giovedì 5 marzo 2015

La risposta del Naga alle parole di Buonanno contro Djiana Pavlovic e un corso per attivisti Rom a Roma


Rom: un pregiudizio ontologico

A seguito delle parole ingiuriose che Buonanno ha rivolto nei confronti di Djiana Pavlovic, giornalista e attivista Rom, durante la scorsa puntata di “Piazza Pulita”, pubblichiamo la dichiarazione del Naga e del suo presidente:

Le dichiarazioni, o meglio, gli insulti dell'onorevole Buonanno durante la trasmissione Piazza Pulita-La7 ci amareggiano, ma non ci stupiscono.
Tanto meno ci stupisce l'applauso spontaneo del pubblico.
Ci assorda però il silenzio della politica che non prende posizione di fronte ad atti così gravi, se non per sostenerli.
"Da più di 25 anni forniamo assistenza sanitaria, sociale e legale anche ai cittadini rom e sinti e ci impegniamo nella difesa dei loro diritti e, quindi, di quelli di tutti.  Sempre di più ci rendiamo conto che le affermazioni discriminatorie nei confronti dei rom vengono lasciate scorrere senza che suscitino alcuna reazione né personale né collettiva. Anzi, spesso con reazioni di sostengo, come in questo caso." afferma Luca Cusani, presidente del Naga. "
Evidentemente il pregiudizio verso i rom è talmente radicato nella cultura nella quale viviamo da non essere neanche più riconosciuto e da aver raggiunto il livello ontologico: è sufficiente essere rom per essere qualcosa di negativo, non serve compiere nessuna azione. Questa è la realtà in cui viviamo, nell'indifferenza generalizzata. Come Naga continueremo a batterci perché si aprano orizzonti diversi oltre pregiudizi e stereotipi e, nell'immediato, esprimiamo tutta la nostra solidarietà a Dijana Pavlovic" conclude Cusani. L'Associazione per i Diritti Umani sottoscrive queste parole.

Il Naga è un'associazione di volontariato laica e apartitica che si è costituita a Milano nel 1987 allo scopo di promuovere e di tutelare i diritti di tutti i cittadini stranieri, rom e sinti senza discriminazione alcuna.
 

CORSO PER ATTIVISTI ROM e SINTI

Associazione 21 luglio, Amnesty International Sezione Italiana e il Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERRC) invitano tutti gli interessati a presentare la propria candidatura per la terza edizione del Corso di formazione per attivisti rom e sinti.

Il Corso di formazione per attivisti rom e sinti è rivolto a giovani rom e sinti, studenti o attivisti, di tutta Italia. Il Corso rappresenta un’eccellente occasione di scambio, confronto di idee ed esperienze, spunti di dibattito e di azione per i partecipanti.

Il Corso avrà una durata complessiva di 56h, suddivise in lezioni frontali che forniranno ai partecipanti le nozioni base, e in laboratori, dove i concetti teorici verranno messi in pratica.
Il programma comprenderà i seguenti argomenti:


1) I diritti umani: concetto, principi e strumenti;
2) La percezione dei rom in Italia: pregiudizi e stereotipi;
3) Il diritto a un alloggio adeguato;
4) La discriminazione;
5) Il genere;
6) La comunicazione: strumenti utili per gli attivisti;
7) Il campaigning: ideare e attuare una campagna per ottenere un cambiamento;
8) L’attivismo: organizzare e coinvolgere la comunità;
9) L’advocacy: strategie di pressione sulle autorità a livello locale, nazionale e internazionale;
10) La creazione di una organizzazione/associazione rom.


Lo scopo principale del Corso è la formazione di giovani rom e sinti che siano attivi e consapevoli, e che possano utilizzare gli strumenti e i meccanismi nazionali, regionali e internazionali per tutelare i loro diritti umani come singoli e quelli delle loro comunità, e lottare contro ogni forma di discriminazione.

Le selezione dei 12 corsisti che seguiranno l’intero percorso formativo avverrà a inizio aprile. I 12 candidati selezionati parteciperanno a una settimana di incontri formativi, in modalità residenziale
dal 25 aprile al 03 maggio 2015 a Roma.


I costi di viaggio, vitto e alloggio per i 12 corsisti selezionati sono totalmente a carico degli organizzatori.

Al termine del corso, i partecipanti riceveranno un attestato di partecipazione e i più meritevoli avranno la possibilità di svolgere un tirocinio retribuito della durata di 3 mesi presso la sede dell’Associazione 21 luglio a Roma. I restanti verranno assistiti e supportati nella ricerca e nella candidatura per altre posizioni di stage presso organizzazioni e/o enti.

Obiettivi del Corso:
Il Corso di formazione per attivisti rom e sinti fa parte del programma dell’Associazione 21 luglio, di Amnesty International Sezione Italiana e dell’ERRC per sostenere e promuovere la cittadinanza attiva all’interno delle comunità rom e sinte in Italia. Gli obiettivi primari del corso sono:
• creare consapevolezza nei giovani rom e sinti riguardo i loro diritti come individui e come parte di una minoranza;
• sviluppare le loro conoscenze sugli strumenti di protezione e promozione dei diritti umani e di lotta contro la discriminazione a livello nazionale (legislazione nazionale), regionale (Trattati Europei, altri meccanismi del Consiglio d’Europa e dell’Unione Europea) e internazionale (Trattati e meccanismi delle Nazioni Unite);
• rafforzare le capacità di monitoraggio, denuncia e difesa contro le violazioni dei diritti umani al fine di essere in grado di reagire immediatamente in caso di violazioni dei diritti umani delle comunità rom e sinte;
• aumentare le abilità di mettere in pratica i concetti appresi all’interno delle organizzazioni e delle comunità;
• promuovere una rete di giovani attivisti rom e sinti in Italia che possa agire attivamente all’interno delle comunità e nei rapporti tra queste e l’esterno, sia tramite il rafforzamento dei legami con la società civile e con le organizzazioni rom/non rom, sia attraverso la creazione di azioni che coinvolgano le comunità nella lotta per i loro diritti.


Requisiti:
I candidati dovranno:
• possedere una buona conoscenza della lingua italiana orale e scritta (il corso prevede la lettura di documenti e materiale didattico);
• avere un’età compresa tra i 18 e i 35 anni;
• possedere almeno un diploma di scuola media;
• dimostrare di essere individui attivi all’interno delle rispettive comunità;
• essere molto motivati e interessati alle tematiche trattate.


Si consiglia vivamente anche ai candidati che non dovessero soddisfare uno dei requisiti relativi all’età e alla formazione scolastica, ma che fossero molto motivati, di inoltrare la domanda di iscrizione. La loro domanda verrà comunque accettata con riserva e valutata attentamente dal comitato selezionatore.

Associazione 21 luglio, Amnesty International Sezione Italiana e ERRC attribuiscono particolare valore e importanza alle candidature provenienti da membri delle comunità rom e sinte in Italia, in particolare ragazze e donne.

Procedura per la presentazione delle domande:
I candidati dovranno presentare quanto segue per poter partecipare al Corso:
1. Modulo di iscrizione compilato – Clicca
QUI
2. Curriculum Vitae (
MAX 2 Pagg);
3. Lettera di presentazione da parte di un insegnante, professore, presidente o esponente di un’organizzazione, datore di lavoro o leader religioso che sia a conoscenza del lavoro del candidato e del suo impegno nel campo dei diritti di rom e sinti. La lettera dovrà spiegare la natura della relazione con il candidato, la durata della conoscenza reciproca ed evidenziare i principali motivi che rendono il candidato adatto a partecipare al Corso di formazione per attivisti rom e sinti.


Tutte le domande di iscrizione, corredate della documentazione di supporto completa, dovranno essere presentate tassativamente entro il 31 marzo 2015. Si invitano cordialmente i candidati a presentare le proprie domande di partecipazione prima di tale scadenza.

Le domande di iscrizione complete dovranno essere inviate per e-mail, come allegato, all’indirizzo attivismo@21luglio.org con oggetto: Corso di formazione attivisti rom/sinti – Nome Cognome

Oppure consegnate a mano, dopo aver contattato l’Associazione 21 luglio al numero 329 86 97 929, entro le ore 12 del 31 marzo 2015.

Le domande di iscrizione incomplete o pervenute in ritardo NON verranno prese in considerazione.

A causa dell’alto numero di candidature normalmente riscontrate, ci scusiamo di non potere fornire una risposta individuale a tutti. Qualora non si fosse contattati nell’arco di due settimane successive alla data indicata per il termine del bando, si prega di considerare ciò quale riscontro non positivo alla candidatura stessa. Si assicura infine il rispetto del trattamento dati sensibili a norma del Decreto Legislativo 196/2003.

Scarica il bando in pdf

mercoledì 4 marzo 2015

Trappola Gaza: la verità al centro dell'informazione





Trappola Gaza racconta l’operazione Margine di Protezione, condotta a luglio e agosto scorso dall’esercito israeliano nella Striscia in risposta al rapimento e all’omicidio di tre adolescenti israeliani in Cisgiordania. Il bilancio è di oltre 2100 vittime palestinesi; 66 soldati e 6 civili israeliani. Tra le vittime anche il reporter Simone Camilli e altri 15 giornalisti. In un contesto così complesso e difficile l’informazione si trasforma in un’arma a totale discapito della verità: parte da qui la riflessione di Gabriele Barbati nel suo ebook multimediale intitolato Trappola Gaza – Nel fuoco incrociato tra Israele e Palestina.



Abbiamo rivolto, per voi, alcune domande a Gabriele Barbati che ringraziamo per la sua disponibilità.






Sei stato testimone di quello che è successo nel giungo 2014: la guerra tra Hamas e Isralele che ha portato alla morte di più di 2000 persone. Puoi condividere, almeno in parte, la tua testimonianza sull'accaduto?



Ho vissuto tre anni tra Palestinesi e Israeliani e seguito due guerre a Gaza, eppure le tre settimane trascorse nella Striscia la scorsa estate sono state inaudite. I bombardamenti israeliani hanno raso al suolo intere urbane, in precedenza abitate da migliaia di persone. Avevo visto un simile grado di distruzione solo durante i terremoti terribili che ho raccontato da giornalista in Estremo Oriente. Già dal principio del conflitto, da Gerusalemme e poi da Gaza città, si capiva che la guerra del 2014 sarebbe diventata la più sanguinosa di sempre. Profughi a migliaia, ospedali al collasso, nessun posto dove rifugiarsi (l’embargo e il blocco navale di Israele e Egitto negano ogni possibilità alla maggior parte dei palestinesi di lasciare Gaza). I numeri di morti, feriti, invalidi di luglio e agosto testimoniano da soli cosa è stato e a sei mesi di distanza, in mancanza di accordi sulla ricostruzione o sul futuro politico di Gaza - tra Israele, Hamas e l’Egitto che fa da mediatore - la situazione è purtroppo peggiorata.




Quali sono, a tuo parere, gli interrogativi che l'Occidente e i Paesi dell'area si devono porre a proposito della situazione tra Israele e Palestina, ma anche in merito alla situazione politica interna alla Palestina stessa?



Dal lato israeliano, l’interrogativo rimane quello che il presidente americano Barack Obama pose durante la visita a Gerusalemme nel 2013: Israele, che si identifica come stato democratico e ebraico, potrà rimanere tale nel lungo periodo senza risolvere la questione palestinese? La risposta finora è stata di chiusura totale: maggiori controlli e maggiore violenza. L’intervento militare (battezzato Operazione Margine di Protezione in inglese ma in ebraico, significativamente, Scogliera Salda) ha superato ogni livello visto in precedenza, quanto a portata dei bombardamenti e scarsa considerazione degli obiettivi, che hanno incluso ambulanze, ospedali e persino scuole delle Nazioni Unite dove si raccoglievano i profughi. Con l’innalzamento dello scontro, motivato anche da una maggiore capacità di Hamas di combattere una guerriglia urbana, sono morti più civili a Gaza, più soldati israeliani (in maggioranza ventenni di leva) e la paura dentro Israele è esplosa. Quali assurdità raggiungerà la prossima guerra? E’ possibile fare peggio dell’ultimo conflitto? O è il caso di fare dei passi indietro, a cominciare dalla rimozione dell’embargo, che di fatto ha peggiorato la situazione di Gaza senza portare maggiore sicurezza?



Gli Stati uniti e l’Unione Europea dovrebbero trovare essi stessi una risposta a questa domanda, soprattutto quando decidono i primi di sostenere il governo di Israele e la seconda soltanto di ammonirlo con dichiarazioni di circostanza.



Le domande esistenziali non risparmiano naturalmente i palestinesi: non è arrivato il tempo di capire che la disperazione, per quanto comprensibile, se tramutata in violenza e resistenza armata da parte di Hamas e Jihad Islamica, non porta da nessuna parte? Quante persone in più sono morte a causa delle ritorsioni ai razzi lanciati dalla Striscia? Quelle che Hamas chiama “vittorie” – tenere in scacco la popolazione e l’esercito di Israele con razzi e combattenti – hanno accresciuto benefici e benessere per la popolazione di Gaza? Molti a Gerusalemme dicono che sarebbe anche il caso di sciogliere l’Autorità Nazionale Palestinese, il para-governo istituto dagli Accordi di Oslo e oggi guidato da Mahmoud Abbas, presidente eletto che scansa da diversi anni nuove elezioni, rinviandole. Quell’enorme macchina burocratica ingoia aiuti finanziari e agisce involontariamente da filtro alle colpe dell’occupazione Israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e indirettamente di Gaza, senza neanche riuscire fino in fondo a richiamare Israele alle proprie responsabilità nelle sedi internazionali.



Lo scorso 19 febbraio 2015 è stato richiesto il riconoscimento dello Stato di Palestina...



L’Italia si appresta a votare una mozione parlamentare per indicare al governo di riconoscere lo stato Palestinese. Lo hanno fatto altri parlamenti europei l’anno scorso, e quello dell’Unione Europea, per quanto esclusivamente in linea di principio e condizionando il riconoscimento alla riapertura di negoziati bilaterali tra Israeliani e Palestinesi. La pressione internazionale – dalle iniziative nazionali a quelle in ambito ONU – è probabilmente l’unica maniera di smuovere chi ha il coltello dalla parte del manico in questo conflitto e anche la maggiore responsabilità morale di una soluzione, ossia Israele. La serie di votazioni in Francia, Irlanda, Spagna dello scorso autunno andava in questa direzione, ma certo un voto in Italia così in ritardo suona solo come uno scarico di coscienza (al pari dei soldi spesi annualmente per progetti di cooperazione in Palestina di scarsa efficacia nel lungo periodo). Valuti l’Europa piuttosto di intaccare davvero l’invulnerabilità israeliana: la decisione di non includere più nei programmi e nei fondi europei soggetti ed entità residenti negli insediamenti è stata un passo importante. Si mantenga la coerenza anche nel resto dei rapporti bilaterali e diplomatici con Israele e con l’Autorità nazionale Palestinese, a cui andrebbero richiesti trasparenza e risultati.




Come hanno vissuto, quei giorni, i giornalisti stanziati a Gerusalemme?Quali sono le notizie che la stampa, italiana e occidentale, non fornisce ?



I corrispondenti di base a Gerusalemme, e i tanti giornalisti accorsi da tutto il mondo, hanno affrontato l’ennesimo rigurgito di violenza israelo-palestinese seguendo il vecchio canovaccio di questo conflitto ormai secolare. Molti sono rimasti a Gerusalemme, o si sono spostati al sud, raccontando il lato israeliano. Altri, qualche centinaio, sono entrati a Gaza per raccontare quanto accadeva nella Striscia, ognuno valutando a modo proprio e attentamente i pericoli di una guerra che stavolta non ci ha risparmiato. I bombardamenti sono stati quotidiani, cosi come gli attacchi da parte dei combattenti di Hamas attraverso i tunnel, convincendo alcuni a inviare le proprie corrispondenze dagli hotel, altri dalle strade di Gaza accettando i rischi, altri ancora dalle zone di confine con Israele dove si combatteva corpo a corpo e piovevano i missili. Di questo conflitto non siamo stati osservatori, come nel novembre del 2012, ma parte coinvolta e diversi di noi sono morti.
La mia sensazione del tutto personale è che quest’ultimo conflitto abbia estremizzato l’approccio ideologico con cui la stampa internazionale da tempo affronta il conflitto tra Israeliani e Palestinesi. A questo tema ho dedicato due capitoli del mio libro (Trappola Gaza. Nel fuoco incrociato tra Israele e Palestina http://inform-ant.com/it/ebook/trappola-gaza.-nel-fuoco-incrociato-tra-israele-e-palestina ) perché ne sono rimasto scioccato, umanamente e professionalmente. Molti colleghi hanno preferito raccontare esclusivamente la distruzione e il dramma umano della guerra, una prassi consolidata in diversi conflitti. Altri hanno provato col passare del tempo a indagare anche le responsabilità di questa guerra, cercando di documentare i possibili crimini commessi dall’esercito Israeliano e dall’ala militare di Hamas, le Brigate Qassam. Sono entrambe scelte eticamente accettabili, contrariamente a quelle fatte da molti altri. Quanti hanno messo una causa, un’ideologia, un’identità – o come si voglia chiamarla, sia pro-Israele sia pro-Palestina – davanti alla propria professionalità, trasformandosi in avvocati, difensori, o strilloni di una propaganda di parte. E’ successo alla maggior parte dei media israeliani e palestinesi, a buona parte di quelli americani, a un certo numero di quelli europei. Qualche collega lo ha fatto coscientemente, qualche altro cedendo alle pressioni costanti e continue di personalità e organizzazioni filo-Israeliane nel mondo o alle intimidazioni dentro Gaza di uomini della sicurezza di Hamas. Sta di fatto che al pubblico alla fine è arrivato il solito pasto precotto: quello preparato dalla comunicazione israeliana e quello offerto anche stavolta dal mondo filo-palestinese. La stessa narrativa di sempre, una coperta corta tirata da un lato o dall’altro, un carnaio in cui anche i pezzi di verità comparsi su Twitter o Facebook sono stati affogati da attivisti on line di segno opposto. Come sempre, la grande confusione sui media tradizionali e social – a causa del cattivo giornalismo o seminata di proposito dalle parti in causa – ha costretto tanti che nutrivano una curiosità genuina o un interesse “laico” a sapere delle vicende di Gaza e di Israele a brancolare in un’incolpevole ignoranza.










martedì 3 marzo 2015

Una promozione per i nostri lettori: Teatro della Cooperativa. Una biografia della fame




Il Teatro della Cooperativa



è lieto di riservare ai lettori del sito dell'Associazione per i Diritti Umani una speciale promozione:



Biglietti a 10€ (anziché 18€)

dal 2 all'8 marzo 2015 - PRIMA NAZIONALE


produzione
Le Brugole e Anfiteatro SudPER UNA BIOGRAFIA DELLA FAME
Liberamente ispirato al romanzo “Biografia della fame” di Amélie Nothomb
di e con
Annagaia Marchioro
collaborazione alla drammaturgia
Chiara Boscaro
disegno animato dal vivo
Anna Resmini


regia
Alessia Gennari



Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Amélie Nothomb, “Per una biografia della fame” è il racconto ironico, lieve e al tempo stesso drammatico, di un’esistenza famelica. Una donna ci racconta il suo rapporto con la fame: fin da bambina il cibo è la sua gioia, la sua divinità, la sua salvezza, la sua ossessione. La sua fame è una superfame: di zucchero, di cioccolato, di biscotti, ma soprattutto di amore e di vita, di storie e di riconoscimento. La protagonista di questa drammaturgia per attrice sola ci racconta la sua storia, una storia in cui la famiglia, la scuola, la scoperta dell’amore e dei dolori dell’adolescenza sono riletti sotto la grande lente d’ingrandimento dell’appetito. Un appetito sconfinato che serve a colmare i vuoti. Un appetito che lei stessa cerca di uccidere, scegliendo di imporre al suo corpo, diventato estraneo e nemico, l’anoressia, di cui si ammala a quattordici anni, e dalla quale si salva, dopo due anni di sofferenza fisica e mentale, anche grazie al desiderio di cercare altrove, nella scrittura e nella passione, nell’amore e, più in generale, nella semplicità della vita stessa, un nuovo sfogo alla sua fame.

“Per una biografia della fame” non è solo una storia di cibo, di vuoti da trasformare in pieni: è la storia dell’amore più difficile, quello che ognuno deve a se stesso, un amore così difficile da imparare e comunicare.



Per prenotare con la riduzione occorre mandare una mail a promozione@teatrodellacooperativa.it con oggetto BIOGRAFIA promo 10, nome, cognome, numero dei biglietti e data della replica scelta.

Presentarsi in biglietteria 30 minuti prima dell’inizio dello spettacolo con la stampa della presente mail.



Teatro della Cooperativa

Via privata Hermada, 8

20162 Milano

tel. 02 6420761


Dall'atroce attualità alla riflessione artistica



Bernabè Abrham e Hilda Legideno Vargas sono due genitori dei ragazzi fatti sparire in Messico lo scorso 26 settembre; i giovani erano studenti della “Escuela Normal di Ayotzinapa” e, in base all'inchiesta in atto, sarebbero stati uccisi da un cartello di narcotrafficanti locale, i Guerreros Unidos.

I due genitori hanno dichiarato che il governo non ha dato loro alcun appoggio, per cui si sono rivolti alle Nazioni Unite, a Ginevra e a Bruxelles per chiedere che sia fatta luce sull'accaduto: “ In Messico non c'è giustizia per i poveri. Per questo chiediamo di venire ascoltati, che si faccia giustizia. Io rivoglio mio figlio vivo”, ha dichiarato la Sig.ra Legideno, dopo che il procuratore generale, Jesus Murillo Karam, aveva loro annunciato che i 43 ragazzi sarebbero stati assassinati e i loro resti dati alle fiamme.




Parte anche da notizie tragiche come questa, la ricerca artistica di Marcello Gentili. Cattolico, figlio di un libero pensatore e nipote di un rabbino, Gentili è un noto avvocato penalista: ha patrocinato i familiari di Pinelli, ha seguito l'iter giudiziario di Sofri, ma soprattutto si è dedicato ai parenti dei desaparecidos, difesi gratuitamente, riuscendo ad ottenere l'estradizione di Priebke e la condanna degli alti ufficiali argentini, resposanbili delle morti e delle sparizioni di tanti giovani dissidenti. 


Un vero e proprio Maestro, un uomo colto, un'arte raffinata e profonda, la sua: Gentili sceglie, come supporto delle sue opere, testate di quotidiani – una frase, un titolo, una fotografia – e disegna con i pastelli figure apparentemente stridenti con le parole: una magra e pallida modella sulla pagina del giornale trasfigura nel ritratto di Hannah Arendt; una nonna palestinese che vuole vendicare il nipotino ucciso dagli israleliani si accompagna al ritratto di Simone Weil; un bel giovane modello seminudo è accostato all'immagine di una bimba africana con una tanica...

Esempio, quindi, di Arte povera, quella dell'artista è una ricerca artistica che parte dall'attualità, che fa riflettere, usando la tecnica delle associazioni mentali, per chi ha sensibilità e pensiero critico: i suoi tratti, spesso delicati nel raccontare storie tragiche, evocano la negazione dei diritti fondamentali, la richiesta di Giustizia, l'attenzione verso gli “Altri”. Il suo lavoro fa riferimenti alti a filosofi e pensatori – Nieztsche, Wittgenstein, Giordano Bruno – a poeti e pittori – Alda Merini, Rumi, Caravaggio – che rimettono al centro la spiritualità e i valori umani positivi. Il Bene e la Bellezza che devono trionfare sul Male, ma a partire, prima di tutto, dalla coscienza di ciascuno di noi.

lunedì 2 marzo 2015

Primo marzo: una giornata senza di noi



Arrivata al sesto anno, la Giornata “Primo marzo: una giornata senza di noi” si riferisce al primo sciopero di migranti lavoratori. E anche quest'anno è stata celebrata in Piazza Duomo a Milano. Una festa importante, organizzata da Lastessabarca, che estende la riflessione – e le richieste agli organi istituzionali – non solo al diritto al lavoro, alla casa, all'istruzione e alla sanità per tutti (stranieri e italiani), ma prende in considerazione anche altri diritti di base per una vita piena e soddisfacente.

L'Associazione per i Diritti Umani ha partecipato e ha fatto alcune video interviste. Diamo, quindi, la parola ai partecipanti: 
 
 



Questo video è disponibile anche sul canale Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani




domenica 1 marzo 2015


Proposte di interventi culturali rivolte alle scuole/università/biblioteche



Il diritto di avere diritti



“Il diritto di avere diritti” è un progetto culturale rivolto agli insegnanti e agli studenti delle terze medie e delle scuole superiori e agi studenti universitari.

L'Associazione per i Diritti Umani propone una serie di incontri che prevedono la presentazione e l'analisi guidata di film, documentari e la presentazione di libri con registi, autori, esperti di settore sui temi relativi ai Diritti Umani. Alcuni argomenti trattati sono:

le migrazioni (i diritti – e i doveri – dei migranti/rifugiati/profughi)

la lotta alla violenza sulle donne

l'educazione alla legalità

Cosa succede in Medioriente? Dalle rivoluzioni, alle guerre, ai cambiamenti geopolitici

e altro ancora...



MODALITA' di INTERVENTO

Ogni incontro può essere organizzato all'interno della scuola, in Aula Magna, accorpando le classi interessate.



Ogni incontro prevede l'intervento di un ospite: un rappresentante dell'associazione e/o di un esperto, regista, autore, etc.

Nel caso di un film: è prevista una presentazione dello stesso e, a seguire, un commento e un dibattito con gli studenti sulle tematiche e un'analisi anche tecnica dell'opera.



Nel caso della presentazione di libri: è prevista un'intervista agli autori (da parte della vicepresidente dell'associazione) e un dibattito con gli studenti.



Per la proiezione del materiale audiovisivo è necessario un proiettore (con pc o lettore dvd)



Si concorda con i dirigenti e gli insegnanti se organizzare l'incontro di mattina o di pomeriggio.



ALCUNE PROPOSTE (Questi sono solo alcuni esempi):



Presentazione di film/documentari, con approfondimenti:





La curt de l'America, alla presenza del regista Lemnaouer Ahmine



Non ci sto dentro, alla presenza del regista Antonio Bocola



Per non perdere il filo, alla presenza della regista e autrice Ivana Trevisani



Il giardino di limoni, con il commento di Monica Macchi, esperta di mondo arabo



Vado a scuola, con il commento di Alessandra Montesanto, critico cinematografico e vicepresidente dell'associazione.



Presentazione di libri/saggi con approfondiomenti:

Chiamarlo amore non si può = una raccolta di racconti sulla vilenza contro le donne, alla presenza di alcune autrici



Ferite di parole = donne arabe in rivoluzione, alla presenza dell'autrice Ivana Trevisani e di Monica Macchi



La felicità araba = un incontro con lo scrittore Shady Hamadi sul suo saggio che illustra cosa sia successo in Siria e cosa sta accadendo ancora oggi



Viaggio nel continente africano = incontro con lo scrittore e musicista Pègas Ekamba Bessa (con possibilità di un intermezzo musicale)



Il Tempo dalla mia parte = incontro con l'attore e scrittore Mohamed Ba, per parlare di Senegal, di migrazioni, di teatro e di tanto altro ancora



Pallidi segni di quiete = alla presenza di Monica Macchi, traduttrice del libro di Adania Shibli ed esperta di mondo arabo



Rivolte in atto . Dai movimenti artistici arabi a una pedagogia rivoluzionaria. = alla presenza dell'autrice Paola Gandolfi



COSTI

Ogni incontro prevede un gettone di 100 euro netti per i relatori e 2 euro per ogni partecipante (a sostegno dell'associazione).

Come detto, di solito, le scuole accorpano le classi interessate e dividono la cifra per il numero di studenti partecipanti.



PER PRENOTAZIONI e ACCORDI sulle DATE: peridirittiumani@gmail.com




(Per conoscerci meglio e per capire come lavoriamo, potete visionare anche i nostri video degli incontri con gli autori sul canale Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani). Grazie!

Primo marzo “Una giornata senza di noi”: lo sciopero dei migranti lavoratori



In occasione della giornata del Primo Marzo, che consacra lo sciopero dei migranti lavoratori, vi proponiamo le parole di Maurizio Ambrosini durante una conversazione che L'Associazione per i Diritti Umani ha avuto in occasione del suo saggio dal titolo Non passa lo straniero. Le politiche migratorie tra sovranità nazionale e diritti umani, Cittadella editrice.


Più tardi pubblicheremo gli interventi video della manifestazione in Piazza Duomo, a Milano.


 



Ecco le parole del Prof. Ambrosini che ringraziamo:



“La società è sempre più variegata e plurale: matrimoni misti, classi scolastiche multietniche, anziani assistiti da persone straniere, ma questa integrazione nei fatti stenta a diventare un'integrazione culturale e, ancora di più, politica.

Il passaggio, che sta avvenendo con fatica e che ci è richiesto con maggiore consapevolezza, è la visione multietnica dell'italianità: un domani - che piaccia o no e pur mantenendo le leggi attuali – avremo italiani con gli occhi a mandorla, italiani di pelle scura, italiani di religione islamica. L'“essere italiani” si sta sganciando da una vera o presunta omogeneità etnica e culturale per diventare un fatto di convivenza e un fatto di scelta...

L'integrazione degli immigrati e dei rifugiati è sempre locale: le persone si integrano nel luogo dove vivono e lavorano, dove si sposano e mettono al mondo i figli. Le istituzioni nazionali, quindi, hanno la responsabilità di determinare i confini: sia quelli fisici (le possibilità di accesso al territorio) sia quelli simbilici (come, ad esempio, la cittadinanza). Superati questi ostacli, si tratta di dotare di sufficeinti risorse gli enti locali e prevedere che tasse e contributi – versati dagli immigrati – abbiano dei benefici tangibili anche sulla finanza locale.

Oggi gli immigrati, dal punto di vista fiscale e previdenziale, sono un buon affare per lo Stato che incamera contributi sul loro lavoro. Gli immigrati arrivano che sono già adulti, di solito, per cui non comportano costi di socializzazione; non sono ancora anziani e malati, per cui sono nella fascia attiva. Più di due milioni di immigrati lavorano regolarmente e pagano le tasse, mentre i costi che derivano dal loro inserimento nel territorio (scuole, asili nido, sanità) rimangono a carico degli enti locali. Su questo bisognerebbe fare una riflessione per riequilibrare, appunto, costi e benefici”.



IL LIBRO:

 

Le politiche migratorie sono salite di rango nell’agenda delle forze politiche, dei governi e dei parlamenti, non solo in Italia ma anche in Europa e nel mondo. Sono un tema caldo delle campagne elettorali, e sono oggetto di aspre campagne da parte di nuovi attori politici in diversi paesi.
Le politiche degli ingressi, il trattamento degli immigrati irregolari, l’accoglienza dei rifugiati, l’accesso alla cittadinanza, la riaffermazione dell’identità nazionale, la richiesta di adesione culturale agli immigrati, sono temi dibattuti e controversi in tutti i paesi sviluppati, e anche nei paesi emergenti. Spesso fra l’altro, in tempi di bassa passione ideologica, assumono uno spiccato rilievo simbolico: servono a definire le posizioni delle forze politiche e a contrapporsi ai concorrenti. Il sovraccarico ideologico produce una crescente divaricazione tra politiche dichiarate e politiche praticate: le sanatorie ne sono l’esempio più evidente. Questo vale nel caso italiano (7 in 25 anni), ma anche nel resto d’Europa, dove 22 paesi su 27 ne hanno attuate tra il 1996 e il 2008, regolarizzando da 5 a 6 milioni di immigrati.
Anche a livello locale, dove di solito prevalevano pragmatismo e ricerca di soluzioni ragionevoli, compaiono oggi politiche dichiarate di esclusione; spesso poi inattuate o contrastate da attori pro-immigrati e dalla magistratura, ma in ogni caso culturalmente e politicamente influenti.
Nello stesso tempo però gli immigrati acquistano ogni giorno legittimazione, voce e diritti, mediante diverse pratiche di cittadinanza dal basso. Se il multiculturalismo è oggi in declino, la diversità invece ottiene crescente consenso. Nelle politiche urbane, diversità e coesione sociale sono i nuovi termini che consentono di cercare soluzioni praticabili per la gestione di società sempre più eterogenee. Chiusura ed esclusione non sono univoche: le politiche migratorie sono piuttosto un campo di battaglia, in cui alle tendenze ostili agli immigrati si oppongono attori e pratiche sociali che promuovono l’inclusione.