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giovedì 3 settembre 2015

Riflessioni su possibili strumenti di ingresso protetto di richiedenti protezione internazionale sul territorio europeo




a cura del Gruppo di studio Progetto Lampedusa*



A mani nude, senza altra scelta. Passo in rassegna i volti a uno a uno, la piazza universale
delle donne e degli uomini che porto con me verso un altro mondo.
Fratelli miei, non ci hanno vinti. Siamo ancora liberi di solcare il mare”
Luther Blisset, “Q”



L’Unione europea – pur a fronte di grandi dichiarazioni di principi, sacralizzate nella Carta di Nizza e nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo – ha fino ad oggi affrontato la questione dell’ingresso sul territorio europeo di migranti e richiedenti protezione internazionale prevalentemente alla stregua di un problema di sicurezza, che si è tradotto in investimenti volti a rafforzare e a controllare la frontiera esterna dell’UE.
Intanto, dal 2000 al settembre 2014
[1] le persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa sono state almeno 22.000; nel solo 2014, sono 3.072 i migranti morti nel Mediterraneo, oltre il doppio rispetto al medesimo periodo del 2013.
Le persone che cercano di attraversare irregolarmente le frontiere europee sono nella maggioranza dei casi uomini, donne e bambini costretti ad abbandonare i loro Paesi in guerra o sottoposti a regimi brutali: provengono dal Corno d’Africa, dall’Africa Centrale, dall’Iraq e dall’Afghanistan, da quel che resta delle Primavere Arabe e, oggi, dalla Siria, Paese ove la guerra ha causato la morte di oltre 190.000 persone.
Sono, nella grande maggioranza dei casi, persone che ai sensi della Convenzione di Ginevra e della Direttiva Qualifiche
[2] avrebbero pieno diritto alla protezione internazionale.
La domanda è
naive, ma viene da sé: perché persone che il nostro sistema riconosce quali soggetti da proteggere rischiano ogni giorno la propria vita per varcare le nostre frontiere?
La risposta si trova nella stessa normativa europea
[3]: i richiedenti asilo possono infatti presentare la loro domanda di protezione solo allorquando si trovino già sul territorio dell’Unione europea.
Il viaggio verso l’Europa è dunque il presupposto necessario per accedere all’asilo, e rimane, paradossalmente, affare dei migranti: e, come già osservato nel 1999, dal Consiglio europeo per i rifugiati e gli esiliati (ECRE) durante il Consiglio di Tampere «il miglior sistema europeo di riconoscimento del diritto d’asilo sarebbe comunque ben poca cosa, se alle persone in cerca di rifugio non è data alcuna possibilità di beneficiarne fino a quando non abbiano raggiunto la stessa Europa».
Per fermare, o quantomeno ridurre, la tragedia che avviene nel Mediterraneo da decenni e il traffico di migranti su cui prosperano le organizzazioni criminali sarebbe pertanto necessario e doveroso, come richiesto da tempo da molte ONG, superare l’attuale quadro normativo e riuscire ad approntare soluzioni strutturali – e non già emergenziali – volte a realizzare un meccanismo di tutela per i richiedenti asilo precedente, e non già successivo, agli oramai noti “viaggi della speranza”, che permetta agli stessi un accesso effettivo e sicuro alla protezione internazionale di cui sono riconosciuti titolari.
[4]Gli strumenti giuridici a disposizione delle istituzioni per contrastare tale paradosso esistono, e questo lavoro si propone di analizzarne brevemente le caratteristiche.
Prima di intraprendere la predetta analisi, è opportuno segnalare che, oltre alle gravi carenze relative alla possibilità di ingresso sul territorio europeo, l’azione dell’Unione e degli Stati membri – salvo alcuni casi virtuosi – si è dimostrata sinora insufficiente anche per ciò che riguarda il trattamento che viene riservato a coloro che riescono ad arrivare nel territorio europeo: gli standard di accoglienza non sono adeguati, il c.d. sistema Dublino ha creato una situazione di disuguaglianza sostanziale cui l’Unione non pare interessata a porre rimedio, i migranti sono spesso sottoposti ad una detenzione
de facto e non esiste a livello normativo una strategia unica che garantisca, sostanzialmente, il rispetto e il riconoscimento della dignità di costoro, come singoli e nelle formazioni sociali.
Con l’auspicata introduzione di procedure di ingresso protetto, non si potrà pertanto prescindere anche da un ripensamento, o addirittura un superamento, del sistema Dublino.
Il recente Regolamento UE n. 604/2013 (c.d. Regolamento Dublino III) che ha sostituito, abrogandolo, il Regolamento 343/2003/CE, pur recependo, almeno in parte, le garanzie sancite dalla giurisprudenza della Corte di giustizia europea e della Corte europea dei diritti dell’uomo
[5], non ha modificato nella sostanza le procedure di determinazione dello Stato competente all’esame delle domande di asilo (i cosiddetti “criteri gerarchici”).
Ancora adesso, dunque, il sistema Dublino assegna – nella maggior parte dei casi – la responsabilità di esaminare la richiesta di protezione internazionale (e di farsi carico della successiva accoglienza) allo Stato membro di primo arrivo del migrante, così determinando una forte pressione sui Paesi membri che si trovano ai confini dell’Unione europea.
In molti casi questi Paesi non hanno saputo (o voluto) apprestare condizioni di asilo e accoglienza adeguate, con il risultato che – si veda l’esempio della Grecia, della Bulgaria, ora anche dell’Italia – sempre più numerose sono state le pronunce giurisprudenziali che hanno annoverato questi paesi tra quelli “non sicuri”.
A ciò si aggiunga che, più in generale, gli Stati membri adempiono agli obblighi internazionali relativi alla protezione dei rifugiati con modalità che spesso determinano significative differenze dei sistemi di accoglienza e delle possibilità di integrazione dei migranti.
Questa situazione ha di fatto creato, all’interno dell’Unione, un fenomeno di intensa mobilità – nuovamente irregolare – dei richiedenti asilo, i quali, nel tentativo di presentare domanda di protezione nel Paese in cui effettivamente vorrebbero stabilirsi, si trovano costretti ad attraversare illegalmente i territori degli Stati membri.
Tentando di sfuggire ai controlli di frontiera – molto spesso con l’ausilio di trafficanti, pagati a caro prezzo – gli stessi cercano di evitare di essere identificati e quindi di dover radicare l’
iter per il riconoscimento della protezione in uno Stato membro in cui rischiano di veder violati i propri diritti fondamentali (si veda il caso della Grecia) o che non è in grado di garantire loro le tutele minime previste dalle normative europee, o ancora in cui non sarebbero in grado di trovare un lavoro che consenta loro una vita dignitosa.
In quest’ottica, da un lato, si sarebbero auspicabili procedure di ingresso che consentissero di attribuire priorità, all’interno dei criteri gerarchici, alla volontà del richiedente, con elementi correttivi fondati su legami reali fra il richiedente e lo Stato membro; dall’altro, si dovrebbe raggiungere una completa armonizzazione delle normative nazionali in materia di asilo con meccanismi efficienti volti a garantire solidarietà ed equità tra gli Stati, secondo quanto previsto dall’art. 80 TFUE, insieme ad un piano di azione non più lasciato alla discrezionalità degli Stati, ma fondato sull’obbligatorietà di un intervento europeo, in modo tale da garantire su tutto il territorio dell’Unione i medesimi standard di accoglienza.



Gli strumenti a disposizione dell’Unione Europea e dell’Italia

L’Unione europea e i singoli Stati membri hanno già avuto modo di sperimentare – al di fuori di un quadro normativo organico – modalità di riconoscimento della protezione internazionale che garantiscono in maniera enormemente più efficace la sicurezza fisica dei richiedenti asilo (nonché l’arrivo “ordinato” degli stessi, con conseguente possibilità di approntare più efficaci sistemi di accoglienza).
Si tratta in alcuni casi di strumenti utilizzati sinora soltanto per particolari situazioni di emergenza, in altri casi di modalità di riconoscimento dell’asilo che erano un tempo adottate da singoli Stati membri e che poi – proprio a causa delle politiche europee, per un beffardo fenomeno di eterogenesi dei fini – sono state dismesse.
Tali strumenti sono:
i) le Procedure di Ingresso Protetto (PEP) ii) la prassi dei reinsediamenti, in inglese resettlement, promossa dall’UNHCR, iii ) le operazioni di evacuazione umanitaria, anche dette “corridoi umanitari”; iv) un più pieno utilizzo delle possibilità previste dal sistema dei visti Schengen.
Nei prossimi paragrafi si approfondirà brevemente ciascuno di tali strumenti.



Le procedure di ingresso protetto (PEP)

L’espressione procedure di ingresso protetto (PEP) sta complessivamente ad indicare tutte quelle procedure che permettono allo straniero di richiedere la protezione internazionale ad un potenziale Stato ospite fuori dal territorio di quello Stato e, in caso di riscontro positivo a tale richiesta, di accedervi in tutta sicurezza e legalità.
Le procedure di ingresso protetto hanno dunque l’obiettivo di evitare gli ingressi illegali – e i viaggi nelle mani dei trafficanti ad essi connessi – dei richiedenti asilo nel territorio che dovrebbe, o potrebbe, riconoscere agli stessi la protezione internazionale. Tali procedure permettono altresì agli Stati ospiti di decidere preventivamente e ordinatamente, sulla base delle proprie capacità e possibilità di accoglienza, il numero e il tempo degli arrivi dei richiedenti asilo sul proprio territorio.
I luoghi naturalmente deputati – in assenza di specifici uffici – a raccogliere le richieste di ingresso e di protezione internazionale sono le ambasciate e i consolati presenti nello Stato di provenienza o di transito dei richiedenti asilo, che andrebbero all’uopo preparate e rafforzate; il loro regime giuridico ovvia al problema – posto da alcuni – secondo il quale il richiedente asilo non potrebbe procedere alla richiesta direttamente nel suo Paese, poiché la “fuga” dal pericolo che tale Paese rappresenta per il richiedente asilo è un elemento essenziale per il riconoscimento della protezione internazionale.
Generalmente, nei casi in cui tale sistema è applicato
[6], le procedure di ingresso protetto sono disciplinate da leggi ordinarie che stabiliscono il ruolo delle ambasciate, il loro rapporto con le commissioni centrali che decidono circa l’accoglibilità della richiesta di protezione internazionale, la possibilità per il richiedente di entrare nel Paese ospite solo una volta ottenuta la protezione internazionale ovvero (come previsto dalla maggioranza delle PEP) anche nel caso in cui la richiesta risulti prima facie accoglibile, con svolgimento delle successive pratiche direttamente nello Stato ospite e con relativo – seppur temporaneo – permesso di soggiorno.
Tale regolamentazione delle PEP si distingue dall’asilo diplomatico vero e proprio che, invece, è un atto meramente politico deciso dalle autorità di uno Stato volta per volta per singoli individui
[7], salvo il caso unico dell’Olanda, che concede l’asilo diplomatico temporaneo anche a gruppi di persone in caso di eccezionale emergenza.



Il resettlement

Con reinsediamento o resettlement si indica quella procedura tramite la quale viene consentito ai richiedenti asilo di trasferirsi da luoghi non sicuri – per esempio, da campi profughi – a Stati che abbiano deciso di accordare agli stessi la protezione internazionale e il conseguente permesso di soggiorno.
Le procedure di
resettlement sinora sono state sempre coordinate dall’UNHCR che stabilisce quali siano le persone che maggiormente necessitano di tale forma di tutela e si coordina con gli Stati che decidono di partecipare a tale programma.
Una importante procedura di
resettlement è stata recentemente attivata dall’UNHCR a favore dei profughi siriani: come si legge in un comunicato dell’Alto Commissariato pubblicato in data 27 giugno 2014, dal 2013 ad oggi 33.837 persone sono state trasferite dalla Siria ed accolte in numerosi Paesi del mondo; con specifico riferimento ai rifugiati siriani, il Paese europeo più virtuoso è stato la Germania, che ha accolto oltre 20.000 persone. L’Italia rimane invece a zero.
Tale strumento sarebbe senza dubbio una soluzione durevole al problema in esame ma al momento è ancora poco utilizzato. Nel 2011 – ultimi dati globali diramati dall’UNHCR – le persone che hanno beneficato della procedura di reinsediamento sono state 61.231 – ovvero soltanto l’1% di coloro che, sempre stando alle stime dell’Alto Commissariato, avrebbero diritto alla protezione internazionale – di cui 42.215 accolte dai soli Stati Uniti. In Europa, lo Stato più virtuoso nel 2011 è stato la Svezia (1.900 reinsediamenti), seguito da Danimarca, Finlandia, Olanda, Regno Unito; l’Italia in quell’anno ha reinsediato sul proprio territorio soltanto 151 persone. L’Unione europea si è dotata di un Programma comune di reinsediamento soltanto nel 2012.



I corridoi umanitari

Il termine “corridoio umanitario” convenzionalmente indica determinate zone che, in caso di conflitto, vengono demilitarizzate e protette da contingenti – normalmente delle Nazioni Unite – per permettere il passaggio di aiuti umanitari a popolazioni che si trovano in situazione di particolare emergenza. Il più vasto uso di corridoi umanitari è stato fatto in passato durante la guerra nei Balcani. I corridoi umanitari possono essere stabiliti anche con il fine di permettere l’evacuazione dei profughi da una zona di guerra o dai campi in cui costoro siano stati costretti a sostare e il loro trasferimento in Stati disposti ad accoglierli, nei quali gli stessi potranno avviare le pratiche per il riconoscimento della protezione internazionale.
Lo strumento è stato normalmente utilizzato sotto l’egida delle Nazioni Unite e ciò a causa della natura eminentemente negoziale dello stesso, che viene attivato in situazioni di eccezionale emergenza e che deve essere avallato – o imposto con la forza – anche dagli Stati o dai gruppi che quell’emergenza l’hanno creata. In linea teorica, in ogni caso, nulla impedisce che l’Unione europea o un singolo Stato possano attivare operazioni del genere senza il necessario – e difficoltoso – intervento dell’ONU, a patto però che l’UE o lo Stato in questione dispongano di un potere negoziale sufficiente per ottenere la creazione di un’area protetta in cui svolgere le operazioni di salvataggio dei profughi.
[8]I corridoi umanitari attivati sinora per l’evacuazione dei profughi hanno avuto alcune caratteristiche peculiari: la durata temporale limitata e precisa, il riferimento ad un particolare gruppo di persone in situazione di eccezionale emergenza (in rilievo vengono dunque le necessità di protezione del gruppo e non dei singoli), la preventiva fissazione di quote di rifugiati da ospitare da parte degli Stati disponibili all’accoglienza degli stessi.
Tali caratteristiche renderebbero lo strumento in questione certamente adatto ad alleviare temporaneamente la pressione ai confini dell’Europa e a permettere la sicurezza di molti migranti che oggi si trovano in procinto di intraprendere il viaggio via mare o via terra: pare però d’altro canto evidente che le operazioni di evacuazione umanitaria, per le citate caratteristiche, non potrebbero essere uno strumento di risoluzione stabile della questione oggetto di esame, che non è legata ad un’emergenza temporanea ma ha assunto negli anni la forma di un fenomeno strutturale del nostro tempo.
Peraltro, la natura negoziale ed emergenziale di tale strumento, e dunque il fatto che il corridoio umanitario si attivi senza precise e prestabilite obbligazioni giuridiche in capo ai soggetti che lo realizzano, lascia alcuni dubbi circa il fatto che con tale modalità si possano garantire al meglio i diritti dei soggetti titolari di protezione internazionale.
Senza dubbio avere operazioni di evacuazione coordinate dalla Unione europea e con norme comuni a tutti gli Stati partecipanti sarebbe un passo in avanti verso l’affidabilità di tale sistema.
Nessuna operazione di evacuazione umanitaria è stata fino questo momento coordinata dall’Unione europea: si segnala però una recente comunicazione della Commissione, che invita le istituzioni europee a lavorare al fine di predisporre dei canali umanitari onde evitare quanto sta accadendo nel Mediterraneo (Com//2013/869); a tale Comunicazione non è però ad oggi seguito alcunché.



Il visto umanitario

Le procedure brevemente illustrate nei paragrafi precedenti rappresentano senza dubbio strumenti di straordinaria rilevanza per offrire una soluzione duratura ed efficace al problema oggetto di esame, ma, al momento, pare del tutto assente la volontà politica di procedere in tale senso.
Un’alternativa di maggiore fattibilità sia giuridica che pratica è offerta dalla stessa normativa europea: si tratta del visto c.d. umanitario che, se utilizzato, potrebbe limitare grandemente gli ingressi illegali – e i viaggi della speranza – in Europa.
La relativa disciplina è contenuta in due regolamenti europei, il Codice delle frontiere
[9] ed il Codice dei visti[10] Schengen. Il primo, all’art. 5, par. 4, lett. c), prevede la possibilità per gli Stati membri di consentire l’ingresso per motivi umanitari anche a cittadini di Paesi terzi che non posseggano i requisiti per l’ingresso alle frontiere esterne previsti dal par. 1 dello stesso articolo. La rappresentanza diplomatica non dovrebbe farsi carico, così, della valutazione (anche sommaria) della domanda di protezione, ma si limiterebbe a rilasciare un visto per motivi umanitari, di durata limitata. La fattispecie è disciplinata all’art. 25 del Codice visti, ove è espressamente prevista la possibilità per gli Stati Membri, in presenza di ragioni di carattere umanitario, di rilasciare un “Visto con validità territoriale limitata” in deroga alle disposizioni dell’art. 5 Reg. 2009/810/CE, il quale consentirebbe al richiedente di viaggiare in sicurezza verso il Paese cui intende chiedere protezione e di farvi ingresso allo scopo, appunto, di presentare la relativa richiesta.
La previsione di tale visto consentirebbe di anticipare le tutele per i richiedenti la protezione internazionale nei Paesi di origine e nei Paesi terzi, secondo i criteri individuati nelle direttive europee che regolano la materia. In una prospettiva più ampia la prerogativa andrebbe estesa ai c.d. profughi ambientali, ai richiedenti protezione umanitaria e alle vittime di tratta. Questi soggetti potrebbero affrontare il viaggio verso l’Europa in sicurezza ed evitare di mettere la propria vita e tutte le proprie speranze nelle mani dei trafficanti.
Quanto già sperimentato in alcuni Paesi – nell’ambito di legislazioni nazionali che prevedevano Procedure di Ingresso Protetto – consente di mettere in luce quali potrebbero essere le criticità più evidenti dell’utilizzo dello strumento in esame ma offre anche alcuni spunti sulle possibili soluzioni.
La presentazione della richiesta di tale visto nei Paesi di origine potrebbe essere resa impossibile agli aventi diritto da parte delle autorità statali responsabili delle persecuzioni o da parte di soggetti terzi che lo Stato non riesce a controllare e dai quali non riesce a difendere i propri cittadini.
Colui che fugge dal proprio Paese per il timore fondato di essere perseguitato dovrebbe perciò più verosimilmente presentare la relativa richiesta in uno Stato terzo, potenzialmente in uno Stato limitrofo.
In uno stadio iniziale dunque, gli uffici consolari addetti al rilascio di tali visti dovrebbero essere potenziati negli Stati limitrofi ai territori di provenienza dei richiedenti protezione, dove la situazione potrebbe divenire ingestibile se, una volta diffusa la notizia di tale possibilità, l’enorme afflusso di persone congestionasse l’attività delle ambasciate esponendo lo stesso personale interno al pericolo di ripercussioni.
Questa criticità potrebbe essere limitata prevedendo più sedi consolari addette al rilascio del visto e, all’interno di ogni sede, maggiore personale. Le procedure dovrebbero essere snelle, limitandosi ad un esame sommario delle situazioni e rimandando agli organi interni allo Stato di destinazione una valutazione più puntuale sulla singola condizione.
Una prospettiva di tal tipo ha speranza di funzionare solo in un panorama europeo e se gli uffici consolari di tutti o di una buona parte degli Stati membri impostassero il lavoro (almeno) in questi termini.
D’altra parte, in attesa che sia modificata la normativa europea rimane, in capo ai singoli Stati, la possibilità di adottare soluzioni che possano intanto rendere più sicuro e legale il viaggio verso l’Europa.
Infine, è necessario menzionare un ulteriore strumento a disposizione degli Stati membri dell’Unione europea, ovvero la Direttiva sulla Protezione Temporanea (Direttiva 2001/55/CE del Consiglio). Tale normativa prevede la possibilità per gli Stati membri di concedere temporaneamente l’ingresso ed il soggiorno sul proprio territorio a gruppi di persone provenienti da aree in estrema emergenza. La normativa italiana ha recepito parzialmente le indicazioni della Direttiva con l’art. 20 del D. Lgs. 286/98, che prevede il riconoscimento di una “protezione temporanea” ed il rilascio di un permesso di soggiorno provvisorio a persone giunte in numero elevato ed in situazione di emergenza, permesso rinnovabile fino a che l’emergenza perdura e non ostativo alla presentazione di una domanda di asilo da parte dei singoli. Da rilevare che la norma in questione è assai generale e la sua applicazione sinora è stata subordinata all’emanazione, di volta in volta, di circolari ministeriali per ogni caso specifico. Questo è successo, per citare il caso più recente, in occasione dell’arrivo di un gran numero di cittadini tunisini all’indomani delle “Primavere arabe” nel 2011.



Lo stato delle cose nell’Unione europea e in Italia

Nonostante la presenza di strumenti giuridici già potenzialmente applicabili, l’Unione europea non ha ancora disposto procedure di ingresso protetto, che potrebbero rappresentare, insieme ad un migliore utilizzo del Codice Schengen, la più efficace soluzione al dramma degli arrivi illegali.
Molteplici sono state le Comunicazioni della Commissione e le Risoluzioni del Parlamento
[11], volte a richiedere l’applicazione, in particolare, delle PEP e del resettlement ma, a livello normativo, i risultati sono stati minimi.
Un primo passo in avanti è costituito, senza dubbio, dal Programma Comune di Reinsediamento dell’Unione europea, approvato il 29 marzo 2012 dal Parlamento dopo tre anni di lavori della Commissione e del Consiglio. Tale programma permetterà la gestione europea delle procedure di
resettlement e consentirà inoltre agli Stati membri coinvolti di ottenere il sostegno fornito dal Fondo Europeo per i rifugiati, ma ancora molto vi è da fare: il programma infatti è stato sinora applicato solo in via sperimentale e senza alcun obbligo per gli Stati Membri di parteciparvi.
Il c.d. Programma di Stoccolma ha inoltre fornito spunti per l’implementazione o la modifica delle normative oggi vigenti in tema di immigrazione, con il fine di garantire una migliore tutela dei diritti fondamentali.
Tali spunti sono stati in parte recepiti dalle nuove Direttive Qualifiche
[12] e Procedure[13] nonché dal nuovo Regolamento Frontex[14].
Nonostante questo, le normative dei singoli Paesi sono assai lontane dall’armonizzazione indicata nel programma: nel territorio dell’Unione non esiste ancora, infatti, uno status uniforme di beneficiario della protezione e neppure un mutuo riconoscimento dei visti per soggiorno umanitario accordati nei singoli Stati e il divario tra obiettivi dichiarati e politiche per la loro concreta attuazione è divenuto sempre più ampio.
Quanto all’Italia – nonostante l’esistenza di strumenti giuridici potenzialmente efficaci, rispetto alle risposte strutturali volte a prevenire gli arrivi illegali, e non già a rimediarvi – la situazione è quantomai arretrata.
Il nostro Paese non è infatti dotato di alcuna normativa che consenta di anticipare, all’estero, le tutele per chi richiede una protezione: l’Italia non ha mai avuto una PEP, né ha mai applicato il combinato disposto degli artt. 5 e 25 del Codice Schengen.
Anche la partecipazione dell’Italia a programmi di
resettlement è stata assai limitata: come poc’anzi esposto, infatti, nel 2011 soltanto 151 persone sono state reinsediate sul territorio italiano e l’Italia non ha ad oggi aderito al programma di resettlement dei profughi siriani promosso dall’UNHCR.
L’ingresso sicuro dei richiedenti asilo in Italia è dunque sinora passato soltanto attraverso operazioni emergenziali di evacuazione umanitaria.
In particolare, l’Italia ha realizzato – tramite le proprie forze armate – operazioni di evacuazione umanitaria nel 1990 a favore degli albanesi, nel 1999 a favore dei kosovari (l’aviazione nei trasferì 5.000 dalla Macedonia all’Italia) e nel 2011 a favore di 108 eritrei e etiopi che si trovavano in Libia: tale ultima operazione umanitaria è di particolare interesse perché avvenuta sulla base di accordi negoziati direttamente dall’Italia e dalla Libia, su pressione del vescovo di Tripoli, e senza l’intermediazione delle Nazioni Unite.
Quanto ai provvedimenti urgenti, nel 1990 fu riconosciuta senza alcun passaggio intermedio la protezione internazionale ad alcune centinaia di albanesi che avevano occupato l’ambasciata italiana a Tirana; nel 1992, poi, fu adottata una normativa
ad hoc (L. 390/1992) – peraltro assai poco utilizzata – che prevedeva una procedura specifica per l’accesso alla protezione internazionale da parte dei profughi provenienti dai Balcani (ma, in ogni caso, non facilitava in alcun modo l’ingresso di costoro nel territorio nazionale).
In tal senso, l’adozione, in Italia di un visto a validità territoriale limitata per fini umanitari, come disciplinato dal Codice Visti UE e dal Codice Frontiere Schengen, potrebbe intanto avviare una prassi positiva e sicura e non trascurabile dagli altri Stati membri e dalle istituzioni europee.

 

 

* L’articolo è tratto da alcuni dei pareri redatti nell’ambito del Progetto Lampedusa. L’attività di collazione e sintesi è a cura di Caterina Bove, Francesca Cucchi, Chiara Pigato, Alice Ravinale. L’elenco dei partecipanti al Progetto è disponibile sul sito della Scuola Superiore dell’Avvocatura (www.scuolasuperioreavvocatura.it/progetto-lampedusa).

[1]  Cfr. Rapporto OIM Fatal Journeys: Tracking Lives lost during Migration, presentato a Ginevra il 29 settembre 2014.

[2]  Direttiva 2013/33/UE recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale (rifusione).

[3]  Art. 3 Direttiva 2005/85/CE del Consiglio, modificata recentemente con Direttiva 2013/32/UE.

[4] Cfr., per tutti,  quanto dichiarato dal Direttore del C.I.R.: «I flussi di chi è costretto a fuggire dalle persecuzioni non si possono fermare, per questo è indispensabile gestirli. La possibilità di richiedere asilo in Italia e nell’Unione Europea a oggi dipende dalla presenza fisica della persona nel territorio di uno Stato Membro. Ma le leggi europee costringono i richiedenti asilo a giungere in Europa in modo illegale, rischiando la vita» (C. Hein intervistato da L. Eduati per l’Huffington Post, 3 ottobre 2013).

[5] Corte Europea dei diritti dell’uomo, sent. M.S.S. c. Belgio e Grecia (21/01/11, ric. 30696/09); Corte di giustizia UE, N.S. e altri (21/12/11, procedimenti riuniti C-411/10 e C-493/10).

[6] In Europa disponevano di Procedure di Ingresso Protetto l’Austria, l’Olanda, la Danimarca e la Svizzera.

[7] Si vedano i recenti casi di Edward Snowden e Julian Assange.

[8] Sinora, la più grande operazione di evacuazione umanitaria è stata quella con cui, nel 1999, circa 90.000 profughi kosovari sono stati trasferiti dalla Macedonia a Stati disponibili all’accoglienza, che hanno altresì contribuito fisicamente allo spostamento dei profughi stessi. L’operazione fu organizzata dall’UNHCR con il supporto di contingenti militari degli stessi Stati che accolsero i profughi.

[9] Regolamento (CE) N. 562/2006 del Parlamento e del Consiglio, che istituisce un codice comunitario relativo al regime di attraversamento delle frontiere da parte delle persone.

[10] Regolamento (CE) N. 810/2009 del Parlamento e del Consiglio, che istituisce un codice comunitario dei visti.

[11]  Si vedano in particolare Com/2000/0755, 2008/2305(INI), 2013/2827(RSP), Com/2013/869.

[12]  Direttiva 2013/33/UE recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale (rifusione).

[13] Direttiva 2013/32/UE recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale (rifusione).

[14] Regolamento 656/2014/UE recante norme per la sorveglianza delle frontiere marittime esterne nel contesto della cooperazione operativa coordinata dall’Agenzia Europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione Europea, che ha sostituito il Regolamento 1168/2011/UE, che ha modificato il Regolamento 2007/2004/UE istitutivo dell’Agenzia Europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione Europea.

sabato 7 febbraio 2015

Permesso Ue per soggiornanti di lungo periodo – La circolare (da stranieriinitalia.it)




Esonerato dal contributo per il "permesso Ue per soggiornanti di lungo periodo" chi ha lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria. Rimborso a chi ha già pagato. La circolare



Arriva una buona notizia per i cittadini stranieri fuggiti dai loro Paesi ai quali è stato riconosciuto l'asilo politico o la protezione sussidiaria in Italia.

Quelli che dopo cinque anni di residenza regolare in Italia chiedono il
permesso Ue per soggiornanti di lungo periodo (la cosiddetta carta di soggiorno) non sono infatti tenuti a effettuare un versamento di 200 euro. Lo ha chiarito il ministero dell'Economia, rispondendo a un quesito posto dalla direzione centrale dell'immigrazione del ministero dell'Interno.

“Nello specifico – spiega
una circolare diffusa il 27 gennaio dal Viminale – è stato chiarito che quel contributo non è dovuto nei casi di istanza di permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo richiesto dai titolari di protezione internazionale (asilo e protezione sussidiaria) atteso che gli stessi sono già in possesso di un permesso di soggiorno esente da tale obbligo”. Gli uffici immigrazione delle Questure che esaminano le domande non dovranno quindi più accertare il versamento.

L'esonero ha anche effetto retroattivo. “Gli stranieri titolari di protezione internazionale che hanno già provveduto al versamento del predetto contributo – si legge ancora nella circolare – hanno
diritto a chiedere il rimborso delle somme non dovute”. Il rimborso uò essere chiesto all'Ufficio stranieri della Questura, compilando un modulo e allegando un “nulla osta al rimborso” rilasciato dallo stesso ufficio oltre alla ricevuta del versamento.
Scarica la circolare del ministero dell'Interno


venerdì 19 dicembre 2014

Appello per i siriani in Grecia



L'Associazione per i Diritti Umani aderisce al seguente appello:




Sono morti due dei giovani siriani che stanno dando vita a una protesta in piazza Syntagma, ad Atene, davanti al Parlamento greco, per affermare il loro diritto ad essere accolti in Europa, con piena libertà di residenza e di movimento. La manifestazione va avanti dal 19 novembre e coinvolge centinaia di rifugiati – uomini, donne e bambini – riuniti in presidio permanente e, quasi tutti gli adulti, in sciopero della fame. Sciopero che molti minacciano di prolungare ad oltranza. Chiedono, in sostanza, di revocare o modificare il trattato di Dublino 3 che, vincolando i richiedenti asilo al primo paese Schengen al quale si rivolgono, vieta loro di spostarsi in altri paesi Ue.




Il primo dei due giovani è stato stroncato da un infarto proprio nel corso della protesta: debilitato dallo sciopero della fame, si è sentito male e poco dopo ha cessato di vivere nell’ospedale dove era stato trasportato. Ancora più drammatica la sorte del secondo: stanco di aspettare ad Atene il permesso di raggiungere un altro paese europeo, ha tentato di passare di nascosto il confine tra Grecia e Albania attraverso i monti ma è stato ucciso dal freddo.




Sono le ultime due vittime delle barriere alzate dalla Fortezza Europa contro il diritto di migliaia di rifugiati e migranti ad essere accolti, ascoltati, aiutati, come prevede il diritto internazionale. Le ultime due delle almeno 3.600 che, dall’inizio del 2014 ad oggi, si sono registrate nel Mediterraneo, nel deserto africano, nei paesi di transito e prima sosta. Un numero enorme ma che è certamente sottostimato, perché poco o nulla si sa di quanto accade ai profughi durante la traversata del Sahara, al momento del passaggio dei vari confini statali che incontrano nel loro viaggio verso il Mediterraneo, nelle carceri e nei centri di detenzione in cui spesso vengono rinchiusi in Africa.




Il Comitato Giustizia per i Nuovi Desaparecidos esprime il suo cordoglio per queste ennesime vite innocenti spezzate e la sua totale solidarietà con i protagonisti della protesta di Atene per il rispetto dei diritti umani. E invita ad aderire all’appello lanciato da numerosi esponenti della cultura e della società civile europea ed italiana a sostenere la manifestazione in corso in piazza Syntagma.




Per aderire all’appello contattare il seguente indirizzo mail: ggabrielle65yahoo.it

sabato 28 dicembre 2013

Save my Dream

Spazio Tadini
 
 

Cari lettori, oggi vi proponiamo il video dell’incontro che abbiamo avuto con Mohamed Ba – attore e scrittore – in occasione del progetto ideato e organizzato da Associazione Spazio Tadini, intitolato SAVE MY DREAM: alcuni artisti hanno donato un’opera, esposta nella mostra allestita nello spazio dell’associazione fino alla fine di gennaio. Le opere sono in vendita e il ricavato sarà devoluto ai Comuni di Lampedusa e di Linosa per contribuire all’aiuto e all’accoglienza dei migranti.

L’Associazione per i Diritti Umani ha organizzato, giovedì 12 dicembre scorso, l’incontro-intervista con Mohamed Ba per approfondire i temi legati ai processi migratori: perché molte persone decidono di abbandonare il Paese d’origine? Quali sono le difficoltà che incontrano una volta arrivate in Europa, in Italia?  Cosa dovrebbero fare le istituzioni per migliorare le loro condizioni? Si è discusso di questo e di molto altro a partire anche dal libro intitolato “Il tempo dalla mia parte” e dallo spettacolo teatrale “Il riscatto”.

Vi ricordiamo, inoltre, che abbiamo scritto la recensione del film Và pensiero-Storie ambulanti, recensione che potete trovare nei post precedenti. Il film riprende queste tematiche e Mohamed è uno dei protagonisti: non solo del film, ma purtroppo, anche di una bruttissima storia che lo ha segnato, in tutti i sensi, e che dovrebbe continuare a far riflettere.

Ecco a voi il video della serata!
 


lunedì 11 novembre 2013

Dove accogliere i migranti




All'inizio del mese di ottobre erano 52 i migranti di origine somala, eritrea e nigeriana arrivati in Sicilia, in Italia per chiedere asilo politico e in cerca di salvezza a causa delle guerre civili e della violenza che regnano nei loro Paesi di provenienza.
Oggi sono più di 180. E sono stati “parcheggiati” all'interno del Pala Nebiolo dell'Annunziata, a Messina. Non si esclude che, nei prossimi giorni o nelle prossime ore, arrivino altri immigrati per cui le autorità stanno valutando l'ipotesi di preparare una tendopoli nel campo da baseball accanto alla palestra.

Questa decisione ha fatto scattare la protesta di molte associazioni, oltre che di una buona parte della società civile. Durante lo scorso week end è stato, quindi, organizzato un sit-in davanti alla Prefettura ed è stata scritta una lettera aperta indirizzata al sindaco, Renato Accorinti, nella quale si legge: “ Una prima valutazione sul Pala Nebiolo attiene alla sua natura giuridica. E' stato creato un centro di accoglienza per richiedenti protezione internazionale, senza decreto ministeriale e senza i requisiti minimi di legge. Il prefetto Stefano Trotta, ha inoltre, emanato il 30 ottobre un avviso pubblico per nominare l'ente gestore del Pala Nebiolo o di altra struttura, che scadrà il 12 novembre, e il 1 novembre ha diramato un comunicato per evidenziare la ricerca di aree pubbliche, dove allocare una tendopoli. Le caratteristiche di non-luogo permangono anche nella scelta di non definire la natura giuridica del centro nell'avviso pubblico: non è chiaro se verrà istituito un CRA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo) o un Centro ai sensi della legge Puglia che dovrebbe, invece, avere carattere di temporaneità e provvisorietà”.
Il 15 ottobre scorso il governo, con il decreto legge n.120, ha garantito 210 milioni di euro da destinare alle esigenze straordinarie connesse ai flussi migratori: le associazioni e l'amministrazione comunale di Messina hanno proposto che queste risorse vengano impegnate nell'inclusione sociale dei migranti e nel welfare; i richiedenti asilo potrebbero, così, anche accedere allo SPRAR, il sistema di accoglienza e protezione gestito dai Comuni italiani.
Intanto l'Arci afferma che, attraverso il suo sportello SOS, gli operatori hanno riscontrato: “ la mancanza di consapevolezza tra le persone incontrate sul proprio status giuridico e la presenza di minorenni per i quali abbiamo chiesto l'accertamento dell'età alla questura”. L'Arci ha denunciato, inoltre, la presenza “di malattie infettive come la scabbia, persone con abbigliamento inadeguato al clima autunnale, brandine senza materassi, insufficienti impianti igienici e livelli di pulizia”.


Per concludere, le associazioni hanno chiesto di “fermare l'istituzionalizzazione di un centro dove sono stati trasferiti, negli ultimi giorni, migranti che, intercettati in mare da “Mare Nostrum”, sembrerebbero essere arrivati direttamente dallo sbarco. Un luogo, quindi, dove attendere anche un probabile rimpatrio coatto”: bisogna, invece, continuare a cercare un luogo di accoglienza idoneo, dal punto di vista della sicurezza e in cui si seguano tutti i princìpi legati all'ospitalità e al rispetto della dignità umana.

mercoledì 6 novembre 2013

Il Consiglio europeo e il tema dell'immigrazione




Alla fine del mese di ottobre si è tenuto un vertice europeo che ha visto la seconda giornata dei lavori impegnata sul tema dell'immigrazione: otto Paesi del Sud Europa - in testa l'Italia, affiancata da Spagna e Francia - hanno approvato un testo comune in cui si parla di solidarietà e di distribuzione delle responsabilità.
Il Premier italiano, Enrico Letta, ha così commentato il summit: “ L'Unione Europea affronta, finalmente, dopo tanti anni e tanta disattenzione, il dramma del Mediterraneo...Le conclusioni del vertice Ue sono sufficienti rispetto alle aspettative che avevamo”.
Tra i provvedimenti discussi, vi è la proposta di migliorare Frontex, l'agenzia europea per il pattugliamento delle frontiere, anche se, dal punto di vista operativo, le conclusioni verranno confermate con il Consiglio europeo che si terrà il 28 dicembre: ma, sempre a proposito di Frontex, ci sono delle anticipazioni: l'Olanda si è già impegnata a destinare nuovi mezzi aerei, la Francia fornirà maggiori risorse e la Germania parla di “misure necessarie a corto termine”.
Sul tema dell'asilo politico, la discussione prevede tempi più lunghi: l'argomento verrà approfondito nel prossimo mese di giugno quando verranno affrontati i temi giuridici e, per quanto riguarda la posizione del nostro Paese, sempre Letta ha affermato che si sta lavorando ad un testo unico e, ritornando al tema principale del vertice, quello dell'immigrazione, ha aggiunto: “E' importante che sia stato incorporato il concetto di solidarietà, che non era scontato. Per noi è fondamentale il fatto che si sia raggiunto il risultato di considerare il tema come europeo, non solo maltese, italiano o dei Paesi del Mediterraneo. La tragedia di Lampedusa chiama in causa l'intera Unione Europea e le conseguenze dovranno essere assunte a livello europeo”.

giovedì 17 ottobre 2013

La carovana dei diritti: incontro sulla Siria con Shady Hamadi

Continua la nostra carovana e siamo davvero contenti di pubblicare anche il video dell'incontro che si è tenuto ieri sera, al Bistro del tempo rirovato, con Shady Hamadi sul suo libro "La felicità araba . Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana".
Ringraziamo Shady e Monica Macchi per i loro interventi importanti e puntuali e tutti coloro che sono intervenuti e hanno dato vita ad un interessante e approfondito dibattito.

Vi aspettiamo per il prossimo appuntamento organizzato da Associazione per i Diritti Umani: la presentazione del libro "Ferite di parole. Le donne arabe in rivoluzione. Mille fuochi di voci, di gesti e di storie di vita", di Leila Ben Salah e Ivana Trevisani. Alla presenza di Ivana Trevisani e di Monica Macchi.
Il 30 ottobre, alle ore 20.30 presso casa per la pace di Milano.

Potete visionare tutti i nostri filmati anche sul canale dedicato YOUTUBE dell'Associazione per i Diritti Umani




mercoledì 17 luglio 2013

Festival della libera circolazione e un appello importante



16-17 luglio ad Altamura; 19-20 luglio a Matera. Queste le date per la nuova edizione del Festival della libera circolazione che, insieme a La carovana dello ius migrandi, si propone di affermare un cambiamento autentico per ridare slancio, unità e visibilità al movimento antirazzista e ai diritti dei migranti.
Promosso da Rete Primo marzo, dal settimanale on-line Corriere immigrazione, con l'apporto dell'Osservatorio Migranti Basilicata, il Festival prende in considerazione molte questioni urgenti, tra le quali: la cittadinanza, l'asilo, il permesso di soggiorno, i diritti politici, il lavoro e lo studio dei cittadini stranieri, i luoghi di detenzione per i migranti, le politiche di controllo delle frontiere, il ruolo dei media, il razzismo e il caporalato. Gli argomenti verranno approfonditi attraverso incontri, workshop, proiezioni e dibattiti. Per il programma completo della manifestazione, si può consultare il sito: www.liberacircolazione.it
In particolare, per venerdì 19 luglio dalle 17.30 alle 19.30, è previsto un incontro con i movimenti antirazzisti e per i diritti dei migranti del Sud Italia, a Matera. Il tema è stato anticipato durante un'assemblea che si è svolta un paio di settimane fa a Firenze, organizzata dall'associazione Prendiamo la parola: l'intento è stato quello di costruire una manifestazione nazionale, che si svolgerà il prossimo autunno, per l'affermazione dei diritti di tutti e di tutte.
Riportiamo l'appello proposto dalle associazioni che hanno preso parte all'assemblea di Firenze che, anche noi, riteniamo utile e importante

APPELLO PER LA COSTRUZIONE DI UN PERCORSO
PER UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO IL RAZZISMO
E PER I DIRITTI DEI E DELLE MIGRANTI

Negli ultimi anni l'aggravarsi di una crisi economica di cui non si intravede la fine ha fatto crescere le contraddizioni e il disagio sociale. Le discriminazioni e la mancanza di diritti sono sempre più evidenti e contestualmente sono aumentate le manifestazioni di razzismo, sia a livello istituzionale che nella società.

Per questo, il 6 luglio associazioni, esponenti di partiti, organizzazioni sindacali e singole persone si sono riuniti in un’assemblea per discutere ed elaborare una proposta di piattaforma in grado di tenere conto e di valorizzare le numerose esperienze di lotta e di vertenzialità maturate in questi anni nei territori. L’obiettivo – ambizioso ma necessario – è di coinvolgere tutte le soggettività democratiche e tutti i cittadini e le cittadine nella costruzione di un percorso comune di mobilitazione per la convocazione di una manifestazione nazionale – contro il razzismo e per i diritti dei e delle migranti - che possa stimolare, favorire e sostenere lo sviluppo della coscienza civile e di difesa dei diritti per tutti/e sul territorio.

La proposta che facciamo è una proposta aperta, non intende e non può essere esaustiva ma vuole essere uno stimolo per favorire percorsi di convergenza, perché crediamo sia necessario unire le forze per dare una prospettiva alla difesa dei diritti dei e delle migranti e contrastare ogni forma di razzismo e discriminazione.

Non si tratta solo di diritti dei e delle migranti, ma di una prospettiva di diritti per tutta la società, da costruire insieme a partire dalle seguenti parole chiave, qui sviluppate solo parzialmente e in forma sintetica come base di discussione:

Razzismo 
Denunciamo e combattiamo il razzismo istituzionale e diffuso e ogni forma di discriminazione verso tutte le minoranze. L’esasperazione indotta dalla crisi sta pericolosamente riproponendo e fomentando sentimenti xenofobi e razzisti.

Diritti
Chiediamo l’immediato riconoscimento della cittadinanza italiana per i bambini e le bambine nati/e o cresciuti/e in Italia e, una modifica complessiva della legge che faciliti l’ottenimento della cittadinanza, semplificando l’iter burocratico e superando le restrizioni esistenti. Chiediamo il diritto di voto attivo e passivo nelle elezioni amministrative per i e le migranti residenti in Italia. Chiediamo il diritto alla casa e l’abolizione delle restrizioni nei requisiti per l’abitabilità, che va riconosciuta a pieno titolo in tutte le strutture. Chiediamo il pieno diritto alla salute come diritto soggettivo e di eguale fruibilità.

Lavoro
Rivendichiamo il diritto al lavoro previsto dalla costituzione e parità di diritti nei posti di lavoro, superando le discriminazioni, valorizzando le competenze e il know-how dei migranti, a partire dal riconoscimento dei titoli di studio. Chiediamo la regolarizzazione di tutti e tutte coloro che vivono e lavorano in questo paese. Chiediamo l’abolizione del contratto di soggiorno che altro non è che uno strumento di ricatto e di maggiore precarietà per i/le migranti. Va combattuto lo sfruttamento tramite il lavoro nero e le tante forme di precarietà legali e semi-legali diffuse in particolare nel lavoro agricolo, nel settore della logistica, nell’edilizia, nel turismo e nel lavoro domestico, dando risposte concrete alle tante lotte che si sono susseguite negli ultimi anni, a partire da quelle in seguito alle sanatorie, che hanno generato solo truffe, ingiustizie e soprusi.

Asilo
Serve una legge che garantisca un vero sistema di accoglienza con strutture, risorse e strumenti adeguati e che rimuova gli ostacoli e i limiti nella procedura per l’ottenimento dell’asilo attraverso l’introduzione di una legge che prenda spunto dalla legislazione avanzata esistente in altri paesi europei in materia di protezione internazionale. Per il superamento dei vincoli imposti dalla Convenzione di Dublino e per l’introduzione dell’asilo europeo.

Libertà di circolazione e Politica di ingresso
Chiediamo l’abrogazione della legge Bossi-Fini, del cosiddetto “pacchetto sicurezza” e di tutte le norme punitive dei e delle migranti contenute in quel decreto e l’introduzione di norme che consentano l’ingresso legale in questo paese, superando la logica dei flussi, nella quale si stanno invece introducendo ulteriori restrizioni. Contro la politica dei respingimenti e gli accordi bilaterali in materia.

Luoghi di reclusione
I CIE, nei quali le condizioni di detenzione sono ulteriormente peggiorate, vanno chiusi. Denunciamo anche la situazione nei tanti altri luoghi in cui i e le migranti vengono reclusi. Pensiamo ad esempio agli aeroporti, ai posti di frontiera, ecc.

Memoria e identità
Affinché le identità non si cristallizzino in forme escludenti ma si arricchiscano delle identità plurali, multiformi e meticce che oggi popolano l'Italia. Affinché la memoria delle ingiustizie originate dal razzismo, da politiche discriminatorie e dalla negazione dell’identità di interi popoli non venga cancellata, ma sia la base per uno sguardo non indulgente sul passato e per la costruzione di un futuro basato sul rispetto reciproco, la parità di diritti e la giustizia sociale.
Proponiamo di avviare da subito una discussione che consenta di organizzare delle assemblee o iniziative a livello cittadino nella seconda settimana di settembre. In queste sedi locali si potranno sviluppare ed articolare meglio i temi proposti in vista di un nuovo appuntamento nazionale per sabato 21 settembre a Firenze, con l’obiettivo di convocare una manifestazione nazionale entrò la prima quindicina di novembre.
Dalla discussione è emerso che le importanti iniziative già convocate, come la manifestazione del 28 settembre a Brescia e la manifestazione nazionale per il diritto all’abitare del 19 ottobre, vanno valorizzate come appuntamenti importanti su cui convergere nell’ambito di un percorso complessivo di mobilitazione e di lotta da costruire insieme.




giovedì 20 giugno 2013

Giornata mondiale del rifugiato (2). Il linguaggio della poesia


In occasione della Giornata mondiale del rifugiato abbiamo l'onore di pubblicare alcune opere di Mohammad Amin Waidi, regista, giornalista, poeta. La sua è una storia esemplare e il linguaggio poetico contribuisce ad incidere i pensieri e le emozioni.
Mohammad Amin Waidi Mohammad Amin Wahidi è nato nella capitale afghana di Kabul nel 1982.
Nel 1993, durante la guerra civile afghana dei primi anni Novanta, la sua famiglia lascia Kabul per Quetta (Pakistan), dove nel 1999 Amin Wahidi finisce il liceo. Nel 2002 la sua famiglia torna a Kabul e in seguito Amin inizia a lavorare e studiare nella città afghana.
La sua passione per le immagini risale all’infanzia, quando disegnava ritratti e paesaggi a matita, usando matite colorate e pastelli ad olio. Successivamente scopre di poter mettere insieme parole in modo da dargli un senso e creare immaginazioni favolose. È così che scopre che il cinema è l’arte totale e la forma artistica migliore per esprimere sé stesso: unendo immagini, parole e suoni!
Il suo primo cortometraggio, “The red shoes” (20’), risale al 2003, ed è realizzato dopo aver seguito un workshop cinematografico di tre mesi tenutosi alla Kabul Film Organization.
Nel 2004 si iscrive alla Kabul University, Dipartimento di Cinema (Facoltà di Belle Arti) e la frequenta per due anni, senza però ultimare gli studi. Dal 2005 al 2007 segue anche corsi di recitazione, digital filmmaking, montaggio e sceneggiatura nella privata Academy of Art and Education of Cinema di Kabul.
Negli anni successivi inizia a collaborare con alcune case di produzione cinematografiche, la AFC (Arman Film Company) e la Academy of Art and Education of Cinema, dove era stato studente. Lavora anche per la ATN (Ariana Television Network) come scrittore, produttore e presentatore di tre programmi settimanali dal 2004 al 2006:
È uno dei primi hazara ad apparire sullo schermo televisivo, fatto intollerabile per i fondamentalisti pashtun.
A fine 2006 viene minacciato dai fondamentalisti per il suo programma televisivo educativo “Let’s Learn Together”, considerato promotore del linguaggio degli “infedeli” nella terra dei Musulmani. I fondamentalisti del Sud del Paese minacciano di bruciare gli uffici della ATN se il programma non viene cancellato, ma soltanto per salvare il canale.
Nello stesso anno, il suo programma settimanale sul cinema - un programma per la promozione dei diritti umani – viene, invece, fermato. Amin Wahidi decide quindi di lasciare la sua carriera televisiva per ragioni di sicurezza.
Inizia a lavorare come giornalista e produttore per un breve periodo per la Farda Radio, attività che non riesce però a colmare la sua “passione per le immagini”. A inizio 2007 fonda la Deedenow Cinema Production Afghanistan, una piccola casa di produzione privata con sede nella Kabul occidentale, con lo scopo di realizzare e produrre cortometraggi e lungometraggi. Qui realizza il suo secondo cortometraggio, “Treasure in the ruins” (27’, 2007), insieme alla Razi Film House.
Sempre nel 2007, mentre cerca le location per il suo primo lungometraggio “The Keys to Paradise”, viene ancora una volta minacciato dagli estremisti a causa della trama del film. “The Keys to Paradise” racconta la storia di un attentatore suicida talebano, che negli ultimi minuti cambia idea e non commette l’attacco terroristico, vivendo il resto della sua vita con incubi, rimpianti e sensi di colpa per aver tradito i suoi amici.
A seguito di queste minacce di morte, il progetto resta irrealizzato e Amin Wahidi lascia l’Afghanistan con l’aiuto di amici giornalisti e attivisti dei cinema e diritti umani, giungendo in Italia dove chiede asilo politico a fine 2007 – asilo che gli viene concesso nel 2008.
Attualmente Amin Wahidi vive come rifugiato a Milano, lavorando part-time come librario alla Feltrinelli e studiando cinema nella prestigiosa scuola di cinema di Milano.

La differenza fra qua e di là

Qui,
sulla collina verde,
dove c’è la pace e la tranquillità
in mezzo all’erba fresca,
e la vita è dolce e bella
anche i diritti delle pecore
vanno rispettati.
Mentre da dove vengo io
terra di cenere e polvere
la cosa meno costosa è
il sangue di un uomo
e la vita di un essere umano
che costa
meno del prezzo di una pecora

*****

Qui,
sopra questa bella collina
è blu il cielo
con un sole sorridente in mezzo,
c’è attorno il mare clamoroso
che rilassa la mente e
coccola l’anima
scrosciandosi
e poi i diritti dei pesci di specie diverse
anche vanno rispettati!
Mentre da noi come una giungla selvaggia
chi ha le zampe più forti,
è lui il leone del territorio
e se hai un colore un po’ diverso
ti prendono la vita
strappandoti il corpo
o sparandoti nella testa

*****

E con tutto questo
io qui, migliaia di chilometri
oltre il mare, lontano da casa
dopo ormai tanti anni
ancora vivo
con tutto ciò
che avevo portato
dentro di me,
dalla mia terra madre;
amore, dolori e valori!
a tenermi sempre pronto
a qualsiasi ora
per il momento del volo di ritorno

*****

E tu che mi chiedevi sempre
Cosa ho nascosto nel mio petto
Che è così gonfio
Ma tu che ne sai
dei miei valori e dolori?!
Basta così,
O vuoi che ti racconti ancor di più?!!


Strage di Hazara a Quetta- Pakistan

Non è più rosso
il mio cuore,
non c’è più sangue
nelle mie vene
da quando l’hanno succhiato
tutto, fino infono,
inserendomi le zanne
nella gola e nel cuore.

Non ha più senso
per me, niente,
da quando non c’è più
nessun segno dell’umanità,
sulla mia terra in giro.

Ovunque c’è il buio
è il tempo di crepuscolo
e di ulule dei lupi matti, scatenati
e urli dei vampiri ubriachi
che sono in giro e la loro
voci si sentono nel vuoto,
nel aria, al buio in assenza di uomo.

La terra è diventata foresta;
una giungla piena di belve,
un posto per i lupi e vampiri
dove si parla soltanto di caccia,
e si beve soltanto il sangue
e si mostra soltanto i denti
e si gioca soltanto con i cadaveri!
E niente altro; non si sente, non si vede
e non si capisce atorno!
Dapertutto, c’è solo il rosso del sangue!


La fragilità della vita

Forse, ho saputo
un po’ in ritardo
che la vita è così fragile
come un pezzo di vetro
che può essere rotta in pezzi facilmente
e diventa così tagliente
come un coltello senza proprietario
e che può far male
a chiunque lo tocca per sbaglio

*****

Da quando ho visto
che il confine fra
essere e non essere
è così stretto e sottile
come un filo di seta
mi sono anche accorto
che non va più bene
lasciar passare i momenti della vita
con tristezza e senza sorrisi

*****
Come un essere umano
pieno d’amore, sensi e sentimenti
Non so, di quale dissidi miei vi parlo,
delle guerre che mi stanno dentro
o del fatto che neanche si può viver
in pace senza di queste guerre interiori
ma comunque, vivo la vita in ogni caso
con un sorriso sul viso contro
tante difficoltà che mi circondano
anche se ho un piccolo nemico mortale
che si chiama ulcera!


Mohammad Amin Waidi