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sabato 26 dicembre 2015

Se in Danimarca tramonta l'Europa



di Adriano Prosperi (da La Republica)




UN pagamento anticipato delle spese di asilo e di assistenza. È una notizia che merita di essere attentamente considerata da tutti i cittadini europei. È un passo ulteriore nell'inedito esperimento di rapporti tra popoli migranti e popoli stanziali in atto ai nostri giorni.
Non del tutto inedito, tuttavia. Esso ci richiama alla mente quella tripartizione di ruoli che secondo lo storico Raul Hilberg si disegnò ai tempi del genocidio nazista e divise i contemporanei dei fatti tra carnefici, vittime, spettatori. Ci si chiede se sia possibile applicare questa tripartizione ai nostri tempi. Quali siano le vittime è evidente: in Europa attendiamo fra poco l'arrivo del milionesimo migrante per chiudere il bilancio del raccolto di questo anno. L'estate scorsa se ne attendevano ottocentomila e sembravano già troppi. Nel conto ci sarebbe da considerare anche quelli morti per via. All'Università di Amsterdam si censiscono i casi di "Death at the borders of Southern Europe". È l'elenco dei caduti di una guerra senza fine. A differenza di quelli delle guerre mondiali europee del ‘900 questi morti sono rappresentanti con una infografica fatta di tanti puntini dai colori diversi: in blu chiaro quelli identificati, in blu scuro quelli senza nome. Soldati ignoti della grande guerra in atto. Ma le vittime non sono solo quelle morte in viaggio. La strada dell'Europa è dura e piena di imprevisti anche per via di terra. I piedi dei bambini e delle donne migranti fanno pensare a quelli della sirenetta di Andersen. La nostra Europa così poco unita sembra divisa solo dalla diversa asprezza delle prove a cui sottopone i dannati della terra. E gli europei, cioè noi, sembrano impegnati in mutevoli giochi di ruolo: oggi carnefici ieri spettatori. Pronti comunque anche a livello politico ufficiale a rigettare responsabilità sul vicino e sempre protetti da chi caccia le cattive notizie nelle pagine interne dei giornali: come quella dei cinque bambini annegati due giorni fa nelle acque turche. Bambini sì, ma migranti. Fossero stati figli di gitanti ne avremmo conosciuto nomi e nazionalità e visto le foto in prima pagina. Chi non ricorda il corpo del piccolo Aylan, quella sua t-shirt rossa e quei pantaloncini blu scuro? La donna che scattò la fotografia disse di essersi sentita pietrificata: e sembra che il premier inglese Cameron dopo averla vista abbia modificato la durezza delle sue posizioni sull'immigrazione. Ma oggi tira un vento diverso. Impallidiscono i colori delle buone intenzioni dell'estate passata . Quelle della Merkel, che permisero a tutti i tedeschi per una volta almeno di sentirsi buoni, per ora hanno incontrato più ostacoli che consensi. Alla prova dei fatti contano le mura, quelle materiali e quelle legali e burocratiche che sono state alzate davanti a ogni frontiera, specialmente ma non solo a quella orientale dell'Europa, dove intanto la Turchia svolge il lavoro sporco ma ben retribuito di cane da guardia. È bastata l'ombra del terrorismo, l'idea che sui barconi arrivino da noi dei fanatici votati al martirio stragistico e la paura ha fatto il resto, gonfiando le vele dei partiti xenofobi, cambiando di colpo il paesaggio politico francese.
Il rapporto tra parole e fatti può essere misurato da quello che è accaduto il 18 dicembre. Era il giorno della Giornata internazionale di solidarietà con i migranti, fissato a ricordo della data in cui l'Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò nel 1990 la Convenzione internazionale per la tutela dei diritti dei migranti. Ma proprio in quel giorno, sulla festa delle buone intenzioni è calata dalla Danimarca l'ombra cupa del progetto di legge che abbiamo ricordato. In quel paese di una democrazia e di un welfare idoleggiati non solo dai migranti si avanza la legge che promette di essere la soluzione finale del problema. Il governo, espresso dal partito xenofobo Venstre, ha già fatto parecchio in questo senso.
Ora sta progettando un vero salto di qualità. Chi si presenterà alle frontiere sarà perquisito e si vedrà sequestrare danaro e ogni oggetto di valore. Si lasceranno le fedi nuziali, si dice: e non si arriverà certo a strappare ai migranti i denti d'oro, come i nazisti facevano alle loro vittime. È il danaro che conta: è questa la misura unica del valore nell'età del neoliberismo.
Anche se la violenza sui corpi non è una frontiera insuperabile. Proprio in questi giorni le cosiddette autorità europee hanno rimproverato quelle italiane per le mancate registrazioni delle impronte digitali dei migranti: e hanno imposto di permettere l'uso della forza per la raccolta delle impronte e di "trattenere più a lungo" i migranti che oppongono resistenza.
Dunque, guardiamo alla sostanza, ai duri fatti di un conflitto tra le ragioni della più elementare umanità e l'avanzare strisciante di un ritorno preventivo a misure che sono iscritte nelle pagine peggiori del nostro recente passato. Tocca a tutti noi come spettatori decidere se voltare altrove lo sguardo o resistere attivamente al degrado della realtà - questa sinistra realtà europea dei nostri giorni. I valori che sono in gioco non sono solo i soldi e gli oggetti preziosi dei migranti: sono quelli immateriali che dovrebbero costituire il fondamento di una costruzione europea oggi tutta da ripensare.

 

giovedì 17 dicembre 2015

Detenzione dei richiedenti asilo e uso della forza per il prelievo delle impronte: “Se questo è il prezzo di Schengen, no grazie!”

 
 
Strasburgo, 16 dicembre 2015
 
Nel corso della seduta Plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo si è svolto il dibattito su “Detenzione dei richiedenti asilo e uso della forza nei loro confronti”, preceduto dalle dichiarazioni del Consiglio e della Commissione.
 
La deputata Barbara Spinelli (Gue-Ngl) ha preso la parola alla presenza di Dimitris Avramopoulos, Commissario per la migrazione, gli affari interni e la cittadinanza, e Nicolas Schmit, ministro del Lavoro lussemburghese, in rappresentanza della Presidenza del Consiglio.
 
«Leggo nel comunicato della Commissione sugli hotspot italiani che Roma deve “dare una cornice legale all'uso della forza” per il prelievo di impronte e le detenzioni prolungate. Sarà difficile, dicono i giuristi, a meno di violare due articoli della Costituzione: il 13 e il 24. Mi chiedo anche come l'Unione intenda far fronte a detenzioni e violenze verso i rifugiati che si estendono: in Ungheria, Bulgaria, Polonia, Francia, Spagna.
 
«In Italia le espulsioni forzate sono attuate anche quando i giudici sospendono i rimpatri. Il governo danese confisca da domenica scorsa i gioielli dei rifugiati – anelli nuziali esclusi – per pagarne i costi.
 
«È grave che tali misure siano presentate come urgenti e obbligatorie “per salvare Schengen”. Che il Presidente del Consiglio Europeo Tusk raccomandi 18 mesi di reclusione dei richiedenti asilo, sempre “per salvare Schengen”. Che non siano invece considerati obbligatori il non-refoulement, l'habeas corpus, la ricerca di alternative alla detenzione sistematica, la non coercizione su persone vulnerabili o minori.
 
«Non ci si può limitare a imporre solo misure repressive mentre la Carta, i trattati, il pacchetto asilo del 2013 prevedono diritti e clausole discrezionali ben più vincolanti.
 
«Se questo è il prezzo di Schengen: No grazie! – come cittadina europea rinuncio volentieri a Schengen, senza esitare».
 

giovedì 18 dicembre 2014

Crimini contro l'ospitalità. Vita e violenza nei centri per stranieri







Da poco uscito per le edizioni Il Melangolo, il saggio Crimini contro l'ospitalità. Vita e violenza nei centri per stranieri, di Donatella Di Cesare, tra politica e reportage filosofico, è un viaggio in un centro di identificazione e espulsione, quell'Ade invisibile e nascosto dove vengono relegate le scorie umane della globalizzazione. Ma il viaggio diventa occasione per riflettere sui campi per gli stranieri, sulla retorica ambigua dell' accoglienza. Dove finisce la protezione umanitaria e dove comincia il controllo poliziesco?
Il neorazzismo è la convinzione che ciascuno debba vivere nel proprio paese, la reazione alla mobilità degli esseri umani, la pretesa di bandire gli indesiderabili. Mentre mette allo scoperto il dispositivo dell'immigrazione, l'autrice indica gli effetti perversi di una politica che fa appello alla paura e si interroga sui pericoli di una democrazia che non conosce il valore della coabitazione.



L'Associazione per i Diritti Umani ha intervistato la Prof.ssa Di Cesare. La ringraziamo molto per questo suo intervento.





Lei parla, nel saggio, di “retorica ambigua dell'accoglienza”: ci può spiegare a cosa si riferisce?



Mi riferisco a quel linguaggio apparentemente benevolo con cui sono stati coperti gli abusi, sono state dissimulate le illegalità. A partire dall’inizio degli anni novanta, da quando è iniziata in Italia la cosiddetta “emergenza sbarchi” si è spacciato per azione etica l’intervento della polizia. I profughi, soccorsi in mare, accolti al centro di Lampedusa, hanno potuto poi essere spediti nei CIE. Per questo nel mio libro mi sono chiesta: in che modo il soccorso diventa pretesto per legittimare l’internamento? Perché si consegnano esseri umani, inermi e spogliati di ogni diritto, al dominio burocratico degli agenti?





Per riprendere una sua domanda: dove finisce la protezione umanitaria e dove inizia il controllo poliziesco?



Protezione umanitaria e controllo di polizia sono, a ben guardare, termini che dovrebbero essere antitetici. E invece sono stati invece saldamente uniti nel modello italiano di gestione degli “indesiderabili”. Da una politica dell’eccezione si è passati all’eccezione come politica. È così che quelle misure, che per la Costituzione sarebbero eccezionali, sono divenute ordinarie. I centri di detenzione amministrativa per stranieri sono stati apparentemente accettati come una banale norma. Quasi si trattasse di un espediente inevitabile, dettato dalle circostanze. Ma dietro la facciata di legalità affiora continuamente quella sorta di infra-diritto amministrativo che domina sovrano nei centri e che null’altro è se non arbitrio poliziesco.

Terra di emigrati, l’Italia di tutto il dopoguerra non aveva leggi che riguardassero la presenza di stranieri sul territorio nazionale. Per anni e decenni ha prevalso il diritto di polizia. Lo straniero era un sospetto da tenere sotto sorveglianza e affidare alla disciplina delle forze dell’ordine. Da allora il diritto di polizia ha improntato la legislazione e, più in generale, l’atteggiamento verso gli stranieri immigrati.

Già la legge Martelli, che ha contribuito a regolamentare il soggiorno degli stranieri, era dettata dalla logica poliziesca: prevedeva misure di contrasto all’immigrazione “illegale” mentre non considerava né i diritti umani né l’inserimento degli stranieri nella società civile. Tra esigenze di ordine pubblico e emergenza umanitaria, la legislazione che, da un decreto all’altro, si è andata sviluppando nel corso degli anni novanta, ha introdotto l’obbligo di dimora in vista di “accertamenti supplementari” per stabilire l’identità e procedere all’espulsione.

La parola “centri” compare per la prima volta nella legge Puglia che dopo l’internamento degli albanesi nello stadio di Bari mirava a disciplinare la gestione degli sbarchi; nascono di qui i centri di accoglienza, nell’ambiguità, tra assistenza e controllo.

La detenzione amministrativa degli stranieri è stata introdotta dalla legge del 6 marzo 1998, detta Turco-Napolitano. Al respingimento e all’espulsione si aggiunge la possibilità che lo straniero possa essere trattenuto, per un massimo di trenta giorni, in un “centro di permanenza temporanea” (CPT). La decisione viene attribuita al questore. Sorgono in tal modo, con un successivo cambio di acronimo, i CIE.

Com’è noto, la legge Bossi-Fini ha inasprito ulteriormente le misure contro l’immigrazione, estendendo il periodo di trattenimento nel CIE e privilegiando l’espulsione. Di fatto ha confermato la logica poliziesca, sottesa già alla legislazione precedente, affidando la “detenzione umanitaria” ai burocrati della sicurezza. I centri per identificare e espellere gli stranieri sono stati così sottratti al diritto e lasciati al controllo e alla discrezione delle forze di polizia.




Su quali basi poggia la politica della paura nei confronti degli stranieri poveri? E quali sono le conseguenze di questa politica?



La battaglia contro la criminalità, accortamente spettacolarizzata, ha assunto un rilievo smisurato rispetto ai grandi problemi sui quali dovrebbe piuttosto concentrarsi l’attenzione pubblica. Non ci si interroga sulle cause e tutto viene ridotto a drastiche prese di posizione. Così viene messo in scena un mondo suddiviso tra criminali e custodi dell’ordine. E si punto l’indice contro l’estraneo che è il sospetto, lo straniero che è il nemico, l’immigrato che è il criminale.

La difesa dell’identità territoriale passa attraverso la messa al bando di quegli “scarti” che invadono le vie delle metropoli: mendicanti molesti, lavavetri, zingari, profughi, extra-comunitari, migranti da espellere. I media, a loro volta, amplificano e drammatizzano contribuendo efficacemente alla stigmatizzazione. La lotta alla criminalità diventa spettacolo mediatico, mentre si fa labile il confine tra i “fatti di cronaca” riportati dal Tg e la trama del telefilm dove eroici detective rischiano la vita per la sicurezza di tutti. La paura cresce. Si può parlare di una politica della paura, oculatamente alimentata, effetto di una quotidiana orchestrazione mediatica.

La retorica dell’invasione va letta nel contesto di questa più ampia politica della paura. Non si tratta solo di trasformare gli stranieri – alcuni e non altri – in comodi nemici. Si tratta anche di imporre a tutti i cittadini il “noi” delle élite egemoni, preoccupate per le rivendicazioni di giustizia sociale che le migrazioni mettono in moto. Chi è dunque il noi che ha paura? È quello di chi vorrebbe occultare le disuguaglianze del mondo globalizzato rimuovendo così anche le proprie responsabilità politiche. Gli stranieri non sono infatti esclusi, ma sono invece attratti e respinti secondo un complesso dispositivo con cui si vuole governare la mobilità dei migranti e ottenere la flessibilità di tutti.





Qual è la sua opinione riguardo all'operazione “Mare Nostrum”?



Io penso che il dovere dell’ospitalità, che per secoli non è mai stato messo in discussione, sia il pilastro di una società civile. E penso anche che non si possa limitare il diritto alla mobilità di nessun essere umano. In crisi sono oggi i diritti umani che sono tutelati solo dagli stati-nazione. Chi non appartiene a uno stato, chi si trova senza cittadinanza e senza passaporto, è escluso anche dai diritti umani. Occorre in tal senso ripensare i diritti umani. E occorre inoltre interrogarsi sul razzismo. C’è chi crede che razzismo sia la convinzione che esistono le razze. Direi che il razzismo, eredità del passato ultimo europeo, è la pretesa di scegliere con chi coabitare. Su questo ho insistito nel mio libro. “Mare nostrum” è il minimo che si possa fare. Ma dopo aver salvato una vita in mare, non la si può segregare in un campo.




martedì 22 ottobre 2013

I bimbi siriani in fuga dalla guerra tra i passeggeri in stazione a Milano. Famiglie arrivate in Sicilia e dirette in Svezia.





Pubblicato sul Corriere della Sera il 27 settembre 2013



Riportiamo questo reportage perchè, oggi ancora di più, il tema dei richiedenti asilo e dell'immigrazione deve essere al centro delle riflessioni politiche e sociali. E anche perchè una decina di siriani, a distanza di mesi, è ancora accampata alla Stazion Centrale di Milano in attesa di essere trasferita in un centro di accoglienza o che sia trovata qualche altra soluzione, magari migliore.
Abbiamo anche deciso di pubblicare alcune fotografie di bambini siriani, nel loro Paese, prima della rivoluzione e della guerra: come augurio affinchè tornino a vivere in un clima sereno. (Le fotografie sono di Mariangela Possenti che ringraziamo per averle condivise con tutti noi)



È tutto qui, in questo zaino di tela verde militare regalato dalla Croce Rossa e in una vecchia borsa portadocumenti. «Ogni altra cosa l'abbiamo venduta - dice la donna - orologi, anelli, collane. E così anche lei - indica la giovane che le siede accanto - ha tenuto soltanto questi», due bracciali d'oro. Il velo in testa, gli occhiali da sole, gli stessi vestiti da giorni, i mariti che parlano tra di loro e studiano come riprendere il viaggio, i bambini che giocano sull'erba stenta della stazione Centrale di Milano, una biondina si dondola sulla sbarra delle biciclette comunali: sono famiglie intere, e sono in fuga dalla Siria. Madri e padri trentenni, tre, quattro figli a coppia, a volte un genitore anziano. Sono sbarcati sulle coste siciliane, un po' di cibo e una coperta nei primi soccorsi, due notti nelle strutture d'emergenza e poi il treno da Catania a Milano, con l'idea di proseguire per il Nord. Magari la Svezia, sperano, che ha politiche di accoglienza per i profughi particolarmente generose. I soldi per il biglietto ce li hanno. Quest'uomo faceva l'idraulico, l'altro il commesso in un negozio. Gente semplice, dignitosa, con qualche risparmio. Scappati per le bombe, non per la miseria. I due gruppi qui nei giardinetti hanno cominciato il viaggio quasi un anno fa, quando era ancora possibile prendere un volo dalla Siria all'Egitto. Sono rimasti ad Alessandria finché non sono riusciti a imbarcarsi su uno degli scafi che attraversano il Mediterraneo, salvati da una nave cisterna, raccontano, e approdati a Siracusa. Milano è solo una tappa intermedia, da lasciare il prima possibile.
Li vedi che si muovono come ombre, silenziosi e attenti: non vogliono essere identificati, in Sicilia hanno fatto resistenza agli agenti che prendevano le impronte digitali, in Lombardia evitano gli sportelli di aiuto che siano del Comune o della Caritas: vogliono solo ripartire. Chi ha raggiunto il Nord è informato e sa che chiedere asilo in Italia non è un buon affare, perché ai rifugiati il Paese offre poco e perché inoltrare la pratica qui, in base ai regolamenti europei, significa non poter varcare il confine.
Devono anche stare attenti ai truffatori. In stazione si è sparsa la voce dell'arrivo a frotte dei siriani, raccontano che uomini nordafricani offrono passaggi clandestini, si prestano a fare biglietti, approfittano delle difficoltà a esprimersi in un'altra lingua che non sia l'arabo per togliere a queste famiglie gli ultimi soldi rimasti. È uno dei motivi per cui Abdallah e i suoi amici si danno il cambio in piazza. «Appena posso lasciare il lavoro - fa il marmista - vengo a vedere se ci sono connazionali che hanno bisogno di aiuto». Latte per i piccoli, un cambio di biancheria, ma soprattutto un tetto.
Safwan Bari si è portato a casa due donne e sette bambini, che con i suoi fanno undici. «Chiedo scusa per l'odore - nel salotto l'aria è irrespirabile -: sono due settimane che non si tolgono scarpe e vestiti», hanno pianto, hanno vomitato per il mare grosso, questo ragazzino coi ricci neri seduto sul divano ha pure rischiato di cadere in acqua. È la mamma a raccontarlo, Safwan traduce. Sono fuggiti da Erbin, quartiere alla periferia di Damasco, dopo l'attacco dell'esercito di Assad con le armi chimiche. Hanno raggiunto Latakia, la cittadina portuale a Nord di Homs, e lì hanno pagato. «Cinquemila dollari per ogni adulto, 2.500 per i bambini». Fanno 17.500, come ve li siete procurati? «Mio marito, commerciante d'automobili, li aveva messi da parte». Non abbastanza, però. Il resto viene da una colletta di amici e parenti, che si sono sacrificati perché almeno loro, i più giovani, si salvassero.
Gli scafisti «ci hanno detto che sarebbe stata una gita, che saremmo stati non più di settanta in una barca». E invece si sono ritrovati in 200, onde alte, acqua e cibo insufficienti, niente bagni, «i bambini si facevano la pipì addosso». Dieci giorni di sofferenza in mare fino a Lampedusa. Da lì, Catania e poi Milano. Hanno già fatto un primo tentativo di varcare la frontiera, vorrebbero arrivare in Germania, ma al Brennero la polizia austriaca li ha rimandati indietro. Adesso aspettano a casa di Safwan: «Sono siriano anche io - dice -, è il mio popolo, ma abbiamo bisogno di sostegno, da soli non ce la facciamo». Stanotte andrà a cercare un letto da un amico, per evitare alle donne l'imbarazzo di dividere l'alloggio con uno sconosciuto. Poi si vedrà.
Il centro di raccolta e di «smistamento» dei profughi è a poche centinaia di metri da casa sua, in un bar di Cologno Monzese ritrovo della comunità siriana a Nord di Milano. Ai tavolini sono tutti maschi e discutono di come affrontare l'emergenza. Non c'è posto per tutti, qualcuno dormirà in auto. S. M. per ora ha trovato ospitalità: 35 anni, rosso di barba e di capelli legati in una coda, una pallottola nel braccio sinistro sparata da un cecchino, nel suo quartiere alla periferia di Damasco aveva un negozio di scarpe, ma si dilettava anche di ritratti, ai matrimoni e alle feste. Quando è iniziata la rivolta, ha recuperato la macchina fotografica e racconta di essersi messo al servizio dei ribelli. Non vuole dire di aver combattuto, ma accetta di farsi scattare un'immagine, perché, dice «non ho paura, la mia faccia è già nell'album dei ricercati dalla polizia di Assad, mi hanno già bruciato casa e negozio, non ho famiglia, non ho più nulla». Per questo è fuggito. Lungo un percorso diverso, ma ugualmente costoso.
In macchina e a piedi ha raggiunto la frontiera con la Turchia. Di lì per arrivare a Istanbul ha pagato 2.500 dollari. Quindi un trafficante l'ha condotto sulla costa e imbarcato con altri cinque per un'isola greca, dove si è confuso tra i turisti e ha preso un traghetto per Atene. Altri 2.000 dollari per biglietto aereo e documenti falsi, tre imbarchi falliti, finché è riuscito a salire su un charter delle vacanze ed è atterrato ad Orio al Serio, Bergamo.
Ufficialmente, anche lui, qui in Italia non esiste.

giovedì 20 giugno 2013

Giornata mondiale del rifugiato (2). Il linguaggio della poesia


In occasione della Giornata mondiale del rifugiato abbiamo l'onore di pubblicare alcune opere di Mohammad Amin Waidi, regista, giornalista, poeta. La sua è una storia esemplare e il linguaggio poetico contribuisce ad incidere i pensieri e le emozioni.
Mohammad Amin Waidi Mohammad Amin Wahidi è nato nella capitale afghana di Kabul nel 1982.
Nel 1993, durante la guerra civile afghana dei primi anni Novanta, la sua famiglia lascia Kabul per Quetta (Pakistan), dove nel 1999 Amin Wahidi finisce il liceo. Nel 2002 la sua famiglia torna a Kabul e in seguito Amin inizia a lavorare e studiare nella città afghana.
La sua passione per le immagini risale all’infanzia, quando disegnava ritratti e paesaggi a matita, usando matite colorate e pastelli ad olio. Successivamente scopre di poter mettere insieme parole in modo da dargli un senso e creare immaginazioni favolose. È così che scopre che il cinema è l’arte totale e la forma artistica migliore per esprimere sé stesso: unendo immagini, parole e suoni!
Il suo primo cortometraggio, “The red shoes” (20’), risale al 2003, ed è realizzato dopo aver seguito un workshop cinematografico di tre mesi tenutosi alla Kabul Film Organization.
Nel 2004 si iscrive alla Kabul University, Dipartimento di Cinema (Facoltà di Belle Arti) e la frequenta per due anni, senza però ultimare gli studi. Dal 2005 al 2007 segue anche corsi di recitazione, digital filmmaking, montaggio e sceneggiatura nella privata Academy of Art and Education of Cinema di Kabul.
Negli anni successivi inizia a collaborare con alcune case di produzione cinematografiche, la AFC (Arman Film Company) e la Academy of Art and Education of Cinema, dove era stato studente. Lavora anche per la ATN (Ariana Television Network) come scrittore, produttore e presentatore di tre programmi settimanali dal 2004 al 2006:
È uno dei primi hazara ad apparire sullo schermo televisivo, fatto intollerabile per i fondamentalisti pashtun.
A fine 2006 viene minacciato dai fondamentalisti per il suo programma televisivo educativo “Let’s Learn Together”, considerato promotore del linguaggio degli “infedeli” nella terra dei Musulmani. I fondamentalisti del Sud del Paese minacciano di bruciare gli uffici della ATN se il programma non viene cancellato, ma soltanto per salvare il canale.
Nello stesso anno, il suo programma settimanale sul cinema - un programma per la promozione dei diritti umani – viene, invece, fermato. Amin Wahidi decide quindi di lasciare la sua carriera televisiva per ragioni di sicurezza.
Inizia a lavorare come giornalista e produttore per un breve periodo per la Farda Radio, attività che non riesce però a colmare la sua “passione per le immagini”. A inizio 2007 fonda la Deedenow Cinema Production Afghanistan, una piccola casa di produzione privata con sede nella Kabul occidentale, con lo scopo di realizzare e produrre cortometraggi e lungometraggi. Qui realizza il suo secondo cortometraggio, “Treasure in the ruins” (27’, 2007), insieme alla Razi Film House.
Sempre nel 2007, mentre cerca le location per il suo primo lungometraggio “The Keys to Paradise”, viene ancora una volta minacciato dagli estremisti a causa della trama del film. “The Keys to Paradise” racconta la storia di un attentatore suicida talebano, che negli ultimi minuti cambia idea e non commette l’attacco terroristico, vivendo il resto della sua vita con incubi, rimpianti e sensi di colpa per aver tradito i suoi amici.
A seguito di queste minacce di morte, il progetto resta irrealizzato e Amin Wahidi lascia l’Afghanistan con l’aiuto di amici giornalisti e attivisti dei cinema e diritti umani, giungendo in Italia dove chiede asilo politico a fine 2007 – asilo che gli viene concesso nel 2008.
Attualmente Amin Wahidi vive come rifugiato a Milano, lavorando part-time come librario alla Feltrinelli e studiando cinema nella prestigiosa scuola di cinema di Milano.

La differenza fra qua e di là

Qui,
sulla collina verde,
dove c’è la pace e la tranquillità
in mezzo all’erba fresca,
e la vita è dolce e bella
anche i diritti delle pecore
vanno rispettati.
Mentre da dove vengo io
terra di cenere e polvere
la cosa meno costosa è
il sangue di un uomo
e la vita di un essere umano
che costa
meno del prezzo di una pecora

*****

Qui,
sopra questa bella collina
è blu il cielo
con un sole sorridente in mezzo,
c’è attorno il mare clamoroso
che rilassa la mente e
coccola l’anima
scrosciandosi
e poi i diritti dei pesci di specie diverse
anche vanno rispettati!
Mentre da noi come una giungla selvaggia
chi ha le zampe più forti,
è lui il leone del territorio
e se hai un colore un po’ diverso
ti prendono la vita
strappandoti il corpo
o sparandoti nella testa

*****

E con tutto questo
io qui, migliaia di chilometri
oltre il mare, lontano da casa
dopo ormai tanti anni
ancora vivo
con tutto ciò
che avevo portato
dentro di me,
dalla mia terra madre;
amore, dolori e valori!
a tenermi sempre pronto
a qualsiasi ora
per il momento del volo di ritorno

*****

E tu che mi chiedevi sempre
Cosa ho nascosto nel mio petto
Che è così gonfio
Ma tu che ne sai
dei miei valori e dolori?!
Basta così,
O vuoi che ti racconti ancor di più?!!


Strage di Hazara a Quetta- Pakistan

Non è più rosso
il mio cuore,
non c’è più sangue
nelle mie vene
da quando l’hanno succhiato
tutto, fino infono,
inserendomi le zanne
nella gola e nel cuore.

Non ha più senso
per me, niente,
da quando non c’è più
nessun segno dell’umanità,
sulla mia terra in giro.

Ovunque c’è il buio
è il tempo di crepuscolo
e di ulule dei lupi matti, scatenati
e urli dei vampiri ubriachi
che sono in giro e la loro
voci si sentono nel vuoto,
nel aria, al buio in assenza di uomo.

La terra è diventata foresta;
una giungla piena di belve,
un posto per i lupi e vampiri
dove si parla soltanto di caccia,
e si beve soltanto il sangue
e si mostra soltanto i denti
e si gioca soltanto con i cadaveri!
E niente altro; non si sente, non si vede
e non si capisce atorno!
Dapertutto, c’è solo il rosso del sangue!


La fragilità della vita

Forse, ho saputo
un po’ in ritardo
che la vita è così fragile
come un pezzo di vetro
che può essere rotta in pezzi facilmente
e diventa così tagliente
come un coltello senza proprietario
e che può far male
a chiunque lo tocca per sbaglio

*****

Da quando ho visto
che il confine fra
essere e non essere
è così stretto e sottile
come un filo di seta
mi sono anche accorto
che non va più bene
lasciar passare i momenti della vita
con tristezza e senza sorrisi

*****
Come un essere umano
pieno d’amore, sensi e sentimenti
Non so, di quale dissidi miei vi parlo,
delle guerre che mi stanno dentro
o del fatto che neanche si può viver
in pace senza di queste guerre interiori
ma comunque, vivo la vita in ogni caso
con un sorriso sul viso contro
tante difficoltà che mi circondano
anche se ho un piccolo nemico mortale
che si chiama ulcera!


Mohammad Amin Waidi

Giornata mondiale del rifugiato (1)



Tanti i problemi per i rifugiati; difficile e tortuoso l'iter burocratico per ottenere, da parte delle commissioni preposte, una risposta positiva alla richiesta di asilo politico. Ma la questione è ancora più delicata per i minori stranieri non accompagnati: la politica migratoria degli altri Stati europei procede in maniera confusa quando, invece, sarebbe fondamentale sapere chi sono realmente i richiedenti asilo, la loro età, la loro vera identità. Come si legge nel rapporto - pubblicato lo scorso 17 maggio da Coram Children’s Legal Centre, associazione che si occupa di fornire assistenza legale ai minori - centinaia di bambini richiedenti asilo nel Regno Unito sono stati messi in pericolo dagli operatori sociali che non credono alle loro versioni. Il rapporto, dal titolo Buon compleanno? Dispute sull’età dei bambini nel sistema immigrazione, denuncia, infatti, che molti bambini sono stati erroneamente classificati come adulti con il risultato che centinaia di questi piccoli richiedenti asilo sono stati lasciati senza casa, senza diritto all'istruzione e, soprattutto, sono stati rinchiusi nei centri di detenzione per adulti dove hanno subìto anche abusi. Una delle “ragioni” a sostegno di queste pratiche è che il pugno di ferro contro gli immigrati, paga...dal punto di vista elettorale. Questo accade in Inghilterra, ma in Italia?
Secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, al 30 settembre 2012, i minori non accompagnati sono per lo più maschi e 1757 di loro, dopo essere stati in contatto con le autorità, risultano oggi irreperibili; 1170 di loro hanno un’età compresa fra 0 e 15 anni; di tutti i minori segnalati, solo 719, il 9,8%, sono stati accolti da una famiglia.
Tanti di questi minori sono particolarmente vulnerabili e spesso possono essere coinvolti in fenomeni di sfruttamento nonché inglobati nei circuiti dell'illegalità. Inoltre, ad essi bisogna aggiungere quei bambini e adolescenti che apparentemente hanno genitori o familiari i quali, tuttavia, non sono spesso in condizioni di costituire un valido punto di riferimento. Per prevenirne la devianza e orientarli sarebbero necessarie forme di intervento che prevedano un rafforzamento del dialogo inter-istituzionale e con i soggetti privati del no profit anche attraverso l'impiego di operatori ed educatori qualificati.

sabato 18 maggio 2013

Primo incontro dell'associazione per i Diritti umani


 Vogliamo ringraziare ancora di cuore i relatori, Spazio Tadini, il pubblico che ha permesso la riuscita del nostro primo incontro pubblico sul tema dei richiedenti asilo in Italia, in particolare sul progetto "Emergenza Nord Africa" che è stato illustrato attraverso le parole di Monica Macchi e il documentario intitolato "Il rifugio" di Luca Cusani e Francesco Cannito.
L'associazione per i Diritti Umani  collabora anche con altre realtà culturali e, in questa occasione, ha voluto dare spazio anche alla Rete Scuole Senza Permesso; Marta Sghirinzetti, insegnante volontaria, ha esposto le attività e gli obiettivi della Rete.
Ma le foto di Stefano Masciovecchio, anche autore del nostro logo, raccontano meglio dell'incontro che si è tenuto giovedì scorso, 16 maggio 2013. 






domenica 12 maggio 2013

PER I DIRITTI UMANI: LE CONDIZIONI DEGLI IMMIGRATI E DEI RICHIEDENTI ASILO IN ITALIA, OGGI

Pubblichiamo di nuovo il comunicato per l'incontro di giovedì prossimo: la data si avvicina e vi aspettiamo numerosi. Questo è solamente l'inizio di un nuovo e, speriamo, lungo percorso di approfondimenti culturali e di inziative che vorremmoproporvi e condividere. A prestissimo!

GIOVEDI’ 16 MAGGIO 2013
ore 18.30
presso
SPAZIO TADINI
Via Jommelli, 24 (MM Loreto/Piola)
Milano

- Ingresso gratuito a tutti gli associati Associazione per i Diritti Umani e
Associazione Spazio Tadini –
E’ possibile sottoscrivere le tessere delle associazioni in loco al costo agevolato di € 3,00

La neo costituita Associazione per i Diritti Umani si presenta attraverso il suo primo evento pubblico dal titolo Per i Diritti Umani: Le condizioni degli immigrati e dei richiedenti asilo in italia, oggi. Presso Spazio Tadini, Via Jommelli, 24 (MM Loreto/Piola) a Milano alle ore 18.30.

Aprirà gli interventi Alessandra Montesanto, Vicepresidente dell'Associazione Per i diritti umani che farà una breve presentazione del sito e delle attività dell'associazione stessa; seguiranno Marta Sghirinzetti della Rete Scuole Senza Permesso e Monica Macchi, esperta di mondo arabo e redattrice di Formacinema.it. Chiuderanno l'incontro i registi del documentario IL RIFUGIO, Francesco Cannito e Luca Cusani.
A seguito degli interventi verrà proiettato il documentario IL RIFUGIO:
Nel giugno 2011, 116 profughi provenienti dalla Libia sono stati trasferiti in un hotel disabitato sulle Alpi a 1800 metri di altezza. Per mesi hanno vissuto in completo isolamento nell’attesa che venisse riconosciuto il loro status di rifugiati. Questo documentario racconta la loro vita sospesa tra sogni e aspettative deluse.