
"...Non si potrà avere un globo pulito se gli uomini sporchi restano impuniti. E' un ideale che agli scettici potrà sembrare utopico, ma è su ideali come questo che la civiltà umana ha finora progredito (per quello che poteva). Morte le ideologie che hanno funestato il Novecento, la realizzazione di una giustizia più giusta distribuita agli abitanti di questa Terra è un sogno al quale vale la pena dedicare il nostro stato di veglia".
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sabato 26 dicembre 2015
Se in Danimarca tramonta l'Europa
di Adriano Prosperi (da La Republica)
UN pagamento anticipato delle spese di asilo e di assistenza. È una notizia che merita di essere attentamente considerata da tutti i cittadini europei. È un passo ulteriore nell'inedito esperimento di rapporti tra popoli migranti e popoli stanziali in atto ai nostri giorni.
Non del tutto inedito, tuttavia. Esso ci richiama alla mente quella tripartizione di ruoli che secondo lo storico Raul Hilberg si disegnò ai tempi del genocidio nazista e divise i contemporanei dei fatti tra carnefici, vittime, spettatori. Ci si chiede se sia possibile applicare questa tripartizione ai nostri tempi. Quali siano le vittime è evidente: in Europa attendiamo fra poco l'arrivo del milionesimo migrante per chiudere il bilancio del raccolto di questo anno. L'estate scorsa se ne attendevano ottocentomila e sembravano già troppi. Nel conto ci sarebbe da considerare anche quelli morti per via. All'Università di Amsterdam si censiscono i casi di "Death at the borders of Southern Europe". È l'elenco dei caduti di una guerra senza fine. A differenza di quelli delle guerre mondiali europee del ‘900 questi morti sono rappresentanti con una infografica fatta di tanti puntini dai colori diversi: in blu chiaro quelli identificati, in blu scuro quelli senza nome. Soldati ignoti della grande guerra in atto. Ma le vittime non sono solo quelle morte in viaggio. La strada dell'Europa è dura e piena di imprevisti anche per via di terra. I piedi dei bambini e delle donne migranti fanno pensare a quelli della sirenetta di Andersen. La nostra Europa così poco unita sembra divisa solo dalla diversa asprezza delle prove a cui sottopone i dannati della terra. E gli europei, cioè noi, sembrano impegnati in mutevoli giochi di ruolo: oggi carnefici ieri spettatori. Pronti comunque anche a livello politico ufficiale a rigettare responsabilità sul vicino e sempre protetti da chi caccia le cattive notizie nelle pagine interne dei giornali: come quella dei cinque bambini annegati due giorni fa nelle acque turche. Bambini sì, ma migranti. Fossero stati figli di gitanti ne avremmo conosciuto nomi e nazionalità e visto le foto in prima pagina. Chi non ricorda il corpo del piccolo Aylan, quella sua t-shirt rossa e quei pantaloncini blu scuro? La donna che scattò la fotografia disse di essersi sentita pietrificata: e sembra che il premier inglese Cameron dopo averla vista abbia modificato la durezza delle sue posizioni sull'immigrazione. Ma oggi tira un vento diverso. Impallidiscono i colori delle buone intenzioni dell'estate passata . Quelle della Merkel, che permisero a tutti i tedeschi per una volta almeno di sentirsi buoni, per ora hanno incontrato più ostacoli che consensi. Alla prova dei fatti contano le mura, quelle materiali e quelle legali e burocratiche che sono state alzate davanti a ogni frontiera, specialmente ma non solo a quella orientale dell'Europa, dove intanto la Turchia svolge il lavoro sporco ma ben retribuito di cane da guardia. È bastata l'ombra del terrorismo, l'idea che sui barconi arrivino da noi dei fanatici votati al martirio stragistico e la paura ha fatto il resto, gonfiando le vele dei partiti xenofobi, cambiando di colpo il paesaggio politico francese.
Il rapporto tra parole e fatti può essere misurato da quello che è accaduto il 18 dicembre. Era il giorno della Giornata internazionale di solidarietà con i migranti, fissato a ricordo della data in cui l'Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò nel 1990 la Convenzione internazionale per la tutela dei diritti dei migranti. Ma proprio in quel giorno, sulla festa delle buone intenzioni è calata dalla Danimarca l'ombra cupa del progetto di legge che abbiamo ricordato. In quel paese di una democrazia e di un welfare idoleggiati non solo dai migranti si avanza la legge che promette di essere la soluzione finale del problema. Il governo, espresso dal partito xenofobo Venstre, ha già fatto parecchio in questo senso.
Ora sta progettando un vero salto di qualità. Chi si presenterà alle frontiere sarà perquisito e si vedrà sequestrare danaro e ogni oggetto di valore. Si lasceranno le fedi nuziali, si dice: e non si arriverà certo a strappare ai migranti i denti d'oro, come i nazisti facevano alle loro vittime. È il danaro che conta: è questa la misura unica del valore nell'età del neoliberismo.
Anche se la violenza sui corpi non è una frontiera insuperabile. Proprio in questi giorni le cosiddette autorità europee hanno rimproverato quelle italiane per le mancate registrazioni delle impronte digitali dei migranti: e hanno imposto di permettere l'uso della forza per la raccolta delle impronte e di "trattenere più a lungo" i migranti che oppongono resistenza.
Dunque, guardiamo alla sostanza, ai duri fatti di un conflitto tra le ragioni della più elementare umanità e l'avanzare strisciante di un ritorno preventivo a misure che sono iscritte nelle pagine peggiori del nostro recente passato. Tocca a tutti noi come spettatori decidere se voltare altrove lo sguardo o resistere attivamente al degrado della realtà - questa sinistra realtà europea dei nostri giorni. I valori che sono in gioco non sono solo i soldi e gli oggetti preziosi dei migranti: sono quelli immateriali che dovrebbero costituire il fondamento di una costruzione europea oggi tutta da ripensare.
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giovedì 17 dicembre 2015
Detenzione dei richiedenti asilo e uso della forza per il prelievo delle impronte: “Se questo è il prezzo di Schengen, no grazie!”
Strasburgo, 16 dicembre 2015
Nel corso della seduta Plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo si è svolto il dibattito su “Detenzione dei richiedenti asilo e uso della forza nei loro confronti”, preceduto dalle dichiarazioni del Consiglio e della Commissione.
La deputata Barbara Spinelli (Gue-Ngl) ha preso la parola alla presenza di Dimitris Avramopoulos, Commissario per la migrazione, gli affari interni e la cittadinanza, e Nicolas Schmit, ministro del Lavoro lussemburghese, in rappresentanza della Presidenza del Consiglio.
«Leggo nel comunicato della Commissione sugli hotspot italiani che Roma deve “dare una cornice legale all'uso della forza” per il prelievo di impronte e le detenzioni prolungate. Sarà difficile, dicono i giuristi, a meno di violare due articoli della Costituzione: il 13 e il 24. Mi chiedo anche come l'Unione intenda far fronte a detenzioni e violenze verso i rifugiati che si estendono: in Ungheria, Bulgaria, Polonia, Francia, Spagna.
«In Italia le espulsioni forzate sono attuate anche quando i giudici sospendono i rimpatri. Il governo danese confisca da domenica scorsa i gioielli dei rifugiati – anelli nuziali esclusi – per pagarne i costi.
«È grave che tali misure siano presentate come urgenti e obbligatorie “per salvare Schengen”. Che il Presidente del Consiglio Europeo Tusk raccomandi 18 mesi di reclusione dei richiedenti asilo, sempre “per salvare Schengen”. Che non siano invece considerati obbligatori il non-refoulement, l'habeas corpus, la ricerca di alternative alla detenzione sistematica, la non coercizione su persone vulnerabili o minori.
«Non ci si può limitare a imporre solo misure repressive mentre la Carta, i trattati, il pacchetto asilo del 2013 prevedono diritti e clausole discrezionali ben più vincolanti.
«Se questo è il prezzo di Schengen: No grazie! – come cittadina europea rinuncio volentieri a Schengen, senza esitare».
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giovedì 18 dicembre 2014
Crimini contro l'ospitalità. Vita e violenza nei centri per stranieri
L'Associazione
per i Diritti Umani ha intervistato la Prof.ssa Di Cesare. La
ringraziamo molto per questo suo intervento.
Lei
parla, nel saggio, di “retorica ambigua dell'accoglienza”: ci può
spiegare a cosa si riferisce?
Mi
riferisco a quel linguaggio apparentemente benevolo con cui sono
stati coperti gli abusi, sono state dissimulate le illegalità. A
partire dall’inizio degli anni novanta, da quando è iniziata in
Italia la cosiddetta “emergenza sbarchi” si è spacciato per
azione etica l’intervento della polizia. I profughi, soccorsi in
mare, accolti al centro di Lampedusa, hanno potuto poi essere spediti
nei CIE. Per questo nel mio libro mi sono chiesta: in che modo il
soccorso diventa pretesto per legittimare l’internamento? Perché
si consegnano esseri umani, inermi e spogliati di ogni diritto, al
dominio burocratico degli agenti?
Per
riprendere una sua domanda: dove finisce la protezione umanitaria e
dove inizia il controllo poliziesco?
Protezione
umanitaria e controllo di polizia sono, a ben guardare, termini che
dovrebbero essere antitetici. E invece sono stati invece saldamente
uniti nel modello italiano di gestione degli “indesiderabili”. Da
una politica dell’eccezione si è passati all’eccezione come
politica. È così che quelle misure, che per la Costituzione
sarebbero eccezionali, sono divenute ordinarie. I centri di
detenzione amministrativa per stranieri sono stati apparentemente
accettati come una banale norma. Quasi si trattasse di un espediente
inevitabile, dettato dalle circostanze. Ma dietro la facciata di
legalità affiora continuamente quella sorta di infra-diritto
amministrativo che domina sovrano nei centri e che null’altro è se
non arbitrio poliziesco.
Terra
di emigrati, l’Italia di tutto il dopoguerra non aveva leggi che
riguardassero la presenza di stranieri sul territorio nazionale. Per
anni e decenni ha prevalso il diritto di polizia. Lo straniero era un
sospetto da tenere sotto sorveglianza e affidare alla disciplina
delle forze dell’ordine. Da allora il diritto di polizia ha
improntato la legislazione e, più in generale, l’atteggiamento
verso gli stranieri immigrati.
Già
la legge Martelli, che ha contribuito a regolamentare il soggiorno
degli stranieri, era dettata dalla logica poliziesca: prevedeva
misure di contrasto all’immigrazione “illegale” mentre non
considerava né i diritti umani né l’inserimento degli stranieri
nella società civile. Tra esigenze di ordine pubblico e emergenza
umanitaria, la legislazione che, da un decreto all’altro, si è
andata sviluppando nel corso degli anni novanta, ha introdotto
l’obbligo di dimora in vista di “accertamenti supplementari”
per stabilire l’identità e procedere all’espulsione.
La
parola “centri” compare per la prima volta nella legge Puglia che
dopo l’internamento degli albanesi nello stadio di Bari mirava a
disciplinare la gestione degli sbarchi; nascono di qui i centri di
accoglienza, nell’ambiguità, tra assistenza e controllo.
La
detenzione amministrativa degli stranieri è stata introdotta dalla
legge del 6 marzo 1998, detta Turco-Napolitano. Al respingimento e
all’espulsione si aggiunge la possibilità che lo straniero possa
essere trattenuto, per un massimo di trenta giorni, in un “centro
di permanenza temporanea” (CPT). La decisione viene attribuita al
questore. Sorgono in tal modo, con un successivo cambio di acronimo,
i CIE.
Com’è
noto, la legge Bossi-Fini ha inasprito ulteriormente le misure contro
l’immigrazione, estendendo il periodo di trattenimento nel CIE e
privilegiando l’espulsione. Di fatto ha confermato la logica
poliziesca, sottesa già alla legislazione precedente, affidando la
“detenzione umanitaria” ai burocrati della sicurezza. I centri
per identificare e espellere gli stranieri sono stati così sottratti
al diritto e lasciati al controllo e alla discrezione delle forze di
polizia.
Su
quali basi poggia la politica della paura nei confronti degli
stranieri poveri? E quali sono le conseguenze di questa politica?
La
battaglia contro la criminalità, accortamente spettacolarizzata, ha
assunto un rilievo smisurato rispetto ai grandi problemi sui quali
dovrebbe piuttosto concentrarsi l’attenzione pubblica. Non ci si
interroga sulle cause e tutto viene ridotto a drastiche prese di
posizione. Così viene messo in scena un mondo suddiviso tra
criminali e custodi dell’ordine. E si punto l’indice contro
l’estraneo che è il sospetto, lo straniero che è il nemico,
l’immigrato che è il criminale.
La
difesa dell’identità territoriale passa attraverso la messa al
bando di quegli “scarti” che invadono le vie delle metropoli:
mendicanti molesti, lavavetri, zingari, profughi, extra-comunitari,
migranti da espellere. I media, a loro volta, amplificano e
drammatizzano contribuendo efficacemente alla stigmatizzazione. La
lotta alla criminalità diventa spettacolo mediatico, mentre si fa
labile il confine tra i “fatti di cronaca” riportati dal Tg e la
trama del telefilm dove eroici detective rischiano la vita per la
sicurezza di tutti. La paura cresce. Si può parlare di una politica
della paura, oculatamente alimentata, effetto di una quotidiana
orchestrazione mediatica.
La
retorica dell’invasione va letta nel contesto di questa più ampia
politica della paura. Non si tratta solo di trasformare gli stranieri
– alcuni e non altri – in comodi nemici. Si tratta anche di
imporre a tutti i cittadini il “noi” delle élite egemoni,
preoccupate per le rivendicazioni di giustizia sociale che le
migrazioni mettono in moto. Chi è dunque il noi che ha paura? È
quello di chi vorrebbe occultare le disuguaglianze del mondo
globalizzato rimuovendo così anche le proprie responsabilità
politiche. Gli stranieri non sono infatti esclusi, ma sono invece
attratti e respinti secondo un complesso dispositivo con cui si vuole
governare la mobilità dei migranti e ottenere la flessibilità di
tutti.
Qual
è la sua opinione riguardo all'operazione “Mare Nostrum”?
Io
penso che il dovere dell’ospitalità, che per secoli non è mai
stato messo in discussione, sia il pilastro di una società civile. E
penso anche che non si possa limitare il diritto alla mobilità di
nessun essere umano. In crisi sono oggi i diritti umani che sono
tutelati solo dagli stati-nazione. Chi non appartiene a uno stato,
chi si trova senza cittadinanza e senza passaporto, è escluso anche
dai diritti umani. Occorre in tal senso ripensare i diritti umani. E
occorre inoltre interrogarsi sul razzismo. C’è chi crede che
razzismo sia la convinzione che esistono le razze. Direi che il
razzismo, eredità del passato ultimo europeo, è la pretesa di
scegliere con chi coabitare. Su questo ho insistito nel mio libro.
“Mare nostrum” è il minimo che si possa fare. Ma dopo aver
salvato una vita in mare, non la si può segregare in un campo.
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martedì 22 ottobre 2013
I bimbi siriani in fuga dalla guerra tra i passeggeri in stazione a Milano. Famiglie arrivate in Sicilia e dirette in Svezia.
Pubblicato sul Corriere della Sera il 27 settembre 2013
Riportiamo
questo reportage perchè, oggi ancora di più, il tema dei
richiedenti asilo e dell'immigrazione deve essere al centro delle
riflessioni politiche e sociali. E anche perchè una decina di
siriani, a distanza di mesi, è ancora accampata alla Stazion
Centrale di Milano in attesa di essere trasferita in un centro di
accoglienza o che sia trovata qualche altra soluzione, magari
migliore.
Abbiamo
anche deciso di pubblicare alcune fotografie di bambini siriani, nel
loro Paese, prima della rivoluzione e della guerra: come augurio
affinchè tornino a vivere in un clima sereno. (Le fotografie sono di
Mariangela Possenti che ringraziamo per averle condivise con tutti
noi)
Li
vedi che si muovono come ombre, silenziosi e attenti: non
vogliono essere identificati, in Sicilia hanno fatto resistenza agli
agenti che prendevano le impronte digitali, in Lombardia evitano gli
sportelli di aiuto che siano del Comune o della Caritas: vogliono
solo ripartire. Chi ha raggiunto il Nord è informato e sa che
chiedere asilo in Italia non è un buon affare, perché ai rifugiati
il Paese offre poco e perché inoltrare la pratica qui, in base ai
regolamenti europei, significa non poter varcare il confine.
Devono anche stare attenti ai truffatori. In stazione si è sparsa la voce dell'arrivo a frotte dei siriani, raccontano che uomini nordafricani offrono passaggi clandestini, si prestano a fare biglietti, approfittano delle difficoltà a esprimersi in un'altra lingua che non sia l'arabo per togliere a queste famiglie gli ultimi soldi rimasti. È uno dei motivi per cui Abdallah e i suoi amici si danno il cambio in piazza. «Appena posso lasciare il lavoro - fa il marmista - vengo a vedere se ci sono connazionali che hanno bisogno di aiuto». Latte per i piccoli, un cambio di biancheria, ma soprattutto un tetto.
Devono anche stare attenti ai truffatori. In stazione si è sparsa la voce dell'arrivo a frotte dei siriani, raccontano che uomini nordafricani offrono passaggi clandestini, si prestano a fare biglietti, approfittano delle difficoltà a esprimersi in un'altra lingua che non sia l'arabo per togliere a queste famiglie gli ultimi soldi rimasti. È uno dei motivi per cui Abdallah e i suoi amici si danno il cambio in piazza. «Appena posso lasciare il lavoro - fa il marmista - vengo a vedere se ci sono connazionali che hanno bisogno di aiuto». Latte per i piccoli, un cambio di biancheria, ma soprattutto un tetto.
Safwan
Bari si è portato a casa due donne e sette bambini, che con i suoi
fanno undici. «Chiedo
scusa per l'odore - nel salotto l'aria è irrespirabile -: sono due
settimane che non si tolgono scarpe e vestiti», hanno pianto, hanno
vomitato per il mare grosso, questo ragazzino coi ricci neri seduto
sul divano ha pure rischiato di cadere in acqua. È la mamma a
raccontarlo, Safwan traduce. Sono fuggiti da Erbin, quartiere alla
periferia di Damasco, dopo l'attacco dell'esercito di Assad con le
armi chimiche. Hanno raggiunto Latakia, la cittadina portuale a Nord
di Homs, e lì hanno pagato. «Cinquemila dollari per ogni adulto,
2.500 per i bambini». Fanno 17.500, come ve li siete procurati? «Mio
marito, commerciante d'automobili, li aveva messi da parte». Non
abbastanza, però. Il resto viene da una colletta di amici e parenti,
che si sono sacrificati perché almeno loro, i più giovani, si
salvassero.
Il centro di raccolta e di «smistamento» dei profughi è a poche centinaia di metri da casa sua, in un bar di Cologno Monzese ritrovo della comunità siriana a Nord di Milano. Ai tavolini sono tutti maschi e discutono di come affrontare l'emergenza. Non c'è posto per tutti, qualcuno dormirà in auto. S. M. per ora ha trovato ospitalità: 35 anni, rosso di barba e di capelli legati in una coda, una pallottola nel braccio sinistro sparata da un cecchino, nel suo quartiere alla periferia di Damasco aveva un negozio di scarpe, ma si dilettava anche di ritratti, ai matrimoni e alle feste. Quando è iniziata la rivolta, ha recuperato la macchina fotografica e racconta di essersi messo al servizio dei ribelli. Non vuole dire di aver combattuto, ma accetta di farsi scattare un'immagine, perché, dice «non ho paura, la mia faccia è già nell'album dei ricercati dalla polizia di Assad, mi hanno già bruciato casa e negozio, non ho famiglia, non ho più nulla». Per questo è fuggito. Lungo un percorso diverso, ma ugualmente costoso.
In
macchina e a piedi ha raggiunto la frontiera con la Turchia.
Di lì per arrivare a Istanbul ha pagato 2.500 dollari. Quindi un
trafficante l'ha condotto sulla costa e imbarcato con altri cinque
per un'isola greca, dove si è confuso tra i turisti e ha preso un
traghetto per Atene. Altri 2.000 dollari per biglietto aereo e
documenti falsi, tre imbarchi falliti, finché è riuscito a salire
su un charter delle vacanze ed è atterrato ad Orio al Serio,
Bergamo.
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giovedì 20 giugno 2013
Giornata mondiale del rifugiato (2). Il linguaggio della poesia
In
occasione della Giornata mondiale del rifugiato abbiamo l'onore di
pubblicare alcune opere di Mohammad Amin Waidi, regista, giornalista, poeta. La
sua è una storia esemplare e il linguaggio poetico contribuisce ad
incidere i pensieri e le emozioni.
Mohammad
Amin Waidi Mohammad
Amin Wahidi è nato nella capitale afghana di Kabul nel 1982.
Nel
1993, durante la guerra civile afghana dei primi anni Novanta, la sua
famiglia lascia Kabul per Quetta
(Pakistan), dove nel 1999 Amin Wahidi finisce il liceo. Nel 2002 la
sua famiglia torna a Kabul e in seguito Amin inizia a lavorare e
studiare nella città afghana.
La
sua passione per le immagini risale
all’infanzia, quando disegnava ritratti e paesaggi a matita, usando
matite colorate e pastelli ad olio. Successivamente scopre di poter
mettere insieme parole in modo da dargli un senso e creare
immaginazioni favolose. È così che scopre che il cinema è l’arte
totale e la forma artistica migliore per esprimere sé stesso: unendo
immagini, parole e suoni!
Il
suo primo cortometraggio, “The red shoes” (20’), risale al
2003, ed è realizzato dopo aver seguito un workshop cinematografico
di tre mesi tenutosi alla Kabul Film Organization.
Nel
2004 si iscrive alla Kabul
University, Dipartimento di Cinema (Facoltà di Belle Arti) e la
frequenta per due anni, senza però ultimare gli studi. Dal 2005 al
2007 segue anche corsi di recitazione, digital filmmaking, montaggio
e sceneggiatura nella privata Academy of Art and Education of Cinema
di Kabul.
Negli
anni successivi inizia a collaborare con alcune case di produzione
cinematografiche, la AFC (Arman Film Company) e la Academy of Art and
Education of Cinema, dove era stato studente. Lavora anche per la ATN
(Ariana Television Network) come scrittore, produttore e presentatore
di tre programmi settimanali dal 2004 al 2006:
È
uno dei primi hazara ad apparire sullo schermo televisivo, fatto
intollerabile
per i fondamentalisti pashtun.
A
fine 2006 viene minacciato dai fondamentalisti per il suo programma
televisivo educativo “Let’s Learn Together”, considerato
promotore del linguaggio degli “infedeli” nella terra dei
Musulmani. I fondamentalisti del Sud del Paese minacciano di bruciare
gli uffici della ATN se il programma non viene cancellato, ma
soltanto per salvare il canale.
Nello
stesso anno, il suo programma settimanale sul cinema - un programma
per la promozione dei diritti umani – viene, invece, fermato. Amin
Wahidi decide quindi di lasciare la sua carriera televisiva per
ragioni di sicurezza.
Inizia
a lavorare come giornalista e produttore per un breve periodo per la
Farda Radio, attività che non riesce però a colmare la sua
“passione per le immagini”. A inizio 2007 fonda la Deedenow
Cinema Production Afghanistan, una piccola casa di produzione privata
con sede nella Kabul occidentale, con lo scopo di realizzare e
produrre cortometraggi e lungometraggi. Qui realizza il suo secondo
cortometraggio, “Treasure in the ruins” (27’, 2007), insieme
alla Razi Film House.
Sempre
nel 2007, mentre cerca le location per il suo primo lungometraggio
“The Keys
to Paradise”, viene ancora una volta minacciato dagli estremisti a
causa della trama del film. “The
Keys to Paradise”
racconta la storia di un attentatore suicida talebano, che negli
ultimi minuti cambia idea e non commette l’attacco terroristico,
vivendo il resto della sua vita con incubi, rimpianti e sensi di
colpa per aver tradito i suoi amici.
A
seguito di queste minacce di morte, il progetto resta irrealizzato e
Amin
Wahidi lascia l’Afghanistan con l’aiuto di amici giornalisti e
attivisti dei cinema e diritti umani, giungendo in Italia dove chiede
asilo politico a fine 2007 – asilo che gli viene concesso nel 2008.
Attualmente
Amin
Wahidi vive come rifugiato a Milano, lavorando part-time come
librario alla Feltrinelli e studiando cinema nella prestigiosa scuola
di cinema di Milano.
La
differenza fra qua e di là
Qui,
sulla
collina verde,
dove
c’è la pace e la tranquillità
in
mezzo all’erba fresca,
e
la vita è dolce e bella
anche
i diritti delle pecore
vanno
rispettati.
Mentre
da dove vengo io
terra
di cenere e polvere
la
cosa meno costosa è
il
sangue di un uomo
e
la vita di un essere umano
che
costa
meno
del prezzo di una pecora
*****
Qui,
sopra
questa bella collina
è
blu il cielo
con
un sole sorridente in mezzo,
c’è
attorno il mare clamoroso
che
rilassa la mente e
coccola
l’anima
scrosciandosi
e
poi i diritti dei pesci di specie diverse
anche
vanno rispettati!
Mentre
da noi come una giungla selvaggia
chi
ha le zampe più
forti,
è
lui il leone del territorio
e
se hai un colore un po’ diverso
ti
prendono la vita
strappandoti
il corpo
o
sparandoti nella testa
*****
E
con tutto questo
io
qui, migliaia di chilometri
oltre
il mare, lontano da casa
dopo
ormai tanti anni
ancora
vivo
con
tutto ciò
che
avevo portato
dentro
di me,
dalla
mia terra madre;
amore,
dolori e valori!
a
tenermi sempre pronto
a
qualsiasi ora
per
il momento del volo di ritorno
*****
E
tu che mi chiedevi sempre
Cosa
ho nascosto nel mio petto
Che
è così gonfio
Ma
tu che ne sai
dei
miei valori e dolori?!
Basta
così,
O
vuoi che ti racconti ancor di più?!!
Strage
di Hazara a Quetta- Pakistan
Non
è
più rosso
il
mio cuore,
non
c’è più sangue
nelle
mie vene
da
quando l’hanno succhiato
tutto,
fino infono,
inserendomi
le zanne
nella
gola
e nel cuore.
Non
ha più
senso
per
me, niente,
da
quando non c’è più
nessun
segno dell’umanità,
sulla
mia terra in giro.
Ovunque
c’è
il buio
è
il tempo di crepuscolo
e
di ulule dei lupi matti, scatenati
e
urli dei vampiri ubriachi
che
sono in giro e la loro
voci
si sentono nel vuoto,
nel
aria,
al buio in assenza di uomo.
La
terra è
diventata foresta;
una
giungla piena
di belve,
un
posto per i lupi e vampiri
dove
si parla soltanto di caccia,
e
si beve soltanto il sangue
e
si mostra soltanto i denti
e
si gioca soltanto con i cadaveri!
E
niente altro; non si sente, non si vede
e
non
si capisce atorno!
Dapertutto,
c’è solo il rosso del sangue!
La
fragilità
della vita
Forse,
ho saputo
un
po’
in ritardo
che
la vita è così
fragile
come
un
pezzo di vetro
che
può
essere rotta in pezzi facilmente
e
diventa così tagliente
come
un coltello senza proprietario
e
che può
far male
a
chiunque lo tocca per sbaglio
*****
Da
quando ho visto
che
il confine fra
essere
e non essere
è
così stretto e sottile
come
un filo di seta
mi
sono anche accorto
che
non va
più bene
lasciar
passare i momenti della
vita
con
tristezza e senza sorrisi
*****
Come
un essere umano
pieno
d’amore, sensi e sentimenti
Non
so, di quale dissidi miei vi parlo,
delle
guerre che mi stanno dentro
o
del
fatto che neanche si può viver
in
pace senza di queste guerre interiori
ma
comunque, vivo la vita in ogni caso
con
un sorriso
sul viso contro
tante
difficoltà che mi circondano
anche
se ho
un piccolo nemico mortale
che
si chiama ulcera!
Mohammad Amin Waidi |
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Giornata mondiale del rifugiato (1)
Tanti i
problemi per i rifugiati; difficile e tortuoso l'iter burocratico per
ottenere, da parte delle commissioni preposte, una risposta positiva
alla richiesta di asilo politico. Ma la questione è ancora più
delicata per i minori stranieri non accompagnati: la politica
migratoria degli altri Stati europei procede in maniera confusa
quando, invece, sarebbe fondamentale sapere chi sono realmente i
richiedenti asilo, la loro età, la loro vera identità. Come si
legge nel rapporto - pubblicato lo scorso 17 maggio da Coram
Children’s Legal Centre, associazione che si occupa di fornire
assistenza legale ai minori - centinaia di bambini richiedenti asilo
nel Regno Unito sono stati messi in pericolo dagli operatori sociali
che non credono alle loro versioni. Il rapporto, dal titolo Buon
compleanno? Dispute sull’età dei bambini nel sistema immigrazione,
denuncia, infatti, che molti bambini sono stati erroneamente
classificati come adulti con il risultato che centinaia di questi
piccoli richiedenti asilo sono stati lasciati senza casa, senza
diritto all'istruzione e, soprattutto, sono stati rinchiusi nei
centri di detenzione per adulti dove hanno subìto anche abusi. Una
delle “ragioni” a sostegno di queste pratiche è che il pugno di
ferro contro gli immigrati, paga...dal punto di vista elettorale.
Questo accade in Inghilterra, ma in Italia?
Secondo
il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, al 30 settembre
2012, i minori non accompagnati sono per lo più maschi e 1757
di loro, dopo essere stati in contatto con le autorità, risultano
oggi irreperibili; 1170
di loro hanno un’età
compresa fra 0 e 15 anni; di tutti i minori segnalati, solo
719,
il
9,8%, sono
stati accolti da una famiglia.
Tanti di
questi minori sono particolarmente vulnerabili e spesso possono
essere coinvolti in fenomeni di sfruttamento nonché inglobati nei
circuiti dell'illegalità. Inoltre, ad essi bisogna aggiungere quei
bambini e adolescenti che apparentemente hanno genitori o familiari i
quali, tuttavia, non sono spesso in condizioni di costituire un
valido punto di riferimento. Per prevenirne la devianza e orientarli
sarebbero necessarie forme di intervento che prevedano un
rafforzamento del dialogo inter-istituzionale e con i soggetti
privati del no profit anche attraverso l'impiego di operatori ed
educatori qualificati.
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sabato 18 maggio 2013
Primo incontro dell'associazione per i Diritti umani
Vogliamo ringraziare ancora di cuore i relatori, Spazio Tadini, il pubblico che ha permesso la riuscita del nostro primo incontro pubblico sul tema dei richiedenti asilo in Italia, in particolare sul progetto "Emergenza Nord Africa" che è stato illustrato attraverso le parole di Monica Macchi e il documentario intitolato "Il rifugio" di Luca Cusani e Francesco Cannito.
L'associazione per i Diritti Umani collabora anche con altre realtà culturali e, in questa occasione, ha voluto dare spazio anche alla Rete Scuole Senza Permesso; Marta Sghirinzetti, insegnante volontaria, ha esposto le attività e gli obiettivi della Rete.
Ma le foto di Stefano Masciovecchio, anche autore del nostro logo, raccontano meglio dell'incontro che si è tenuto giovedì scorso, 16 maggio 2013.
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domenica 12 maggio 2013
PER I DIRITTI UMANI: LE CONDIZIONI DEGLI IMMIGRATI E DEI RICHIEDENTI ASILO IN ITALIA, OGGI
GIOVEDI’
16 MAGGIO 2013
ore
18.30
presso
SPAZIO
TADINI
Via
Jommelli, 24 (MM Loreto/Piola)
Milano
Milano
-
Ingresso gratuito a tutti gli associati Associazione per i Diritti
Umani e
Associazione Spazio Tadini –
Associazione Spazio Tadini –
E’
possibile sottoscrivere le tessere delle associazioni in loco al
costo agevolato di € 3,00
La
neo costituita Associazione per i Diritti Umani si presenta
attraverso il suo primo evento pubblico dal titolo Per
i Diritti Umani: Le condizioni degli immigrati e dei richiedenti
asilo in italia, oggi.
Presso Spazio Tadini, Via Jommelli, 24 (MM Loreto/Piola) a Milano
alle ore 18.30.
Aprirà
gli interventi Alessandra Montesanto, Vicepresidente
dell'Associazione Per i diritti umani che farà una breve
presentazione del sito e delle attività dell'associazione stessa;
seguiranno Marta Sghirinzetti della Rete Scuole Senza Permesso e
Monica Macchi, esperta di mondo arabo e redattrice di Formacinema.it.
Chiuderanno l'incontro i registi del documentario IL RIFUGIO,
Francesco Cannito e Luca Cusani.
A
seguito degli interventi verrà proiettato il documentario IL
RIFUGIO:
Nel
giugno 2011, 116 profughi provenienti dalla Libia sono stati
trasferiti in un hotel disabitato sulle Alpi a 1800 metri di altezza.
Per mesi hanno vissuto in completo isolamento nell’attesa che
venisse riconosciuto il loro status di rifugiati. Questo
documentario racconta la loro vita sospesa tra sogni e aspettative
deluse.
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