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giovedì 17 dicembre 2015

Detenzione dei richiedenti asilo e uso della forza per il prelievo delle impronte: “Se questo è il prezzo di Schengen, no grazie!”

 
 
Strasburgo, 16 dicembre 2015
 
Nel corso della seduta Plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo si è svolto il dibattito su “Detenzione dei richiedenti asilo e uso della forza nei loro confronti”, preceduto dalle dichiarazioni del Consiglio e della Commissione.
 
La deputata Barbara Spinelli (Gue-Ngl) ha preso la parola alla presenza di Dimitris Avramopoulos, Commissario per la migrazione, gli affari interni e la cittadinanza, e Nicolas Schmit, ministro del Lavoro lussemburghese, in rappresentanza della Presidenza del Consiglio.
 
«Leggo nel comunicato della Commissione sugli hotspot italiani che Roma deve “dare una cornice legale all'uso della forza” per il prelievo di impronte e le detenzioni prolungate. Sarà difficile, dicono i giuristi, a meno di violare due articoli della Costituzione: il 13 e il 24. Mi chiedo anche come l'Unione intenda far fronte a detenzioni e violenze verso i rifugiati che si estendono: in Ungheria, Bulgaria, Polonia, Francia, Spagna.
 
«In Italia le espulsioni forzate sono attuate anche quando i giudici sospendono i rimpatri. Il governo danese confisca da domenica scorsa i gioielli dei rifugiati – anelli nuziali esclusi – per pagarne i costi.
 
«È grave che tali misure siano presentate come urgenti e obbligatorie “per salvare Schengen”. Che il Presidente del Consiglio Europeo Tusk raccomandi 18 mesi di reclusione dei richiedenti asilo, sempre “per salvare Schengen”. Che non siano invece considerati obbligatori il non-refoulement, l'habeas corpus, la ricerca di alternative alla detenzione sistematica, la non coercizione su persone vulnerabili o minori.
 
«Non ci si può limitare a imporre solo misure repressive mentre la Carta, i trattati, il pacchetto asilo del 2013 prevedono diritti e clausole discrezionali ben più vincolanti.
 
«Se questo è il prezzo di Schengen: No grazie! – come cittadina europea rinuncio volentieri a Schengen, senza esitare».
 

domenica 29 novembre 2015

Il voto sulla radicalizzazione e i rischi della politica della paura

 

Strasburgo, 26 novembre 2015

Ieri il Parlamento europeo riunito in sessione plenaria ha votato la Relazione sulla prevenzione della radicalizzazione, relatrice Rachida Dati (PPE).
In qualità di relatore ombra per il GUE-NGL, Barbara Spinelli ha dato indicazione di voto contrario. «Non è stata una decisione semplice. Dopo mesi di discussione tra la relatrice e i rappresentanti “ombra” degli altri gruppi politici, ho deciso di dare al mio gruppo un'indicazione di voto contrario. Nonostante i negoziati si siano svolti nel rispetto delle reciproche posizioni, e una serie di nostri emendamenti molto importanti sia stata accolta nella Commissione Libertà pubbliche e nell'Assemblea plenaria (sul commercio d’armi, sul legame tra l’estendersi dell’islamofobia e le prolungate guerre anti-terrore dell’Occidente, ecc), il risultato finale ha risentito in maniera a mio parere affrettata degli attentati parigini del 13 novembre: il PPE ha accentuato negli ultimi giorni la natura repressiva del rapporto e ulteriori misure anti-terrorismo sono state adottate, senza che ancora siano valutate la necessaria proporzionalità nonché la necessità legale. La politica della paura, sotto molti aspetti, ha prevalso nella maggioranza dei gruppi, pur creando importanti divisioni nel gruppo socialista, in quello dei Verdi, e perfino nel GUE-NGL». 
«Il GUE-NGL è contrario da tempo all'introduzione della Direttiva PNR, soprattutto se estesa ai voli interni all'Unione, come richiesto nella risoluzione: si tratta di una misura che il Garante europeo per la protezione dei dati e altre importanti autorità hanno definito non necessaria né proporzionata. Allo stesso modo, concordiamo con l'analisi effettuata da European Digital Rights (EDRI) secondo cui gli standard di crittografia non dovrebbero essere arbitrariamente indeboliti, come di fatto lo sono nel rapporto approvato dal Parlamento, perché ciò rischia di avere effetti negativi sulla privacy di persone innocenti». 
«Riteniamo inoltre che la risoluzione criminalizzi le compagnie internet, obbligandole a una sistematica cooperazione con gli Stati e mettendole praticamente sotto la loro tutela. É un messaggio assai pericoloso che per questa via viene trasmesso ai regimi autoritari nel mondo, tanto più che di tale misura si chiede l’applicazione perfino per quanto concerne materiale considerato legale».
«Anche se di per sé non sono affatto contraria ai controlli alle frontiere, ritengo tuttavia – come si affermava in un emendamento presentato dal gruppo S&D sfortunatamente rigettato – che gli Stati Membri “debbano astenersi dal ricorrere a misure di controllo alle frontiere finalizzate alla lotta contro il terrorismo e all'arresto di individui sospettati di terrorismo con lo scopo di esercitare un controllo dell'immigrazione”».
«Al pari dell'European Network Against Racism (ENAR), quel che temo è che una serie di proposte contenute nella relazione possa mettere a repentaglio alcuni diritti fondamentali nell'UE, soprattutto nei confronti dei rifugiati e dei musulmani, esplicitamente confusi gli uni con gli altri».
 «Particolarmente grave mi è parso il rifiuto di un nostro emendamento specifico contro la vendita di armi a paesi della Lega Araba come Arabia Saudita, Egitto e Marocco, e contro la collusione politica con Paesi terzi a guida dittatoriale. Per finire, è stato rigettato uno dei nostri emendamenti che consideravamo fondamentali: il rifiuto della “falsa dicotomia tra sicurezza e libertà”. In ogni democrazia il rifiuto di tale dicotomia dovrebbe essere un concetto ovvio. Non lo è più di questi tempi, dominati più dalla paura e dalla collera che dalla ragione e dalla rule of law».

domenica 20 settembre 2015

Gli infetti. Nel giro di un’estate gli europei hanno assestato alla loro presunta casa comune una sequenza di colpi micidiali



di Lucio Caracciolo       (da La Repubblica)




Nel giro di un’estate gli europei hanno assestato alla loro presunta casa comune una sequenza di colpi micidiali.
Prima con la crisi greca, quando ci siamo divisi lungo la faglia Nord-Sud, ovvero “formiche” contro “cicale”, spingendoci a evocare per la prima volta l’espulsione di un inquilino per morosità. Poi, medicata ma non curata tanta ferita, ecco lo tsunami dei migranti. Stavolta la partizione distingue, zigzagando, l’Est dall’Ovest, ossia alcuni paesi in paranoia xenofoba da altri che cercano di non farsene contagiare, aggrappandosi ai valori fondativi della moderna civiltà europea.
I muri portanti dell’architettura comunitaria si stanno sbriciolando. Al loro posto proliferano arcigni tramezzi o loro surrogati in lamiera e filo spinato. A disegnare sinistre enclave protette, che si vorrebbero impenetrabili ai migranti d’ogni sorta, profughi inclusi. Neanche fossero portatori d’infezione culturale. Forse però gli infetti siamo noi.
Come possiamo considerarci associati in una comunità di destino con un paese come l’Ungheria, che nel 1956, invasa dai carri sovietici, suscitò in Europa occidentale (Italia compresa) una gara di solidarietà con i suoi profughi, e che oggi si trincera dietro un muro, dichiara criminali coloro che vorrebbero passarlo e mobilita polizia ed esercito contro chi s’azzarda a bucarlo? Quando nel 2000 i “liberali” austriaci di Jorg Haider furono ammessi al governo dell’Austria, gli altri quattordici Stati membri (l’Ungheria e gli altri ex satelliti di Mosca erano ancora in lista d’attesa) imposero blande sanzioni politiche a Vienna. Oggi a Budapest domina, legittimato dal voto popolare, un carismatico leader xenofobo, Viktor Orbán, appetto del quale Haider si staglia campione di tolleranza. Per Orbán i migranti sono animali pericolosi e per tali vanno trattati.
Esasperati, i tedeschi minacciano di colpire l’Ungheria e gli altri paesi che equiparano i migranti ai criminali con sanzioni economiche, tagliando i fondi strutturali loro dedicati. È notevole che, nel penoso annaspare della Commissione e nella decadenza della Francia, Berlino si muova per conto del resto d’Europa, avendo constatato che persino i vertici intergovernativi non servono più a nulla, se non a riconoscersi diversi. Certo non è con le multe, per quanto onerose, che si può spaventare chi si considera in lotta per la sopravvivenza contro un’invasione nemica. L’unica coerente misura sarebbe di separarci con un taglio netto da chi viola apertamente e ripetutamente le regole di base della convivenza umana, prima che lettera e spirito dei trattati europei. Se questa è la sua Europa, se la tenga.
Sulla questione migratoria sta riaffiorando un antico spartiacque geoculturale che la retorica europeista voleva sepolto. Al Centro-Est del continente, tra Balcani e Baltico, persiste una radicata concezione etnica dello Stato: l’Ungheria è degli ungheresi (naturalmente anche di quelli in provvisoria diaspora, specie fra Slovacchia, Serbia e Ucraina), la Slovacchia degli slovacchi, la Romania dei romeni (inclusi quelli di Moldavia) eccetera. All’Ovest resiste a stento l’idea di cittadinanza, che fonda la nazione su valori e regole condivise al di là del sangue. Modello inaugurato dalla Francia rivoluzionaria, che oggi trova nella Germania multietnica l’esempio migliore. Geograficamente siamo tutti europei. Culturalmente e politicamente apparteniamo a continenti diversi. Ancora per poco, forse. Da questo sabba xenofobo potremmo essere travolti anche noi euroccidentali, italiani non esclusi. Il mito della comunità monoetnica, votata a proteggersi dalle impure razze che bussano alle porte, ha rivelato nella storia la sua potenza di fascinazione. Partita nel 1957 come Europa occidentale, avanguardia veterocontinentale dello schieramento atlantico, questa Unione Europea può scadere nel suo perfetto opposto: un caotico subbuglio di nazionalismi etnici. Arcipelago di reciproci apartheid. Ciascuno arroccato dietro le sue fortificazioni. Con le eurocrazie elitiste a salmodiare nei palazzi blu di Bruxelles e Strasburgo, mimando riti cui esse stesse hanno rinunciato a credere.
Nelle emergenze storiche le democrazie europee hanno saputo talvolta ispirarsi a leader decisi a difenderle. Vorremmo sbagliarci, ma oggi non ne vediamo traccia.

mercoledì 5 agosto 2015

Lo Stato indifferente: la Corte Europea ha riconosciuto all’Italia una grave violazione del diritto alla tutela della vita privata e familiare dei propri cittadini



di Stefano Rodotà (da La Repubblica 22.07.2015)



La decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo sui diritti da riconoscere alle unioni tra persone dello stesso sesso, che già suscita polemiche, era prevedibile per chi conosce la giurisprudenza di quella Corte, la sua evoluzione, le novità introdotte proprio in questa materia anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea.

Interviene in un momento in cui la discussione si è fatta sempre più accesa dopo l'annuncio del Presidente del Consiglio di arrivare prima delle ferie parlamentari all'approvazione, almeno da parte di una delle Camere, cli una legge in materia. Siamo di fronte ad un invito esplicito al legislatore italiano, con indicazioni importanti e che non possono essere trascurate. I giudici di Strasburgo hanno esplicitamente ricordato le loro precedenti decisioni sul riconoscimento delle unioni civili, sì che nessun potrà dirsi colto cli sorpresa o invocare la necessità di un adeguato tempo di riflessione. Su questo punto la sentenza è chiarissima.

I silenzi del Governo, la totale disattenzione di fronte agli espliciti inviti rivolti nel 2010 dalla Corte costituzionale e nel 2012 dalla Corte di Cassazione, l'assoluta inazione del Parlamento hanno determinato una grave violazione del diritto alla tutela della vita privata e familiare, riconosciuto dall'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. E qui le parole dei giudici cli Strasburgo si fanno sferzanti. L'assoluto disinteresse di Governo e Parlamento per il gran lavoro fatto dalla magistratura italiana ha finito con il rappresentare una sua inammissibile delegittimazione, compromettendo il rispetto e l'effettività delle decisioni giudiziarie (a proposito: la somma indifferenza di Governo e Parlamento per l'elezione di tre giudici della Corte costituzionale non è forse già diventata una forma di delegittimazione di questa fondamentale e scomoda istituzione di garanzia?).

La decisione della Corte non può essere facilmente aggirata, ed è bene ricordare che essa è stata presa all'unanimità. Si dice e si ribadisce che siamo di fronte a diritti dal cui effettivo riconoscimento dipendono l'identità, la dignità sociale, la vita stessa delle persone. In questi casi, la Corte lo sottolinea più volte, il margine di discrezionalità del legislatore è ristretto. Alle unioni stabili tra persone dello stesso sesso deve essere assicurato un riconoscimento effettivo attraverso una "solenne istituzione giuridica", unioni civili riconosciute o partnerships registrate, che le sottraggano alla casualità e alla inaffidabilità che caratterizzano oggi la situazione italiana. L'esistenza non può essere affidata all'incertezza o a semplici patti privati o a regole limitate agli aspetti patrimoniali del rapporto. Siamo di fronte ad un "dovere positivo", che lo Stato deve integralmente rispettare, soprattutto perché solo così può essere cancellata una inammissibile discriminazione, fondata com'è solo sull'orientamento sessuale.

Nelle argomentazioni dei giudici di Strasburgo si coglie una particolare attenzione per lo scarto crescente, e sempre più evidente, tra dinamiche della realtà sociale e immobilità del diritto. La Corte mette in evidenza che la maggioranza dei paesi aderenti al Consiglio d'Europa, 23 su 47, hanno già disciplinato in forme adeguate unioni tra le persone dello stesso segno, segno di una tendenza da considerare ormai irreversibile. Così l'inaccettabilità della situazione italiana diviene particolarmente evidente, il suo protrarsi nel tempo è giudicato inammissibile, e questo spiega anche la ragione per la quale alle coppie ricorrenti è stato riconosciuto il diritto ad un risarcimento del danno che dovrà essere pagato dallo Stato italiano. Nella sentenza viene anche citato un sondaggio dal quale risulta che la maggioranza degli italiani è favorevole ad una legge che riconosca le unioni tra persone dello stesso sesso.

Ma i tempi non sono propizi né alle discussioni ragionate, né alla consapevolezza della centralità del riconoscimento dei diritti fondamentali. Già si sono manifestate reazioni scomposte, con insolenze nei confronti dei giudici di Strasburgo che dimostrano ir assenza di una cultura delle garanzie. Non consideriamole manifestazioni folkloristiche, come troppe volte si è fatto in passato, favorendo così la regressione culturale e politica. Ma più preoccupanti devono essere considerati i tentativi di svuotare dall'interno la riforma in discussione al Senato, nei quali si riflette anche una rinnovata pretesa di valutare le leggi in primo luogo secondo la morale cattolica, e non alla luce dei diritti delle persone. La buona politica, se c'è ancora, può trovare in questa sentenza di Strasburgo un forte sostegno. Il passo avanti, che la sentenza impone, è significativo. Ma non è destinato a chiudere definitivamente la questione.

Dal mondo LGBT viene sempre più perentoria la richiesta di un riconoscimento anche alle coppie di persone dello stesso sesso del diritto a contrarre matrimonio. Di questo bisognerà discutere, soprattutto dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha imboccato decisamente questa strada. La Corte di Strasburgo ci ha ricordato che qui la discrezionalità del legislatore nazionale è più larga, perché solo 9 nazioni su 47 hanno accettato questa linea. Ma si può prevedere che questi numeri cambieranno presto, sì che le corti dovranno prendere atto della crescita di questo consenso.

E ai nostrani polemisti bisognerà pur ricordare che l'Italia ha firmato, e il Parlamento ha votato, la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, il cui articolo 9 ha cancellato il requisito della diversità di sesso per tutte le forme giuridiche di costruzione di una famiglia.


lunedì 27 luglio 2015

Condanna all'Italia per le unioni omosessuali

 
 




L'Articolo 8 della Convenzione dei Diritti umani parla di “diritto al rispetto della vita familiare e privata”: l'Italia è stata condannata, dalla Corte europea dei diritti umani, proprio per la violazione di questo articolo. La violazione riguarda tre coppie omosessuali.

Una coppia vive a Trento, una a Milano e la terza a Lissone (in provincia del capoluogo lombardo); le persone convivono da anni e avevano chiesto alle proprie municipalità di fare le pubblicazioni per celebrare il matrimonio, ma la loro proposta è stata rifiutata. Enrico Oliari – presidente di Gaylib (Associazione dei gay liberali e di centrodestra) – ha fatto ricorso a Strasburgo e, nei giorni scorsi, è arrivata la sentenza.

Come abbiamo sentito dai telegiornali, la presidente della Camera,Laura Boldrini, ha commentato così la decisione della Corte: “Ora bisogna agire. Il Parlamento non può più rinviare, deve esprimersi chiaramente su un tema così centrale. Farò tutto quanto è nelle mie facoltà perchè ciò avvenga. Non possiamo continuare ad essere un Paese malato di disuguaglianza, economica prima di tutto, ma anche sociale”.

Nella nota della Corte europea dei diritti umani – che non è un organismo della Ue – si legge: “La Corte ha considerato che la tutela legale attualmente disponibile in Italia per le coppie omosessuali non solo fallisce nel provvedere ai bisogni chiave di una coppia impegnata in una relazione stabile, ma non è nemmeno sufficientemente affidabile” e dunque: “un'unione civile o una partnership registrata sarebbe il modo più adeguato per riconoscere legalmente le coppie dello stesso sesso”. Ma non si limita a questo: Strasburgo ha stabilito che lo Stato italiano dovrà versare a ognuno dei concorrenti la somma di 5 mila euro per danni morali.

Anche il Parlamento europeo di recente si era espresso sul tema: a giugno ha approvato una relazione in cui si chiede di riconoscere i diritti alle famiglie composte da persone dello stesso genere, ma solo 27 Stati su 47, tra gli Stati membri, hanno una legislazione adeguata.

sabato 25 luglio 2015

Il sistema di protezione dei diritti umani del continente africano




di Veronica Tedeschi




Il continente africano ha un proprio sistema di protezione dei diritti umani grazie all'adozione, avvenuta il 27 giugno 1981, della Carta Africana dei diritti dell'uomo e dei popoli, entrata in vigore nel 1986. Questa istituisce una Commissione africana dei diritti dell'uomo e dei popoli, composta da 11 commissari, che vi siedono a titolo individuale e a tempo parziale, con il compito di promuovere il rispetto dei diritti umani in Africa ed esaminare i rapporti periodici redatti dagli Stati parte alla Carta. La Commissione si trova a Banjul, in Zambia; dal momento che essa può adottare soltanto rapporti sprovvisti di efficacia vincolante, è stata favorita e voluta una Corte Africana dei diritti dell’uomo e dei popoli (che ha sede in Tanzania) la quale, a sua differenza, potrà emettere sentenze con efficacia vincolante su ricorsi statali eD individuali.

La prima pronuncia “Michelot Yogogombaye vs Senegal”, risale al 2009 ed è una decisione di scarso valore con la quale la Corte ha dichiarato difetto di giurisdizione, limitandosi ad argomentare che il Senegal non avesse effettuato la dichiarazione volta ad accettare la competenza della Corte a pronunciarsi sui ricorsi individuali.

L’operato della Corte è sicuramente partito con il piede sbagliato e possiamo affermare che ha continuato nella stessa direzione; le sue successive pronunce si basano infatti, su rinvii all’attenzione della Commissione africana, secondo quanto previsto ex articolo 6, paragrafo 3, del Protocollo di Ouagadougou.

Il sistema regionale africano di protezione dei diritti umani è ben strutturato e costruito, ma solo su carta; uno dei pochi interventi della Corte effettivamente rilevanti lo troviamo nel 2011 quando quest’ultima viene interpellata dalla Commissione per le ripetute violazioni della Carta Africana dei diritti dell’uomo e dei popoli in conseguenza della violenta repressione messa in atto dal Governo di Tripoli per contenere le proteste popolari contro il regime del colonnello Muammar Gheddafi. La Corte non poteva permettersi di non intervenire in una situazione così tanto violenta e cosi tanto popolare in Occidente, nè tanto meno poteva rinviare il tutto alla Commissione. Nel caso di specie la Corte adottò misure cautelari dopo aver rilevato prima facie l'esistenza della propria giurisdizione nel merito, e adottando l'ordinanza in esame inaudita altera parte e senza addurre eccessive motivazioni.
Riassumendo, fino ad oggi la Corte ha emesso quasi solo sentenze di inammissibilità, non sfruttando a pieno i poteri a lei conferiti.

Un altro aspetto degno di nota riguarda la possibilità che anche uno Stato che non abbia accettato la competenza della Corte africana, debba comunque convenire dinanzi alla Corte per ricorsi proposti da individui o Ong. Ed è proprio questo il punto di forza di tutti i sistemi regionali di protezione di diritti umani, dai più funzionanti come quello europeo (Corte europea dei diritti umani) ai meno operativi, come quello africano: garantire protezione e possibilità di ricorso a persone/Ong/Stati contro Stati che commettano gravi violazioni dei diritti umani e contemporaneamente non accettino la competenza di suddette Corti. Nel continente africano in esame, come possiamo immaginare, non tutti gli Stati hanno accettato la competenza della Corte e, senza l’applicazione di questo principio, i suddetti Stati non potrebbero essere giudicati per le violazioni da loro commesse.

La creazione dei sistemi regionali di protezione di diritti umani ha segnato, nei continenti nei quali questi sono presenti (Africa, Europa, America), una svolta importante per la lotta alle violazioni dei diritti umani commesse dagli Stati; naturalmente è necessario contestualizzare il lavoro di tali Corti: la Tanzania riceverà ricorsi diversi da quelli che riceverà Strasburgo, ma la cosa fondamentale da far passare in ogni contesto, è la consapevolezza e la spinta all’utilizzo di tali mezzi di supporto.

In un qualsiasi Stato europeo, per esempio, sarà difficile che un cittadino padroneggi il suo diritto di adire la Corte europea dei diritti umani qualora ritenga che i suoi diritti fondamentali siano stati violati e, allo stesso modo, probabilmente in maniera più accentuata, il cittadino di uno Stato africano che subirà violazioni ancora più gravi e inabilitanti non sarà incline ad un viaggio in Tanzania per denunciare i sopprusi commessi dal suo Stato o, in maniera ancora più accentuata, non saprà di poterlo fare.

lunedì 24 novembre 2014

Profughi: nuova condanna all'Italia per i respingimenti


Violazione dei diritti umani: con questa accusa l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea di Strasburgo, insieme alla Grecia, per una serie di respingimenti indiscriminati alla frontiera nei confronti di numerosi migranti sbarcati in tre porti dell’Adriatico. E’ la terza condanna che subisce l’Italia, nel giro di appena tre anni, a livello europeo. La prima, nel febbraio del 2012, sempre da parte della Corte di Strasburgo e sempre per respingimenti avvenuti nel 2009, questa volta direttamente in mare, in ossequio alla “linea dura” contro l’emigrazione decisa dal governo Berlusconi. La seconda, nel marzo successivo, da parte del Consiglio d’Europa, per la vicenda dei 63 profughi lasciati morire di sete e d’inedia su un gommone abbandonato alla deriva per quindici giorni, nell’aprile del 2011. Ora arriva questa terzo, pesante verdetto, proprio mentre è in corso in tutta Europa, sotto la guida italiana, la contestatissima Mos Maiorum, l’operazione di polizia volta a individuare, fermare e schedare quanti più migranti possibile.

La Corte ha pronunciato la sentenza il 21 ottobre. Vittime del sopruso sono 35 profughi: 32 afghani, 2 sudanesi e un eritreo, giunti con un ferry di linea ad Ancona, Venezia e Bari. Era il 2009, uno degli anni più bui della “politica dei respingimenti” voluta con forza soprattutto dall’allora ministro dell’intero leghista Roberto Maroni, con disposizioni capestro per tutte le forze di polizia e la stessa Marina Militare. Non a caso si tratta di tre episodi distinti ma del tutto simili: il più grave ad Ancona, dove è stato bloccato il gruppo più numeroso di rifugiati, tutti afghani. Intercettati alla frontiera al momento dello sbarco, i migranti – ad Ancona come a Venezia e a Bari – sono stati fermati, identificati e affidati al comandante della nave, con l’incarico di riportarli in Grecia, a Patrasso, e consegnarli alla polizia ellenica. Tutto in un arco di tempo brevissimo, senza esaminare le loro storie e senza che fosse data a nessuno la possibilità di appellarsi al diritto di asilo. Senza, anzi, che fosse loro almeno spiegato cosa stesse accadendo. Ad alcuni, tutti afghani, ad esempio, ad Ancona gli agenti hanno consegnato delle brochures nelle quali, in effetti, venivano elencati i diritti dei migranti, solo che erano scritte in arabo, una lingua che nessuno di loro conosceva. C’è da chiedersi perché non siano stati usati opuscoli in inglese. Soltanto un imperdonabile errore? Sembra una farsa ma, purtroppo, è un dramma consumato sulla vita di decine di persone.

Sta di fatto che quei richiedenti asilo non hanno potuto rendersi conto di nulla: si sono ritrovati di nuovo sul ferry con cui erano arrivati, sotto chiave  in una cabina, senza neanche poterne capire il perché. Trattamenti sostanzialmente analoghi hanno ricevuto gli altri profughi, a Venezia e a Bari. Trattamenti che la Corte di Strasburgo, dopo cinque anni di istruttoria, ha considerato una forma di espulsione collettiva indiscriminata, in contrasto con le norme del diritto di asilo. In particolare, i giudici ritengono che siano stati violati tre articoli della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo: il numero 3 (“Nessuno può essere sottoposto a torture né a pena o trattamenti inumani o degradanti”); il 13 (“Ogni persona i cui diritti e le cui libertà siano stati violati ha diritto a un ricorso effettivo davanti a una istanza nazionale, anche quando la violazione sia stata commessa da persone che agiscono) nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali”), e il numero 4 del quarto protocollo (“Le espulsioni collettive di stranieri sono vietate”).

L’Italia si è giustificata asserendo di essersi solo attenuta alle norme del trattato di Dublino per cui i rifugiati vanno presi in carico dal primo Stato dell’Unione Europea dove arrivano e al quale rivolgono la richiesta di aiuto. In questo caso, la Grecia. La Corte ha però eccepito che il trattato di Dublino non poteva essere applicato a causa della difficile situazione che attraversava la Grecia e, in particolare, per il trattamento che veniva riservato nel paese ai migranti. Atene – dicono infatti i giudici – non era nella posizione di garantire il diritto d’asilo e l’Italia non poteva non saperlo. Era più che noto, insomma, che la Grecia era sconvolta in quei mesi da duri contrasti politici e si respirava un diffuso senso di ostilità e risentimento nei confronti dei numerosi stranieri che erano riusciti in qualche modo a varcare le frontiere: ben 146.337 nell’arco del solo 2008. Eloquenti i rapporti del Commissariato dell’Onu (Unhcr), che aveva denunciato numerosi arresti arbitrari di gruppo, contro gli immigrati, da parte della polizia, e pessime condizioni di vita nei centri di raccolta, spesso privi di qualsiasi forma o servizio di assistenza. Senza contare la prospettiva di espulsione e rimpatrio forzato nei paesi d’origine dove, essendo fuggiti da clandestini, quei profughi rischiavano di subire carcerazioni pesantissime, forse persino la tortura e la morte. Vale la pena ricordare che non per niente, in quello stesso periodo, diversi tribunali tedeschi bloccarono la “restituzione” all’Italia di profughi giunti in Germania dalla Grecia passando per la nostra penisola, nel timore che poi Roma li consegnasse alle autorità elleniche.

L’Italia non ha avuto questi stessi scrupoli. Così, una volta rispediti indietro e arrivati a Patrasso, tutti quei 35 profughi respinti da Ancona, Venezia e Bari sono stati fermati e rinchiusi in un campo di smistamento e poi rilasciati solo alla condizione di andarsene dalla Grecia entro 30 giorni. Le loro strade, a quel punto, si sono divise. Molti, dopo altre traversie, hanno avuto modo di arrivare in vari Stati europei. Uno è approdato di nuovo in Italia. Ma uno è dovuto ritornare in Afghanistan.

Il procedimento che ha portato a ricostruire questa vicenda e poi alla condanna è stato lungo e complicato. Il caso è stato subito sollevato dall’Unhcr, da Amnesty e da Aire Centre (Centro per i diritti individuali in Europa), ma non è stato facile rintracciare le vittime, disperse ormai per ogni dove, per poter impostare la procedura legale. “Anche perché la polizia greca – denuncia Fulvio Vassallo Paleologo, dell’Associazione giuristi per i diritti degli immigrati (Asgi) – nell’estate del 2009, alcuni mesi dopo il ricorso, ha sgomberato violentemente il campo di Patrasso, distrutto documenti e beni personali ed eseguito numerose deportazioni”. A ritrovare e a ricucire almeno parte delle singole storie, rendendo così possibile il ricorso alla Corte di Strasburgo, è stato il lavoro assiduo, spesso rischioso, di associazioni e volontari coordinati da Alessandra Sciurba e dagli avvocati Ballerini di Genova e Mandro di Venezia. Grazie a loro, dopo mesi di ricerca, sono stati rintracciati quattro di quei 35 profughi, tutti afghani, tutti respinti da Ancona e tutti finiti in varie parti d’Europa, dopo l’espulsione dalla Grecia. Raccolta in un articolo di Alessandra Sciurba, la loro voce è diventata la struttura portante del dossier fatto pervenire a Strasburgo. E la Corte, ora, ne ha confermato la denuncia: nei loro confronti è stato perpetrato un sopruso.

E’ una sentenza importante. Dovrebbe segnare una svolta. O quanto meno suonare come un monito per la politica europea sull’immigrazione. Eppure la Grecia, malgrado la condanna appena ricevuta – come fa notare Fulvio Vassallo Paleologo – pare stia per eseguire un altro respingimento collettivo dall’isola di Simi, nel Dodecaneso, verso la costa turca, distante poche miglia di mare fortemente presidiato dalla Guardia Costiera. L’Italia non è da meno: proprio in questi giorni si sono registrati almeno altri due casi di respingimento: un piccolo gruppo di siriani sbarcati all’aeroporto di Crotone e una signora, sempre siriana, arrivata all’aeroporto di Fiumicino da Istanbul insieme al marito, residente già da tempo in Europa. La “giustificazione” della polizia di frontiera è stata che quei migranti avevano documenti falsi. E’ vero. Lo hanno ammesso gli stessi interessati, specificando però che erano stati costretti a usare documenti falsificati per poter uscire dalla Siria travolta dalla guerra di tutti contro tutti che dura da anni. Ma nessuno ha preso in considerazione la loro “storia” nel contesto degli avvenimenti tragici che si stanno verificando: ci si è limitati all’identificazione anagrafica e alla constatazione materiale del “falso”. Nessun peso è stato dato neanche al fatto che la donna arrivata da Istanbul è malata di cancro e non può essere dunque respinta, se non altro per ragioni umanitarie.

Italia e Grecia, come avverte la stessa Corte di Strasburgo, hanno ora tre mesi di tempo per impugnare eventualmente la sentenza, ricorrendo in appello davanti alla Gran Camera. Ecco il punto, allora: si tratta di vedere, adesso, se lo Stato italiano intende contestare il verdetto o ne farà invece davvero un punto di svolta, accettando le condanna e facendone tesoro per impostare un rapporto diverso con la tragedia dei profughi che premono dal Sud del mondo verso la Fortezza Europa. Stando agli episodi di Crotone e di Fiumicino, però, le premesse non sono incoraggianti. Ed è indicativo che questa nuova condanna sia passata pressoché inosservata: la stampa ne ha parlato poco o niente, la “politica” ancora di meno. Quasi si volesse far finta di non vedere per poter continuare ad avere mano libera nei respingimenti.



giovedì 24 luglio 2014

Sovraffollamento carceri: riconosciuto l'impegno dell'Italia




Il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, è intervenuto lo scorso 12 luglio al convegno intitolato “Riforma della giustizia: magistratura e avvocatura insieme per un'occasione da non perdere”, promosso dall'associazione “Rifare l'Italia” in collaborazione con l'Anm di Agrigento e l'Ordine degli avvocati. Durante il convegno ha rilasciato alcune dichiarazioni riguardanti la proroga che la Corte di Strasburgo ha concesso al nostro Paese per risolvere il problema del sovraffollamento nelle carceri: “ Senza troppo clamore siamo progressivamente usciti dalla situazione di sovraffollamento...Ci siamo mossi con le manutenzioni straordinarie anziché scegliere la via dell'indulto e dell'amnistia”, ha detto il Ministro. Indulto e amnistia che erano stati auspicati dal Presidente Giorgio Napolitano e dall'Onu a seguito di tre giorni di ispezioni negli istituti di pena italiani.

Orlando ha poi riportato anche alcuni dati aggiornati,dal Dap, al 30 giugno 2014: “ I detenuti sono 58.092, oltre 800 in meno rispetto al 5 giugno...I posti normativamente previsti nei 206 istituti penitenziari italiani sono circa 45.000, quindi ancora ci sarebbero almeno 13 mila detenuti in più in attesa di vedere l'esito del nuovo decreto svuotacarceri”. E, infine, ha aggiunto che la diminuzione delle presenze in carcere è dovuta anche ad altri due fattori: ai rimpatri “più sistematici” degli stranieri e alle convenzioni che permettono ai tossicodipendenti di scontare una parte della pena nelle comunità.

giovedì 3 aprile 2014

Giustizia retributiva e giustizia riparativa (e il saggio di Gherado Colombo)



Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha annunciato un nuovo metodo di cooperazione con il Consiglio d'Europa in materia di emergenza carceri: questo in risposta alla condanna dell'Italia, da parte della Corte europea dei diritti dell'Uomo, per la violazione dei diritti dei detenuti. Entro il prossimo 28 maggio, l'Italia dovrà presentare il pacchetto “svuotacarceri” su cui ancora si sta tanto discutendo. Tra le proposte prese in esame dal governo italiano vi sono: la riforma della custodia cautelare, una depenalizzazione per i reati riguardanti alcune sostanze stupefacenti, il rimpatrio degli stranieri e pene alternative per alcune categorie di detenuti.

Vogliamo ricordare, però che esistono due tipi di giustizia: quella retributiva e quella riparativa.

La prima, la più diffusa, è quella che considera la punizione come la giusta conseguenza al reato e, quindi, pone al centro la trasgressione. La seconda, invece, pone al centro la persona, anche se si tratta di chi ha commesso la trasgressione.

Secondo indagini recenti, la maggior parte dei condannati a pene carcerarie torna a delinquere e invece di essere accompagnata in un percorso di riabilitazione - come prevede la nostra Costituzione - viene rinchiusa e privata dei diritti fondamentali. Mentre, per quanto riguarda le vittime dei reati, chiedono, forse comprensibilmente, solo vendetta.

L'ex magistrato, Gherardo Colombo, nel suo saggio intitolato Il perdono responsabile  (edito da Ponte alle Grazie) riflette su questi argomenti e mette a confronto la giustizia retributiva e quella riparativa. La domanda di partenza è: “Si può educare al bene attraverso il male?” perchè di educazione si tratta o si dovrebbe trattare. Secondo la giustizia di Stato, quella retributiva, la persona viene valutata in base ai suoi comportamenti, buoni o cattivi: la persona in quanto tale non ha alcun valore. La giustizia riparativa, invece, ribalta il punto di vista e considera prioritaria la dignità della persona, di qualsiasi persona, anche del reo. La Costituzione italiana e la Dichiarazione ONU sui diritti dell'Uomo confermano questo, nel momento in cui sanciscono che l'ordine debba essere finalizzato alla realizzazione della persona e non viceversa: secondo tale visione, chi ha commesso un reato deve poter affrontare un percorso di recupero, di inclusione e anche di riconciliazione. I programmi della giustizia riparativa - come ricordato anche in un altro articolo che abbiamo pubblicato su questo argomento - prevedono, infatti, l'incontro e la responsabilizzazione dei rei, delle vittime e dell'intera società. Risulta importante il concetto di responsabilità se si pensa, ad esempio, che in molti casi il detenuto sbattuto in carcere non è del tutto consapevole delle proprie azioni: non sta in carcere per senso di responsabilità profonda, ma perchè costretto e basta. Anche e soprattutto perchè, come dice il Prof. Colombo: “ Le persone seguono le regole non perchè le condividano, ma per evitare la punizione o meritare il premio”.

Infine, il perdono: qualche settimana fa abbiamo pubblicato anche un video di Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, in cui spiega i motivi per cui ha deciso di perdonare gli assassini di suo padre: motivazioni che si collegano allo scritto del magistrato quando sostiene che, alla base di ogni cammino di perdono, ritorni il concetto di “responsabilità”. Il reo deve capire quali siano le conseguenze del male commesso e assumersi la responsabilità della sua riparazione, mentre la comunità deve assumersi la responsabilità di ri-accogliere il reo. E' una sfida, reciproca, che può far crescere e maturare sia come uomini sia come cittadini.


martedì 26 novembre 2013

Sistema carceri


A pochi giorni dal messaggio del capo dello Stato,Giorgio Napolitano,rivolto ai Presidenti delle Camere in cui chiedeva di risolvere l'emergenza del sovraffollamento delle carceri, un giovane di ventinove anni si è tolto la vita nell'istituto di pena di Benevento, impiccandosi ad una finestra della cella. L' associazione Stretti Orizzonti riferisce che, con questo ultimo episodio, salgono a 46 i detenuti suicidi dall'inizio dell'anno e a 141 il totale dei decessi in carcere.
Torna, quindi, al centro del dibattito, anche politico, la questione del sovraffollamento e del miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti. Il Guardiasigilli, Annamaria Cancellieri, durante il congresso dei Radicali Italiani a Chianciano, ha sottolineato il fatto che: “ Non è più un problema di sovraffollamento delle carceri” ma che “Il problema è più ampio, diverso e coinvolge non soltanto le condizioni dei detenuti nelle acrceri, ma anche il modo in cui si trovano a lavorare gli agenti della polizia penitenziaria e i magistrati di sorveglianza”.
Il Ministro ha anticipato anche alcuni provvedimenti proposti durante l'incintro,a Strasburgo, con il segretario generale del Consiglio d'Europa, Thorbjorn Jagland. Il cosiddetto “piano carceri” prevede: l'approvazione di un decreto legge che riduca i flussi d'ingresso in carcere e che renda più fluido l'accesso alle misure alternative: in tal senso, si propone di adottatre un provvedimento che preveda minori sanzioni per i tossicodipendenti e percosri facilitati di rimpatrio per gli stranieri, in linea con le direttive dell'Unione Europea.
Un secondo obiettivo riguarda l'ampliamento del modello di detenzione “aperta” che riguarda la permanenza fuori dalle camere di pernottamento per 8 ore al giorno e la creazione, all'interno degli istituti, di spazi per attuare attività ricreative e laboratori rivolti al reinserimento del detenuto nel mondo del lavoro e nella società.
Infine, è previsto un potenziamento delle strutture penitenziarie che porterà, entro la fine dell'anno, ad altri 2000 posti in edifici nuovi e all'aumento di 4.500 posti in quelli già esistenti.

Riproponiamo, per voi, il video di un incontro organizzato, prima dell'estate, dall'Associazione per i Diritti Umani in collaborazione con Spazio Tadini




Ma il dibattito continua. Vi segnaliamo, inoltre, un'iniziativa che verrà presentata oggi, martedì 26 novembre, 2013 presso l'Urban Center, alle ore 18.00 in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano. Consigli di lettura su carcere e dintorni



Quante sono le persone detenute negli istituti penitenziari di Milano? Come si fa a sopravvivere in sei persone in una cella di 3 metri per 4? Come si passa la giornata chiusi in un "locale/loculo"? Qual è la condizione di chi vive in un regime carcerario "duro"? Cosa significa per una donna e per una mamma essere detenuta? Come funziona il sistema della giustizia minorile e perché è diverso da quello degli adulti?Per rispondere a queste e a tante altre domande simili, l'Ufficio del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale propone un ciclo di incontri e di presentazione di libri per conoscere e appronfondire le varie sfacettature del mondo del carcere e della penalità.
OSPITI: DAVIDE DUTTO, fotografo e GIORGIA GAY, antropologa-giornalista
Come si fa a sopravvivere per mesi o per anni in una cella di pochi metri quadri, chiusi fino a ventun'ore al giorno in compagnia di altre tre, o quattro, o cinque persone? Come si fa a far trascorrere intere giornate senza avere assolutamente mai niente da fare? Come si fa a difendere la propria identità all'interno di un sistema che tende ad annullare la personalità di chi sta chiuso al suo interno?
Davide Dutto è fotografo,coautore con Michele Marziani del libro "Il gambero nero" (Edizioni Cibele) e promotore dell'associazione "Sapori reclusi" che, partendo dal comune bisogno dell'uomo di nutrirsi, vuole riunire uomini e donne che vivono nascosti agli occhi dei più, con il resto della società.
Giorgia Gay è antropologa, giornalista ed autrice dell'e-book "... e per casa una cella - I detenuti e lo spazio: tattiche di reazione e domesticazione", una ricerca sulla percezione e l'utilizzo dello spazio in una comunità ristretta.
Al dibattito interverranno Emilio Caravatti e Lorenzo Consales, docenti a contratto del Politecnico di Milano, per raccontare un'esperienza di interazione tra studenti di architettura e persone detenute sulla riprogettazione degli spazi del carcere.
Un ricettario "galeotto" nel quale confluiscono piatti, sapori e metodi di preparazione provenienti da tutto il mondo, perché la globalizzazione è arrivata anche in carcere. Un libro fotografico (un racconto in immagini, realizzato assieme al direttore, alle educatrici, alle assistenti sociali e al comandante della polizia penitenziaria) per illustrare la vita quotidiana dei detenuti del carcere piemontese di Fossano. Un ricettario nel quale per un detenuto il cibo diventa un momento in cui affermare i propri gusti e il proprio saper fare, e un modo per ricordare gli affetti e condividere un momento di piacere.
Una cella di tre metri per due, un corridoio di circa 30 passi, un cortile (definito "passeggio"), per stare all'aria aperta; in questi spazi, circondati da muri, cancelli e porte blindate, si svolge la vita di una comunità molto numerosa ma nascosta, relegata ai margini: la comunità dei detenuti. Si tratta di migliaia di persone in tutta Italia che vivono, mangiano, respirano in un mondo quasi fuori dal tempo e dallo spazio, una sorta di non-luogo impenetrabile. E' una comunità che ha un proprio ordine, regole e dinamiche interne assolutamente originali. Ma soprattutto è una comunità "ristretta" nella libertà ma anche negli spazi, che abita un mondo che si esaurisce in pochi metri quadri.





mercoledì 13 novembre 2013

Aung San Suu Kyi e il premio in ritardo





Era il 1990: la leader dell'opposizione birmana, Aung San Suu Kyi, si trovava agli arresti domiciliari a causa della dittatura militare, ma continuava la sua lotta per i diritti umani e per la democrazia. Una detenzione che è durata quindici anni.
Nel '90 le viene assegnato il premio Sakharov per la Libertà di Pensiero e, l'anno dopo, il Nobel per la Pace.
Nel 2013, a 68 anni e con un fiore giallo tra i capelli, l'attivista ha potuto finalmente ricevere il primo riconoscimento direttamente dalle mani del presidente dell'Europarlmento, Martin Schultz.
Tanta commozione e un lungo applauso hanno accompagnato questo giorno importante che ha segnato l'inizio di un percorso in Europa. Il viaggio di Aung San Suu Kyi si pone l'obiettivo di chiedere una nuova Costituzione per il Myanmar perchè quella attuale attribuisce il 25% dei seggi nelle assemblee ai militari e rappresenta un ostacolo per la candidatura della stessa attivista alle prossime elezioni presidenziali, nel 2015.
Appoggiata dal suo partito, la National League for Democracy, San Suu Kyi chiede “il diritto ad esistere in base alla propria coscienza”. La leader democratica ha, infatti, puntualizzato: “ La nostra gente sta solamente iniziando ad imparare che la libertà di pensiero è possibile. Ma vogliamo che diventi una certezza la necessità di preservare il diritto a un credo libero e a una vita in pieno accordo con la propria coscienza”.
Importanti anche le sue parole riguardo alla principio di libertà e, in particolare, ancora sulla libertà di pensiero: “ La libertà di pensiero inizia con il diritto di fare domande. A molti dei nostri cittadini, tra i tanti che sono stati arrestati con cadenza quotidiana, abbiamo dovuto insegnare a chiedere a coloro che andavano a metterli in manette: Perchè?...La libertà di pensiero è essenziale per il progresso umano, se interrompiamo la libertà di pensiero interromperemo anche il progresso del nostro mondo...Perchè è una delle parole più importanti in ogni lingua. E' importante che lavoriamo sulle imperfezioni delle nostre società, che lavoriamo sulle leggi che ci colpiscono come esseri umani, sulle leggi che erodono le fondamenta della dignità umana. E questo perchè la nostra ricerca della democrazia non è terminata”.
A proposito di leggi che ostacolano la candidatura alla presidenza democratica del Paese: la Costituzione attuale vieta ad un birmano sposato ad uno straniero di occupare la Presidenza dello Stato: il marito di Aung San Suu Kyi, oggi scomparso, era di nazionalità britannica, come lo sono i figli. Anche per loro continuerà la battaglia, come donna, come moglie, come madre e come cittadina.

venerdì 11 ottobre 2013

CORSO DI SPECIALIZZAZIONE SULLA TUTELA EUROPEA DEI DIRITTI UMANI, Roma


Con il patrocinio di Thorbjørn Jagland, Segretario Generale del Consiglio d'Europa


Palazzo di Giustizia, Piazza Cavour - Roma

PROGRAMMA

Il corso di specializzazione, giunto alla sua XIV edizione, si articola in una serie di quattro incontri, della durata di tre ore ciascuno, che si terranno presso l’Aula Magna della Suprema Corte di Cassazione, il venerdì ed il sabato, a partire dall’8 novembre 2013. Durante il corso i partecipanti potranno accedere alla documentazione relativa a ciascuna lezione attraverso il sito dell’Associazione (www.unionedirittiumani.it)

Venerdì 8 novembre 2013

Aula Magna
15:00 - Indirizzi di saluto
Giorgio SANTACROCE, Primo Presidente della Corte di Cassazione
Mario Lana, Presidente dell'Unione forense per la tutela dei diritti umani
15:30 - La Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la Corte di Strasburgo
Guido Raimondi, Giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo
16:15 – L’evoluzione della tutela dei diritti umani nella giurisprudenza della Corte di Lussemburgo
Enzo Cannizzaro, Professore di diritto internazionale nella Sapienza-Università di Roma
17:00La posizione della Convenzione europea nell’ordinamento dell’Unione Europea e in quello italiano
Giorgio Gaja, Giudice della Corte internazionale di giustizia

Sabato 9 novembre 2013

Aula Magna


10:00 – Norme interpretative ed equo processo tra Corte costituzionale e Corte di Strasburgo
Filippo Donati, Professore di diritto costituzionale nell’Università di Firenze
11:00 – Il ruolo del giudice comune nell’applicazione della CEDU
Roberto CONTI, Consigliere della Corte di Cassazione
12:00 – Il principio di legalità dei delitti e delle pene nell’art. 7 della CEDU
Vittorio MANES, Professore di diritto penale nell’Università del Salento



Venerdì 15 novembre 2013
Aula Magna



15:00 – Condizioni di ricevibilità e procedura di esame dei ricorsi individuali
Anton Giulio LANA, Segretario generale dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani
16:00 - Il diritto al rispetto della vita familiare secondo l’art. 8 della CEDU
Paolo Cancemi, Referendario presso la Cancelleria della Corte europea dei diritti dell’uomo
17:00 - Rimedi per l’irragionevole durata dei processi
Maurizio De Stefano, Avvocato in Roma, componente del Comitato direttivo dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani


Sabato 16 novembre 2013
Aula Magna



10:00 - La tutela della proprietà nella CEDU
Ugo Villani, Professore di diritto internazionale nell’Università di Bari “Aldo Moro”
11:00 – La giurisprudenza della Corte europea sulle questioni “eticamente sensibili”
Francesco CRISAFULLI, Magistrato, già co-Agente del Governo italiano dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo
12:00 – Le violazioni strutturali della CEDU e la procedura della “sentenza pilota”
Andrea Saccucci, Professore di diritto internazionale nella Seconda Università di Napoli


13:00 - Conclusione del corso e consegna degli attestati di frequenza


Coordinamento scientifico: Avv. Anton Giulio Lana - Avv. Prof. Andrea Saccucci
Segreteria organizzativa: Sig.ra Gioia Silvagni
Tel. 06 8412940 - Fax 06 84085170;www.unionedirittiumani.ittutela@unionedirittiumani.it
Le iscrizioni al corso dovranno effettuarsi presso la segreteria dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani (Sig.ra Gioia Silvagni), tel. 06 8412940, tramite bonifico bancario (IBAN: : IT47E0335901600100000061494) entro il 31 ottobre 2013 e sino al numero massimo di 200 partecipanti. La quota di iscrizione è di € 150,00 inclusiva della documentazione distribuita durante il corso. Al termine del corso sarà rilasciato ai partecipanti un attestato di frequenza che darà titolo al riconoscimento di n. 12 crediti formativi da parte del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma.




mercoledì 9 ottobre 2013

Giorgio Napolitano e l'emergenza carceri

Il Presidente Giorgio Napolitano ha riportato all'attenzione del Parlamento il problema dell'emergenza carceri, ricordando che  "l'intollerabile congestione ...dà all'Italia il primato di sovraffollamento tra gli Stati dell'UE con il 140,1%, mentre  la Grecia è al 136,5%". Il Presidente ha parlato di indulto "che non incide sul realto e può applicarsi ad ambito esteso".
Il nostro Paese è stato condannato da Strasburgo a causa del sovraffollamento degli istituti di pena e ha un anno di tempo per conformarsi alla richiesta di soluzione che giunge dalla Corte europea.
In occasione del discorso di Napolitano, riproponiamo il video  dell'incontro organizzato dall'Associazione per i Diritti Umani nello scorso mese di giugno.