta del regime, era vietato fare commemorazione, ricordare le vittime, organizzare delle conferenze. Dopo la caduta del regime siamo entrati in contatto con alcuni sopravvissuti ed e stato come un risveglio scoprire migliaia e migliaia di vittime, una realtà ben nascosta del regime.

 


Si possono paragonare le carceri e i campi di lavoro forzato ai lager nazisti?


Si tratta in tutti e due casi di regimi totalitari in cui sono avvenuti gravi violazioni dei diritti umani: esecuzioni individuali e collettive, morti in campi di concentramento, fame, deportazioni, torture e altre forme di terrore fisico di massa, persecuzioni su base religosa o etnica, violazioni della libertà di coscienza, della libertà di stampa e l'elenco può continuare.

A quasi 25 anni di distanza, fare una stima del numero di persone decedute durante il regime in Romania risulta molto difficile a causa della scarsa affidabilità delle fonti di informazione di allora soggette a pesanti controlli.

Secondo i dati forniti dall’Istituto di Investigazione dei Crimini del Comunismo in Romania, un ente che si è impegnato a far conoscere questa realtà storica, durante il regime comunista in Romania esistevano 44 carceri e 72 campi di lavoro forzato in cui sono passati oltre tre milioni di romeni, 800.000 dei quali sono morti. Migliaia di romeni provenienti dal mondo dei contadini ricchi, fedeli ortodossi, greco-cattolici, romano-cattolici, intellettuali, operai, oppure attivisti di partiti storici, sono stati arrestati, rinchiusi nelle carceri, prelevati dalle loro case e uccisi sulle strade, ai bordi dei fossi, nei boschi o sono scomparsi senza lasciare traccia. I nomi e il numero di tutti questi martiri non si sapranno mai.

Oggi alcune carceri sono state trasformate in memoriali dei luoghi della sofferenza. Ad esempio: il carcere Aiud dove oggi esiste un monumento innalzato nella memoria delel vittime. La direzione politica del Paese ha deciso di trasformare nel 1947 la prigione di Aiud in un grande centro di sterminio, per l’élite religiosa e intellettuale dove I detenuti sono stati sottoposti a torture e a un trattamento disumano; oppure il carcere Sighet dove nell'anno 1950 più di cento persone che avevano superato l'età di di 60 anni (ex-ministri, accademici, economisti, militari, storici, giornalisti, politici), sono stati incarcerati, condannati a pene pesanti, altri neppure giudicati.

Vorrei nominare anche il carcere Piteşti, luogo dove è stato condotto il più orrendo esperimento concentrazionario del dopoguerra. Gli oppositori del regime comunista (principalmente studenti universitari, liberali, conservatori, religiosi e cristiani di tutte le confessioni) vengono richiusi a Piteşti con l’obiettivo di rieducarli, di farne degli “uomini nuovi”. Per due anni, dal dicembre 1949 al gennaio 1952, il carcere di Piteşti si trasforma in un vero inferno in cui viene sperimentata una tecnica sconosciuta nell’ambito carcerario, la “rieducazione” dei detenuti politici. I “rieducati” erano obbligati ad autodenunciarsi, a negare se stessi, a denunciare la propria famiglia, gli amici e le fidanzate.


Può anticipare alcune testimonianze riportate nel testo? Per quali valori hanno lottato le persone che hanno perso la vita durante il regime comunista?

Nel buio delle carceri diffuse su tutto il territorio della Romania, un'intera generazione è stata sottoposta a torture e alle sofferenze disumane per aver continuato a credere in una società democratica.

Il legame con il passato, con i valori democratici, con i valori morali, l’amore per la patria, la testimonianza della fede venivano considerati “colpe maggiori”.

Tutto quello che significava i valori tradizionali che avevano accompagnato i romeni per intere generazioni, erano considerati un vero pericolo per il nuovo regime; con pretesti a volte assurdi, si procedeva ad arresti di massa, mentre i detenuti venivano sottoposti a torture di tipo fisico e psicologico a volte fino alla morte.

Molti prigionieri hanno sacrificato la vita in nome dei loro ideali democratici, delle loro convinzioni e della fede come veri martiri. Si tratta di persone incarcerate non solo perché si opponevano al regime e non accettavano il nuovo potere, ma anche perché erano cristiani pronti a testimoniare la fede, un aspetto che agli occhi dei comunisti appariva la “colpa” maggiore da punire cercando anche falsi capi d’accusa.


Il titolo del libro: Le catacombe della Romania - è un modo metaforico per definire le carceri, le celle, in cui hanno sofferto migliaia di detenuti. L'ultimo supporto rimasto nelle carceri era, come testimonia un'intera letteratura memorialistica, il supporto spirituale: la preghiera e la fede in Gesù Cristo. Il regime comunista nutriva un grande odio verso la fede – considerava “i mistici” (i credenti) le persone più pericolose.


Abbiamo ricordato nel libro alcune figure che hanno scontato da dieci a vent'anni di carcere oppure sono morti: padre Gheorghe Calciu Dumitreasa (1925-2006) che ha scontato più di 20 di carcere, il poeta Radu Gyr (1905-1975) condannato a morte per una poesia, il grande filosofo Mircea Vulcanescu (1904-1952) morto ad Aiud; il poeta Vasile Voiculescu (1884-1963) una delle figure più importante della poesia romena del periodo interbelico; il principe e sacerdote cattolico Vladmir Ghika (1873-1954) incarcerato a Jilava (beatificato l'anno scorso dalla Chiesa Cattolica), si spense a 80 anni a causa del trattamento inumano cui era stato sottoposto e tanti altri nomi vittime del regime.

 

Quali sono le aspettative della Romania contemporanea?


Penso sia ancora lunga la strada per arrivare ad un traguardo. La Romania nascosta per cinquant’anni dietro il muro del comunismo, ha attraversato momenti decisivi, incompresi e poco studiati. Un tempo considerata il “granaio d’Europa”, per la sua ricchezza agraria, la Romania è passata ad essere uno dei Paesi più provati dal blocco comunista.

Dopo l'89 sono stati fatti passi importanti: l'ingresso nella NATO, l'ingresso nell'UE, ma ci sono ancora tanti altri passi da compiere in vari settori.

lunedì 15 luglio 2013

Das is Walter (esplorando Sarajevo durante la maratona fotografica 2012)


La maratona fotografica di Sarajevo - manifestazione organizzata nell'agosto del 2012 da Associazione Feedback, Shot Reportage Travels, Udruženie Urban e Lara Ciarabellini - è l'occasione di visitare la città in tutto il suo fermento culturale e di entrare in contatto con le realtà delle associazioni e degli artisti locali. Eppure la tragedia del conflitto balcanico è ancora vicina: uscendo dal centro storico, si visitano i quartieri in cui le ferite della guerra sono ancora molto visibili. Culmine della visita l'esplorazione del monte Trebević sul quale, in occasione delle Olimpiadi invernali del 1984, erano state costruite strutture sportive e d'accoglienza, tristemente convertite ad avamposti militari durante il tragico assedio della città.

Abbiamo rivolto alcune domande a Massimo Alì Mohammad, regista del documentario

Il documentario mostra la città di Sarajevo ancora ferita dalla guerra: quali sono i sentimenti delle persone comuni riguardo al recente passato? E come si può descrivere la situazione attuale?

Sì, la città di Sarajevo è ancora ferita dalla guerra, come testimoniano i segni ancora visibili dei colpi d'arma sui palazzi. I sentimenti delle persone comuni sono contrastanti, come immaginabile in un contesto del genere. E' molto toccante avere a che fare con la generazione dei giovani, come è accaduto nel caso della maratona fotografica (ricordiamo frutto del gemellaggio tra l'associazione Feedback di Ferrara e Urban di Sarajevo. Ti rendi conto come per loro la scala delle priorità sia completamente rivoluzionata e di come abbiano acquisito una visione della vita più disicantata, ma non per questo meno costruttiva. La cultura è in continuo sviluppo e rappresenta sicuramente una delle realtà fondanti della società odierna. Bisogna ricordare che però, fuori dalla città, la situazione è molto più arretrata, basti pensare alle zone ancora non messe in sicurezza dalle mine. Ci vuole tempo...


Qual è il ruolo dell'arte - in particolare della fotografia - in un'area di Europa che vive ancora una situazione complicata?
L'arte, come dicevo in precedenza, è una grande spinta sociale per lo sviluppo di nuove realtà, anche lavorative per le nuove generazioni. Non bisogna trascurare che l'arte, compresa la fotografia, lavora molto sulla memoria, in un delicato equilibrio tra il ricordo e il progresso. Perché sicuramente non si può lasciare che tutto il passato recente cada in un immediato oblio ma, allo stesso tempo, non deve costituire un blocco che ne impedisca la giusta trasformazione.


Quali sono le nuove prospettive culturali per la città e per i giovani?

La realtà della fotografia è in grandissimo sviluppo, così come molto toccante l'esposizione di arte contemporanea (Ars Aevi). I giovani sono impegnati con passione in diverse realtà associative e molto spesso luoghi in disuso dai tempi della guerra sono concessi in libera gestione per l'organizzazione di nuove realtà (cercate per curiosità il Kino Bosna).

Ci può anticipare il significato del titolo del documentario?
Il titolo del documentario fa riferimento alla frase finale al film simbolo della resistenza di Sarajevo contro l'invasione nazista (Walter brani Sarajevo, Walter difende Sarajevo; di Hajrudin Krvavac, 1972). Walter è un leader partigiano in incognito che si oppone alle forze nemiche, il film si conclude con la frase "Questo è Walter", ovvero la città intera è la resistenza, non un unico uomo, ma qualcosa di indissolubile. Ancora oggi "Das ist Walter" resta un motto di resistenza molto utilizzato, anche ad esempio alcune reti wi-fi pubbliche si chiamano così.


venerdì 7 giugno 2013

Il documentario “Kosovo vs Kosovo”: un pezzo d'Europa dimenticato




Kosovo 13 anni dopo. Dopo la guerra e a quattro anni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo, le enclave serbe, situate all'internio del territotio kosovaro, rappresentano una parte di Stato dentro un altro Stato, ma il governo centrale, al loro interno, non ha alcuna autorità. Qui, infatti, i serbi conitinuano a vivere come se fossero in Serbia grazie ad un sistema che segue le direttive di Belgrado.
Kosovo vs Kosovo è un documentario, rilasciato sotto licenza Creative Commons, che racconta tutto questo. Scritto e diretto da Valerio Bassan e Andrea Legni, con il supporto di Domenico Palazzi e Jovan Zlaticanin, il film - autoprodotto, girato in tre settimane e preceduto da una lunga fase di ricerca - mostra, in particolare, la quotidianità e le condizioni di vita della minoranza serba in Kosovo.

Per capire meglio la situazione, abbiamo intervistato Andrea Legni

Qual è, attualmente, la situazione geopolitica di quell'area?

La situazione geopolitica è di difficile lettura, nel senso che il Kosovo si è proclamato indipendente nel febbraio 2008, ma il suo status internazionale rimane non condiviso in quanto oltre la metà degli Stati membri dell'ONU non lo riconosce. Per l'ONU è ancora valida la risoluzione del 1999 secondo la quale in Kosovo è una provincia autonoma all'interno della Repubblica di Serbia.
La maggior parte degli Stati dell'Unione Europea ha, invece, riconosciuto il Kosovo (l'Italia è stato il primo) tranne alcuni e tra questi, ad esempio, la Spagna per la paura che il riconoscere un'autoproclamazione di indipendenza possa fomentare altri gruppi nazionalisti, come i Baschi o i Catalani.
A livello di relazione tra Serbia e Kosovo si sono fatti alcuni passi avanti: da una fase piuttosto lunga di “muro contro muro” si è arrivati ad una serie di incontri bilaterali, cominciati nel 2009-2010, tra i Primi Ministri che hanno portato alla sigla di un accordo in cui si cerca di normalizzare la relazione tra i due Stati. Tra le decisioni più importanti, è emersa la volontà di garantire, alle zone serbe all'interno del Kosovo (la zona nord di Mitrovica, dove vive la maggioranza serba) un'autonomia piuttosto spiccata, all'interno della quale la polizia sarà rappresentata da poliziotti e dirigenti serbi oppure i tribunali avranno pubblici ufficiali serbi, seppure con l'avvallo dello Stato del Kosovo.

Questo a livello diplomatico. Ma com'è la quotidianità delle persone?

Con il nostro documentario abbiamo voluto raccontare la quotidianità dei serbi che vivono in Kosovo. Qui i serbi vivono due condizioni differenti: la maggioranza di loro - di circa 50.000 persone, che vive a nord di Mitrovica e che, quindi, si trova praticamente in Serbia - non ha grossi problemi; noi, invece, abbiamo parlato dei serbi che vivono nel resto del Kosovo, nella parte meridionale. Qui vivono in enclave monoetniche, in villaggi di poche centinaia di abitanti, posti alla periferia delle principali città del Kosovo in cui sono rimasti, principalmente, gli albanesi.
Nei villaggi i serbi eleggono i propri sindaci; le scuole e gli ospedali vengono gestiti secondo il sistema serbo; viene utilizzzato, come moneta, il dinaro, mentre in Kosovo si usa l'euro.
La vita delle persone è abbastanza dura in quanto contrassegnata da una quasi totale mancanza di libertà di movimento: mentre giravamo il film, abbiamo abitato in un piccolo villaggio in cui vivono circa 800 persone che non escono mai per paura di aggressioni. Non vanno mai nella città vicina - Peja, che dista a cinque minuti - ma, per risolvere i problemi di vita quotidiana come, ad esempio, andare dal medico - vanno a Mitrovica, affrontando un viaggio in pullman di 70 Km andata e ritorno, piuttosto che andare nella città più vicina.
Abbiamo parlato, inoltre, con i giovani e questi vivono in campagna dove, per loro, non c'è niente: non ci sono scuole né luoghi ricreativi. Niente. Questa è la ragione principale - unita alla mancanza di prospettive di lavoro - per cui i ragazzi cercano di andarsene. Anche quelli che abbiamo intervistato: appena prendevano un po' di confidenza, ci chiedevano se potevamo procurare loro un visto per partire.

Ti ricordi una testimonianza in particolare?

Sì, però non è nel documentario...Una delle difficoltà che abbiamo avuto, soprattutto con le persone più giovani, è che - dopo giorni che ci si incontrava e si parlava - non era facile convincerli a rilasciare la propria testimonianza davanti alla cinepresa, per cui molti ragazzi alla fine non se la sono sentita.
In particolare, c'è un ragazzo, Vlado, che avevamo incontrato più volte, che ha 25 anni: in un pomeriggio di chiacchiere a casa sua, ci ha raccontato la sua visione della vita in Kosovo. Una visione totlamente pessimistica: sosteneva, infatti, che in Kosovo può continuare a vivere solo chi sta aspettando di morire, cioè solamente gli anziani, che sono nati e che hanno vissuto la loro intera esistenza lì. Dopo una settimana da quel pomeriggio, siamo tornati per registrare la sua intervista, ma sua madre ci ha detto che se n'era andato a Belgrado, da un suo cugino.

Perchè si sono spenti i riflettori su quell'area di Europa?

Il Kosovo ha riempito le pagine dei media fino a quando è stato il momento di prepararre gli animi alla guerra, tra la fine del 1998 e l'inizio del '99, poi se ne è parlato per qualche anno quando il conflitto è finito, ma poi è sparito dall'agenda dei media. Questo ha portato non solo a dimenticare la questione, ma - ancora più grave - a pensare che, se non se ne parla più, è perchè ormai è tutto a posto.