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mercoledì 4 novembre 2015

Bambini siriani orfani detenuti illegalmente nelle prigioni a Kos




Una nostra lettrice, che ringraziamo molto, ci ha segnalato il seguente appello per i bambini siriani orfani, detenuti illegalmente nelle prigioni dell'isola greca di Kos e gli articoli di approfondimento che potete leggere cliccando sui link a seguire.


The Greek Ambassador to the UK

Stop putting unattended children into prison in squalid conditions without access to clean water and food. The Prison cells are like medieval dungeons with excrement on the floor. This is a totally unacceptable situation.

Why is this important?


The treatment of the children in this way contravenes article 37 of the United Nations charter for children. This treatment will result in long term physical, psychological and emotional damage to the children. It is not how a westernised nation should behave.




Per approfondire ancora l'argomento, eccovi due link importanti (e una petizione):

 

http://www.independent.co.uk/news/world/europe/refugee-crisis-orphans-locked-up-in-medieval-prisons-alongside-adult-criminals-on-greek-island-of-a6694521.html



martedì 19 agosto 2014

A Lampedusa, dove le donne custodiscono il dolore di altre donne



Di Costanza Quatriglio (già su la27esimaora.corriere.it) 


Ci sono leggi che non stanno né in cielo né in terra perché appartengono al mare


Ci sono leggi che non stanno né in cielo né in terra perché appartengono al mare, quello di sopra e quello di sotto. Lo sanno gli uomini di Lampedusa, i pescatori e i subacquei che conoscono l’orrore a soccorrere corpi nudi e unti di nafta di naufraghi spogliati dei tanti indumenti a strati, unico bagaglio consentito portato addosso come calamita per affondare negli abissi. Poi c’è la legge della terra, che è quella della dimora. Le donne lampedusane, avvisate dai suoni delle ambulanze e dal cielo cupo di sventura, escono di casa e si portano al molo. Lì apprendono il nuovo lutto e si apprestano a dar aiuto, come possono, ai superstiti del nuovo naufragio. Lo si impara subito, a Lampedusa.
Su invito di Paolo Ruffini, neo direttore di Tv2000, con Erri De Luca siamo stati sull’isola a mescolare incontri e ricordi. Un viaggio che avevo rimandato per molto tempo. Sono ancora stordita dal vento e dalle parole di chi cerca di dare un nome alle cose, anche quando un nome non c’è. Rimane un dolore inabissato che non se ne andrà mai, ma anche la gioia delle relazioni affettive che i lampedusani hanno instaurato con chi è sopravvissuto. Adesso che il Centro di primo soccorso e accoglienza è vuoto, le donne di Lampedusa ricordano con dispiacere quel muro issato dallo Stato a dividere i vivi dai morti, inaccessibile agli abitanti dell’isola, isola nell’isola, come un vero centro di detenzione. Mi sento a casa, catapultata ai tempi de L’isola, il mio primo film, in cui Erri De Luca era confinato nel carcere di Favignana. Le nostre testimoni immediatamente mi svegliano dall’incanto di un ricordo così personale. Rievocano ogni dettaglio di ogni singolo ragazzo che hanno accudito, ogni bambino che hanno cullato, ogni uomo a cui hanno dato da mangiare.
Invisibili, come sempre, le donne migranti. Spaurite per le troppe violenze subite, lasciano tracce così flebili che si cancellano con un colpo di vento. Riservate, chiuse, non chiedono nulla. Le donne di Lampedusa corrono in ospedale e ciò che serve portano, indumenti asciutti, scarpe, cibo. Il rito è sempre lo stesso. Prima di tutto le superstiti vanno spogliate dei tanti strati di vestiti zuppi d’acqua salata di cui non si sono liberate.

Lacerazioni, bruciature e ferite inferte da violenze inaudite affiorano sui loro corpi nudi a dire quello che loro non riescono a dire e che forse, non diranno mai. Sono i loro corpi a parlare. Il racconto si fa inaccettabile, eppure è necessario ascoltare. Donne custodiscono il dolore di altre donne. A Lampedusa è la forza d’animo che guida l’agire. Ognuno la chiama come vuole, la fede è un fatto privato. A me piace pensare che la legge del mare e quella della terra siano leggi dell’essere umano. Lo stesso a cui spetta libertà di movimento, di viaggio, di vita.


Costanza Quatriglio è tornata sul set con Erri De Luca, dopo il suo primo film L'isola, per il nuovo lavoro intitolato LampeduSani per parlare dei migranti e con i migranti, per i ricordi di chi li ha accolti, per le coscienze mai assopite. 

martedì 4 marzo 2014

Tornare a parlare di Lampedusa, tornare a parlare dei migranti




Lampedusa. Conversazioni su isole, politica, migranti”, edito dal Gruppo Abele è una lunga intervista che Qui Marta Bellingreri, scrittrice e mediatrice culturale palermitana ha fatto al sindaco di Lampedusa e Linosa Giusi Nicolini che ha presentato, ai gruppi di Camera e Senato, una proposta di legge per far nascere la “Giornata della memoria e dell’Accoglienza” dopo il terribile naufragio che ha visto morire nel “Mare nostrum” centinaia di migranti.



Abbiamo posto alcune domande all'autrice, Marta Bellingreri, che ringraziamo molto per la sua disponibilità.


Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa e Marta Bellingreri, scrittrice e viaggiatrice: com'è stato il confronto sul tema dell'accoglienza dei migranti? Quali le differenze e le similitudini tra i vostri punti di vista?


L'isola di Lampedusa è un'isola siciliana, più vicina alle coste africane che a quelle siciliane. Entrambe, io e Giusi, siamo delle isolane, siciliane, lei lampedusana, io palermitana. Quando ho conosciuto Giusi si occupava di Legambiente Lampedusa, era la direttrice della Riserva Naturale. Lei è sempre stata attiva sull'isola e quando ho messo per la prima volta piede sull'isola nella primavera del 2011, anche io ero un'attivista, non lavoravo allora per una ong, ero attivista del Forum Antirazzista di Palermo. Il nostro confronto sul tema dell'accoglienza dei migranti è stato diretto e spontaneo fin dall'inizio. Sapevamo l'una dell'altra di essere in prima fila, lei sull'isola, io nel capoluogo siciliano. C'è stata da parte mia immensa curiosità, quella del resto c'era e continua ad esserci nell'ascoltare il punto di vista privilegiato dei lampedusani tutti e dei lampedusani attivi nell'accoglienza. Forse anche lei era curiosa delle mie esperienze in paesi arabi, e ancora di più lo era nell'ascoltare la continuazione delle storie, ossia le storie delle persone transitate da Lampedusa e poi trasferite ancora, che io avevo continuato a sentire. Lo dice pure nell'intervista: non mi interessa sapere solo che lascino l'isola, mi interessa anche sapere cosa succede dopo. Non credo ci siano differenze, forse io a cause dei miei studi ho più interesse a seguire i dettagli di politica interna a paesi arabi e/o africani ed interesse dunque a suscitare attenzione di chi si occupa di accoglienza in Italia.

Lampedusa: simbolo di un'umanità da sempre in transito. Cosa racconta questa umanità di oggi?

Lampedusa è innanzitutto un'isola che ci parla di una parte d'Italia, come altre, dimenticate e che solo all'occorrenza diventa oggetto di uno show televisivo: che si tratti, tristemente, drammaticamente e consapevolmente, di tragedie; che si tratti di altro. Lampedusa chiede dei servizi e delle agevolazioni economiche per alleviare la sua posizione di confine e marginalità: la sua popolazione è la prima a migrare per motivi di studio,salute, lavoro, burocrazia. L'umanità in transito, quella delle popolazioni migranti, ci parla della povertà, della guerra di altri paesi, della forza straordinaria e del coraggio; ci porta la ricchezza e la gioia delle culture che resistono sotto le bombe o in anni di dittatura. Un'umanità che andrebbe ascoltata e lasciata sì transitare ma liberamente.

L'Italia è un Paese culturalmente aperto, pronto ad una società multietnica?


Non riesco a rispondere a questa domanda. In Italia ci sono esempi eccezionali, storie magnifiche di differenze che si integrano, di danze e musiche che si mescolano, di amori che nascono e crescono, di associazioni, librerie, musei, comuni, palestre, uffici, università, bar... insomma luoghi e case che sono sì per me l'Italia aperta, o se si vuole chiamare "multietnica". Forse siamo lontani e queste sono esperienze minori, ma sono esperienze belle, le uniche che cambieranno, per ragioni più demografiche che politiche o culturali, le leggi e l'Italia.

Cosa si dovrebbe cambiare, nella legislazione attuale, per migliorare le condizioni dei migranti e dei richiedenti asilo?

Innanzitutto le condizioni dell'attuale cosiddetta accoglienza. Anzi, prima di pensare che cosa si deve cambiare nella legislazione attuale, bisognerebbe rispettare la legislazione vigente, nazionale e internazionale, in materia di accoglienza, migrazione e asilo. Ogni giorno, in tutta Italia, e in particolare sulle coste siciliane, vengono violate le norme, privando della libertà personale adulti e minori, operando respingimenti sommari e rimpatri collettivi, non segnalando alle autorità competenti minori stranieri non accompagnati, umiliando e torturando persone che hanno come unica colpa quella di viaggiare, pur fuggendo da guerre. I luoghi di cosiddetta accoglienza sono brutti, inospitali, inadeguati, e quando sono belli e nuovi sono isolati da centri abitati, sono sperzonalizzati e spersonalizzanti, spesso gli operatori e mediatori non sono sufficientemente preparati: non parlano nessuna lingua, non hanno studiato o non si sono formati specificatamente. Anche in questo caso ci sono eccezioni straordinarie, persone di cuore e preparate, che grazie a questi ultimi due anni di "emergenza" hanno messo in discussione le proprie previe conoscenze, hanno imparato il bambarà (lingua del Mali) o il tunisino. Credo che nel sistema legislativo attuale andrebbero alleggerite tutte le norme che regolano l'ingresso e la regolarizzazione per favorire l'ingresso regolare senza rischiare la vita; per inserirsi più facilmente nel precario mondo del lavoro e senza discriminazioni; per avere la cittadinanza, per i congiungimenti familiari ecc... Tutto il sistema andrebbe rivisto in un'ottica di vera accoglienza e arricchimento del nostro paese, che non è solo nostro perché ci siamo nati.


E cosa si dovrebbe fare per "non lasciare sola Lampedusa"?


Credo che negli ultimi anni Lampedusa senta una forte vicinanza di una parte della società civile italiana che per attivismo o turismo solidale si sia recata sull'isola. Quello che è ancora insufficiente è l'intervento dello Stato, che si parli di servizi o che si parli di migrazioni. Lampedusa non è o non è più sola, secondo me, semplicemente ci sono dei momenti in cui si ritrova ad esserlo perché i problemi strutturali che non sono stati risolti, scoppiano nei momenti delle tragedie. Lampedusa non è sola se non vuole sentirsi sola e viceversa. Perché tantissime persone stanno scrivendo, animando, proponendo progetti per avvicinarsi all'isola. Dipende poi come l'isola voglia o possa rispondere.




mercoledì 15 gennaio 2014

La malnutrizione delle donne e dei bambini in Madagascar




Le foto che qui pubblichiamo - ringraziando un nostro lettore che ce le ha mandate - ritraggono bambini e ragazzi sani: molti hanno entrambi i genitori, vivono insieme a loro di pesca, sono sereni anche se poveri.

Sono bambini e ragazzi del Madagascar, la quarta isola più grande del mondo dove, invece, tantissimi - tra donne e minori - soffrono di malnutrizione acuta grave.

La situazione, nell'isola africana è particolarmente grave in quanto - secondo l'ultima Ricerca Demografica e Sanitaria Onu del 2009 e secondo i dati Unicef 2012 - il 76,5% della popolazione vive in condizioni di miseria. Sappiamo che i numeri sono fastidiosi, soprattutto quando si parla di persone, ma in questo caso dobbiamo far parlare le statistiche: il 26% delle donne in gravidanza soffre di ritardo della crescita e il 19% è deperito; solo il 50% dei bambini malgasci viene allattato al seno fino ai sei mesi e molti bambini sotto i cinque anni soffrono di anemia; ogni anno circa 44.000 bambini muoiono a causa di malattie quali: la malaria, la dissenteria, la polmonite e questo accade, soprattutto, nelle aree più a rischio, come sugli altopiani e nelle zone meridionali e sud-orientali dell'isola. 


La fase critica della vita in cui si può agire per combattere la malnutrizione va dall'inizio della gravidanza ai due anni per cui la maggior parte degli investimenti dovrebbe essere destinata a questo periodo per ottenere un risultato di lunga durata che possa aiutare sia le madri sia i figli.

Dal 2012 l'UNICEF Italia ha partecipato al progetto intitolato “Ridurre la malnutrizione materna e infantile in 30 distretti”, un progetto che prevede la fornitura alle strutture periferiche di alimenti terapeutici, farmaci e attrezzature utili per il monitoraggio e la cura dei casi di malnutrizione cronica; l'assistenza tecnica ai medici del posto; campagne di sensibilizzazione e formazione di operatori sanitari. In particolare - nei 30 distretti urbani delle 12 regioni a rischio - l'intervento capillare dell'organizzazione ha portato ad alcuni risultati positivi: l'allattamento al seno entro la prima ora del parto e proseguito fino ai 24 mesi di vita dei neonati; l'alimentazione integrativa adeguata a partire dai sei mesi con l'uso dei micronutrienti; la riduzione del tasso di mortalità infantile.


Interessante notare, infine, che i progetti formativi sul tema della malnutrizione sono rivolti anche agli stessi capi-villaggio per una maggiore consapevolezza e autonomia nel gestire il problema e, magari col tempo, risolverlo.

lunedì 14 ottobre 2013

Ancora migranti morti: ancora appelli, parole e polemiche




250 migranti, decine di morti: ancora bambini, donne e ragazzi.
Un barcone si è capovolto nel canale di Sicilia, tra la Libia e Malta: un aereo militare dell'isola, in ricognizione,avrebbe avvistato l'imbarcazione, i migranti avrebbero iniziato a muoversi, ad agitarsi, a gridare per attirare l'attenzione del pilota e la ressa avrebbe, così, causato il capovolgimento della carretta e il naufragio.
L'area in cui è avvenuto il fatto è di competenza maltese e il premier, Joseph Muscat, ha affermato: “Questa tragedia non può essere solo un altro (ennesimo) allarme per l'Europa. Ora è tempo di agire. Questo è un problema europeo, non è solo un problema dell'Italia e di Malta”.
Dall'inizio di gennaio abbiamo ricevuto 33mila persone, di cui solo 13mila a Lampedusa, la maggior parte nel periodo estivo. Considerate le cifre e la forte concentrazione temporale stiamo cercando di gestire il fenomeno in maniera strutturale e non solo emergenziale”, ha dichiarato il viceministro italiano dell'Interno, Filippo Bubbico, sottolineando: “I passi avanti fatti dall'Italia sia sotto il profilo del diritto d'asilo con una legge europea (entrata in vigore il 4 settembre scorso) che ha potenziato del 60% gli organismi per il riconoscimento dello status di rifugiato (ora sono 16 in tutto), sia sotto il profilo dell'accoglienza, raddoppiando - anche con finanziamenti aggiuntivi - la capacità di accoglienza del sistema Sprar, passando da 8.000 a 16.000 posti”.
Il sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, al TG La7 ha ripetuto, ancora una volta che l'Europa non può essere una diga nel Mediterraneo e che Lampedusa non può essere la frontiera dell'Europa stessa perchè è un'isola troppo piccola e, soprattutto, ha ricordato che “queste persone non vanno lasciate morire. Tutto questo è una gran farsa per cui si pagano prezzi altissimi, vite umane e sacrifici di luoghi di confine come Lampedusa”.
Il Ministro per l'Integrazione, Cecile Kyenge, sul reato di clandestinità - di cui si è ricominciato a dicutere dopo il naufragio dell'isola dei Conigli - ha affermato: “ E' un percorso lungo e abbiamo fatto i primi passi. Un primo approccio c'è stato, ora però serve un progetto condiviso più che dal punto di vista giuridico dal punto di vista culturale: sono cambiamenti da fare insieme, nella condivisione, nel confronto, nella partecipazione”: Risponde a queste parole, Gasparri, della Lega e vicepresidente del Senato: “ Non è la legge Bossi-Fini che causa morti. Sono anche frutto della demagogia di chi fa facili annunci, frutto delle guerre sbagliate in Libia, di chi vuole smantellare norme per favorire i mercanti di morte. Giù le mani dal reato di clandestinità”.
Parole, annunci, promesse e polemiche...sulla pelle di chi è costretto a fuggire dal proprio Paese d'origine per cercare un luogo in cui vivere pacificamente e in cui potrebbe veder tutelati i propri diritti di base. Ma molti non fanno nemmeno in tempo a verificare l'opportunità di questa speranza.

venerdì 19 luglio 2013

Lampedusa in Festival



Un'altra manifestazione interessante vivacizza culturalmente l'estate italiana.
Si tratta del LampedusainFestival che, quest'anno, è giunta alla quinta edizione. 
Dal 19 al 23 luglio l'isola si anima delle opere di filmmakers che raccontano storie, incontri, flussi migratori e culture che appartengono al bacino del Mediterraneo.
Con il patrocinio del Comune di Lampedusa e di Linosa, il festival è stato selezionato, nel 2012, dall'UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) come buona pratica contro il razzismo ed è stato insignito, per due anni consecutivi, della Medaglia d'Onore da parte del Presidente della Repubblica.
La promozione dei valori dell'accoglienza e dell'incontro, della diversità e del dialogo sono gli argomenti principali approfonditi durante i momenti culturali che vanno ad arricchire il programma, oltre ad un'analisi delle cause che spingono migliaia di persone a lasciare la propria terra.
Il concorso cinematografico, infatti, per l'edizione di apertura dell'estate 2013, presenta un focus dal titolo: “Migrare: le ragioni di una scelta”. La domanda di partenza é: “Quali sono le percezioni, diffuse in Occidente, delle condizioni di vita, delle culture e delle situazioni politiche all'interno dei Paesi di provenienza delle persone che migrano? L'obiettivo è quello di tematizzare lo scarto tra le società che ricevono queste persone e le società da cui esse provengono nell'ottica del superamento dei pregiudizi, degli stereotipi e della retorica e per favorire lo scambio della ricchezza culturale e la proposta di soluzioni ai numerosi problemi di ordine pratico che i migranti si trovano a dover affrontare una volta arrivati nei Paesi occidentali.
La Settima arte, da sempre - attraverso immagini, musiche e parole - parla un linguaggio universale, comprensibile a tutti e può, quindi, essere uno strumento valido per osservare la realtà in maniera critica e costruttiva; uno strumento capace di registrare tensioni e disagi, ma anche speranze e aperture. Undici le pellicole passate alla fase finale del concorso tra cui: “Il limite” di Rossella Schillaci, “Vol spècial” di Fernand Melgar, “Mohamed il pescatore” di Marco Leopardi e “ Timbro rosso” di Laura Di Pietro (Artigiani digitali).
Il Festival propone, inoltre, molti appuntamenti con mostre, musica, teatro e dibattiti. Segnaliamo, tra i tanti: la tavola rotonda “Buone pratiche – Beni comuni: l'importanza di fare rete” a cui parteciperanno, il 20 luglio, alcuni amministratori della Rete dei Comuni Solidali e dell'Associazione Comuni Virtuosi; la presentazione del libro “Le nostre braccia” di Andrea Staid; lo spettacolo teatrale, previsto per il 22, “Bilal - Pensi di saper distinguere il Paradiso dall'Inferno?” tratto dal romanzo-inchiesta di Fabrizio Gatti e a cura di ConsorzioScenico; l'incontro “Amnesty International e Lampedusa: una storia di diritti umani”; la proiezione del film “La primavera siamo noi”. Le donne in Tunisia dopo la rivoluzione: l'autrice, Cristina Mastrandrea, intervista Amina Tyler, attivista del movimento FEMEN TUNISIA.

Per il programma completo del festival: www.lampedusainfestival.com