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lunedì 19 ottobre 2015

I muri di Tunisi: la Tunisia prima e dopo la rivoluzione



Associazione per i Diritti Umani
PRESENTA

 
il saggio “I MURI DI TUNISI. Scritti e immagini di un Paese che cambia”, di Luce Lacquaniti

ed. Exòrma

 

giovedì 22 OTTOBRE, ore 19

presso

 
CENTRO ASTERIA

(Piazza Carrara 17.1 (ang Via G. da Cermenate,2 MM Romolo) Milano
 

L’Associazione per i Diritti Umani organizza l'incontro nell'ambito della manifestazione “D(I)RITTI AL CENTRO!”.
 

Presentazione del saggio “I MURI DI TUNISI. Scritti e immagini di un Paese che cambia”, di Luce Lacquaniti

ed. Exòrma

Il saggio, a partire dai graffiti realizzati sui muri della città di Tunisi, permette di fare un viaggio in un Paese in grande via di trasformazione politica, culturale e sociale. Si parlerà della Tunisia anche alla luce dell'attacco terroristico e del Premio Nobel per la pace.
 

Coordina: Alessandra Montesanto, Vicepresidente Associazione per i Diritti Umani

domenica 4 ottobre 2015

Arabia Saudita:attivista rischia di essere messo a morte

 
 
 
 
 


La Corte penale speciale e la Corte suprema dell’Arabia Saudita hanno confermato la sentenza capitale nei confronti di Ali Mohammed Baqir al-Nimr, giovane attivista sciita condannato a morte per reati presumibilmente commessi all’età di 17 anni.


È accusato di “partecipazione a manifestazioni antigovernative”, attacco alle forze di sicurezza, rapina a mano armata e possesso di un mitra. La condanna sarebbe stata emessa sulla base di una confessione estorta con torture e maltrattamenti.


Ali al-Nimr è nipote di un eminente religioso sciita - Sheikh Nimr Baqir al-Nimr, anch’egli condannato a morte.



Ali al-Nimr ha esaurito ogni possibilità di appello e può essere messo a morte appena il re ratifica la condanna.

Chiedi con Amnesty l’annullamento della sentenza, indagini sulle torture e che l’Arabia Saudita rispetti i diritti umani.


Leggi il testo completo dell'appello




IL CASO

Il 14 febbraio 2012, Ali Mohammed Baqir al-Nimr, 17 anni, viene arrestato e condotto presso la Direzione generale delle indagini (Gdi) del carcere di Dammam. Non può vedere il suo avvocato e, secondo quanto riferisce, viene torturato da ufficiali della Gdi affinché firmi una “confessione”. 
 

Resta detenuto nel centro di riabilitazione giovanile Dar al-Mulahaza per un anno e, a 18 anni, riportato nella Gdi di Damman. 

Il 27 maggio 2014, il tribunale penale speciale di Gedda lo condanna a morte per reati che comprendono la “partecipazione a manifestazioni antigovernative”, attacco alle forze di sicurezza, rapina a mano armata e possesso di un mitra. Il tribunale si sarebbe basato sulla “confessione” estorta con la tortura e maltrattamenti e su cui si è rifiutato di indagare. 
 

Ad agosto 2015 il caso viene inviato al ministro dell’Interno per dare attuazione alla sentenza.  

A settembre la famiglia diffonde la notizia appresa: i giudici di appello presso la Corte penale speciale (Scc) e della Corte suprema confermano la sentenza.
 

Ali al-Nimr è un attivista scita e nipote dell’eminente religioso sciita Sheikh Nimr Baqir al-Nimr, di al-Awamiyya in Qatif, nella zona orientale dell’Arabia Saudita, condannato a morte dal tribunale penale speciale il 15 ottobre 2014.



LA PENA DI MORTE IN ARABIA SAUDITA
L’Arabia Saudita è tra i paesi che eseguono il più alto numero di sentenze: dal 1985 al 2005 sono state messe a morte oltre 2200 persone; da gennaio ad agosto 2015, almeno 130 esecuzioni
 

Violando la Convenzione sui diritti dell’infanzia e il diritto internazionale, ha messo a morte persone per reati commessi quando erano minorenni.

Spesso i processi per reati capitali sono tenuti in segreto e sono sommari e iniqui, senza l’assistenza  e la rappresentanza legale durante le varie fasi della detenzione e del processo. Gli imputati possono essere condannati sulla base di confessioni estorte con torture e maltrattamenti, coercizione e raggiri.
 

Le tensioni tra la comunità sciita e le autorità saudite sono cresciute dal 2011, quando sono cresciute le manifestazioni contro gli arresti e le vessazioni di sciiti che svolgevano preghiere collettive e violavano il divieto di costruire moschee sciite.
 

Le autorità saudite hanno risposto con la repressione di chi era sospettato di partecipare o sostenere o esprimere opinioni critiche verso lo stato. I manifestanti sono stati trattenuti senza accusa e in isolamento per giorni o settimane e sono stati segnalati maltrattamenti e torture. 

Dal 2011, quasi 20 persone collegate alle proteste sono state uccise e centinaia incarcerate. 

 



mercoledì 2 settembre 2015

Srebrenica, la giustizia negata

 
 
 
 



Srebrenica, Bosnia Erzegovina, 11 luglio 1995: oltre diecimila maschi tra i 12 e i 76 anni vengono catturati, torturati, uccisi e inumati in fosse di massa. Stesso destino hanno alcune giovani donne abusate dalla soldataglia. Le vittime sono bosniaci musulmani, da oltre tre anni assediati dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache agli ordini di Ratko Mladić e dai paramilitari serbi.Quattro lustri dopo, rimane un profondo senso di ingiustizia e di impotenza nei sopravvissuti e un pericoloso messaggio di impunità per i carnefici di allora, in buona parte ancora a piede libero e considerati da alcuni persino degli “eroi”.
Questo libro è un reportage nel buco nero della guerra e del dopoguerra bosniaco e nel vuoto totale di giustizia che ha seguito il genocidio di Srebrenica, una delle pagine più nere della storia europea del Novecento e sicuramente la peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale.





Il libro: Srebrenica, la giustizia negata, di Luca Leone e Riccardo Noury.
Prefazione di Moni Ovadia per Infinito Edizioni.




            
L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande a Luca Leone e lo ringrazia molto per la disponibilità.





Le parole di Moni Ovadia, nell'introduzione al testo, sono molto dure. Perché l’Occidente ha voluto fallire? Quali sono i motivi per cui L’Ue non è intervenuta adeguatamente?

 

La metterei in quest’altro modo: l’Europa occidentale non ha voluto fallire, semplicemente non ha ritenuto di voler intervenire nel modo auspicato – tardivamente – dall’opinione pubblica. O, se vogliamo vederla dal punto di vista del fallimento: a suo tempo è stato un fallimento programmato e voluto, quindi non vero fallimento, dunque piano perfettamente riuscito. La Comunità europea dell’epoca – divisa in politica estera esattamente quanto l’Unione europea di oggi – ha visto la crisi jugoslava e le guerre balcaniche non come un pericolo e una tragedia umanitaria, ma come una chance economica e strategica. L’intervento, dunque, c’è stato eccome, ma non per impedire le stragi e le devastazioni, bensì per sostenere ciascuno la propria parte di riferimento sul campo di battaglia e ottenere almeno due importanti risultati: la scomparsa di un soggetto di diritto internazionale scomodo e in crisi come la Jugoslavia e l’appropriazione di pezzi di quel Paese attraverso una discutibile politica di sostegno a una delle parti in causa. Alla partita di sono uniti, pressoché subito, anche Stati Uniti, Russia, Turchia e Paesi del mondo arabo sunnita, rendendo il disastro jugoslavo ancora più complicato, pericoloso e incomprensibile. Alla fine, a modo loro, gli europei e gli altri sono intervenuti eccome, e i loro obiettivi li hanno raggiunti. All’opinione pubblica è rimasto l’amaro indelebile in bocca delle tragedie umanitarie e del genocidio di Srebrenica, oltre che pagine mostruose come lo scannatoio di Višegrad, l’azzeramento di Vukovar, Omarska e gli altri campi di prigionia e di sterminio, l’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia bellica europea, e un numero di morti e di desaparecidos ancor oggi non definitivo. Le cancellerie e le grandi aziende, invece, sono intervenute eccome e hanno riportato, ciascuna per suo conto, parecchi risultati. Si veda il controllo politico e strategico della Federazione di Bosnia Erzegovina da parte degli Stati Uniti e il controllo egemonico dell’economia da parte della Turchia; si veda, in Republika Srpska di Bosnia – entità basata largamente sullo stupro etnico e sulla pulizia etnica – lo stesso fenomeno, ma nei panni degli attori esterni Russia e Francia.




I criminali sono considerati ancora, da alcuni, come degli “eroi”: su cosa si basa questa opinione?


Non so, in effetti, se si tratti di un’opinione o di un disvalore predicato così a fondo attraverso slogan efficaci e mandato a memoria dalla parte più rozza e grezza non solo del popolo serbo, ma anche di quello croato e di quello musulmano bosniaco. Non ci sono solo gli “eroi” serbi, assassini di massa le cui facce orripilanti sono acquistabili stampate su tazze e tovaglie nelle fiere popolari, ma ci sono anche quelli delle altre parti. L’ignoranza, la povertà, talvolta la fame, l’abbandono e l’odio sono le leve su cui premono i teorici della divisione, attraverso non solo la televisione e i giornali ma, prepotentemente, attraverso la radio – l’unico mezzo di diffusione di massa che ancora oggi arriva ovunque – internet e persino le scuole e le università. C’è tanto lavoro da fare per far cadere nella polvere questi falsi “dèi” dell’odio, della violenza e della menzogna e per riportare sull’altare di un’umanità laica e tollerante le uniche cose che possono davvero salvare i Balcani: una scuola condivisa e non più dell’apartheid, la ragione e la pietà umana.



Cosa chiedono le donne di Srebrenica? E qual è stata la loro esperienza durante e anche dopo la guerra?

 

Le donne e le madri di Srebrenica chiedono solo ed esclusivamente GIUSTIZIA, tutta maiuscola, così come l’ho scritto. Non vogliono vendetta, non chiedono più alcun tipo di dolore. Vogliono poter recuperare dalle fosse comuni i loro cari, dar loro civile e umana sepoltura e avere finalmente giustizia, ovvero i nomi e i cognomi degli aguzzini loro e dei loro cari e la loro condanna in un tribunale. Sorprenderà il lettore, spero, apprendere questo dato: in Bosnia Erzegovina ci sono circa 16.000 presunti criminali di guerra ancora a piede libero e, per converso, ancora circa 8.000 desaparecidos, metà dei quali si stima siano ex cittadini di Srebrenica ammazzati nel luglio 1995 e sepolti in fosse comuni la cui ubicazione è al momento ancora sconosciuta.

L’esperienza di queste donne è stata di oltre tre anni di assedio, patendo la mancanza di ogni cosa, e poi dell’abbandono da parte della comunità internazionale nelle grinfie dell’esercito serbo-bosniaco e dei paramilitari serbi, che hanno fatto scempio di 10.701 loro cari di età compresa tra i 12 e i 76 anni e non di rado del corpo di parecchie di queste donne, soggette allo stupro etnico come altre decine di migliaia di loro in tutto il Paese. E alla fine, dopo vent’anni, si trovano a dover combattere contro un nuovo cancro, quello dei negazionisti, coloro che vogliono convincere chi non c’era che a Srebrenica non è successo nulla. Una lotta impari, per quelle povere donne… Una lotta in cui vanno aiutate.

 

Le conseguenze degli errori (più o meno voluti) e dell'immobilità politica e militare, hanno avuto ripercussioni sugli altri Paesi?

 

Se si intende la questione kosovara, la pulizia e la contro-pulizia etnica nella Krajina croata, il prossimo disastro che sarà quello macedone, direi proprio di sì.



In che modo si può aiutare la Bosnia-Erzegovina nel percorso di democrazia e di pace?



Non credendo alle fandonie negazioniste, informandosi e andando a visitare quel Paese, che rischia a breve di spaccarsi in due, esposto com’è agli estremismi incrociati, quelli islamici e cattolici in Federazione, quelli russo e serbo in Republika Srpska. E non ricordandoci della Bosnia solo ogni dieci anni, ma proviamo a capire una lezione importantissima, almeno per noi italiani: conoscere la Bosnia ci permette di conoscere e comprendere meglio dinamiche identiche presenti nel nostro Paese e di trovare i giusti antidoti, prima che arrivino a “bussare” coi tank e i kalashnikov alle nostre porte di casa gli Mladić, i Karadžić, i Lukić, i Boban, i Tuđman, gli Izetbegović italiani e tutta questa varia umanità che purtroppo popola persino il nostro parlamento e il parlamento europeo.

domenica 19 luglio 2015

Il caso di Sahar Gul, la ragazzina afghana che non voleva prostituirsi





L'immagine parla chiaro e, in questo caso, ci scusiamo per i particolari che vanno, però, resi noti: occhi gonfi, collo tumefatto, unghie strappate...Queste solo alcune delle violenze subite da Sahar Gul, una ragazza di 15 anni data in sposa ad un soldato con la complicità della famiglia.

Il corpo della bambina è talmente provato che è arrivata nell'ospedale di Kabul su una sedia a rotelle. Sette mesi fa il matrimonio forzato, ma non bastava. L'uomo le propone di prostituirsi, ma lei rifiuta. Lui la massacra di botte. Sahar riesce a fuggire e scappa dai vicini di casa ai quali dice: “Se siete dei musulmani dovete dire alle autorità quello che mi sta succedendo: vogliono farmi prostituire”, ma nessuno ha il coraggio di aiutarla.

Come purtroppo spesso accade, la Polizia crede alla promessa del marito di non usare più la violenza e restituisce la ragazza ai suoi carnefici. Sahar viene rinchiusa, di nuovo, in seminterrato, affamata, abusata per altri tre mesi fino a quando un parente venuto in visista da lontano scopre l'accaduto e fa scoppiare lo scandalo. Sì, perchè si tenta sempre di insabbiare, di non far arrivare queste notizie alla stampa.

Invece la fotografia di Sahar Gul sta facendo il giro del mondo e Sahar è diventata, suo malgrado, un altro simbolo di donna violata e di tutte quelle altre donne e bambine che vanno salvate.

Nonostante una nuova legge che punisce la violenza domestica, in Afghanistan la realtà dimostra il contrario: “Ma qualcosa si sta muovendo”, ha dichiarato all'Associated Press Fawzia Kofi, deputata e capo della Commissione parlamentare sulle questioni delle donne “Penso che ora ci sia un maggiore senso di consapevolezza dei diritti delle donne. La gente sembra voler cambiare e parla di questi temi” ha aggiunto. Intanto, grazie anche alla condanna mondiale di ciò che è accaduto a Sahar, il presidente afghano, Hamid Karzai, si è deciso ad aprire un'inchiesta: il marito torturatore è ricercato e la sua famiglia è stata arrestata.

Resta la piccola Sahar che dovrà essere seguita anche psicologicamente...come tutte le giovani come lei, ferite nel corpo e nell'anima.

lunedì 20 aprile 2015


L'Associazione per i Diritti Umani



in collaborazione con il Centro Asteria



PRESENTA



DIRITTI AL CENTRO:


MEDIORIENTE e OCCIDENTE: un EQUILIBRIO POSSIBILE ?



Alla presenza di Laura Silvia Battaglia (giornalista e videomaker)



DOMENICA 26 APRILE



ORE 17.30

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1, ang. Via G. Da Cermenate (MM Romolo, Famagosta)



L’Associazione per i Diritti Umani presenta il terzo appuntamento della serie di incontri dal titolo “DiRITTI AL CENTRO”, che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti, temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e all’estero, minori, carceri, immigrazione...

In ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umani attraverso la sua vicepresidente Alessandra Montesanto, saggista e formatrice, vuole dar voce ad uno o più esperti della tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico, vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in generale sui grandi temi dei giorni nostri.



In questo incontro dal titolo “Medioriente e Occidente: un equilibrio possibile?si parlerà di Medioriente attraverso l'approfondimento della giornalista Laura Silvia Battaglia che – attraverso le sue opere scritte e documentaristiche – proporrà un viaggio dall'Iraq allo Yemen. Laura Silvia Battaglia vive e lavora tra Italia e Yemen. Gli argomenti saranno tanti: equilibri geopolitici, condizioni di vita delle popolazioni in guerra, Islam religioso e politico e il ruolo dell'informazione.





LAURA SILVIA BATTAGLIA



Laura Silvia Battaglia giornalista professionista freelance e documentarista, è nata a Catania e vive tra Milano e Sanaa (Yemen). Corrisponde da Sanaa per l'agenzia video-giornalistica americano-libanese Transterra Media, e per gli americani The Fair Observer e Guernica Magazine. Per i media italiani, collabora stabilmente con quotidiani di carta stampata (Avvenire, La Stampa), network radiofonici (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 - Agenda del mondo, Rai News 24), magazine (D - Repubblica delle Donne, Popoli, Lookout), agenzie (Redattore Sociale), siti web (TGcom 24, Lettera43, Assaman). Ha iniziato a lavorare nel 1998 per il quotidiano La Sicilia di Catania. Dal 2007 si dedica al reportage in zone di conflitto (Libano, Israele e Palestina, Gaza, Afghanistan, Kosovo, Egitto, Tunisia, Libia, Iraq, Iran, Yemen, confini siriani). Ha girato, autoprodotto e venduto cinque video documentari. Il primo, Maria Grazia Cutuli. Il prezzo della verità, ha vinto il Premio Giancarlo Siani 2010. Ha inoltre ricevuto il Premio Maria Grazia Cutuli 2013 come giornalista siciliana emergente. Dal 2007 insegna al master in Giornalismo dell'Università Cattolica di Milano.

lunedì 23 marzo 2015





STARE ANCORA INSIEME



In solidarietà con la TUNISIA

Milano, Piazza Duomo

 




MARTEDI 24 marzo, ore 18.00
 



Tunisi, dopo Parigi. E ogni giorno, dall’Afghanistan alla Nigeria. Poco più di due mesi fa, a Milano, abbiamo sentito la necessità di stare insieme e ascoltare la voce di tutti quelli, e sono tanti, che di fronte alla morte e alla violenza rispondono con il dialogo, la solidarietà e la pratica dei diritti.
Oggi, come allora, è importante unire quelli che non fanno distinzione tra le vittime, da Utoya a Baghdad, passando per il Mediterraneo. Perché l’attacco nel cuore di una città europea è doloroso come quello in una capitale del Nord Africa. Non c’è alcuna differenza, per chi crede che diritti, democrazia e libertà siano l’unico antidoto alla guerra, per spezzare il cerchio della violenza e del terrore. Dove l’odio divide, i diritti possono unire.
Per non cedere alla paura e all’odio, alle divisioni e alla violenza, vi aspettiamo martedì 24, in piazza Duomo alle 18.





I primi promotori : Acli, Amnesty International, Anpi, Arci, Associazione PONTES dei tunisini in Italia, Camera del Lavoro Milano, Cost. Beni Comuni, Emergency, Libera mi, Mani Tese, Associazione per i Diritti Umani, Milano senza frontiere, Altra Europa mi, PD mi, PRC mi, SEL mi



Per adesioni:
https://www.facebook.com/events/364247953761677/



****Il presidio si terrà mentre a Tunisi sarà in corso la manifestazione di apertura del Foro Social Mondiale 2015. Sotto il comunicato nel quale gli organizzatori confermano la manifestazione di apertura del Forum sotto lo slogan: I popoli del mondo contro il terrorismo.



La Rete della Pace ha chiesto a tutte le realtà di “imitare” ciò che si farà a Milano, cioè la manifestazione in contemporanea a quella di Tunisi, in altre città di Italia.




COMUNICATO DEL COMITATO ORGANIZZATORE DEL FORO SOCIALE MONDIALE DI TUNISI 24-28 MARZO 2015




Il Comitato Organizzatore del Forum Sociale Mondiale ha tenuto stamattina una riunione urgente per esaminare gli ultimi elementi dopo l’attentato terrorista al Museo del Bardo.


Avendo preso atto dei numerosi messaggi e comunicati di sostegno alla Tunisia, provenienti dai diversi attori sociali e civili di tutto il mondo, che hanno rinnovato la loro totale adesione allo svolgimento del Forum Sociale Mondiale a Tunisi, e la loro volontà di partecipare a questo momento eccezionale di mobilitazione popolare in Tunisia, nella regione e nel resto del mondo contro il terrorismo,


Il comitato organizzatore attore informa l'opinione pubblica mondiale che:




*Tutte le organizzazioni hanno confermato la loro partecipazione alle attività programmate senza alcun cambiamento e modifica: questo dimostra la forza della solidarietà effettiva dei militanti altermondialisti con la Tunisia, il suo popolo, le famiglie delle vittime di differenti nazionalità. E l’attaccamento ai principi della pace, della solidarietà ai popoli, della democrazia, e della libertà.



*Una manifestazione si terrà in occasione della cerimonia d'apertura martedì 24 marzo 2015 alle 16.00, che partirà dalla piazza Bab Saadoun in direzione del Museo del Bardo con le parole d’ordine:


I popoli del mondo contro il terrorismo




*Verrà creata una commissione in seno al Consiglio Internazionale per la redazione di una "carta internazionale altermondialista del Bardo di lotta contro il terrorismo".

 *Il comitato chiama a un concentramento 26 marzo 2015 al campus Farhat Hached a partire da mezzogiorno.


Il Comitato Preparatorio del Forum Sociale Mondiale rinnova il suo appello a intensificare la mobilitazione di tutte le forze sociali, civili, altermondialiste e pacifiche per fare del Forum Sociale mondiale di Tunisi un punto di svolta la creazione di un rapporto di forze favorevole alla pace, alla democrazia, alla giustizia sociale nella regione e nel mondo.



 Per il Comitato Preparatorio del Forum Sociale Mondiale

 Abderrahmane Hedhili




Non cediamo il passo al terrore


Noi, associazioni, sindacati, movimenti sociali coinvolti nella dinamica del Forum Sociale Maghreb proviamo orrore per l'atto terrorista, criminale e barbaro perpetrato al Museo del Bardo a Tunisi il 18 marzo 2015.


Questo atto criminale, in flagrante negazione dei valori lodati dalle diverse religioni, carte e patti internazionali, mira a gettare nel caos il paese da dove è partita la speranza di un' Altra Tunisia, di un Altro Marghreb alla vigilia del Forum Sociale Mondiale.


Mira a distruggere le fondamenta del rilancio economico della Tunisia, della sua esperienza nella risoluzione pacifica dei conflitti, della sua transizione verso la democrazia. Mira a imporre il pensiero unico, a seminare il terrore nei visitatori della Tunisia.


Questo atto barbaro si scrive nella stessa linea dell'assassinio di Choukri Belaid avvenuto alla vigilia del Forum Sociale Mondiale nel 2013.


Condanniamo questo atto criminale ed esprimiamo la nostra solidarietà con le vittime, le famiglie delle vittime e ci auguriamo la pronta guarigione dei feriti, presentiamo le nostre più sentite condoglianze ai familiari dei defunti, al popolo tunisino per tutti popoli che subiscono il tormento degli atti terroristici;


Facciamo appello alla resistenza e alla solidarietà contro tutti gli atti terroristici e criminali che colpiscono il diritto alla vita e non fanno altro che attizzare ed estendere la violenza, il risentimento e l’odio;


Ricordiamo che solo la cultura del dialogo e del rispetto al diritto alla diversità, costruisce argine contro la barbarie ed è l'unico modo per assicurare la coesistenza fra gli individui e le comunità


Chiamiamo alla più larga mobilitazione e partecipazione al Forum Sociale Mondiale 2015 che si terrà a Tunisi tra il 24 e il 28 marzo 2015 per dire che noi restiamo in piedi e non arretriamo di un passo davanti al terrore


Facciamo appello ai movimenti sociali di tutto il mondo per una manifestazione a Tunisi nel corso del Forum Sociale Mondiale 2015 per portare il nostro sostegno al popolo tunisino, per esprimere con forza il nostro attaccamento e la nostra aspirazione alla democrazia, al rispetto della diversità, alla giustizia sociale, alla libertà, a un altro mondo possibile e necessario.


Il comitato di coordinamento del Forum Sociale Maghreb




sabato 21 febbraio 2015

Sguardi mediterranei di donne


di Ivana Trevisani



Quando uno sguardo di donna scruta il mondo, sempre si posa sulla vita, anche se la realtà a cui guardare è quella belligerante dei conflitti armati e degli scontri esplosivi tra diversità rese irriducibili.

E' quanto ancora una volta si è realizzato a Milano lo scorso novembre, all'incontro promosso dall'Associazione Blimunde “Sguardi di donne sui fondamentalismi e i conflitti in medio-oriente”, nello scambio di riflessioni tra le donne al tavolo di relazione: la cooperante italiana Irene Viola, l'operatrice sociale libanese Tamara Keldani, la Tunisina Ouejdane Mejiri da anni in Italia, insegnante al Politecnico di Milano e la Siriana Souheir Katkhouda, da vent'anni in Italia presidente delle donne musulmane d'Italia.

Ognuna di loro, nonostante il titolo, ha scelto di parlarci delle pratiche di vita che le donne stanno comunque agendo nei luoghi associati ormai soltanto, nei media e nell'immaginario collettivo occidentali, ad azioni di morte.

Certo queste donne, da sempre attive nel politico sociale dei loro Paesi e in Italia, non hanno ingenuamente rimosso la questione della violenza dilagante, ma l'hanno riletta nel registro dell'articolazione piuttosto che in quello del giudizio sbrigativo.

Così Viola, con il video dell'agricoltrice libanese Elham, che mostra fiera i frutti della sua attività agraria di cui sottolinea la rilevanza per una possibile ripresa di vita di una società, un'economia e un ambiente devastati dalle guerre infinite che hanno attraversato il Libano, ci ha riportate alla straordinaria potenza delle donne per l'amore e la cura della terra, che genera vita ed è amore per il mondo. Ma Elham ha voluto anche non scivolare sul valore di rela zione tra donne che sanno comprendersi e camminare insieme, confermandone anzi energicamente la straordinaria rilevanza nel ribadire la portata, per lei vitale, dell'incontro con il lavoro della cooperante Viola, di quella cooperante, che le ha consentito di pensare, progettare e realizzare il suo proposito di nuova vita dopo le lacerazioni patite da lei e dalla gente nel suo Paese.

Keldani da parte sua, attraverso la restituzione di senso del lavoro sulla differenza sessuale, soprattutto nelle zone rurali del Libano, con la sua associazione Les Amis des Marionettes, ci ha rivelato come agendo attraverso il simbolico di giochi di ruolo, sia stato possibile radicare nei vissuti di ragazzi e ragazze partecipanti ai laboratori, il senso e il valore di tale differenza e la potenza dell'essere donna.

Keldani ha voluto inoltre sottolineare come, muovendo dalla consapevolezza guadagnata grazie al progetto dai dalle adolescenti coinvolti, abbiano potuto di rimbalzo consolidarsi anche nel quotidiano delle comunità, il riconoscimento concreto e non di semplice adesione convenzionale alla consuetudine, la convinta certezza che la donna è il pilastro della famiglia e che reggendo l'equilibrio della famiglia può contribuire all'equilibrio dell'intera società. Restando a tema, quanto alla piaga dei matrimoni precoci, indistintamente tutte tutti gli allievi delle scuole coinvolte dai laboratori, hanno saputo con grande lucidità e maturità indiividuare e indicare il danno sociale di una pratica che, non permettendo alla madre troppo precoce di sviluppare appieno il senso di sè, non le consente di educare con pienezza i figli, non potendo trasmettere loro il sentimento della propria identità. E poichè la questione dell'identità è un problema di non poco conto nel tessuto frammentato, lacerato, interrotto dell'attuale società libanese, ne consegue l'enorme portata del guadagno trasmesso per genealogia femminile di quel senso di identità e radicamento a sé che consente di eludere le spinte a derive identitarie rigidamente arroccate a qualsivoglia ideologia totalitaria.

A seguire, Katkhouda ci ha partecipato il suo impegno non solo nel “soccorso” e nell'accoglienza dei suoi, delle sue connazionali in fuga dalla Siria, ma anche e forse soprattutto, stante il sistema informativo del nostro Paese, nel persevante, instancabile lavoro di presenza-testimonianza in ogni occasione possibile, per ricordare a un pubblico disattento e male informato, la tragedia che nel suo paese d'origine sta continuando a consumarsi e a consumare le vite di un intero popolo. Kathouda, presidente delle donne musulmane in Italia, non ha dissertato su veli, arroccamenti o strumentalizzazioni religiose, ma ha detto di sé, di come sta nel mondo, ci ha testimoniato del suo infaticabile impegno ad aprire sempre più fessure nel silenzio che uccide, anche più delle armi, quello che continua a sentire come il suo popolo e ci ha restituito intera la sua potente autorevolezza.

Per concludere, Mejri nel suo intervento ha con forza sottolineato la realtà, pressochè ignorata dal sistema mediatico italiano, dell'agire positivo delle donne al centro del ritrovato protagonismo dell'intera società civile tunisina. E' stato soprattutto il protagonismo delle donne, ha voluto ribadire Mejri, a sostenere il processo di partecipazione sociale alle ultime tornate elettorali, le parlamentari prima e le presidenziali successivamente. Un impegno che ha consentito l'evoluzione politica di avvicendamento, da Ennhada, il precedente governo di cifra religiosa, al nuovo governo non religiosamente orientato. Non solo la presenza attiva delle donne, ma l'intero processo di alternanza che hanno saputo sostenere, sono stati solo sfiorati dal nostro sistema mediatico, forse troppo allineato alla “dittatura del pensiero occidentale”, parole di Mejri, senza troppi dubbi condivisibili.

Che la positività sia la cifra dell'agire delle donne non è certo sogno, ma costituente del reale, è tuttavia possibile riconoscerla solo se si apre lo sguardo, se oltre l’evidenza si accetta di entrare nel profondo delle vicende dove le donne si giocano, scoprendo da dove nascono e verso dove procedono.

Cogliere la forza e l'eccellenza femminile è possibile a patto di affinare la capacità di ascolto necessario e prepararsi a uno sguardo più attento, di aprire la disponibilità autentica “a guardarci l’una con l’altra, a restituirci vicendevolmente l’immagine della nostra eccellenza, a riconoscere la loro e la nostra”, per dirlo con le parole della filosofa Diana Sartori. E “saper fare da specchio all’altra, lì in quel che sta facendo lei, come noi” pur nelle diversità di eccellenza di donna, consente di riconoscere lei e noi stesse.

Per scostarsi dai luoghi comuni e dai pre-giudizi che le vogliono e vedono unicamente oscure donne schiacciate da guerre maschili e da veli inflitti, e che le rendono di fatto evanescenti, le donne dell'altra sponda del Mediterraneo in questo incontro, per dirsi e dirci di sè hanno scelto di eludere la contrapposizione e preferito offrirci la proposta di esperienze e pratiche concrete di vita. I frammenti di storie, vissute in proprio o incontrate in altre donne, dispiegati all'attenzione delle persone presenti, erano tutti con forza orientati a ribadire che, come già la filosofa Hanna Arendt sosteneva, non si è libere da una condizione data, ma si è libere nell'apertura di senso di quella condizione.

Le considerazioni esposte dalle relatrici, accompagnandone le narrazioni, hanno voluto ricordare come le potenti storie di donne offerte al nostro ascolto, più comuni di quanto si voglia o possa credere in Occidente, ci possono insegnare a spostare la prospettiva di lettura, a non concentrarsi sul dolore ma a proiettare uno sguardo diverso sulla tragedia, per trovarvi comunque la vita.

Coniugando le testimonianze dipanate dalle donne nel corso dell'incontro con le parole della riflessione di Sartori è plausibile concludere che in questa urgenza presente, quando la misura maschile mostra la sua incapacità a fare ordine, e quella femminile in questo passaggio si pone come ordinatrice di realtà e finalmente si pone la questione di quale è la misura in un mondo davvero comune”, si può ri-trovare la vita: nella parola, nello sguardo, nelle pratiche, nella misura di donna.

Ciascuna a partire da sé e tutte indistintamente, sempre usando le sue parole, hanno voluto e potuto ancora una volta ricordarci che “se noi donne non sapremo esporci al mondo come misura, il mondo non avrà misura.

mercoledì 18 febbraio 2015

Dichiarazione di non sottomissione: Islam e laicità




di Monica Macchi



Occorre distinguere non tra credenti e non credenti

ma tra pensanti e non-pensanti”

Cardinal Carlo Maria Martini



La non sottomissione si regge

sul principio della separazione incondizionata

tra fede e diritto”

Fethi Bensalama


Sui principi non bisogna essere prudenti, ma riaffermarli,

per evitare i riflessi di autocensura e il trionfo degli estremisti”.

Malek Chebel, antropologo







Fethi Benslama, di origine tunisina, è psicoanalista ed insegna Psicoanalisi e Psicopatologia all'Università di Parigi VII Jussieu. Ha fondato nel 1990 la rivista Intersignes di cui oggi è Direttore ed è autore di numerosi libri: La nuit brisée (Ramsay, 1988), Une fiction troublante (Editiond de l'Aube, 1994), La psychanalyse à l'épreuve de l'Islam (Aubier, 2004) e Soudain la revolution (Denoel, 2011).



Questo breve testo sviluppa il MANIFESTO DELLE LIBERTA’ firmato il 16 febbraio 2004 a Parigi da un gruppo di intellettuali musulmani che si riconoscono nei valori della laicità e si oppongono all’ideologia dell’islamismo ed è costruito attorno a quattro istanze fondamentali.

La prima istanza sottolinea la polisemia del termine “islam” in quanto la radice trilittera S-L-M significa “guarire salvare, dare un bacio, riconciliare” e solo la decima forma “istaslama” significa “sottomissione”. Da questo derivano due importanti conseguenze: innanzitutto la differenza tra islam (scritto graficamente con la minuscola) inteso come religione e Islam (con la maiuscola) inteso come civiltà con molteplici culture ma soprattutto l’esigenza della liberazione dal paradigma identitario che legittima solo chi è assolutamente uguale a me.


Per questo occorre fare appello alla soggettività dell’individuo contro l’ipertrofia del comunitarismo e così la seconda istanza rivendica l’emancipazione femminile: infatti la donna incarnazione della “fitna”, la seduzione che diventa sedizione, rappresenta un’alterità interna minacciosa rispetto al “fahl” uomo stallone, destinato alla lotta, alla riproduzione e “dunque” alla guida della società ed alimenta l’ideologia della purezza. Secondo i firmatari del manifesto bisogna invece immettere “il disordine nella purezza” cioè il cosmopolitismo inteso come riconoscimento della dignità dell’altro come “non-simile” e come fondamento sia dell’uguaglianza che della libertà a cui sono dedicate la terza e la quarta istanza. E Benslama scrive: “l'avrete capito, se consideriamo che l'emancipazione delle donne è il punto dove si stringe e dove si dispiega il ventaglio dei problemi più cruciali per l'avvenire democratico del mondo musulmano è perchè il complesso religioso che organizza i rapporti di alterità nell'islam ha, più che altrove, inchiodato la posizione del genere femminile, con lo scopo di imporre il potere maschile”.

La terza istanza ammonisce che la libertà non può essere concessa ma deve essere conquistata attraverso l’azione trasformatrice a partire dai propri desideri e dalle proprie convinzioni: per questo sono necessari spazi in cui sperimentarla come ad esempio “l’Università delle libertà”, un’università popolare.

La quarta istanza cita esplicitamente il concetto di laicità per superare definitivamente il mito identitario riappropriandosi degli strumenti culturali, rifacendosi alla filosofia di Ibn Ruchd (Averroè) e Ibn Bajja (Avempace) che distingue tra reato e peccato fino alla teologia del sudanese Mahmoud Taha secondo cui l’atto di nascita dell’uguaglianza è la separazione tra spirituale e legislativo. Laicità questa che non è laicismo e non ha come obiettivo la distruzione dell’istituzione religiosa ma quello di limitare la pulsionalità e di costituire un luogo dove articolare le fratture.


martedì 17 febbraio 2015

Antisemitismo, islamofobia e razzismo. Rappresentazioni, immaginari e pratiche nella società italiana


 



Ponendo particolare attenzione al dibattito intorno alle vecchie e nuove forme con cui il razzismo si è manifestato all’interno delle società occidentali, il volume intitolato “Antisemitismo, islamofobia e razzismo. Rappresentazioni, immaginari e pratiche nella società italiana”, edito da Ediesse, ne discute i caratteri sociali e storici, affrontando temi salienti quali l’antisemitismo e l’islamofobia. Gli autori sono: Alfredo Alietti, Claudio Vercelli e Dario Padovan.


L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato per voi i Professori Alfredo Alietti e Claudio Vercelli che ringrazia molto per la disponibilità.

Quali sono le vecchie e nuove forme di razzismo e quali le loro matrici?



C. Vercelli: Non è agevole distinguere tra vecchie e nuove forme di razzismo, trattandosi di un fenomeno per più aspetti polimorfo, ossia in grado di assumere connotazioni in base alle circostanze del momento e alle esigenze di chi ne fa ricorso, non importa però quanto consapevolmente. Piuttosto, ed è questo l’elemento dal quale partire, il razzismo comprende una vasta gamma di atteggiamenti basati sul pregiudizio che, dall’ indifferenza possono arrivare anche alla violenza fisica fino, in ultimo, alle politiche di Stato per l’eliminazione delle diversità attraverso la distruzione fisica dei “diversi”. L’elemento peculiare ai razzismi, ovvero condiviso comunemente, è il convincimento che un individuo non possa né debba essere considerato in base alla sua personalità e alla sua soggettività bensì come parte di una serie precostituita – la cosiddetta “razza” – che assommerebbe in sé dei tratti immutabili, Come tali questi influenzerebbero l’individuo medesimo nelle sue condotte, nel suo modo di porsi dinanzi ai fatti del mondo, nelle relazioni che intrattiene con il resto della comunità umana. Tale attribuzione di caratteri fissi, ovvero intesi come immutabili, ha una natura ascrittiva ed inchioda la persona ad una sorta di “destino” immodificabile. Non a caso, il razzismo intende la diversità come un dato di natura e non come una costruzione sociale. Il qual fatto induce, chi fa propria tale visione delle cose, a ritenere che sia impossibile trasformare gli altri (ma anche se stessi) e che da tale riscontro non possa che derivare un conflitto tra le diversità oppure l’obbligo ad adottare politiche di separazione tra gli appartenenti a gruppi razziali diversi se non, in ultimo, l’eliminazione di quanti sono ritenuti una minaccia per la propria sopravvivenza. Sta, all’interno del dispositivo razzista, una concezione del mondo che cancella la cultura, intesa come insieme di pratiche umane evolutive, fondate sullo scambio, alla quale si sostituisce l’idea che le differenze non compongono il quadro della varietà umana ma una sorta di confine insormontabile e come tale perennemente a rischio da parte di chi, invece, pratica i meticciati. Un elemento fondamentale per relazionare i razzismi contemporanei da un punto di vista storico è verificare, tra gli altri, due elementi indice: le migrazioni e la struttura del mercato del lavoro. Il razzismo, da tale punto di vista, riordina i rapporti di forza e di dominio, stabilendo scale gerarchiche, vincolando le scelte degli uni, allocando risorse a favore di altri e così via.


A. Alietti: Nella prospettiva sociologica e psicosociologica la questione delle forme mediante le quali si manifesta l’atteggiamento razzista risulta assai ampia. A partire dalla metà degli anni ’70 alcuni studi rivelarono come l’attore sociale tendesse ad esprimere opinioni e atteggiamenti avversi alle minoranze etniche in maniera indiretta, occultando il più possibile quelle forme linguisticamente aperte e dirette, in contrasto con le norme sociali di condanna del razzismo. Da tale analisi, vi è stato un fiorire di termini con cui indicare questa inedita forma: razzismo moderno, simbolico, nascosto, debole. Indubbiamente, il clima culturale europeo e nordamericano, pur con dei profondi distinguo legati alla specificità storica dei rapporti interetnici, sorto alla fine della guerra mondiale con il portato del genocidio nazista ha contribuito a combattere l’ideologia razzista fondata sulla dimensione biologica che legittimava la gerarchia tra le supposte diverse razze.

Ciò non ha significato il venire meno del razzismo quale fenomeno di esclusione di determinati gruppi nel dopo guerra fino ad oggi. Infatti, alla parola razza che ha accompagnato il discorso scientista a cavallo del XIX e XX secolo si è sostituito il concetto di etnia, ovvero un approccio culturalista alle differenze il quale appare meno escludente in termini generali e più democratico nel trovare “buone ragioni” all’atteggiamento razzista. Tuttavia, questa alchimia sociale che nasconde l’atteggiamento di rifiuto della diversità etnica non ha mutato nel profondo il senso del razzismo tradizionale. Alla cristallizzazione di caratteri biologici si è venuta a costruire una retorica sociale che cristallizza ed essenzializza i tratti culturali, in una sorta di “biologizzazione molle”. Su questo piano di analisi si avverte come vi sia una forte continuità tra il cosiddetto “vecchio” e “nuovo razzismo”, al di là delle definizioni adottate dagli studiosi negli ultimi trent’anni. L’orizzonte comune è un discorso sull’immutabilità (di razza e/o di etnica) dei destini dei soggetti sui quali si riversa la logica razzizzante dentro un disegno gerarchico delle diversità umane sostenute e rafforzate da politiche istituzionali tese a riprodurre tale ordine sociale ed etnico. Inoltre, alla luce delle dinamiche sociali, politiche, economiche e culturali occorse in Europa, dall’avvento della globalizzazione e del trionfo del neoliberalismo, vi è da valutare seriamente gli effetti della crisi del multiculturalismo e di crescenti conflitti interni ai paesi europei generati dalla perdurante crisi e dalle retoriche neo-nazionaliste, populiste e, specificatamente, anti-islamiche. Appare evidente che nella nostra contemporaneità il razzismo sia divenuto un potente fattore di legame sociale in negativo, soprattutto a fronte della crescente insicurezza e instabilità delle traiettorie dei gruppi autoctoni più vulnerabili e più prossimi socialmente agli immigrati. Basta osservare con un minimo di attenzione alle reazioni nello spazio neutro del web, ad esempio ai commenti delle notizie dei giornali nazionali on-line, per verificare che dichiararsi razzisti non più argini, non ha più quel velo, per quanto ipocrita, di possibile condanna collettiva.

Il razzismo oggi è sociologicamente e socialmente ancora forte e in grado di minare le basi degli assetti democratici e della convivenza.



Qual è il legame tra religione, politica ed economia, soprattutto in relazione all'Islam di cui si è parlato da poco, anche alla luce dei fatti di Parigi?



C. Vercelli: Impossibile dare una risposta esaustiva a questa domanda. Non in poche righe, almeno. Ciò a cui stiamo assistendo non è il ritorno della religione ma il suo spregiudicato uso politico. Dinanzi a società che mutano, anche drasticamente e repentinamente, e davanti alla marginalità di un grande numero di persone, escluse dal mercato del lavoro così come dalla partecipazione politica, il razzismo cavalca disagi e timori, traducendosi in condotte xenofobe. Più che ad uno scontro tra civiltà, come certuni prediligono affermare, ci troviamo di fronte alla crisi interna alle stesse “civiltà”, e soprattutto alle società che hanno prodotto, laddove queste non riescono a dare risposte adeguate al bisogno di integrazione degli individui. Parlerei quindi di una crisi della politica, nel momento in cui questa dovrebbe essere il mezzo più importante per creare le condizioni della convivenza e, invece, non riesce a svolgere tale funzione. Non di meno il razzismo, che non è solo un problema del mondo cosiddetto occidentale ma attraversa un po’ tutte le comunità umane, si inserisce all’interno dei grandi disagi collettivi scavando solchi incolmabili. Se la politica è in crisi, e se invece certe ideologie hanno spazio oltre misura, ciò è dovuto anche al fatto che l’idea che l’economia sia il punto di partenza e di arrivo dell’uomo – in buona sostanza alla pari quasi di una religione – oggi più che integrare tende a disintegrare le persone, corrodendone i legami con la comunità di riferimento e consegnandoli ad una solitudine senza consolazione.



A. Alietti: Il tema di questa complessa relazione richiederebbe un’analisi approfondita in grado di ricomprendere passati processi sociali e storici con quelli attuali. Il fondamentalismo islamico non è l’esito impazzito e irrazionale di eventi caotici che hanno favorito il suo emergere quale realtà diffusa nel mondo islamico. Vi di fatto nella comprensione dell’Islam e delle sue derive uno spirito etnocentrico che ne confonde la sua articolata espressione politica, economica e religiosa.

L’aspirazione alla democrazia di una parte dei paesi rientranti nella denominazione “islamici” è stata per molto tempo frustrata da una volontà di potenza dell’occidente priva di un progetto serio e di lungo periodo. La guerra civile in corso nel mondo islamico e la globalizzazione del terrorismo di matrice jihadista risultano diversi nella loro natura. Da un lato, le vecchie dittature sconfitte dall’occidente (Iraq e Libia, ad esempio) hanno lasciato uno spazio di potere alla crescita delle nuove oligarchie islamiste radicali sostenute dalle potenze petrolifere della regione. Dall’altro, una parte di cittadini europei figli dell’immigrazione hanno trovato un’identità forte capace di arginare i processi di segregazione e di povertà subiti nelle estese periferie metropolitane europee, promuovendo un’istanza di ribellione a questa condizione di subalternità. Non si pretende di giustificare l’atto, o gli atti, di violenza perpetrati da cittadini europei in nome di un confuso anti-occidentalismo, nondimeno parte di questi giovani sperimentano quotidianamente la debolezza della democrazia e della sua incapacità di combattere le disuguaglianze.

Come qualcuno recentemente ha ricordato l’Isis, il califfato islamico, promuove non solo terrore, guerra ma anche un esteso sistema di welfare nelle zone occupate che accentua il consenso delle popolazioni deprivate. In questo caso il legame tra la religione, la società e l’economia si salda allontanando l’ipotesi di una emancipazione democratica delle masse arabe-musulmane. A ciò si aggiunge la cecità dell’occidente sui tradizionali alleati dei paesi del Golfo con i quali si parla la stessa lingua del potere economico e finanziario. Le speranze disattese delle “primavere arabe”, tranne (forse) nel caso della Tunisia, nel dare una forma democratica reale alle società islamiche è l’esempio lampante di un diseguale ordine geopolitico che non vuole cambiare lo status quo funzionale all’immagine reiterata di una inconciliabilità tra la democrazia e l’Islam. Parafrasando una citazione, spesso evocata, dal famoso libro di Samir Kassir “L’infelicità araba”, si può affermare che nelle società islamiche vi sia una ineluttabile e diffusa sensazione che il futuro e, aggiungiamo noi la democrazia, sia una strada ostruita.



Quanto è importante il linguaggio per veicolare pregiudizi e stereotipi?



C. Vercelli: Tralasciando i deboli e fallaci convincimenti del “politicamente corretto”, dove si ritiene invece che non nominando una cosa, o facendolo secondo un lessico improntato a obblighi di espressione (quindi anche a censure e autocensure) il linguaggio rimane un vettore fondamentale nel generare stereotipi così come nel liberare energie e risorse. Non è un caso se quei regimi politici che storicamente hanno fatto massimo ricorso al razzismo come politica di Stato, abbiamo sempre aspirato a contrarre il pluralismo lessicale e la grande ricchezza linguistica. Poiché nella semplificazione della terminologia, nell’impoverimento della lingua, nella riduzione dei significati si manifesta quel fenomeno di banalizzazione che sta all’origine dell’indifferenza verso l’altrui esistenza. Non di meno il linguaggio, per la sua natura di veicolo di relazione, di scambio, di comunicazione è uno degli snodi fondamentali dai quali si deve ripartire per dare sostanza ad una politica di inclusione. Non è solo una questione di “galateo”, e neanche di pedagogia civile ma di capacità di costruire relazioni attive, basate non sulla sottomissione o sul narcisismo, bensì sulla recirprocità.



A. Alietti: Il linguaggio è fondamentale, senza di esso non è possibile rappresentare il mondo sociale e raccontarlo. Di conseguenze il vettore linguistico in riferimento alla riproduzione ideologica del razzismo assume un valore decisivo. Nel quotidiano si utilizzano termini e parole che rappresentano l’alterità etnica in una ottica stereotipata la quale sedimenta immagini negative.

In diversi studi sul linguaggio nei mass-media, nell’ambito della socialità si evidenziano i meccanismi cognitivi che amplificano l’omogeneità del proprio gruppo di appartenenza e, al contempo, la distanza sociale da chi è diverso. Lo svelamento del linguaggio razzista è un passo fondamentale per contrastare l’egemonia di un diffuso e potente regime discorsivo che solidifica le pseudo ragioni dell’avversione a determinati gruppi etnici. L’esempio classico della frase “Io non sono razzista, ma….” segnala con chiarezza la forza del linguaggio quotidiano a rappresentarsi quali portatori di una verità indiscutibile ed auto-evidente. Il lessico razzista, come affermato in precedenza, diventa sempre meno condannabile, da cui ne consegue che lo sforzo di denunciare quantomeno le sue forme pubbliche sia un impegno costante. Il problema non è di abbracciare un fantomatico “political correct”, spesso grottesco nei suoi risultati, ma di avviare una propedeutica del linguaggio del rispetto e del riconoscimento dell’alterità nelle sue mutevoli declinazioni (non solo etniche).



Perché, come scrivete nel testo, nel razzismo si identifica una forma di "falsa razionalità"?




C. Vercelli: Il razzismo solo in parte nasce dall’ignoranza, come comunemente si vorrebbe invece credere. Semmai, tanto più in una età come quella che stiamo vivendo, è rimesso in circolazione dai processi di globalizzazione. I quali, per la loro natura “liquida”, dal momento stesso che mettono in discussione confini e sovranità, come anche diritti e opportunità, alimentano paure e angosce da sconfinamento. Tutto si fa più fragile e, a tratti, incomprensibile nella percezione dei molti, che subiscono passivamente quanto avviene. Il razzismo, non necessariamente inteso come una dottrina precostituita bensì nella sua natura di interpretazione banalizzante dei processi sociali e storici, dà invece un senso di comprensibilità a ciò che altrimenti rischia di rimanere incomprensibile. Per il fatto stesso di dividere l’umanità, di rifiutarne la varietà, di stabilire delle gerarchie, di legittimare rapporti di potere spesso ingiusti, si configura agli occhi di quanti sono spiazzati e, nel medesimo tempo, disincantati rispetto al mutamento in atto, come uno strumento attivo per “governare” le difficoltà che incontrano. Si tratta di una falsa razionalità perché dietro la plausibilità dei discorsi e delle condotte razziste non c’è il mondo ma una immagine di esso, basata perlopi, se non esclusivamente, sulla paura. Cosa che serve a fare da propellente a condotte fondate sul pregiudizio, nella convinzione che da ciò si possa trarre un beneficio personale. Non di meno, quando tutto ciò si incontra e si traduce in politiche di Stato, come è avvenuto ben più di una volta nel Novecento, il disastro collettivo è dietro l’angolo.


A. Alietti: La risposta a questa domanda si palesa nell’idea, più volte richiamata, che il razzismo prefigura nella sua logica un ordine sociale fondato su una razionalità auto-evidente, indiscutibile, in grado di giustificare il suo affermarsi e il suo riprodursi. La falsa razionalità, inoltre, si manifesta nel momento in cui crea le condizioni per legami sociali fittizi, il più delle volte, basati sul risentimento, dunque su emozioni che poco o nulla hanno a che fare con la riflessione razionale.

In altre parole, la vulgata razzista agisce come collettore di insicurezze, frustrazioni collettive alle quali si fornisce una spiegazione semplice delle cause attraverso l’individuazione dello straniero quale responsabile tout court.





Ponendo particolare attenzione al dibattito intorno alle vecchie e nuove forme con cui il razzismo si è manifestato all’interno delle società occidentali, il volume intitolato “Antisemitismo, islamofobia e razzismo. Rappresentazioni, immaginari e pratiche nella società italiana”, edito da Ediesse, ne discute i caratteri sociali e storici, affrontando temi salienti quali l’antisemitismo e l’islamofobia. Gli autori sono: Alfredo Alietti, Claudio Vercelli e Dario Padovan.


L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato per voi i Professori Alfredo Alietti e Claudio Vercelli che ringrazia molto per la disponibilità.



Quali sono le vecchie e nuove forme di razzismo e quali le loro matrici?



C. Vercelli: Non è agevole distinguere tra vecchie e nuove forme di razzismo, trattandosi di un fenomeno per più aspetti polimorfo, ossia in grado di assumere connotazioni in base alle circostanze del momento e alle esigenze di chi ne fa ricorso, non importa però quanto consapevolmente. Piuttosto, ed è questo l’elemento dal quale partire, il razzismo comprende una vasta gamma di atteggiamenti basati sul pregiudizio che, dall’ indifferenza possono arrivare anche alla violenza fisica fino, in ultimo, alle politiche di Stato per l’eliminazione delle diversità attraverso la distruzione fisica dei “diversi”. L’elemento peculiare ai razzismi, ovvero condiviso comunemente, è il convincimento che un individuo non possa né debba essere considerato in base alla sua personalità e alla sua soggettività bensì come parte di una serie precostituita – la cosiddetta “razza” – che assommerebbe in sé dei tratti immutabili, Come tali questi influenzerebbero l’individuo medesimo nelle sue condotte, nel suo modo di porsi dinanzi ai fatti del mondo, nelle relazioni che intrattiene con il resto della comunità umana. Tale attribuzione di caratteri fissi, ovvero intesi come immutabili, ha una natura ascrittiva ed inchioda la persona ad una sorta di “destino” immodificabile. Non a caso, il razzismo intende la diversità come un dato di natura e non come una costruzione sociale. Il qual fatto induce, chi fa propria tale visione delle cose, a ritenere che sia impossibile trasformare gli altri (ma anche se stessi) e che da tale riscontro non possa che derivare un conflitto tra le diversità oppure l’obbligo ad adottare politiche di separazione tra gli appartenenti a gruppi razziali diversi se non, in ultimo, l’eliminazione di quanti sono ritenuti una minaccia per la propria sopravvivenza. Sta, all’interno del dispositivo razzista, una concezione del mondo che cancella la cultura, intesa come insieme di pratiche umane evolutive, fondate sullo scambio, alla quale si sostituisce l’idea che le differenze non compongono il quadro della varietà umana ma una sorta di confine insormontabile e come tale perennemente a rischio da parte di chi, invece, pratica i meticciati. Un elemento fondamentale per relazionare i razzismi contemporanei da un punto di vista storico è verificare, tra gli altri, due elementi indice: le migrazioni e la struttura del mercato del lavoro. Il razzismo, da tale punto di vista, riordina i rapporti di forza e di dominio, stabilendo scale gerarchiche, vincolando le scelte degli uni, allocando risorse a favore di altri e così via.


A. Alietti: Nella prospettiva sociologica e psicosociologica la questione delle forme mediante le quali si manifesta l’atteggiamento razzista risulta assai ampia. A partire dalla metà degli anni ’70 alcuni studi rivelarono come l’attore sociale tendesse ad esprimere opinioni e atteggiamenti avversi alle minoranze etniche in maniera indiretta, occultando il più possibile quelle forme linguisticamente aperte e dirette, in contrasto con le norme sociali di condanna del razzismo. Da tale analisi, vi è stato un fiorire di termini con cui indicare questa inedita forma: razzismo moderno, simbolico, nascosto, debole. Indubbiamente, il clima culturale europeo e nordamericano, pur con dei profondi distinguo legati alla specificità storica dei rapporti interetnici, sorto alla fine della guerra mondiale con il portato del genocidio nazista ha contribuito a combattere l’ideologia razzista fondata sulla dimensione biologica che legittimava la gerarchia tra le supposte diverse razze.

Ciò non ha significato il venire meno del razzismo quale fenomeno di esclusione di determinati gruppi nel dopo guerra fino ad oggi. Infatti, alla parola razza che ha accompagnato il discorso scientista a cavallo del XIX e XX secolo si è sostituito il concetto di etnia, ovvero un approccio culturalista alle differenze il quale appare meno escludente in termini generali e più democratico nel trovare “buone ragioni” all’atteggiamento razzista. Tuttavia, questa alchimia sociale che nasconde l’atteggiamento di rifiuto della diversità etnica non ha mutato nel profondo il senso del razzismo tradizionale. Alla cristallizzazione di caratteri biologici si è venuta a costruire una retorica sociale che cristallizza ed essenzializza i tratti culturali, in una sorta di “biologizzazione molle”. Su questo piano di analisi si avverte come vi sia una forte continuità tra il cosiddetto “vecchio” e “nuovo razzismo”, al di là delle definizioni adottate dagli studiosi negli ultimi trent’anni. L’orizzonte comune è un discorso sull’immutabilità (di razza e/o di etnica) dei destini dei soggetti sui quali si riversa la logica razzizzante dentro un disegno gerarchico delle diversità umane sostenute e rafforzate da politiche istituzionali tese a riprodurre tale ordine sociale ed etnico. Inoltre, alla luce delle dinamiche sociali, politiche, economiche e culturali occorse in Europa, dall’avvento della globalizzazione e del trionfo del neoliberalismo, vi è da valutare seriamente gli effetti della crisi del multiculturalismo e di crescenti conflitti interni ai paesi europei generati dalla perdurante crisi e dalle retoriche neo-nazionaliste, populiste e, specificatamente, anti-islamiche. Appare evidente che nella nostra contemporaneità il razzismo sia divenuto un potente fattore di legame sociale in negativo, soprattutto a fronte della crescente insicurezza e instabilità delle traiettorie dei gruppi autoctoni più vulnerabili e più prossimi socialmente agli immigrati. Basta osservare con un minimo di attenzione alle reazioni nello spazio neutro del web, ad esempio ai commenti delle notizie dei giornali nazionali on-line, per verificare che dichiararsi razzisti non più argini, non ha più quel velo, per quanto ipocrita, di possibile condanna collettiva.

Il razzismo oggi è sociologicamente e socialmente ancora forte e in grado di minare le basi degli assetti democratici e della convivenza.



Qual è il legame tra religione, politica ed economia, soprattutto in relazione all'Islam di cui si è parlato da poco, anche alla luce dei fatti di Parigi?




C. Vercelli: Impossibile dare una risposta esaustiva a questa domanda. Non in poche righe, almeno. Ciò a cui stiamo assistendo non è il ritorno della religione ma il suo spregiudicato uso politico. Dinanzi a società che mutano, anche drasticamente e repentinamente, e davanti alla marginalità di un grande numero di persone, escluse dal mercato del lavoro così come dalla partecipazione politica, il razzismo cavalca disagi e timori, traducendosi in condotte xenofobe. Più che ad uno scontro tra civiltà, come certuni prediligono affermare, ci troviamo di fronte alla crisi interna alle stesse “civiltà”, e soprattutto alle società che hanno prodotto, laddove queste non riescono a dare risposte adeguate al bisogno di integrazione degli individui. Parlerei quindi di una crisi della politica, nel momento in cui questa dovrebbe essere il mezzo più importante per creare le condizioni della convivenza e, invece, non riesce a svolgere tale funzione. Non di meno il razzismo, che non è solo un problema del mondo cosiddetto occidentale ma attraversa un po’ tutte le comunità umane, si inserisce all’interno dei grandi disagi collettivi scavando solchi incolmabili. Se la politica è in crisi, e se invece certe ideologie hanno spazio oltre misura, ciò è dovuto anche al fatto che l’idea che l’economia sia il punto di partenza e di arrivo dell’uomo – in buona sostanza alla pari quasi di una religione – oggi più che integrare tende a disintegrare le persone, corrodendone i legami con la comunità di riferimento e consegnandoli ad una solitudine senza consolazione.

A. Alietti: Il tema di questa complessa relazione richiederebbe un’analisi approfondita in grado di ricomprendere passati processi sociali e storici con quelli attuali. Il fondamentalismo islamico non è l’esito impazzito e irrazionale di eventi caotici che hanno favorito il suo emergere quale realtà diffusa nel mondo islamico. Vi di fatto nella comprensione dell’Islam e delle sue derive uno spirito etnocentrico che ne confonde la sua articolata espressione politica, economica e religiosa.

L’aspirazione alla democrazia di una parte dei paesi rientranti nella denominazione “islamici” è stata per molto tempo frustrata da una volontà di potenza dell’occidente priva di un progetto serio e di lungo periodo. La guerra civile in corso nel mondo islamico e la globalizzazione del terrorismo di matrice jihadista risultano diversi nella loro natura. Da un lato, le vecchie dittature sconfitte dall’occidente (Iraq e Libia, ad esempio) hanno lasciato uno spazio di potere alla crescita delle nuove oligarchie islamiste radicali sostenute dalle potenze petrolifere della regione. Dall’altro, una parte di cittadini europei figli dell’immigrazione hanno trovato un’identità forte capace di arginare i processi di segregazione e di povertà subiti nelle estese periferie metropolitane europee, promuovendo un’istanza di ribellione a questa condizione di subalternità. Non si pretende di giustificare l’atto, o gli atti, di violenza perpetrati da cittadini europei in nome di un confuso anti-occidentalismo, nondimeno parte di questi giovani sperimentano quotidianamente la debolezza della democrazia e della sua incapacità di combattere le disuguaglianze.

Come qualcuno recentemente ha ricordato l’Isis, il califfato islamico, promuove non solo terrore, guerra ma anche un esteso sistema di welfare nelle zone occupate che accentua il consenso delle popolazioni deprivate. In questo caso il legame tra la religione, la società e l’economia si salda allontanando l’ipotesi di una emancipazione democratica delle masse arabe-musulmane. A ciò si aggiunge la cecità dell’occidente sui tradizionali alleati dei paesi del Golfo con i quali si parla la stessa lingua del potere economico e finanziario. Le speranze disattese delle “primavere arabe”, tranne (forse) nel caso della Tunisia, nel dare una forma democratica reale alle società islamiche è l’esempio lampante di un diseguale ordine geopolitico che non vuole cambiare lo status quo funzionale all’immagine reiterata di una inconciliabilità tra la democrazia e l’Islam. Parafrasando una citazione, spesso evocata, dal famoso libro di Samir Kassir “L’infelicità araba”, si può affermare che nelle società islamiche vi sia una ineluttabile e diffusa sensazione che il futuro e, aggiungiamo noi la democrazia, sia una strada ostruita.



Quanto è importante il linguaggio per veicolare pregiudizi e stereotipi?



C. Vercelli: Tralasciando i deboli e fallaci convincimenti del “politicamente corretto”, dove si ritiene invece che non nominando una cosa, o facendolo secondo un lessico improntato a obblighi di espressione (quindi anche a censure e autocensure) il linguaggio rimane un vettore fondamentale nel generare stereotipi così come nel liberare energie e risorse. Non è un caso se quei regimi politici che storicamente hanno fatto massimo ricorso al razzismo come politica di Stato, abbiamo sempre aspirato a contrarre il pluralismo lessicale e la grande ricchezza linguistica. Poiché nella semplificazione della terminologia, nell’impoverimento della lingua, nella riduzione dei significati si manifesta quel fenomeno di banalizzazione che sta all’origine dell’indifferenza verso l’altrui esistenza. Non di meno il linguaggio, per la sua natura di veicolo di relazione, di scambio, di comunicazione è uno degli snodi fondamentali dai quali si deve ripartire per dare sostanza ad una politica di inclusione. Non è solo una questione di “galateo”, e neanche di pedagogia civile ma di capacità di costruire relazioni attive, basate non sulla sottomissione o sul narcisismo, bensì sulla reciprocità.



A. Alietti: Il linguaggio è fondamentale, senza di esso non è possibile rappresentare il mondo sociale e raccontarlo. Di conseguenze il vettore linguistico in riferimento alla riproduzione ideologica del razzismo assume un valore decisivo. Nel quotidiano si utilizzano termini e parole che rappresentano l’alterità etnica in una ottica stereotipata la quale sedimenta immagini negative.

In diversi studi sul linguaggio nei mass-media, nell’ambito della socialità si evidenziano i meccanismi cognitivi che amplificano l’omogeneità del proprio gruppo di appartenenza e, al contempo, la distanza sociale da chi è diverso. Lo svelamento del linguaggio razzista è un passo fondamentale per contrastare l’egemonia di un diffuso e potente regime discorsivo che solidifica le pseudo ragioni dell’avversione a determinati gruppi etnici. L’esempio classico della frase “Io non sono razzista, ma….” segnala con chiarezza la forza del linguaggio quotidiano a rappresentarsi quali portatori di una verità indiscutibile ed auto-evidente. Il lessico razzista, come affermato in precedenza, diventa sempre meno condannabile, da cui ne consegue che lo sforzo di denunciare quantomeno le sue forme pubbliche sia un impegno costante. Il problema non è di abbracciare un fantomatico “political correct”, spesso grottesco nei suoi risultati, ma di avviare una propedeutica del linguaggio del rispetto e del riconoscimento dell’alterità nelle sue mutevoli declinazioni (non solo etniche).



Perché, come scrivete nel testo, nel razzismo si identifica una forma di "falsa razionalità"?

C. Vercelli: Il razzismo solo in parte nasce dall’ignoranza, come comunemente si vorrebbe invece credere. Semmai, tanto più in una età come quella che stiamo vivendo, è rimesso in circolazione dai processi di globalizzazione. I quali, per la loro natura “liquida”, dal momento stesso che mettono in discussione confini e sovranità, come anche diritti e opportunità, alimentano paure e angosce da sconfinamento. Tutto si fa più fragile e, a tratti, incomprensibile nella percezione dei molti, che subiscono passivamente quanto avviene. Il razzismo, non necessariamente inteso come una dottrina precostituita bensì nella sua natura di interpretazione banalizzante dei processi sociali e storici, dà invece un senso di comprensibilità a ciò che altrimenti rischia di rimanere incomprensibile. Per il fatto stesso di dividere l’umanità, di rifiutarne la varietà, di stabilire delle gerarchie, di legittimare rapporti di potere spesso ingiusti, si configura agli occhi di quanti sono spiazzati e, nel medesimo tempo, disincantati rispetto al mutamento in atto, come uno strumento attivo per “governare” le difficoltà che incontrano. Si tratta di una falsa razionalità perché dietro la plausibilità dei discorsi e delle condotte razziste non c’è il mondo ma una immagine di esso, basata perlopi, se non esclusivamente, sulla paura. Cosa che serve a fare da propellente a condotte fondate sul pregiudizio, nella convinzione che da ciò si possa trarre un beneficio personale. Non di meno, quando tutto ciò si incontra e si traduce in politiche di Stato, come è avvenuto ben più di una volta nel Novecento, il disastro collettivo è dietro l’angolo.


A. Alietti: La risposta a questa domanda si palesa nell’idea, più volte richiamata, che il razzismo prefigura nella sua logica un ordine sociale fondato su una razionalità auto-evidente, indiscutibile, in grado di giustificare il suo affermarsi e il suo riprodursi. La falsa razionalità, inoltre, si manifesta nel momento in cui crea le condizioni per legami sociali fittizi, il più delle volte, basati sul risentimento, dunque su emozioni che poco o nulla hanno a che fare con la riflessione razionale.

In altre parole, la vulgata razzista agisce come collettore di insicurezze, frustrazioni collettive alle quali si fornisce una spiegazione semplice delle cause attraverso l’individuazione dello straniero quale responsabile tout court.