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domenica 28 giugno 2015

Non solo cibo: l'Arte contemporanea degli artisti romeni a Expo2015




Inaugurazione: 1 luglio 2015, ore 16 00 presso il Padiglione della Romania

     testi a cura di di Tatiana Martyanova - critico d'arte




Per me i colori sono degli esseri viventi, degli individui molto evoluti che si integrano con noi e con tutto il mondo. I colori sono i veri abitanti dello spazio. Yves Klein


Siamo nel Padiglione Romania all’Expo 2015 a Milano, all'interno di un tipico villaggio romeno “nascosto” e “ritrovato” nella capitale italiana dell’arte contemporanea. 

In questo apparente antagonismo ci troviamo di fronte a opere d’arte, in un percorso tra passione, energia e contemplazione, tutte create ad hoc per l’evento unico di Expo 2015.

A rappresentare gli Artisti romeni in mostra per Expo 2015 ci sono Cristina Lefter, Calina Lefter, Lavinia Rotocol, Nelu Pascu, Tudor Andrei Odangiu e Leonard Regazzo, artisti che da anni vivono nel Belpaese trasmettendo la loro cultura nei versi delle proprie “poesie visive”. 

Nel continuo divenire artistico, tre donne e tre uomini rintracciano la propria identità culturale, spesso tramite la commemorazione dei più grandi personaggi del paese d’origine. Così diversi negli stili e nelle tecniche, dalla pittura olio su tela, agli smalti e acrilici in tecnica mista, alla fotografia, gli artisti raccontano le loro verità del visibile. Il colore è l’unico elemento indispensabile a metterli tutti in comunicazione.

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Cristina Lefter, classe 1976, presenta in mostra una nuova visione della propria arte. Con la sua caratteristica tecnica dripping fa gocciolare gli smalti su tela creando così dei mondi misteriosi. A rispecchiare la sua personalità artistica forte e passionale sono i colori sgargianti che plasmano un’evoluzione figurativa dalla tradizione all’astratto action painting di Jackson Pollock, creando così una magia. Il quadro presentato all’Expo 2015 infatti nasconde un enigmatico volto e invita lo spettatore a scoprirlo, velato nelle linee astratte: vi è Maria Tănase, la “Edith Piaf” romena. La cantante dipinta così appare all’Esposizione Mondiale per la seconda volta dopo quella di Parigi 1937 dove rappresentò la Romania.

I colori dei pensieri, invece, costruiscono i quadri di Calina Lefter, classe 1978. Con la tecnica mista su tela l’artista cerca di oltrepassare i confini della realtà creando attraverso i paesaggi romeni, un ricordo, un pensiero, un momento. In occasione dell’Expo 2015 l’artista fa un omaggio al poeta storico romeno Mihai Eminescu, con dei colori teneri ma d’intensità unica, che ci inoltrano nel profondo della poesia pura.

Il lavoro di Lavinia Rotocol (1967) è una ricerca sulla natura di emozione, che l'artista definisce “eternità effimera”. Attraverso i colori di struttura leggera e la pennellata decisa Rotocol fa emergere l’energia, la verità da qualsiasi momento della vita: come se fossero dei frammenti del cinema catturati in un attimo fuggente. Entrando nell’atmosfera delle emozioni, si crea così l' “Energia”.

Tudor Andrei Odangiu, nato nel 1976, è un decoratore e restauratore di opere d’arte, affreschi e mobili. Questo influenza molto il suo stile: lavora spesso con il passato e quindi tutta la sua opera artistica ha un forte legame con la tradizione. Come afferma lui stesso, il particolare interesse verso la pittura fiamminga lo aiuta a portare la luce all’interno del quadro. Sono i colori luminosi a trasmettere il carattere e la passione dell’artista, racchiusi nel tema della lotta, della forza e della passione. Non a caso a lottare sull’arena dei colori sono sovente i tori, ciclicamente protagonisti nella storia delle arti visive, qui studiati con scrupolosa attenzione artistica.

Nelu Pascu, nato nel 1963, è un artista affermato in Romania, lavora nell’ambito dell’astratto concettuale. Spesso però si dedica anche al figurativo dipingendo soprattutto delle città, a volte facendole vedere come le mappe dei percorsi quasi planimetrici, come se fossero viste e vissute dall’alto. La scelta cromatica e quella materica nelle sue opere è sempre dettata da un bisogno interiore, ribadisce Nelu Pascu, non è mai la mente a comandare la sua pennellata. La sua arte non è razionale bensì proveniente dall’animo del pittore con un forte legame con le proprie radici che senza dubbio influenzano tutto il lavoro dell’artista, sia a livello della tecnica sia nei temi elaborati. Il colore nasce dalla luce. Sappiamo che scrivere con la luce è la prerogativa della fotografia, traendo il significato dall’etimologia stessa della parola.

Leonard Regazzo, 1970, dipinge con la luce – lavora con la fotografia, riflettendo sulla realizzazione d’immagini fotografiche senza utilizzo della machina stessa. L’artista elabora quindi la tradizione dei fotogrammi di Moholy-Nagy come anche dei rayogrammi di Man Ray. Il lavoro di Regazzo potrebbe essere definito come creazione enigmatica delle nuove materie (l’artista scansiona le bolle di sapone lanciando una lunga ripresa ad alta risoluzione): fortemente astratte queste figure sullo sfondo nero, portano lo spettatore nell’immenso infinito. Tutti gli artisti romeni in mostra vivono in Italia, sono giovani e ambiziosi nell’acquisizione del ruolo di messaggeri tra i loro due paesi, rapportandosi armoniosamente ai valori del proprio patrimonio culturale. La scoperta del proprio universo artistico nel profondo dell’anima di ognuno di loro racchiude un contributo alla propria cultura, una ragione di vita



martedì 10 marzo 2015

Due donne, due nazionalità: ma emozioni e sentimenti comuni





Due voci, due donne: una italiana e l'altra moldava. Due destini apparentemente diversi. Ma potrebbe essere la voce della stessa donna, che esprime le propsie emozioni, che racconta le proprie esperienze. Sentimenti universali si fanno poesia in forma di romanzo, per riflettere sulle difficoltà di chi è csotretto a lasciare il Paese d'origine e gli affetti e il dolore di chi è ammalato nell'anima. La solitudine, la compassione; il vuoto, la rinascita. Insieme. Questo e molto altro nel romanzo intitolato Sottobosco, di Simona Castiglione, edito da Ratio e Revelatio.



Abbiamo rivolto alcune domande all'autrice che ringraziamo molto.




Antonella e Vasiliţa sono due donne, una italiana e l'altra moldava: quali sono i tratti comuni in quanto donne e persone con destini diversi?


Sottobosco è un romanzo caratterizzato da una forte tensione verso l’abbattimento di stereotipi e pregiudizi. Uno fra tutti: le differenze culturali, religiose, censitarie renderebbero impossibile lo sviluppo di rapporti umani profondi e duraturi. Antonella e Vassi, in questo, sono esemplari: coltivano reciproche diffidenze, hanno lunghi periodi di distacco, anche emotivo, l’una dall’altra, hanno storie personali e facciate culturali diversissime, tuttavia non possono fare a meno di riconoscersi l’una nell’altra, di rispecchiarsi direi – in quanto madri sofferenti, in quanto donne con storie d’amore tormentate, ma soprattutto in quanto donne, di fatto, sole al mondo – accedendo a una dimensione parallela che tutti gli esseri umani occasionalmente frequentano: quella dell’empatia, della condivisione e dell’intimità vera a prescindere da ogni sovrastruttura. La loro amicizia è quasi un matrimonio, nella misura in cui “è per sempre”. Il messaggio di fondo è che tutti noi dovremmo frequentare più spesso questa dimensione alternativa, perché è estremamente arricchente e dà senso all’esistere.

 

Quali sono i motivi che l'hanno indotta a scrivere questa storia?


Motivi molto personali, che però mi piace condividere: qualche anno fa ho dato alla luce il mio secondo figlio e ho avuto la necessità di tornare al lavoro dopo soli tre mesi dalla sua nascita. Mi occorreva una tata e ho trovato una ragazza moldava che, inutile negarlo, assomiglia tantissimo alla Vassiliţa del romanzo. Anche io, come Antonella, ho provato inizialmente a trattarla come una “donna di servizio”, così, per non complicarmi la vita: non è stato assolutamente possibile! L’empatia ha preso il sopravvento. Dopo pochi mesi discorrevamo di tutto, infischiandocene bellamente di ogni barriera linguistica e culturale, ed eravamo in un rapporto di intimità e fiducia che raramente ho sperimentato con altre persone. Anche lei, però, è stata costretta a ritornare in patria. Siamo rimaste in contatto e spero con tutto il cuore di poterla riabbracciare, quest’estate, in occasione del tour promozionale per la traduzione romena di Sottobosco, che mi porterà anche in Moldavia.


Quanto è importante imparare a mettersi “nei panni dell'altro”?


È tutto. Per uno scrittore è la principale fonte d’ispirazione, ma anche per chi non scrive, sviluppare la capacità di sentire l’altro significa poter vivere molte altre vite, oltre alla nostra singola esistenza; fare a meno dei luoghi comuni, che sono comodi e pratici per incasellare il mondo e le persone, ma che falsano la realtà proponendocela “preconfezionata”; aprire la mente, elevare lo spirito e allenare il cuore che, essendo un muscolo, ne ha bisogno. In poche parole: crescere come individuo e come membro di una collettività.


Uno dei temi principali riguarda il fallimento di un'esperienza di migrazione...


È proprio così: il libro nasce da una serie di domande che io mi sono posta in forma speculativa, ma alla quale ho voluto dare risposta attraverso un’accurata indagine in loco. “Cosa accade quando un tentativo di migrazione fallisce? Cosa succede alla persona che sperimenta tale “fallimento” e alla sua famiglia? Come reagisce la comunità che la riaccoglie?”. Per rispondere, ho viaggiato a lungo in Moldavia, sulle tracce di storie non felici di emigrazione, e ho scoperto un’enorme quantità di dolore nascosto che urlava per venire allo scoperto. Ho voluto che il mio romanzo fosse uno spazio in cui dare voce a questo dolore, ho pensato che tutti noi, che abbiamo badanti, baby sitter e donne delle pulizie straniere, dovessimo contattarlo questo dolore, perché ci appartiene e non volerlo vedere sarebbe falsa coscienza. Mi piace citare, a questo punto, la mia amica moldava Lilia Bicec, che ha pubblicato per Einaudi un’opera epistolare di toccante bellezza, Miei cari figli vi scrivo, dove mette in luce, senza mai scadere nel patetico, la sofferenza dell’emigrante perfino quando ha successo, come nel suo caso. Noi italiani dovremmo ricordarcela bene, questa sofferenza, perché ci è appartenuta a lungo storicamente. Il problema, e qui parlo da docente e non da scrittrice, è che le nuove generazioni sono state educate dalla temperie culturale dominante all’oblio della storia, perché porre gli eventi in una prospettiva storicizzata apre squarci di consapevolezza che non sono desiderabili per chi vuole formare eserciti di mediadipendenti manipolabili.
 

La scrittura del testo presenta alcune simmetrie, quali ad esempio, quella tra le protagoniste, ma anche tra i due Paesi. Quali sono le sue considerazioni a riguardo?


Ci siamo illusi a lungo, noi “occidentali”, di vivere in una situazione di benessere inestinguibile. La recente crisi ci ha smentito in pieno. Il benessere ha abbandonato molti di noi, la disoccupazione galoppa, il futuro non promette nulla di buono. E c’è chi lascia l’Italia per cercare fortuna altrove, è già in atto un piccolo fenomeno migratorio che ci riguarda. La Moldavia, con la sua povertà, la sua mancanza di risorse, la sua fragilità, non ci sembra più così lontana come pochi anni fa. Siamo regrediti e abbiamo paura, gli “stranieri” ci appaiono ora più forti, capaci di lavorare più a lungo e meglio, in grado di rifarsi una vita in un Paese spesso ostile, e perfino di condurre un’esistenza di qualità: molti immigrati ibridi prendono la laurea e spesso hanno ottimi risultati nello studio e nel lavoro. Non c’è una ricetta per superare la paura e l’ansia di questo periodo critico, ma il consiglio che mi sento di dare è questo: accogliere, sostenere, empatizzare invece di rifiutare, ostacolare, disconoscere.


martedì 6 gennaio 2015

Romania di ieri e di oggi e il futuro dell'Europa




Le catacombe della Romania. Testimonianze dalle carceri comuniste 1945 – 1964: questo il titolo di un saggio originale e importante. Ricordare il Passato serve sempre per capire il Presente e questo è uno dei motivi per cui Rediviva Edizioni ha pubblicato questo testo ricco di testimonianze e di riflessioni sull'opposizione al regime comunista: una lotta per la libertà di pensiero e per la dignità. Una resistenza operata da molti: persone comuni, artisti, intellettuali, religiosi.



L'Associazione per i Diritti Umani ha organizzato un incontro di presentazione del saggio, con materiale video, alla presenza della curatrice, Violeta P. Popescu, del giornalista Antonio Buozzi e dell'attore Vlad Scolari che ha letto alcuni brani. Un incontro emozionante che, insieme ad altri, l'associazione propone anche per le scuole medie e superiori. Per informazioni scrivere a: peridirittiumani@gmail.com







Se apprezzate il nostro lavoro e volete aiutarci, potete fare una piccola donazione, anche di due euro: in alto a destra sulla homepage trovate la scritta “Sostienici”. Cliccate e potrete fare la vostra donazione con Paypall o bonifico. Facile e sicurissimo. GRAZIE!

venerdì 21 novembre 2014

Memoria storica e attualità


Associazione per i Diritti Umani

PRESENTA



D(i)RITTI AL CENTRO

Memoria storica e attualità



presentazione del saggio “LE CATACOMBE DELLA ROMANIA – Testimonianze dalle carceri comuniste 1945 - 1964”

alla presenza di Violeta P. Popescu, Antonio Buozzi, Mirela Tingire, Vlad Scolari



MERCOLEDI' 26 NOVEMBRE

ore 19.00

presso

BISTRO' DEL TEMPO RITROVATO

Via Foppa, 4 (MM Sant'Agostino) Milano



L’Associazione per i Diritti Umani presenta il nono appuntamento della serie di incontri dal titolo “DiRITTI AL CENTRO”, che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti, temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e all’estero, minori, carceri, disabilità.

In ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umani attraverso la sua vice presidente Alessandra Montesanto, saggista e formatrice, vuole dar voce ad uno o più esperti della tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico, vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in generale sui grandi temi dei giorni nostri



L'appuntamento è per mercoledì 26 novembre, alle ore 19.00, presso il Bistrò del tempo ritrovato, Via Foppa, 4 (MM Sant'Agostino) Milano




IL LIBRO:

...La Romania non ha ancora chiuso tutti i conti con il proprio passato. Il passo successivo nel processo che impone di confrontarsi con il passatocomunista e recuperare la memoria è quello di conoscere i responsabili del gulag romeno. Accettare il passato comunista significa anche chiarire i fatti che hanno condotto a un vero e proprio genocidio di massa”.


Per rendere onore a tutti romeni che hanno sofferto in nome della libertà, della dignità e della fede, durante il regime comunista della Romania”.

mercoledì 11 giugno 2014

Le catacombe della Romania: le colpe di un regime





Abbiamo intervistato, per voi, la dott.ssa Violeta P. Popescu, scrittrice e curatrice del saggio intitolato Le catacombe della Romania. Testimonianze dalle carceri comuniste 1945-1964 un testo storico, importante, utile per ricordare e far emergere un Passato che molti molto lasciare nell'oblio. Un regime duro che ha represso, con la violenza, la libertà e la vita di chi ha lottato per i valori democratici.

Ringraziamo molto Violeta P. Popescu per queste sue parole.


Come si è sviluppato il progetto di questo libro: come avete raccolto le testimonianze, quanto tempo avete impiegato per realizzarlo ?



Il libro “Le catacombe della Romania. Testimonianze dalle carceri comuniste (1945-1964)” che recentemente è uscito presso la casa editrice Rediviva, collana Memorie, è un lavoro documentario di squadra. Sul portale CulturaRomena.it le mie collaboratrici hanno lavorato con tanta dedizione a questo volume: Lorena Curiman, Claudia Bolboceanu, Mirela Tingire hanno iniziato a pubblicare un paio d'anni fa alcuni articoli che trattavano della storia recente del nostro Paese, in particolare del regime comunista e della durissima repressione, notando un grande interesse da parte del pubblico lettore; quindi abbiamo pensato di riunire e dar voce al passato e di riportare le testimonianze di alcuni personaggi per far conoscere una realtà storica della Romania.



Quanto è importante la Memoria per la Romania di oggi e per l'Europa?

Il libro intende proprio essere un “recupero della memoria” recente della storia romena. Il regime comunista instaurato in Romania dopo la seconda guerra mondiale ha tentato di cancellare la memoria storica del popolo romeno puntando nella sua strategia di creare “un uomo nuovo”, una persona senza radici, senza memoria e parzialmente direi che ci sia riuscito. Il regime ha significato un cambiamento forzato e un tragico isolamento dalla grande famiglia europea. Fino alla caduta del regime, nell'89, il Paese era percepito nell' Occidente come “il paese del dittatore Ceausescu”. Si è studiato ad esempio poco il ruolo della resistenza e dei movimenti anticomunisti attivi in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Oltre ai fatti ben noti dell’89, l’opinione pubblica dell’Europa occidentale è a conoscenza solo dei maggiori episodi di ribellione popolare contro i regimi oppressivi, come la Rivolta ungherese del 1956 o la Primavera di Praga del 1968, mentre a mio avviso restano ancora in gran parte sconosciuti fenomeni come la repressione comunista e la resistenza anticomunista in Romania. Quindi la memoria...va recuperata nel senso di conoscere e di avere un'immagine di quello che è accaduto. L’identità di molte delle persone che hanno trovato la morte nelle carceri comuniste è destinata a restare sconosciuta senza lo sforzo di un lavoro documentario e un percorso che porta all' attenzione questa realtà.



La Romania ha visto nascere il regime comunista con tutte le sue conseguenze: il nostro saggio intende far conoscere il periodo delle carceri trasformate negli anni'50 del partito in veri centri di sterminio, in veri gulag.



Abbiamo notato una carenza bibliografica in Italia su questa tematica tranne alcuni lavori, tra cui nomino il volume “I musica per i lupi” di Dario Fertlio che parla del fenomeno della rieducazione del carcere Pitesti.



I fatti storici raccontati nel nostro breve saggio, attraverso le testimonianze dei nostri dieci personaggi (di cui nessuno è più vivente) - non rappresentano una realtà storica che io, le mie compagne del libro, la mia generazione ha studiato durante la scuola perchè, fino al momento della Rivoluzione dell'89 e la caduta del regime, era vietato fare commemorazione, ricordare le vittime, organizzare delle conferenze. Dopo la caduta del regime siamo entrati in contatto con alcuni sopravvissuti ed e stato come un risveglio scoprire migliaia e migliaia di vittime, una realtà ben nascosta del regime.

 


Si possono paragonare le carceri e i campi di lavoro forzato ai lager nazisti?


Si tratta in tutti e due casi di regimi totalitari in cui sono avvenuti gravi violazioni dei diritti umani: esecuzioni individuali e collettive, morti in campi di concentramento, fame, deportazioni, torture e altre forme di terrore fisico di massa, persecuzioni su base religosa o etnica, violazioni della libertà di coscienza, della libertà di stampa e l'elenco può continuare.

A quasi 25 anni di distanza, fare una stima del numero di persone decedute durante il regime in Romania risulta molto difficile a causa della scarsa affidabilità delle fonti di informazione di allora soggette a pesanti controlli.

Secondo i dati forniti dall’Istituto di Investigazione dei Crimini del Comunismo in Romania, un ente che si è impegnato a far conoscere questa realtà storica, durante il regime comunista in Romania esistevano 44 carceri e 72 campi di lavoro forzato in cui sono passati oltre tre milioni di romeni, 800.000 dei quali sono morti. Migliaia di romeni provenienti dal mondo dei contadini ricchi, fedeli ortodossi, greco-cattolici, romano-cattolici, intellettuali, operai, oppure attivisti di partiti storici, sono stati arrestati, rinchiusi nelle carceri, prelevati dalle loro case e uccisi sulle strade, ai bordi dei fossi, nei boschi o sono scomparsi senza lasciare traccia. I nomi e il numero di tutti questi martiri non si sapranno mai.

Oggi alcune carceri sono state trasformate in memoriali dei luoghi della sofferenza. Ad esempio: il carcere Aiud dove oggi esiste un monumento innalzato nella memoria delel vittime. La direzione politica del Paese ha deciso di trasformare nel 1947 la prigione di Aiud in un grande centro di sterminio, per l’élite religiosa e intellettuale dove I detenuti sono stati sottoposti a torture e a un trattamento disumano; oppure il carcere Sighet dove nell'anno 1950 più di cento persone che avevano superato l'età di di 60 anni (ex-ministri, accademici, economisti, militari, storici, giornalisti, politici), sono stati incarcerati, condannati a pene pesanti, altri neppure giudicati.

Vorrei nominare anche il carcere Piteşti, luogo dove è stato condotto il più orrendo esperimento concentrazionario del dopoguerra. Gli oppositori del regime comunista (principalmente studenti universitari, liberali, conservatori, religiosi e cristiani di tutte le confessioni) vengono richiusi a Piteşti con l’obiettivo di rieducarli, di farne degli “uomini nuovi”. Per due anni, dal dicembre 1949 al gennaio 1952, il carcere di Piteşti si trasforma in un vero inferno in cui viene sperimentata una tecnica sconosciuta nell’ambito carcerario, la “rieducazione” dei detenuti politici. I “rieducati” erano obbligati ad autodenunciarsi, a negare se stessi, a denunciare la propria famiglia, gli amici e le fidanzate.


Può anticipare alcune testimonianze riportate nel testo? Per quali valori hanno lottato le persone che hanno perso la vita durante il regime comunista?

Nel buio delle carceri diffuse su tutto il territorio della Romania, un'intera generazione è stata sottoposta a torture e alle sofferenze disumane per aver continuato a credere in una società democratica.

Il legame con il passato, con i valori democratici, con i valori morali, l’amore per la patria, la testimonianza della fede venivano considerati “colpe maggiori”.

Tutto quello che significava i valori tradizionali che avevano accompagnato i romeni per intere generazioni, erano considerati un vero pericolo per il nuovo regime; con pretesti a volte assurdi, si procedeva ad arresti di massa, mentre i detenuti venivano sottoposti a torture di tipo fisico e psicologico a volte fino alla morte.

Molti prigionieri hanno sacrificato la vita in nome dei loro ideali democratici, delle loro convinzioni e della fede come veri martiri. Si tratta di persone incarcerate non solo perché si opponevano al regime e non accettavano il nuovo potere, ma anche perché erano cristiani pronti a testimoniare la fede, un aspetto che agli occhi dei comunisti appariva la “colpa” maggiore da punire cercando anche falsi capi d’accusa.


Il titolo del libro: Le catacombe della Romania - è un modo metaforico per definire le carceri, le celle, in cui hanno sofferto migliaia di detenuti. L'ultimo supporto rimasto nelle carceri era, come testimonia un'intera letteratura memorialistica, il supporto spirituale: la preghiera e la fede in Gesù Cristo. Il regime comunista nutriva un grande odio verso la fede – considerava “i mistici” (i credenti) le persone più pericolose.


Abbiamo ricordato nel libro alcune figure che hanno scontato da dieci a vent'anni di carcere oppure sono morti: padre Gheorghe Calciu Dumitreasa (1925-2006) che ha scontato più di 20 di carcere, il poeta Radu Gyr (1905-1975) condannato a morte per una poesia, il grande filosofo Mircea Vulcanescu (1904-1952) morto ad Aiud; il poeta Vasile Voiculescu (1884-1963) una delle figure più importante della poesia romena del periodo interbelico; il principe e sacerdote cattolico Vladmir Ghika (1873-1954) incarcerato a Jilava (beatificato l'anno scorso dalla Chiesa Cattolica), si spense a 80 anni a causa del trattamento inumano cui era stato sottoposto e tanti altri nomi vittime del regime.

 

Quali sono le aspettative della Romania contemporanea?


Penso sia ancora lunga la strada per arrivare ad un traguardo. La Romania nascosta per cinquant’anni dietro il muro del comunismo, ha attraversato momenti decisivi, incompresi e poco studiati. Un tempo considerata il “granaio d’Europa”, per la sua ricchezza agraria, la Romania è passata ad essere uno dei Paesi più provati dal blocco comunista.

Dopo l'89 sono stati fatti passi importanti: l'ingresso nella NATO, l'ingresso nell'UE, ma ci sono ancora tanti altri passi da compiere in vari settori.

martedì 10 dicembre 2013

I diritti (negati) ai bambini rom e sinti


Oggi, in occasione della giornata mondiale dei diritti umani, pensiamo che sia importante parlare dei rom e dei sinti, comunità che, troppo spesso e più di altre, sono vittime di discriminazioni e di stereotipi negativi. E ne parliamo facendo riferimento al rapporto intitolato “Mia madre era rom” stilato dall'Associazione 21 luglio in cui si è analizzato il fenomeno delle adozioni dei minori rom nella Regione Lazio e, soprattutto, nella capitale dove i rom e i loro figli vivono in gravi condizioni igieniche e abitative, condizioni che sono la conseguenza delle politiche (e di una mentalità) orientate all'esclusione sociale.
Secondo il rapporto, un bambino rom ha 40 probabilità, rispetto ad un suo coetaneo “gagi”, di essere dichiarato adottabile e, quindi, di essere allontanato dalla propria famiglia d'origine. Perchè? Perchè i giudici, i Pubblici Ministeri, gli assistenti sociali spesso imputano - per mancanza di conoscenze e per pregiudizi radicati - alla stessa cultura rom (o sinti) e alla volontà dei genitori, il degrado ambientale e culturale in cui vivono bambini e adolescenti.
In quest'ottica risulta semplice far adottare un minore rom ad una famiglia non rom per ripristinare, forzatamente, i diritti del minore stesso, ma l'Associazione 21 luglio fotografa, con le seguenti parole, questa modalità di intervento da parte delle istituzioni: “Segregando i rom su base etnica nei cosiddetti 'campi nomadi'...le istituzioni locali prima condannano le comunità rom a vivere in situazioni di totale degrado e all'esclusione sociale, lavorativa e abitativa. E poi sottraggono loro i propri figli per proteggerli dal rischio di vivere in quel contesto inadeguato alla fruizione dei diritti dell'infanzia che gli stessi amministratori hanno creato”.
Ricordiamo, inoltre, che secondo una stima recente, in Italia sono presenti circa 170 mila rom e sinti: solo 35 mila vivono in insediamenti formali e informali; più della metà hanno la cittadinanza italiana e un lavoro; molti ancora, provenendo dalla Romania e dalla Bulgaria, sono cittadini comunitari. Nonostante questi dati, in base anche a molti studi di monitoraggio sull'uso dei termini e degli aggettivi da parte degli organi di informazione (ma anche nell'uso comune) le parole “zingaro” o “rom” sono ancora associate a opinioni dispregiative.

Per approfondire questi e altri temi, vi segnaliamo il seguente evento:

CONTAINER 158

Mercoledì 11 dicembre alle ore 20, presso l’Auditorium San Fedele di Milano – via Hoepli 3/b.

L’evento è organizzato da Amnesty International Italia, Associazione 21 luglio e Zalab.

L’evento, che sarà introdotto e moderato dal
giornalista Gad Lerner, prevede la proiezione in prima italiana di “Container 158”, il film documentario di Stefano Liberti e Enrico Parenti che racconta la vita nel campo rom più grande d’Europa. A seguire una Tavola rotonda dal titolo “Figli dei campi: habitat marginali e diritti rubati” alla quale parteciperà l’Assessore alla Sicurezza e Coesione Sociale del Comune di Milano Marco Granelli e rappresentanti delle associazioni.
Nel corso della serata l’Associazione 21 luglio presenterà il nuovo rapporto “
Figli dei campi” sulla condizione dell’infanzia rom negli insediamenti formali e informali in Italia.




giovedì 14 novembre 2013

La carovana dei diritti umani: quando la letteratura parla d'amore (e non solo)


Domenica scorsa,10 novembre, si è svolto un altro intenso e importante incontro della Carovana dei diritti umani.
Abbiamo presentato il romanzo Per chi crescono le rose di Ingrid Beatrice Coman e la raccolta di poesie 150 grammi di poesie d'amore di Viorel Boldis: gli autori, insieme a Raffaele Taddeo, hanno dato vita ad una serata emozionante e ricca di riflessioni. Abbiamo registrato, come sempre, l'iniziativa per chi non ha potuto partecipare anche se ci dispiace per chi non è riuscito a venire in quanto consideriamo utile e bella la conoscenza diretta delle persone, in particolare quando gli autori, gli artisti, le persone invitate si rendono disponibili per dialogare con il pubblico.
Ringraziamo ancora di cuore Elena Ruggi, che ha letto alcuni brani delle opere, gli scrittori, Raffaele Taddeo, i ragazzi della Ligera che ci hanno ospitato e tutti coloro che hanno seguito l'incontro con tanto interesse e calore.
Vi aspettiamo per la prossima tappa della carovana di cui vi daremo informazioni prestissimo.


sabato 2 novembre 2013

La carovana dei diritti...continua ! Con un altro invito per voi

Cari amici, 
la carovana dei diritti, organizzata dall'Associazione per i Diritti Umani, continua grazie a voi e con voi.

Vi invitiamo al prossimo incontro con gli scrittori romeni: Viorel Boldis e Ingrid Beatrice Coman per la presentazione della raccolta di poesie "150 grammi di poesia d'amore" e del romanzo "Per chi crescono le rose", alla presenza dei due autori e di Raffaele Taddeo, presidente dell'associazione interculturale La Tenda. E, alla fine, ci sarà un'altra bella sorpresa...! 

Vi aspettiamo DOMENICA 10 NOVEMBRE, alle ore 19.00 

presso la LIGERA, in Via Padova, 133 Milano







giovedì 19 settembre 2013

Matei copil miner: una piccolo grande film rumeno, di Massimiliano Studer



La 49a mostra del Nuovo cinema di Pesaro ha premiato, nel giugno del 2013, Matei copil miner (Matei bambino minatore, Rom-Fra-Ger, col., 80’, 2013) scritto, montato e diretto da Alexandra Gulea, all’esordio da regista in un film di finzione dopo diversi lavori come documentarista, con due riconoscimenti: premio della giuria giovane e premio Lino Miccichè. La nostra associazione Formacinema è riuscita ad entrare in contatto con i responsabili del Festival di Pesaro per ottenere la copia del film e inserirla all’interno della rassegna “Le vie del cinema: i film di Venezia e Locarno a Milano” che si svolge, in diverse sale cinematografiche, a Milano dal 16 al 24 settembre 2013. La proiezione del film avverrà il 23 settembre presso il cinema Apollo di Milano in due distinti orari: alle 15 e 30 e alle ore 20. Non vi è dubbio che per Milano è un’occasione unica per poter vedere un film premiato in una delle più importanti e raffinate manifestazioni cinematografiche d’Italia. È la prima volta, infatti, che accade un evento del genere perché mai, prima d’ora, il Festival è riuscito ad arrivare nella nostra città e questo è motivo di orgoglio per la nostra Associazione.
Il film vincitore del Festival di Pesaro proviene da una delle realtà cinematografiche più emergenti d’Europa, la Romania. Già presentato con grande successo di critica e pubblico al Festival di Rotterdam, il film narra la storia di un ragazzino di nome Matei, interpretato da un giovanissimo, talentuoso e quasi sempre muto Alexandru Czuli, che vive in un villaggio minerario della Romania. La cittadina appare in rovina a causa di un evidente declino sociale ed economico dovuto alla cessazione dell’estrazione del carbone. La rappresentazione visiva di questo contesto ambientale è ottenuta dall’uso insistente di panoramiche dall’alto, in campo lungo, capaci di inserire i personaggi in un quadro che, pur desolante, emana un indubbio fascino visivo. L’esperienza della regista come documentarista permette all’occhio della macchina da presa di individuare sempre l’aspetto poetico degli scorci più desolanti. Queste inquadrature, inoltre, vengono sincronizzate, spesso e volentieri, con i versi degli uccelli in volo o con i rumori della città o con una musica allegra di origine zingara. Quasi tutto il film si svolge durante l’inverno e questa scelta di sceneggiatura è funzionale alla possibilità di accentuare l’aspetto squallido e triste di un paesino caduto letteralmente in rovina. Ed è in questo freddo e desolante contesto che il giovane protagonista cerca di trovare il calore affettivo che gli manca. Un’inconsueta passione per gli insetti permette a Matei di incrementare l’affetto proveniente sia dal rapporto con l’anziano e all’apparenza premuroso nonno sia alle algide telefonate che la madre, residente all’estero, gli fa ogni sera. Un elemento importante della narrazione è dedicato, inoltre, all’ambiente scolastico in cui il piccolo protagonista si muove ed esprime la sua personalità. Un luogo, tuttavia, gestito da adulti che sembrano incapaci di promuovere comportamenti formativi attenti alle esigenze delle piccole personalità dei loro frequentatori. Una delle scene chiave del film, ad esempio, ci mostra un amico di Matei mentre viene umiliato davanti alla classe perché non ricorda una poesia (vedi foto a fianco). Questo evento rappresenta la svolta del film perché porterà il protagonista a intraprendere delle scelte che cambieranno la sua vita. In una gelida sera, infatti, i giovani protagonisti decidono di imbrattare la macchina della professoressa di lettere con alcune scritte ingiuriose per vendicarsi dell’umiliazione subita. La bravata, tuttavia, non passa inosservata e Matei viene espulso da scuola. Il nonno, convocato dall’insegnante di rumeno, viene avvertito dell’episodio. Appena rientrato a casa, però, picchia violentemente il nipote che decide, a questo punto, di fuggire di casa. Una fuga che segnerà il protagonista e lo renderà consapevole di un disprezzo per quelle istituzioni degli adulti che non sono state capaci di comprendere il suo mondo. Matei, senza riflettere troppo sulle conseguenze del gesto, prende il primo treno che parte dal paesino e si reca a Bucarest. Raggiunge la capitale di notte e in un museo di storia naturale, In una delle scene più suggestive del film, incontra il guardiano che riesce a apprezzare e valorizzare la passione del protagonista per gli insetti. Rientrato al paesino dopo questa breve ma intensa avventura, Matei scopre che il nonno è morto. Gli assistenti sociali cercano di capire dal bambino, ormai scivolato in un rabbioso mutismo, se desidera recarsi in Italia dalla madre o se preferisce rimanere in un orfanotrofio. La madre di Matei, però, rientra in Romania per portare con sé il figlio nel Bel Paese. Mentre stanno per partire, Matei si nasconde e, in questo modo, sceglie di rimanere nel piccolo villaggio mentre la madre lo abbandona di nuovo perché, del tutto incurante del figlio, riesce a prendere l’areo che la riporterà di nuovo in Italia. Il film si chiude con la stessa inquadratura con cui si apre: una ripresa dei tetti delle case del piccolo villaggio dove Matei ha scelto di vivere.
Al di là della trama, come sempre, è più interessante evidenziare lo stile visivo del film. Una pellicola, in molti momenti, è quasi senza dialoghi e incentrata sulla comunicatività delle immagini e delle situazioni. Un montaggio sempre attento a dialogare con l’intelletto dello spettatore perché è lui a dover interpretare le informazioni per comprendere la trama. In questo senso la scelta stilistica più frequentemente usata dalla regista per narrare le vicende del protagonista è l’ellissi. Molti episodi del film, infatti, sono giocati sul salto temporale operato dal montaggio che la mente dello spettatore è costretto a colmare con l’immaginazione e la deduzione logica. Si pensi, ad esempio, alla punizione corporale subita da Matei ad opera del nonno. Lo spettatore, infatti, non assiste al dialogo tra l’insegnante e il nonno ma ne deduce i contenuti. Anche il viaggio in treno è raccontato con lo stesso stratagemma narrativo. L’altoparlante della stazione, infatti, elenca tutte le fermate e l’ultima è proprio Bucarest est. Quando lo spettatore vede camminare Matei per le strade di una città è immediatamente in grado di dedurre che si trova proprio nella capitale rumena. Un film molto intenso, dunque, da un punto di vista visivo supportato dall’espressività del viso del piccolo Matei con i suoi grandi occhi marroni che scrutano il mondo degli adulti troppo spesso cinici e del tutto incuranti delle esigenze dei ragazzi. Un film che parla della condizione dell’adolescenza e con lo sguardo universale degli adolescenti, uguali in tutte le parti del mondo. Ma è la visione diretta del film a permettere ai lettori di comprendere appieno le tematiche della pellicola.

Ringraziamo tantissimo Massimilano Studer, direttore responsabile di formacinema.it

Per poter vedere Matei Copil Miner presso il cinema Apollo di Milano, gli spettatori possono acquistare i biglietti su www.lombardiaspettacolo.it o all'Infopoint dell'Apollo, aperto tutti i giorni dalle 13 alle 20.

Aggiungiamo questo link con un altro interesante articolo di Monica Macchi, sul festival di Istanbul

lunedì 9 settembre 2013

Laboratorio Taivè: un progetto di sartoria per donne rom

  Foto di Lara Pischedda DS Visual School

Otto donne provenienti da Romania, Macedonia, Kosovo e Serbia ( e una decine di volontarie) danno vita, ogni giorno, al Laboratorio Taivè. “Taivè”, in lingua romanì, vuol dire “filo”: infatti il laboratorio offre, a prezzi concorrenziali rispetto al mercato, servizi di stireria e piccola sartoria: orli, cambio cerniere, accorciamento maniche. Tutti quei piccoli lavori domestici che molte donne non sanno più fare o a cui non riescono a dedicare il proprio tempo. Le lavoratrici del Taivè producono, inoltre, oggetti per la cucina (strofinacci, guanti, grembiuli), vestiti e borse.
Il laboratorio si trova nel cuore del quartiere di Lambrate, a Milano, all'angolo tra via Carpi e via Wildt e nasce da un progetto volto allo scopo di offrire un'occasione formativa e lavorativa alle donne che abitavano nei campi rom di via Novara e di via Triboniano.
Il percorso è partito dalla Caritas Ambrosiana e dalla Cooperativa Ies-Impresa Etica Sociale e ha ottenuto il sostegno di vari enti e istituzioni: il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali (che ha finanziato la prima annualità del 2009-2010), coordinato dalla Fondazione ISMU; la Caritas Italiana; e Fondazione Cariplo. 
  Foto di Lara Pischedda DS Visual School
Le otto signore, e le loro aiutanti, lavorano in un piccolo, accogliente spazio e - dato importante - si alternano ad un unico tavolo, proprio a sottolineare il lavoro di squadra e senza gerarchie. Un lavoro sì, perchè sono assunte regolarmente e vantano una discreta clientela.
Questo è l'epilogo positivo di un'esperienza di inclusione e di emancipazione femminile all'interno della comunità; un'opportunità professionale che si è venuta a creare grazie al fatto che queste persone abbiano seguito corsi di formazione con lezioni di italiano e lezioni pratiche di sartoria per poi mettere in pratica le conoscenze e le abilità acquisite.
Foto di Lara Pischedda DS Visual School
E non è finita qui: il laboratorio Taivè oggi è in grado di offrire un nuovo servizio: “Et voilà!”, questo è il suo nome, gioioso e ironico, per proporre i lavori di sartoria, ma anche la possibilità di stirare...a domicilio.

Per chi fosse interessato:

Laboratorio Taivè
Via E. Carpi angolo via A. Wildt (M2 Lambrate, Bus 55)
tel: 02 26822423
Aperto dal martedì al venerdì 10-13 / 14-18 e il sabato 10-13/ 14-17


giovedì 21 marzo 2013

Giornata contro il razzismo e le discriminazioni: una poesia di Viorel Boldis


 
 
A MEZZ'ARIA TRA DUE PATRIE


Non abbiamo più neanche il coraggio di sognare,
neanche il coraggio di volare,
perché qualcuno ci ha preso tutto, il corpo e l’anima,
le braccia e la mente e pure le impronte.

Ma quale vita, quali sacrifici meritano di essere vissuti
sempre sui bordi di uno scoglio,
sempre a mezz’aria tra i nostri sogni e questa realtà?

Guardate, guardate le nostre scarpe
come sono sporche della polvere di tanti paesi.
Guardate, guardate le nostre facce
come sono diverse e colorate!

Non abbiamo più neanche il coraggio
di ridere o piangere insieme.
Tristi e smarriti su strade che non sono le nostre,
dentro i destini che non vogliamo, ma subiamo.

Io essere bravo signore
...io avere documenti in regola signore
...io non rubare signore
...io lavorare e basta signore
...sì signore ...sì signore ...”
...oh Signore!

Ma quale io, non c’è più, non esiste più il nostro io,
è rimasto inchiodato nel passato, nei ricordi
che piano piano svaniscono
inghiottiti da tutta questa nebbia.

Guardate, guardate come sono sottili le nostre vite,
quasi ve le potete infilare nelle tasche
e tirarle fuori soltanto nel momento del bisogno,
per pulirvi le mani o soffiarvi il naso,
o chissà, se per caso vi manca la carta igienica...

Che noia il ticchettare monotono del tempo
quando sconfitti dalla vita e con la testa china
girovaghiamo sulle vostre strade, nelle vostre città,
e vi vogliamo bene, magari non per amore
ma per non odiarvi.

Che noia questo ticchettare monotono del tempo,
e peggio ancora quando non si ha un senso di marcia,
quando non si conosce il punto d’arrivo,
ma soltanto la strada, tortuosa e sempre, sempre in salita.

Guardate, guardate signori, nei nostri occhi
luccicano le vostre lacrime...
 
 
di Viorel Boldis, poeta e scrittore 

lunedì 7 gennaio 2013

La paura dell'Altro - scritto da Viorel Boldis, poeta e scrittore rumeno


Forse la parola che più delle volte viene abbinata allo straniero è la PAURA! Nell’abbordare il tema della paura, bisogna prescindere dal seguente quesito: i confini culturali coincidono con i confini geografici? Lo spostamento, lo sradicamento migratorio, non essendo soltanto geografico, ma anche identitario e socioculturale, come facciamo a capire dove finisce una cultura e dove comincia un’altra?

Oggi il mondo, oltre a essere diviso e insicuro, è anche abitato sempre più da culture diverse che entrano in contatto molto più velocemente rispetto al passato. Queste altre culture generano ombre, paura, intolleranza, inquietudine, proprio perché sono sconosciute, perché portano mondi e modi diversi di vivere la quotidianità.

La diversità culturale è diventato uno dei problemi maggiori con il quale il mondo globalizzato si confronta. La diversità culturale non produce necessariamente incompatibilità di convivere e di comunicare. È l’immagine sbagliata che si crea attraverso percezioni e stereotipi veicolati ripetutamente che ci fa credere che l’altro, il nuovo arrivato, non è compatibile con il nostro modo di vivere, e così, ogni tentativo di comunicazione viene frainteso, e più delle volte il dibattito si trasforma in conflitto.

È naturale chiedersi quali sono le cause della paura del diverso in generale, e della diversità culturale che il diverso, l’altro, porta con se. Si potrebbe attingere agli archetipi primordiali e non saremo in errore, poiché la maggior parte delle paure che l’essere umano sperimenta, hanno radici proprio negli archetipi primordiali. Ma, se vogliamo una spiegazione più semplice e vicina ai giorni nostri, possiamo rispondere cercando di capire come viene percepito e giudicato oggi lo straniero: lo straniero, l’altro, viene giudicato non per quello che è, ma per come viene definito dai mass media e dalla politica. Di conseguenza, le comunità straniere appaiono agli occhi della popolazione ospitante, non così come sono, ma come sono definite.

In realtà, la paura della diversità culturale in un mondo che attraverso la globalizzazione si sta sempre più uniformizzando, è, in un certo senso, un paradosso.

Un’altra causa che contribuisce alla paura della diversità culturale è, senza ombra di dubbio, la velocità, la rapidità delle mutazioni che avvengono a livello planetario, ma anche la velocità con la quale viaggiano le notizie. L’informatizzazione dei media, ma soprattutto l’avvento dell’internet, ha fatto si che, praticamente, qualsiasi notizia venga divulgata in tempo reale. Ma quello che influisce di più sulla percezione delle notizie che riguardano il diverso, lo straniero, è la filtrazione, l’alterazione di tali notizie da parte dei mass media. Tante volte abbiamo visto come le notizie che riguardano i stranieri vengono distorte. I giornalisti, purtroppo, si lasciano influenzare dagli stessi stereotipi che, in realtà, dovrebbero combattere. E, siccome oggi il mondo viene percepito soprattutto attraverso i mass media, possiamo affermare che i mass media hanno il ruolo principale per quello che riguarda la percezione della diversità culturale.

Possiamo dire che la cultura che ogni individuo sperimenta, è una cultura di tipo stanziale, che non va oltre la conoscenza acquisita e le esperienze vissute. Una cultura di tipo stanziale è anche una cultura statica, che rischia di coinvolgere e influenzare anche le altre sfere della società, inclusa quella economica. La crisi che l’Italia attraversa è un esempio eloquente da questo punto di vista.

Tra le cause che contribuiscono alla paura dell’altro, non possiamo non aggiungere le differenze religiose che separano i popoli. In questo caso, il più delle volte, ci accorgiamo come la paura della diversità culturale si trasforma in odio. Il diverso viene percepito sempre più come l’ostile, l’avversario da combattere, il nemico per eccellenza, perché non credendo nel nostro Dio, il diverso viene percepito come amico del nostro Diavolo. Purtroppo questo è uno degli stereotipi più diffusi e pericolosi, che da sempre genera guerre e divisioni.

Come fare per contrastare tali convinzioni? Quali mezzi, quali strumenti dobbiamo o possiamo usare noi stranieri, per primi, per farci conoscere per quello che siamo, per allontanare i sospetti, per far sì che la diversità culturale sia percepita come ricchezza, e non come fonte di paure, inquietudini, conflitti?

Per contrastare tali stereotipi, bisogna comprendere e dialogare, questi sono i principali pilastri dell’interculturalità: comprendere e dialogare, ragionare insieme, condividere.

Innanzitutto bisogna contrastare la stereotipizzazione mediatica della diversità culturale, rispecchiata sia nei mass media che nei discorsi populisti che ogni tanto si sentono nei periodi delle campagne elettorali.

Bisogna svestire l’interculturalità tanto sbandierata nei ultimi tempi, e renderla più visibile, più alla portata della società che la circonda.

L’intreccio di culture diverse non deve, per forza, amalgamare concetti e idee, valori e verità: nessuna cultura ha l’esclusività della verità o dei valori. L’intreccio di culture diverse può, e deve coesistere, non contrastandosi a vicenda, ma generando magari nuovi valori, e perché no, nuove società.

Volendo, possiamo liberaci dagli stereotipi, possiamo non essere sempre prigionieri della nostra cultura stanziale, o del nostro linguaggio, o delle nostre tradizioni. Questo non significa rinunciare alla nostra cultura, o ai nostri valori, o alla nostra lingua, o alle nostre tradizioni, significa semplicemente coesistere e condividere, e all’occorrenza tollerare.

La paura della diversità culturale non riguarda soltanto il ricco occidente, ma, con l’avvento della globalizzazione, agisce in modo trasversale, e trasversale è anche l’angoscia e l’ansia che essa genera. Di conseguenza, se vogliamo trovare un rimedio alla paura del diverso e della diversità culturale, questo deve essere e deve agire in modo trasversale. E non c'è niente di meglio in questo senso, de la cultura, de la letteratura, de la musica, dell'arte in tutte le sue forme.

Il ricorso alla cultura per affermare la propria identità è inevitabile, perché le comunità straniere diventano “visibili” attraverso la “matrice” culturale che le caratterizza, che mette in luce le loro abitudini e tradizioni, i loro valori.

La definizione dell’altro attraverso i principi culturali, implica la sua collocazione su una scala di valori materiali e spirituali riconosciuta dalla comunità ospitante.

La cultura favorisce la conoscenza in profondità dell’altro e, di conseguenza, evidenzia i suoi lati fondamentali, oltre alle sue abilità sociali.

Più delle volte l’immigrato lascia il suo paese senza trovarne un altro, senza capire dov’è e qual’è il suo vero posto nel mondo. È anche per questo che l'arte, la musica e la letteratura di quelli cher vivono in un paese che non è loro, non rispondono soltanto alle ambizioni letterarie o musicali, ma hanno una motivazione supplementare, sociale e politica. Così, per il pittore, per il musicista, per lo scrittore migrante, i problemi sociali, le ingiustizie, il continuo districarsi tra le varie leggi, l’insicurezza, la lotta con se stesso per capire e farsi capire, diventano parte della sua opera.

L’ingiustizia e la sofferenza in special modo, chiedono di essere espresse, e gli artisti e gli scrittori migranti si sentono obbligati a raccontare le loro storie, ma anche a raccontare l’Italia dal loro punto di vista.

Tutti vogliono raccontare tutto, vogliono rappresentare in un certo senso i loro compagni di viaggio, di sofferenze. Quasi si può dire che l'arte e la letteratura dei migranti sono un fenomeno che si spiega attraverso un processo di tramutare, di delegare a delle funzioni e speranze dentro all’opera, la quale non soltanto gli rappresenta, ma anche gli giustifica e difende.