giovedì 9 ottobre 2014

CIE: una vergogna!


 
di Alessandra Ballerini, legale genovese, da anni impegnata nella tutela dei diritti dei migranti e autrice del saggio La vita ti sia lieve. Storie di migranti e di altri esclusi, edito da Melampo.


Ringraziamo tantissimo la dott.ssa Ballerini per questo suo contributo.
 
 


Parlare della riapertura di un Cie oggi, dopo la pubblicazione del rapporto della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, è compito decisamente più semplice.
Nel rapporto viene ribadito quello che qualsiasi esperto del settore già sa o quanto meno sospetta: nei Cie la dignità umana non è garantita.
"La popolazione delle persone trattenute appare eterogenea da un punto di vista sociale, psicologico, sanitario e giuridico e difficilmente gestibile in centri chiusi verso l'esterno, strutturalmente afflittivi, spesso inadeguati nei servizi offerti e con scarsi mezzi di gestione... Dall'indagine svolta.. sono emerse numerose e profonde incongruenze riguardo alle funzioni che essi dovrebbero svolgere, e ciò in ragione di rilevanti insufficienze strutturali, nonché di modalità di trattenimento inadeguate rispetto alla tutela della dignità e dei diritti degli interessati" (Rapporto approvato in Commissione il 24 settembre 2014).
Tanto basta non solo ad opporsi anima e corpo all’apertura di nuove o vecchie strutture ma anche a chiedere l'immediata chiusura di quelle ancora aperte.
Peraltro già il Tribunale di Crotone nel dicembre 2012 aveva assolto tre cittadini stranieri imputati per aver, nel corso di una rivolta, danneggiato la struttura dove erano trattenuti, in quanto “è risultato che gli imputati sono stati trattenuti.. in strutture che nel loro complesso sono al limite della decenza, intendendo tale ultimo termine nella sua precisa etimologia, ossia di conveniente alla loro destinazione: che è quella di accogliere esseri umani: e si badi, esseri umani in quanto tali, e non in quanto stranieri... Tali condizioni risultano lesive della dignità umana soprattutto se si tiene conto che si tratta di persone la cui libertà non è stata compressa come conseguenza della commissione di un reato e che sono state costrette ad abbandonare i loro Paesi di origine per migliorare la propria condizione.”
I Cie sono lesivi della dignità umana.
E sono anche inutili e costosissimi.
Inutili perché nel 2013 sono stati rimpatriati in seguito al trattenimento solo lo 0,9 % del totale (stimato) dei migranti irregolari.
Costosissimi perché, seppure sul tema spese non ci sia la benché minima trasparenza, in base ai calcoli effettuati dall'associazione Lunaria, si stima siano non meno di 55 milioni annui le spese di gestione dei Cie. Ma a queste vanno aggiunti i costi di manutenzione straordinaria nonché i costi relativi al personale delle forze dell'ordine impiegato nelle operazioni di sorveglianza e rimpatrio.
I Cie poi, a dirla tutta, sono pure incostituzionali anche perché le strutture e le modalità di trattenimento non sono indicate o stabilite per legge come impone il perfetto art. 13 Costituzione ma disposto dal Viminale o dai Prefetti.
Se a un qualunque individuo normodotato spiegassimo che ci sono luoghi in Italia che costano tantissimo, non servono a nulla, dove le persone vengono rinchiuse per mesi (fino a un massimo di 18) non per quello che fanno ma per quello che sono e che in più in questi posti viene sistematicamente violata la dignità umana, l'uomo medio ti implorerebbe di chiuderli subito.
I nostri amministratori invece, ignorando rapporti, buon senso, sentenze e norme della Costituzione, vogliono riaprire quelli già chiusi.
Senza neppure considerare che i cinque Cie (sugli undici presenti) attualmente funzionanti sono pure semivuoti tanto che a luglio di quest'anno il ministro Alfano dava per disponibili nei centri già aperti almeno 500 posti.
Viene da domandarsi perché qualcuno voglia ancora aprire dei Cie.
E viene da ribellarsi.
Un signore qualche giorno fa, durante la visita al Cie di Pian del Lago per la Campagna LasciateCie Entrare si lamentava di un giornalista che, seppure da lontano, lo stava riprendendo: "non voglio che i miei figli possano vedermi cosi, in gabbia, mi vergogno".
La vergogna in realtà è solo nostra, che costruiamo gabbie per migranti e leggi che ne consentono la "detenzione amministrativa".
E la vergogna dovrebbe sommergere chi anche solo pensa di (ri)aprirne ancora.


 

mercoledì 8 ottobre 2014

La fabbrica del panico, incontro pubblico con l'autore


 



Venerdì 10 ottobre, alle ore 19.00, si terrà un incontro pubblico con Stefano Valenti, autore del romanzo La fabbrica del panico, edito da Feltrinelli e vincitore del premio Campiello – Opera prima.

Presso Spazio Tadini, Via Jommelli, 24 (MM 2 Piola, MM1 Loreto). L'incontro è a cura dell'Associazione per i Diritti Umani.



‟Immaginava di vivere senza la fabbrica e preparava il corpo con meticolosa accuratezza al grande evento, il momento fatale della separazione.”


Il libro
Una valle severa. In mezzo, il lento andare del fiume. Un uomo tira pietre piatte sull’acqua. Il figlio lo trova assorto, febbricitante, dentro quel paesaggio. è lì che ha cominciato a dipingere, per fare di ogni tela un possibile riscatto, e lì è ritornato ora che il male lo consuma. Ma il male è cominciato molto tempo prima, negli anni settanta, quando il padre-pittore ha abbandonato la sua valle ed è sceso in pianura verso una città estranea, dentro una stanza-cubicolo per dormire, dentro un reparto annebbiato dall’amianto. Fuori dai cancelli della fabbrica si lotta per i turni, per il salario, per ritmi più umani, ma nessuno è ancora veramente consapevole di come il corpo dell’operaio sia esposto alla malattia e alla morte. Lì il padre-pittore ha cominciato a morire. Il figlio ha ereditato un panico che lo inchioda al chiuso, in casa, e dai confini non protetti di quell’esilio spia, a ritroso, il tempo della fabbrica, i sogni che bruciano, l’immaginazione che affonda, il corpo subdolamente offeso di chi ha chiamato ‟lavoro” quell’inferno. Ci vuole l’incontro con Cesare, operaio e sindacalista, per uscire dalla paura e cominciare a ripercorrere la storia del padre-pittore e di tutti i lavoratori morti di tumore ai polmoni. È allora che il ricordo diventa implacabile e cerca colori, amore, un nuovo destino.
Dai primi romanzi di Paolo Volponi nessuno è riuscito a ‟entrare” in fabbrica con la potenza, il nitore, la stupefazione di Stefano Valenti, e quello che sembra un mondo perduto torna come il rimosso infinito della sopraffazione.
(Dal sito www.Feltrinelli.it)





Stefano Valenti ha tradotto numerosi libri sia di narrativa sia di saggistica per diverse case editrici (fra cui Questo non è un Manifesto di Michael Hardt e Antonio Negri, Feltrinelli, 2012 e Invecchiando gli uomini piangono di Jean-Luc Seigle, Feltrinelli, 2013). Ha ancora pubblicato con Feltrinelli La fabbrica del panico (2013), il suo primo romanzo, vincitore del Premio Campiello Opera Prima 2014. Per i “Classici” ha tradotto Germinale (2013) di Émile Zola e Il giro del mondo in ottanta giorni (2014) di Jules Verne.

martedì 7 ottobre 2014

Mille farfalle nel sole: spiegare l'esilio ai bambini




"Sono cresciuta in una famiglia di origini per metà curde e per l'altra metà persiane, ad Abadan, in Iran, la città del fiume lento e delle palme svettanti. Era il posto dove tutta la mia famiglia aveva riso, ballato, pianto, fatto l'amore. Lì era sepolto mio nonno Abbas ed erano nati i miei zii, le zie, io e mia sorella. Era un altro Iran, quello degli scià, denso di ingiustizie e ombre inquietanti, ma abbastanza moderno e forte da tollerare la bellezza e la libertà delle donne. Mia madre Sedigheh era una giovane di ampie vedute e aveva potuto educare noi figlie all'occidentale. La sua cucina, con gli aromi di zafferano, riso ed erbe appena mondate, la tavola che cede sotto una cornucopia di frutta, era allora ed è oggi il mio rifugio. Con la Rivoluzione khomeinista tutto finì. Niente più capelli al vento, niente più vestiti, solo oscurantismo e violenza. Mio padre Bagher decise di portarci in salvo nel paese in cui aveva studiato, l'Inghilterra. Come migliaia di altri, scappammo per salvarci la vita. A ogni passo che la allontanava, mia madre avvertì un dolore mai provato prima, lo avevo nove anni e da allora ho ignorato le mie radici. Poi un giorno la voce dei ricordi mi ha chiamato e ho trovato la strada di casa."
Questo è un brano tratto dal romanzo Mille farfalle nel sole, di Kamin Mohammadi, edito da Piemme: un racconto accorato e lucido di un Paese e di una famiglia; un racconto di formazione e di consapevolezza.


Abbiamo rivolto alcune domande all'autrice che ringraziamo molto.





Come si può spiegare a una bambina di nove anni che deve lasciare il proprio Paese (la scuola, gli amici, i parenti) a causa di un guerra o di una rivoluzione?



Non posso davvero rispondere a questa domanda. Nessuno me lo ha spiegato, ce ne siamo solo andati via. Forse sarebbe stato meglio capire cosa stesse accadendo, ma in una situazione del genere gli adulti stessi sono cosi’ impotenti ed indifesi che non si puo’ pretendere che siano in grado di spiegare le cose in modo sensato ad un bambino. Penso che deve essere estremamente difficile.




Quali sono i ricordo più vividi, degli anni prima e post rivoluzione, che le hanno raccontato i suoi genitori?



Sono tutti nel libro. I miei genitori non hanno storie dell’Iran pre-rivoluzione perché io ho vissuto li e avevo i miei ricordi, ma mia madre spesso mi raccontava storie della sua infanzia in Abadan e i dispetti che i suoi fratelli facevano.




Adesso vive in Italia da cinque anni dopo aver vissuto a lungo anche a Londra: nota delle differenze – nei confronti degli stranieri, dei rifugiati – da parte delle persone oppure nelle politiche di inclusione?



Vorrei chiarire che divido il mio tempo tra Londra e l’Italia. Purtroppo per una Londinese, che è profondamente multiculturale e parte di una società molto aperta, tollerante e individualista, l’Italia e’ un po’ vecchio stile e provinciale nel suo approccio ai rifugiati ed immigranti. La Gran Bretagna aveva un impero grande e quindi si e’ abituata all’immigrazione dalle ex-colonie gia’ nei lontani anni 1950 quando c'erano scontri razziali e molti problemi con il razzismo istituzionalizzato. L’Italia ha solo vissuto l’immigrazione negli ultimi 10-20 anni, quindi e’ ancora una societa’ molto mono-culturale ed ha un lungo cammino da percorrere per eliminare il razzismo dalla sua cultura e trovare una forma di integrare i rifugiati nella sua societa’. E’ necessaria piu’ educazione.



D’altro canto, gli italiani sono naturalmente piu’ caldi ed accoglienti con gli sconociuti – sono padroni di casa meravigliosi per noi che siamo ospiti. Credo che il problema a volte sia quando uno straniero non e’ piu’ solo un ospite e cerca di divenire parte della societa’ italiana. Penso che sembra quasi impossibile, a Londra ho incontrato molte persone del nord Africa che, dopo alcuni anni di vita in Italia come immigranti, se ne vanno per venire al Nord Europa perche’ capiscono che qui resteranno sempre immigranti, senza la possibilita’ di integrarsi veramente nella societa’ o un giorno chiamarsi italiani.



Quando sono in Italia vivo a Firenze, e a parte i turisti che non contano perche’ solo sono di passaggio e non contribuiscono positivamente alla cultura locale, non ci sono praticamente persone nere o di pelle scura che facciano lavori comuni, non ne ho mai visto neanche una lavorare in un bar. Certo, a Milano o Roma e’ diverso ma queste citta’ sono l’eccezione alla regola. Questo ancora mi sorprende, che in una citta’ cosi’ importante e sofisticata come Firenze ci siano cosi’ poche persone di altri ‘colori’ e culture che costituiscano parte della societa’ normale. Penso che questo sia un problema, specialmente in un paese che ha il piu’ basso tasso di natalita’ d’Europa e con la popolazione che piu’ rapidamente invecchia…




Cosa porta, dentro di sé, della doppia appartenenza, all'etnia curda e a quella persiana?



Non sono cosi’ distinte per noi. Dovete cercare di immaginare che queste due etnie sono entrambe parte della stessa principale – l’essere iraniani. Le diverse etnie d’Iran sono tutte parte delle definizione ‘essere iraniani’, e sebbene celebriamo la differenza – per esempio i piatti curdi, il costume tradizionale curdo e le danze – non sento molte diversita’ reale tra le due. Sono entrambe parti della mia stessa identita’ iraniana.




Qual è la differenza tra l'Iran contemporaneo e quello di suo nonno Abbas?


Questa e’ un’altra domanda che e’ davvero difficile da spiegare! Iran ha cambiato moltissimo da quei tempi – cosi’ come l’Italia e la Gran Bretagna! Vi consiglio di leggere il mio libro – tutte le risposte sono li’! E’ stato davvero il mio obiettivo mostrare l’enorme cambio che l’Iran ha attraversato negli ultimi 100 anni – nel paese di mio nonno Abbas la gente comune non aveva cognomi… – quindi e’ stato uno sviluppo alla modernita’ incredibilmente veloce, e penso che le tensioni di questo cambiamento accelerato siano esplose nella rivoluzione.


lunedì 6 ottobre 2014

L'Iran di ieri e di oggi: lo sguardo delle donne




Mercoledì 8 ottobre , alle ore 19.00, si terrà un incontro pubblico con FARIAN SABAHI, in occasione della presentazione dei saggi Noi, donne di Teheran e Il mio esilio.

L'incontro si svolgerà a Milano, presso il Bistrò del tempo ritrovato, Via Foppa, 4 (MM2 Sant'Agostino). L'incontro è a cura dell' Associazione per i Diritti Umani.







«Donna è Teheran. E come ogni Shahrzad, sussurra le parole giuste. Convince. Incanta il suo interlocutore. E incanterà anche voi, se deciderete di viaggiare.»

Un racconto in prima persona sulle origini della capitale iraniana e sulle sue contraddizioni, sui diritti delle minoranze religiose e delle donne. Donne protagoniste in molti campi, persino nello sport, ma che sono ancora in fondo solo un tassello nella propaganda di regime. Un testo animato dai versi dei grandi poeti persiani che affronta anche con ironia i tempi più complessi, nel tentativo di abbattere i più vieti stereotipi sull’Islam



“Shirin Ebadi è stata la prima donna iraniana e la prima musulmana a ricevere il Nobel per la Pace. Nel 2003 il Comitato per il Nobel l’ha scelta “per il suo impegno nella difesa dei diritti umani e a favore della democrazia”. Magistrato, costretta a lasciare il proprio incarico dopo la rivoluzione degli ayatollah, Shirin Ebadi è giurista, avvocato, scrittrice e pacifista. Vive ancorata al principio della legalità e della difesa dei diritti.
“L’11 febbraio fu annunciata la vittoria dei rivoluzionari. Eravamo felici, pensavamo fosse l’inizio di una nuova fase nella storia di un paese millenario. E invece, proprio quel giorno, l’8 marzo 1979, la radio annunciò che tutte le impiegate della pubblica amministrazione avrebbero dovuto coprire i capelli con il foulard.”. La giornalista Farian Sabahi incontra il premio Nobel per undialogo alla ricerca di un percorso per l’Iran di oggi, con uno sguardo indagatore sugli anni che hanno portato al teso clima politico attuale.





Farian Sabahi insegna Storia dei Paesi islamici presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Torino. È autrice di diversi saggi, accademici e divulgativi, tra cui Storia dello Yemen (Bruno Mondadori 2010), Storia dell'Iran 1890-2008 (Bruno Mondadori 2009), Un'estate a Teheran (Laterza 2007), Islam: l'identità inquieta d'Europa. Viaggio tra i musulmani d'Occidente (Il Saggiatore, 2006). Giornalista professionista, scrive per il "Sole24Ore". Ha realizzato due cortometraggi e scritto la sceneggiatura di alcuni spettacoli teatrali. Nel 2011 ha vinto il premio Amalfi nella sezione Mediterraneo e nel 2012 il premio Torino Libera intitolato a Valdo Fusi.


venerdì 3 ottobre 2014

A un anno da quei corpi nel Mare Nostrum




Mare Nostrum: non come bene comune, ma nel senso in cui ne parlava Mussolini. Un mare che serviva a colonizzare, a schiavizzare, ad assoggettare. E in quello stesso mare, esattamente un anno fa, il 3 ottobre 2013, sono morte tante, troppe persone: uomini, donne, ragazzi, bambini.


Forse pochi ricordano che la maggior parte di loro proveniva dall'Eritrea, proprio uno dei Paesi dell'Africa orientale vittima delle manie imperialiste, ma così legato all'Italia per la cultura che, per anni, ha caratterizzato le sue città: scuole, monumenti, lingua, letteratura...Quanti eritrei hanno sognato il Belpaese negli anni del Fascismo e quanti, oggi, tentano di venire qui, sognando un futuro migliore, un futuro libero da una nuova, contemporanea dittatura. Ma molti di loro, quel 3 ottobre di un anno fa, non ce l'hanno fatta: sono naufragati, anonimi, in quelle acque che dovevano significare salvezza.

Cosa è cambiato da allora? Frontex si è inasprita, militarizzando terra e mare, invece di aprire corridoi umanitari e ai funerali è stato ufficialmente invitato l'ambasciatore eritreo in Italia, probabilmente complice del dittatore Isaias Afewerki. Quindi poco è cambiato, anzi.

A proposito dei funerali: le commemorazioni delle vittime non sono state fatte a Lampedusa, come logico che fosse, ma ad Agrigento; erano stati annunciati i funerali di Stato, che non sono stati mai effettuati; ma, soprattutto, non sono stati invitati i parenti e gli amici di tutte quelle persone che erano fuggite per cercare rifugio. Nessun rifugio in vita, nessun rispetto in morte.

A loro e ai loro parenti - di cui si stanno cercando le generalità, per dare degna sepoltura ai loro cari - dedichiamo queste poche righe. Perchè almeno la Memoria serva da monito.

giovedì 2 ottobre 2014

Le raccomandazioni Ue sui diritti umani



E' già iniziata la rappresentanza semestrale dell'Italia dell'Unione europea e vogliamo ricordare le raccomandazioni che Amnesty International ha voluto fare, sollecitando un'attenzione più capillare ai temi inerenti i diritti umani, in Italia e nel resto del mondo.


“Raccomandazioni alla presidenza italiana dell'Unione europea”, proprio così si chiama il testo inviato e diffuso dalla Ong in cui si chiede che tutti gli Stati membri, compresi quelli nuovi, e la Commissione che entrerà in funzione nel corso dell'anno, diano delle direttive certe per portare a compimento un'azione sicura nella tutela della libertà, della sicurezza e della giustizia, come ha sostenuto Antonio Marchesi, presidente di Amnesty Italia, durante la presentazione del testo a Roma nei mesi scorsi: “ L'Italia ha l'occasione di assicurare un nuovo avvio per i diritti umani tanto all'interno dell'Ue quanto oltre le sue frontiere. La presidenza italiana dovrà lavorare insieme ai leader dell'Ue per reagire sollecitamente alle sfide poste ai diritti umani al suo interno, alle sue frontiere e a livello globale. Collettivamente, i leader europei dovranno usare i loro nuovi mandati per rielaborare le agende, impegnarsi di nuovo rispetto a promesse su cui si è temporeggiato e assicurare che il rispetto dei diritti umani sia il fondamento di tutte le politiche e le prassi dell'Ue”.

L'agenda, secondo Amensty, deve considerare, tra le priorità, il tema dell'immigrazione e dell'asilo: “ Mentre l'Europa erige barriere più alte nel tentativo di tenere fuori migranti e rifugiati, in mare si perdono vite umane. L'Italia conosce troppo bene i pericoli insiti nel voltare le spalle alla realtà dell'immigrazione. Speriamo che, con la sua esperienza in materia, la presidenza italiana sia in grado di riuscire dove gli altri hanno fallito e di assicurare un approccio basato sulla protezione più che sulla sicurezza nella gestione dell'immigrazione, per rispettare i diritti umani e salvare vite umane” ha chiesto Gianni Ruffini, direttore generale di Amnesty International.

Nel documento viene chiesto inoltre: una legislazione anti-discriminazione per proteggere le persone da odio e violenza; una protezione maggiore per le persone di etnia rom, nel rispetto della Direttiva sull'uguaglianza razziale; un sostegno forte e concreto alla lotta contro la violenza sulle donne, comprendendo anche la lotta contro le mutilazioni genitali femminili.

Non è da dimenticare, infine, la prevenzione verso ogni atto che possa essere classificato come “tortura” di un individuo verso un altro.

Ci si augura davvero che il rispetto dei diritti umani sia alla base di ogni politica, in Italia e all'estero. Ma siamo consapevoli del fatto che il cammino sia ancora lungo.


Tavola Rotonda sull’Aiuto Umanitario

Venerdì, 10 Ottobre 2014, 09.15 – 16.30

AULA “ALDO MORO", PALAZZO FARNESINA
Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ROMA

In occasione del semestre di Presidenza Italiana dell’Ue, questo seminario vede la partecipazione delle Ong italiane ed europee che operano nel settore umanitario e di altri attori coinvolti. L’evento vuole contribuire a compiere dei passi in avanti su alcuni specifici temi attualmente in discussione nell’Unione Europa. è una valida occasione per esaminare le connessioni esistenti fra l'UE e la realtà nazionale in merito alle politiche ed alla pratica dell’aiuto umanitario.

Programma

09.15 – 09.45
Registrazione dei partecipanti

09:45 – 10:00
Introduzione

Nino Sergi, Link 2007 e Nicolas Borsinger, Presidente VOICE

10:00 – 11.30
Crisi internazionali e aiuto umanitario europeo – Le sfide nel 2014/2015
Lapo Pistelli, Vice Ministro Affari Esteri e Cooperazione Internazionale.
Claus Sørensen, Direttore Generale DG ECHO, Commissione Europea

11.30 – 13.00
La prospettiva nazionale
vista dalle ONG – Sandro De Luca, Link 2007
La prospettiva europea
vista dalle ONG - Kathrin Schick, VOICE
Q & A
Commento di Giampaolo Cantini, Direttore Generale DGCS, Ministero Affari  Esteri e Cooperazione internazionale.

Lunch 13.00-14.00

14.00 -15.00
Prima sessione: Una più stretta collaborazione, ma con chi?

Uno sguardo alle modalità con cui gli approcci di gestione delle crisi si adattano all’aiuto umanitario, quali sono le relazioni che intercorrono e se c'è spazio per una maggiore collaborazione con gli altri attori operativi

15.15 – 16.15
Seconda Sessione: Maggiori esigenze - meno risorse?

Relatore: Ester Martinez, Save the Children
Marco Rotelli (INTERSOS), Luigi D’Angelo (Dipartimento di Protezione Civile), Dominic Crowley (Concern Worldwide), Peter Runge (Care Germania)
Dibattito
Coffee break 15.00

15.15 – 16.15
Seconda Sessione: Maggiori esigenze - meno risorse?

Uno sguardo alle sfide per reperire le risorse necessarie per l'azione umanitaria nell’attuale contesto finanziario. In assenza di finanziamenti c'è ancora spazio per i principi umanitari? Come si può dare priorità ai bisogni?

Relatore: Jean-Michel Grand (ACF)
Nada Ziwawi(GVC), Lorena D’Ayala Valva (CESVI) tbc, Celia Cranfield (VOICE), Youri Saadallah (NRC), Marek Stys (People in Need) tbc.

Dibattito

16.15– 16.30
Conclusioni e chiusura

Mario Baldi, Presidente COHAFA e Nicolas Borsinger, Presidente VOICE


 

mercoledì 1 ottobre 2014

Giustizia per i Nuovi Desaparecidos




Cari lettori, ci è giunta questa comunicazione, anche per noi importante:



Roma, 20 settembre 2014



Gli aderenti alla Campagna “Giustizia per i nuovi desaparecidos”, riuniti in assemblea il 20 settembre 2014 presso il Teatro di Villa Torlonia, Roma, nell’esprimere la loro profonda indignazione di fronte all’ininterrotto susseguirsi di morti di richiedenti asilo e migranti, malgrado i salvataggi portati a termine dalla Marina Militare italiana nell’ambito dell’operazione Mare Nostrum,affermano che tale strage e il suo prolungarsi hanno come causa primaria l’inserimento dell’immigrazione irregolare tra le categorie da fronteggiare nell’ambito della Politica di Sicurezza e Difesa comune dell’Unione europea, alla pari con il terrorismo o la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Si tratta di una visione doppiamente fuorviante, in primo luogo in quanto vi sono inclusi gruppi che, anziché costituire un reale pericolo per l’Unione europea, sono essi stessi estremamente vulnerabili e bisognosi di protezione internazionale, e, in secondo luogo, in quanto accomuna artificiosamente migranti e richiedenti asilo, di fatto indistinguibili nel corso del viaggio verso le nostre coste; constatano che da questa criminalizzazione deriva un sistema di attività normative, pattizie ed operative (anche per omissione) messe in atto dalla totalità degli Stati mediterranei dell’Unione europea, di concerto con gli Stati della sponda africana del Mediterraneo, il cui combinato disposto comporta nei fatti la chiusura di qualunque via di scampo legale a richiedenti asilo e migranti; denunciano i crimini di lesa umanità comportati da una situazione che riduce a res nullius le persone prese di mira, ponendole alla mercé di predoni, milizie e Stati canaglia (o comunque non democratici ) di attraversamento, analogamente a quanto accadeva agli ebrei costretti alla disperata ricerca di una via di fuga nell’Europa occupata dalle truppe nazifasciste.

Ravvisando in tutto ciò il riaffiorare di un’ideologia razzista che minimizza e giustifica qualunque abuso, ivi compresi lo sterminio e la sparizione, di chi viene semplicemente identificato come “altro”: non ariano ieri, non europeo oggi chiedono al Governo italiano che, nell’esercizio della Presidenza europea, si attivi per l’esclusione dell’immigrazione irregolare dall’elenco dei pericoli da affrontare nell’ambito della Politica di Sicurezza e Difesa comune, e dia in ogni caso istruzioni alle proprie ambasciate nei Paesi di transito, affinché - insieme alle rappresentanze in loco di UNHCR - vengano aperti canali umanitari che permettano l’afflusso di richiedenti asilo e migranti in pericolo di vita, facilitando il loro arrivo in Italia e/o nei Paesi di destinazione. Non sussistono difficoltà a tale fine: basterebbero la concessione di visti di protezione umanitaria e l’organizzazione del viaggio da parte di UNHCR; pongono il governo italiano di fronte alle responsabilità che gli deriverebbero se, conformemente a quanto dichiarato, interrompesse l’operazione Mare Nostrum intrapresa dalla Marina Militare italiana a seguito della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013: un’operazione che non può certamente di per sé sanare la gravissima situazione che vi è a monte, ma che almeno ne tampona alcune delle conseguenze a valle; si dichiarano decisi ad attivare tutte le vie legali, a livello nazionale ed internazionale, per porre fine all’impunità di coloro che risultino coinvolti, sia in passato che attualmente, nella formulazione e nell’attuazione della politica di morte sopra tratteggiata.



(approvato all’unanimità, Teatro di Villa Torlonia, Roma, 20 settembre 2014)