martedì 10 settembre 2013

Il digiuno per la pace

Foto ANSA

Si può dire “no” alla guerra anche digiunando: come molti, soprattutto bambini, che in Siria non solo stanno perdendo la vita, ma i sopravvissuti stanno soffrendo la fame a causa della guerra. Un conflitto che potrebbe estendersi e diventare di dimensioni enormi, che potrebbe coinvolgere altri Paesi del mondo - dal Mediorinete all'Occidente - e che potrebbe sterminare un numero ancora più grande di esseri umani, spesso inermi e indifesi.
Il digiuno è una privazione: è un atto simbolico per non nutrire solamente il corpo, ma per lasciare spazio e tempo al pensiero, alla riflessione interiore, a quel raccoglimento necessario per capire davvero cosa sta accadendo e per scegliere la strada giusta, quella della pace, della solidarietà, del rispetto per tutti.
E così milioni di persone hanno accolto la proposta di Papa Francesco e hanno aderito alla veglia planetaria: non solo cristiani cattolici, ma persone di tutte le fedi religiose, laiche e non credenti. Perchè quel messaggio deve essere un messaggio univerale.
Guerra e violenza hanno il linguaggio della morte”, ha affermato il pontefice in Piazza San Pietro durante la preghiera contro la guerra in Siria e ha aggiunto: “ il mondo in cui viviamo conserva la sua bellezza che ci riempie di stupore. Rimane un'opera buona, dove non ci sono violenza, né divisioni, né scontri, né guerra. Questa avviene quando l'uomo smette di guardare l'orizzonte della bellezzae si chiude in se stesso...Quando l'uomo si lascia affascinare dagli idoli del dominio e del potere, quando si mette al posto di Dio, rovina tutto: apre la porta alla violenza, all'indifferenza, al conflitto”.
Attendiamo e seguiamo, giorno per giorno, le contrattazioni internazionali con attenzione perchè in gioco ci sono l'equilibrio del mondo, il destino di migliaia di persone, la convivenza pacifica. E nessuno può restare a guardare.


La mostra fotografica OCCHI SULLA SIRIA



Nel marzo 2011 il mondo di molte persone è cambiato.
Dall'inizio degli scontri in Siria si contano quasi due milioni di rifugiati e altrettanti sfollati rimasti nel Paese. Un popolo intero costretto a spostarsi e luoghi incantevoli che non esistono più.
Le foto di questa mostra sono il frutto di tre viaggi diversi, in Siria nel 2008 e in Siria e Giordania oggi nel 2013.
Immagini che speriamo possano aiutare a guardare meglio quel mondo e quelle vite, come erano prima e come sono adesso.
A puntare gli occhi sulla Siria.

La mostra “OCCHI sulla SIRIA” è allesita fino al 15 settembre 2013 presso il Carroponte, Via Granelli, 1 Sesto San Giovanni, Milano.

Fotografie di Titty Cherasien/Ivan Sarfatti
Realizzate grazie a INTERSOS e PROGETTO SIRIA – COMITATO DI SOLIDARIETA'
FAMILIARE
Curatela di Caterina Sarfatti

lunedì 9 settembre 2013

Laboratorio Taivè: un progetto di sartoria per donne rom

  Foto di Lara Pischedda DS Visual School

Otto donne provenienti da Romania, Macedonia, Kosovo e Serbia ( e una decine di volontarie) danno vita, ogni giorno, al Laboratorio Taivè. “Taivè”, in lingua romanì, vuol dire “filo”: infatti il laboratorio offre, a prezzi concorrenziali rispetto al mercato, servizi di stireria e piccola sartoria: orli, cambio cerniere, accorciamento maniche. Tutti quei piccoli lavori domestici che molte donne non sanno più fare o a cui non riescono a dedicare il proprio tempo. Le lavoratrici del Taivè producono, inoltre, oggetti per la cucina (strofinacci, guanti, grembiuli), vestiti e borse.
Il laboratorio si trova nel cuore del quartiere di Lambrate, a Milano, all'angolo tra via Carpi e via Wildt e nasce da un progetto volto allo scopo di offrire un'occasione formativa e lavorativa alle donne che abitavano nei campi rom di via Novara e di via Triboniano.
Il percorso è partito dalla Caritas Ambrosiana e dalla Cooperativa Ies-Impresa Etica Sociale e ha ottenuto il sostegno di vari enti e istituzioni: il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali (che ha finanziato la prima annualità del 2009-2010), coordinato dalla Fondazione ISMU; la Caritas Italiana; e Fondazione Cariplo. 
  Foto di Lara Pischedda DS Visual School
Le otto signore, e le loro aiutanti, lavorano in un piccolo, accogliente spazio e - dato importante - si alternano ad un unico tavolo, proprio a sottolineare il lavoro di squadra e senza gerarchie. Un lavoro sì, perchè sono assunte regolarmente e vantano una discreta clientela.
Questo è l'epilogo positivo di un'esperienza di inclusione e di emancipazione femminile all'interno della comunità; un'opportunità professionale che si è venuta a creare grazie al fatto che queste persone abbiano seguito corsi di formazione con lezioni di italiano e lezioni pratiche di sartoria per poi mettere in pratica le conoscenze e le abilità acquisite.
Foto di Lara Pischedda DS Visual School
E non è finita qui: il laboratorio Taivè oggi è in grado di offrire un nuovo servizio: “Et voilà!”, questo è il suo nome, gioioso e ironico, per proporre i lavori di sartoria, ma anche la possibilità di stirare...a domicilio.

Per chi fosse interessato:

Laboratorio Taivè
Via E. Carpi angolo via A. Wildt (M2 Lambrate, Bus 55)
tel: 02 26822423
Aperto dal martedì al venerdì 10-13 / 14-18 e il sabato 10-13/ 14-17


venerdì 6 settembre 2013

Infanzia clandestina: un film sulla dittatura ad altezza di bambino


Dopo l'anteprima nazionale al festival del Cinema africano, d'Asia e America latina di Milano, è  uscito nelle sale cinematografiche italiane il 29 agosto scorso e la data di programmazione non aiuta l'affluenza di pubblico, ma è un film da tenere presente: stiamo parlando di Infanzia clandestina del regista Benjamin Avila che, in questa sua opera prima, racconta in parte una vicenda autobiografica per estendere la narrazione alla vita in Argentina tra il 1976 e il 1983, ovvero gli anni dell'ultima dittatura militare.
La storia è ambientata nel 1979: dopo la morte del presidente Juan Pèron, il Paese è governato dai militari. Dopo molti anni di esilio - i genitori del dodicenne Juan - Cristina e Horacio, insieme allo zio Beto - decidono di fare ritorno in Argentina per ricongiungersi al gruppo rivoluzionario dei Montoneros. Nessuno deve sapere del loro rientro in patria e lo stesso Juan è costretto a cambiare la propria identità: a cambiare il nome in Ernesto (come Che Guevara), a cambiare accento, a cambiare abitudini.
Non è serena la vita di un bambino diventato adulto troppo in fretta, ma Juan/Ernesto mantiene la capacità di fantasticare, di vivere una quotidianità che sembri normale e di proteggere i propri cari fino a quando un evento inaspettato quanto dirompente sconvolgerà il suo equilibrio e quello della sua famiglia: l'amore per la bella Maria farà provare 
a Juan emozioni forti e l'illusione di una fuga lontano dalla paura e dalla clandestinità.
A differenza di altre pellicole sui temi dei desaparecidos e delle dittature sudamericane, il lavoro di Avila entra, con delicatezza ma anche senso critico, nelle pieghe dei giorni di chi ha scelto, all'epoca, la strada della lotta politica anche a rischio della propria esistenza e di quella dei propri familiari. E questo consegna al pubblico un importante spunto di riflessione. Ma la bellezza del film è anche data dal fatto che gli sceneggiatori - lo stesso regista insieme a Marcelo Müller - abbiano deciso di lasciare fuori campo la violenza, rendendo le scene più forti attraverso disegni (che omaggiano Tarantino) di sangue, di spari, di morti per dare, invece, maggior spazio alle relazioni tra i componenti del nucleo familiare e dei compagni attivisti. I genitori di Juan si amano molto; il ragazzino è molto attento alla sua sorellina di pochi mesi; lo zio Beto è una figura carismatica, punto di riferimento per tutti, giovani e adulti; e poi la nonna...che, come molti, non comprende la scelta di Cristina e Horacio, ma la rispetta, seppur dolorosamente.
Una colonna sonora ricercata, l'uso del rallenty in alcune scene, la cinepresa spesso ad altezza di bambino, rendono sullo schermo l'atmosfera di quel periodo duro, contraddittorio, spaventoso, ma il film - senza tralasciare la drammaticità degli eventi e, forse, anche la loro attualità - non trascura nemmeno la speranza, quella speranza che può essere veicolata solo dai ricordi e dall'amore di chi è rimasto in vita.




giovedì 5 settembre 2013

Tutela europea dei diritti umani

Sperando di farvi cosa gradita, pubblichiamo questa comunicazione che riteniamo utile. Il corso si terrà nel mese di novembre, a roma, ma è importante effettuare l'iscrizione per tempo. A domani con la recensione di un film nelle sale italiane.

CORSO DI SPECIALIZZAZIONE SULLA

TUTELA EUROPEA DEI DIRITTI UMANI

Palazzo di Giustizia, Piazza Cavour – Roma


PROGRAMMA

Il corso di specializzazione, giunto alla sua XIV edizione, si articola in una serie di quattro incontri, della durata di tre ore ciascuno, che si terranno presso l’Aula Magna della Suprema Corte di Cassazione, il venerdì ed il sabato, a partire dall’8 novembre 2013.


Venerdì 8 novembre 2013Aula Magna

15:00 - Indirizzi di saluto
Giorgio SANTACROCE, Primo Presidente della Corte di Cassazione
Mario LANA, Presidente dell'Unione forense per la tutela dei diritti umani
15:30 - La Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la Corte di Strasburgo
Guido RAIMONDI, Giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo
16:15 - L’evoluzione della tutela dei diritti umani nella giurisprudenza della Corte di Lussemburgo
Enzo CANNIZZARO, Professore di diritto internazionale nella Sapienza-Università di Roma
17:00 - La posizione della Convenzione europea nell’ordinamento dell’Unione Europea e in quello italiano
Giorgio GAJA, Giudice della Corte internazionale di giustizia


Sabato 9 novembre 2013Aula Magna

10:00 - Norme interpretative ed equo processo tra Corte costituzionale e Corte di Strasburgo
Filippo DONATI, Professore di diritto costituzionale nell’Università di Firenze
11:00 - Il ruolo del giudice comune nell’applicazione della CEDU
Roberto CONTI, Consigliere della Corte di Cassazione
12:00 - Il principio di legalità dei delitti e delle pene nell’art. 7 della CEDU
Vittorio MANES, Professore di diritto penale nell’Università del Salento


Venerdì 15 novembre 2013Aula Magna

15:00 - Condizioni di ricevibilità e procedura di esame dei ricorsi individuali
Anton Giulio LANA, Segretario generale dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani
16:00 - Il diritto al rispetto della vita familiare secondo l’art. 8 della CEDU
Paolo CANCEMI, Referendario presso la Cancelleria della Corte europea dei diritti dell’uomo
17:00 - Rimedi per l’irragionevole durata dei processi
Maurizio DE STEFANO, Avvocato in Roma, componente del Comitato direttivo dell’Unione
forense per la tutela dei diritti umani


Sabato 16 novembre 2013Aula Magna

10:00 - La tutela della proprietà nella CEDU
Ugo VILLANI, Professore di diritto internazionale nell’Università di Bari “Aldo Moro”
11:00 - La giurisprudenza della Corte europea sulle questioni “eticamente sensibili”
Francesco CRISAFULLI, Magistrato, già co-Agente del Governo italiano dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo
12:00 - Le violazioni strutturali della CEDU e la procedura della “sentenza pilota”
Andrea SACCUCCI, Professore di diritto internazionale nella Seconda Università di Napoli
13:00 - Conclusione del corso e consegna degli attestati di frequenza



Coordinamento scientifico: Avv. Anton Giulio Lana - Avv. Prof. Andrea Saccucci
Segreteria organizzativa: Sig.ra Gioia Silvagni

Tel. 06 8412940 - Fax 06 84085170; tutela@unionedirittiumani.it

Le iscrizioni al corso dovranno effettuarsi presso la segreteria dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani (Sig.ra Gioia Silvagni), tel. 06 8412940, tramite bonifico bancario (IBAN: IT47E0335901600100000061494) entro il 31ottobre 2013 e sino al numero massimo di 200 partecipanti. La quota di iscrizione è di € 150,00 inclusiva della documentazione distribuita durante il corso. Al termine del corso sarà rilasciato ai partecipanti un attestato di frequenza che darà titolo al riconoscimento di n. 12 crediti formativi da parte del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma.

mercoledì 4 settembre 2013

Focus Siria al Festival di Locarno



Zabad

Non è facile parlare della situazione siriana in questo ultimo periodo ed è ancora meno facile cercare la speranza in una situazione drammatica e complessa, a ridosso di una guerra che vede coinvolte fazioni interne diverse e ambigui interessi internazionali. Ma alla 66ma edizione del Festival di Locarno, che si è conclusa il 16 agosto scorso, il direttore artistico, Carlo Chatrian, ha voluto dedicare un focus alla Siria e alla creatività dei suoi registi.
Cinque film documentari mostrano aspetti e sfumature, anche della quotidianità, di un popolo che non si arrende, che soffre, che lotta; aspetti e sfumature che non vengono raccontati dai mass-media, soprattutto occidentali, ma che vengono colti dagli sguardi attenti e sensibili di chi vuole capire davvero l'attualità.
Durante la guerra ho visto tre fratelli morire, uno dopo l'altro sotto i colpi di mortaio, portando una bandiera (non importa quale). La madre li applaudiva: questa è follia”; “ una celletta di legno che custodisce il Corano e una bambola con evidenti segni di violenza, a rappresentare i bambini imprigionati e torturati dalla polizia perchè prendevano parte, anche loro, alla rivoluzione, scandendo slogan di protesta: queste alcune parole e immagini di Hekayat an elhob walhayat walmawt del regista siriano Nidal Hassan e della sua collega danese Lilibeth Rasmussen che focalizzano la loro attenzione sulle donne siriane di oggi, quelle donne che desiderano vivere, amare ed essere libere.
Ancora una donna è protagonista dell'interessante lavoro di Randa Maddah (qui alla sua opera prima), film dal titolo Light Horizon - che affascina gli spettatori con un audace, lungo piano sequenza: per sette minuti osserviamo - di nascosto e in silenzio da dietro gli infissi di una finestra - una figura femminile compiere gesti semplici nel rassettare la propria casa distrutta, una piccola sala da pranzo fatiscente e crivellata di colpi come a volersi attaccare, caparbiamente, a una normalità perduta, ma mai dimenticata. Poi le tende copriranno quella figura (una madre? Una moglie? Una figlia?) e gli spettatori sperano, con lei, che un giorno quei gesti possano essere accompagnati da un sorriso.
Black Stone
Donne e bambini: la guerra non risparmia nessuno. Nidal Al Dibs, nel suo Black stone, muovela cinepresa in un quartiere povero di damasco e segue l'esistenza di quattro bambini, costretti, per sopravvivere, a raccogliere rottami metallici da rivendere: ma, anche in questo caso la speranza si mantiene viva: le strade che i bimbi percorrono possono rappresentare la possibilità di realizzare un sogno.
La repressione, senza pietà: in Zabad (Foam),Reem Ali si spinge oltre nel raccontare le difficoltà di un popolo in guerra e racconta di una famiglia mentre si prepara ad emigrare dalla Siria in Canada, ma che deve, al contempo, prendersi cura di un parente che soffre di una disabilità mentale: il lavoro e la fatica si intrecciano ai ricordi della prigionia politica e alla necessità di un cambiamento, lontano dall'orrore.
E, infine, ancora storie di lotta in Untold stories di Hisham al-Zouki: quelle storie “non dette” di chi ha tentato di attuare una resistenza pacifica, ma si è poi trovato costretto a cedere alle armi.
Untold stories
Alcuni registi non hanno potuto accompagnare la proiezione in sala dei film a causa di problemi di censura o di passaporto, ma gli autori presenti hanno rivolto un appello al pubblico: informarsi con attenzione, confrontando le fonti delle informazioni; continuare a capire e a chiedere; approfondire, quando è possibile, gli argomenti con le persone che vivono direttamente la situazione sulla propria pelle.

Light Horizon



martedì 3 settembre 2013

Contro le mutilazioni genitali femminili, di Valentina Acava Mmaka


Ringraziamo tantissimo l'autrice per averci mandato questo suo contributo da condividere con tutti voi.



Ho da poco concluso la prima parte di un tour in Italia cominciato a marzo di quest’anno in cui ho portato in giro una performance poetico-teatrale “The Cut-Lo Strappo” che è nata da una esperienza che ho fatto in Sudafrica a Cape Town. Nel 2011 ho dato vita ad un collettivo di donne con le quali volevo lavorare ad un progetto di scrittura e diritti umani. Nel corso del periodo in cui abbiamo lavorato insieme, sono state tante le tematiche affrontate, quella che alla fine ha preso il sopravvento sulle altre è stata le Mutilazioni Genitali Femminili (MGF). Il tema non mi era nuovo, avevo già scritto di MGF, avevo già avuto modo anni addietro di incontrare donne infibulate. Ma questa volta è stato diverso, perché questa volta si è presentata a me in modo inaspettato. Nel corso del lavoro una donna del collettivo mi ha confidato di essere stata vittima del “taglio”. Ad un certo punto del nostro lavoro, nel momento in cui riflettevamo sulla percezione di limiti e divieti imposti dalla società, si deve essere creato in lei un conflitto tra la sua esperienza e la possibilità di condividerla con il gruppo di lavoro. Era sorto in lei un dubbio (è possibile condividere un tabu’?), che al tempo stesso era una richiesta (come uscire dal dolore? come riappropriarsi o costruirsi una vita senza una parte di sé?). Sicuramente il potere della parola, dell’immaginario hanno sortito in lei la consapevolezza che l’arte può essere rappresentativa di una presa di posizione, di un’idea, di un cambiamento. Lei aveva percepito, anche se non completamente a livello conscio, che per cambiare si deve dire di NO a ciò che ad un certo punto della tua vita ha impedito una scelta.
Oggi sono 140 milioni circa le vittime nel mondo. Due milioni le bambine che ogni anno nel mondo vengono sottoposte alle Mutilazioni Genitali Femminili, denominazione entro cui rientrano diverse pratiche: dal taglio del clitoride, l’escissione, l’infibulazione. Sono tutte pratiche invalidanti e irreversibili, questo significa che la donna mutilata è una donna che porta sul suo corpo il dolore fisico nel quotidiano; il semplice urinare, il ciclo mestruale, la maternità, sono tutti eventi in cui la donna patisce rischiando continuamente la sua vita a causa di infezioni, setticemia, tetano, senza contare che le mutilazioni aumentano il rischio di infertilità.
Le MGF vengono praticate per diversi motivi: inibire il piacere sessuale nella donna, che deve essere esclusivo dell’uomo; controllare la fedeltà della donna (il dolore che la donna prova nel rapporto sessuale e il suo piacere inibito, scoraggiano la donna a intraprendere relazioni adulterine); rendere la donna pura asportando quella parte del corpo ritenuta imperfetta. E’ importante sottolineare che le MGF non sono una pratica prescritta da alcuna religione, né tantomeno sono un problema solamente africano. Certamente l’Africa è il continente con il maggior numero di paesi dove sono praticate, ma ricordo che l’Indonesia, l’India, il Sud America sono tra i le aree geografiche dove le MGF sono una pratica tradizionale presso alcuni popoli. Uno degli aspetti raramente condivisi e sottolineati è l’implicazione che questa pratica ha non solo a livello culturale ma anche socio economico. Le MGF praticate nei paesi di origine, non rispondo solo alla necessità di ribadire un ideale che vuole la donna facilmente controllabile dall’uomo, ma anche ad una esigenza di tipo economico. Innanzi tutto la daya che pratica le MGF vive di questo, viene pagata per farlo, è il suo lavoro. Quindi al di là del ruolo di prestigio sociale tramandato, la daya svolge una professione che è la sua fonte di guadagno. Inoltre la bambina senza il taglio è una bambina che non potrà mai accedere al mondo femminile delle sue coetanee tagliate, non potrà cioè sposarsi e questo vuol dire per la famiglia niente dote, altra implicazione di tipo economico. Un altro degli aspetti sconcertanti è che in alcune situazioni, soprattutto là dove le mutilazioni sono praticate in altissima percentuale, talvolta sono le bambine stesse a richiederla per non essere discriminate a scuola o addirittura per andare a scuola visto che chi non si sottopone al taglio, viene bandito dalla frequenza della scuola. Questo è inquietante perché significa che è una pratica talmente radicata e stigmatizzata che la mancanza di partecipazione finisce per diventare una ulteriore condanna dalla società, significa diventare ad un tratto delle “invisibili”, delle “fuori casta” con le conseguenze del caso: discriminazione, impossibilità di studiare, allontanamento della famiglia dal resto della società. In questi casi estremi sembra 0non esserci una via d’uscita. Ci sono due punti su cui mi piace riflettere: da una parte c’è l’aspetto dei diritti umani che vanno tutelati in toto, ad esempio, condannando anche qualunque tipo di rito alternativo lieve come quello proposto dal medico somalo Omar Abdulcadir. E su questo tema ci sarebbe molto da dire perché il concetto di Diritti Umani non è riconosciuto universalmente allo stesso modo ovunque. Essendo i diritti umani non riconosciuti universalmente occorre legittimarli attraverso il confronto pluralista con le culture che non li contemplano nel loro sistema sociale tradizionale. Dall’altra è il ruolo dei migranti nei paesi di immigrazione rispetto a questa pratica. La pratica delle MGF si è diffusa a livello mondiale nella nostra contemporaneità grazie ai flussi migratori di persone provenienti da paesi dove essa è parte della tradizione socio culturale. Anche in Sudafrica dove le MGF non sono precipue delle culture locali, capitolo a parte i Venda che la praticano, ho incontrato migranti provenienti dall’Africa orientale e occidentale che continuavano a “tagliare” le loro bambine. 


Credo che il cambiamento sia possibile come è già avvenuto in alcuni paesi e presso diverse comunità, soprattutto africane, nella diaspora. Cambiare significa dire di NO non solo a livello individuale, come scelta e decisione personale ma a livello familiare e collettivo dell’intera comunità di appartenenza. L’opposizione del singolo non porta all’abbandono collettivo della pratica, tuttavia alzarsi in piedi e rivendicare i propri diritti che sono i dritti fondamentali come quelli alla salute, a condurre una vita completa, è fondamentale, può offrire una occasione per altre donne di confrontarsi con la possibilità di cambiare collettivamente. Lavorare sul cambiamento è possibile grazie ad un percorso di conoscenza ed emancipazione nei paesi dove le mutilazioni sono praticate. Le donne che si oppongono alle MGF vengono emarginate e non godono più di quel sostegno economico che una famiglia può darle per sopravvivere. Ecco che sradicare la pratica del taglio deve nascere da un percorso dove la donna viene messa nella condizione di scegliere e questa condizione prevede l’accesso all’istruzione e l’acquisizione di una autonomia economica sostenibile che le permetta di non doversi più sottomettere all’autorità maschile. Il miglioramento della condizione femminile all’interno della propria società originaria porta di riflesso anche ad una diversa percezione delle tradizioni culturali e quindi ad esaminare credenze e valori optando per un cambiamento nella loro pratica.
Un ruolo determinante è quello rappresentato dalle comunità dei migranti. I migranti che provengono da aree geografiche dove le MGF sono praticate anche contro la legge, possono diventare mediatori di un cambiamento. Vivere l’altrove inevitabilmente mette la persona nella situazione di rapportarsi a nuove idee, a nuovi “modelli”, a un concetto diverso della donna e dei suoi diritti. Conoscere significa prendere coscienza. Se nell’altrove le comunità migranti riescono ad acquisire consapevolezza circa la dannosità di questa pratica e riescono, attraverso i loro figli, quindi i migranti di seconda generazione, a interrompere il supplizio, allora possono diventare gli interlocutori-fautori del cambiamento anche nei loro paesi originari. Anche in questo caso, statisticamente si evidenzia che le donne che godono di una istruzione di livello superiore e hanno comunque una autonomia economica derivante dal lavoro, non sottopongono le loro figlie alle MGF. Quindi anche nella diaspora, tali condizioni di emancipazione vanno garantite in modo da creare mediatrici efficaci di un cambiamento sostenibile in patria.
E’ un passaggio fondamentale, il cui primo scoglio da superare è proprio la condivisione. Le MGF sono un tabù, le comunità che le praticano non ne parlano, difficile immaginare una dodicenne che condivida questa esperienza con una coetanea in una scuola italiana, inglese o spagnola. Sono comprensibili anche i motivi: innanzi tutto si prova un senso di vergogna perché il proprio corpo è stato mutilato mentre il corpo delle altre bambine no, poi esiste un disagio evidente fisico, un trauma psicologico derivato dall’impossibilità di condurre una vita attiva pari a quella condotta fino al taglio. Inoltre c’è il dubbio giustificato di come si possa condividere qualcosa che altri non potrebbero capire o addirittura che potrebbero giudicare? La scuola secondo me dovrebbe essere il luogo primario da cui cominciare a riflettere sulla tematica fornendo ai ragazzi una documentazione completa sulle MGF, degli strumenti da utilizzare insieme agli educatori e alle famiglie per avvicinarli al problema con la consapevolezza che sta alla base di ogni cambiamento sostanziale. Di MGF si parla solo quando la cronaca riporta notizie drammatiche come quella della bambina egiziana Suahir morta dopo essere stata infibulata. La letteratura che ne parla in Italia è insufficiente anche perché è quasi tutta incentrata sugli aspetti antropologici della pratica, manca ad esempio una letteratura per ragazzi, a parte il libro di Silvana de Mari Il gatto dagli occhi d’oro, non ho trovato una pubblicazione per bambini/ragazzi che tratti l’argomento sotto forma di racconto-favola-fiaba. Sempre in Italia, e sempre secondo la mia esperienza, i consultori sono privi di materiale informativo sulle MGF, forse qualche eccezione saranno i consultori delle grandi città, ma realmente manca ogni possibilità di “sentire” che questo problema esiste anche qui. La legge del 2006 prevedeva uno stanziamento economico di diversi milioni di euro da destinare alla formazione del personale medico sanitario e alla realizzazione di opuscoli informativi, e sportelli di accesso per le donne vittime del taglio. Resta inteso che tali finanziamenti non sono stati investiti come previsto.
E’ per questo motivo, con uno sguardo speciale rivolto al mondo dei giovani, che io e il documentarista Lorenzo Moscia stiamo cercando di realizzare un film documentario che parli di MGF sempre però bypassando l’argomento attraverso i diversi linguaggi dell’arte che meglio di altri, sa veicolare il dolore e stimolare un pensiero creativo e sensibile. Il film documentario vuole essere uno strumento di dialogo e confronto, un’occasione per cominciare a riflettere sulla tematica coinvolgendo tutte le parti della società, e offrire anche proposte per un cambiamento sostenibile che abbatta gli stereotipi e i pregiudizi che purtroppo non aiutano le vittime ad aprirsi verso una possibilità di confronto. Il progetto di questo lavoro si chiama Breaking The Cut e per poterlo realizzare si avvale anche di un sistema di sottoscrizione popolare attraverso cui le persone diventano co-produttori del documentario. Una formula che oltre a permettere la realizzazione dello stesso, pone in essere un interesse nella gente che partecipando al progetto sostiene questa causa di impegno civile. Stiamo anche coinvolgendo artisti in giro per l’Italia che vogliono sostenerci con delle serate di poesia, musica, teatro, danza, una sorta di staffetta “Artisti contro le MGF” .



Per informazioni

lunedì 2 settembre 2013

Dalla letteratura al teatro: il conflitto israelo-palestinese


L'edizione 2013 del Festival di Todi (23 agosto -1 settembre) ha aperto con uno spettacolo importante e di attualità: Ritorno ad Haifa, tratto dall'omonimo romanzo breve di Ghassan Kanafani.
Siamo nel 1948, quando la città di Haifa viene occupata dall'esercito israeliano. La maggior parte della popolazione palestinese è costretta ad abbandonare le proprie case che saranno abitate da famiglie ebree. Vent'anni dopo le frontiere verranno aperte, per un breve periodo, e questo permetterà ad una coppia palestinese di tornare ad Haifa in quella che, una volta, era la propria quotidianità, la propria vita.
Shalom” ha tanti significati, ma quello principale è “pace”: è “shalom” è la parola con cui inizia lo spettacolo, per la regia di Patrick Rossi Gastaldi, che mantiene sul palco una narrazione semplice e diretta che si fa poetica nello scivolare delle parole quando il confronto tra uomini e donne - che appartengono a due mondi diversi, ma provano gli stessi sentimenti - si fa intenso. Sentimenti di rabbia e di amarezza, di rassegnazione e di tristezza.
La coppia di ebrei non esita ad accogliere in casa la coppia di palestinesi, ma presto gli uomini cominciano a discutere sulla possibilità di scelta: resistere di fronte all'imposizione di lasciare la propria terra oppure andarsene? Miriam, la donna ebrea, ha cresciuto Khaldun, il figlio degli altri coniugi, come se fosse suo. Khaldun non prova alcun affetto per Said e Safiya, i suoi genitori naturali: è arruolato nell'esercito sionista e li accusa di essere solo dei codardi. Inoltre, ha un fratello, Khaled, che milita invece tra i Fedayyn e, un giorno, potrebbe ritrovarsi a combattere contro di lui.
E' un gioco di specchi, quello che si viene a creare nell'intreccio dei personaggi e delle loro vicende in questa pièce di Kanafani, uno dei più grandi esponenti della letteratura araba contemporanea, assassinato dai servizi segreti israeliani, insieme a una nipote, nel 1972.
L'autore ha sempre avvicinato l'attività artistica a quella politica e fu il primo a parlare di “letteratura della resistenza”. Con questo suo lavoro lo scrittore palestinese parla di due diaspore: quella palestinese e quella ebraica. Sì, perchè Miriam, la donna ebrea, e suo marito sono scampati ad Auschwitz e, durante la fuga, sono stati costretti ad abbandonare il loro unico figlio. Madri e padri, uomini e donne che hanno perso tutto, a causa della violenza e dell'ottusità di altri: hanno perso la propria terra, la propria casa, i propri cari e anche, in fondo, la propria identità. Ma è possibile il perdono? E' possibile riconoscersi gli uni negli altri?
E i figli della guerra, nati e cresciuti in un clima di sopraffazione e di odio, perpetuano gli errori...La quarta parete della scenografia scompare mentre la voce narrante recita: “ Che cos'è la patria? Sono queste due sedie rimaste per vent'anni in questa stanza, il tavolo, le rose di stoffa? Khaldun, le nostre illusioni sul suo conto, essere padre, essere figlio. Che cos'è la patria, me lo domando ancora...”.