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mercoledì 24 settembre 2014

Una mostra ripercorre la lotta per i diritti civili

©George Tames/The New York Times.



Grandi pannelli a parete si susseguono e ripercorrono la Storia: la Storia dei diritti civili negli Stati Uniti e nel mondo occidentale.

Per celebrare il 50mo anniversario dall'assegnazione del Nobel per la Pace a Martin Luther King, Milano dedica una grande, ricca mostra sulle lotte per affermare i diritti di tutte e di tutti. Freedom Fighters, questo il titolo dell'esposizione a Palazzo Reale, inaugurata il 22 settembre e che terminerà il 12 ottobre 2014.

Freedom Fighters è promossa dal Comune di Milano, dal Robert F. Center for Justice and Human Rights Europe in collaborazione con l'Ambasciata degli Stati Uniti, con la cura di Alessandra Mauro e Sara Antonelli.

Immagini iconiche dei più celebri fotografi ricordano la segregazione razziale negli anni'50, gli scontri di Birmingham, il movimento dei “Freedom Riders”; il ritorno di Martin Luther King dopo aver ricevuto il Premio Nobel, le riunioni dei fratelli Kennedy e i loro incontri con i movimenti di emancipazione. Elliot Erwitt, Eve Arnold, Bruce Davidson, Danny Lyon celebrano giustizia e libertà.


La mostra propone anche video di repertorio e documenti che dal 1776 – anno in cui il Comitato dei Cinque presenta la Dichiarazione di Indipendenza americana – testimoniano la Storia fino alla marcia su Washington.

Anche il Presidente della Repubblica, Giorgio napolitano, ha voluto commentare l'iniziativa culturale milanese con una lettera alla Presidente del Robert F. Center for Justice and Human Rights Europe, Marialina Marcucci, in cui si legge: “ La mostra offre un significativo stimolo a riflettere sul valore attuale delle posizioni allora assunte per la realizzazione di una società più giusta, inclusiva e solidale, ma anche sulle condizioni di quanti, in tutto il mondo, vedono tutt'ora calpestati i loro diritti”. L'assessore alla cultura di Milano, Filippo Del Corno, ha aggiunto: “ La fotografia diventa il linguaggio per raccontare il lungo e tortuoso cammino della battaglia per i diritti civili negli Stati Uniti. Una lotta che non è mai terminata né terminerà, negli Stati Uniti come dovunque perchè esisterà sempre un diverso, uno straniero, una minoranza da difendere e proteggere dall'arroganza di 'altri' e dei più forti”.

Dall'8 al 10 ottobre, inoltre, sempre nelle sale di Palazzo Reale, si terrà un'altra mostra, di artisti moderni e contemporanei, dal titolo I have a dream al termine della quale verrà indetta un'asta per finanziare il Centro Robert F. Kennedy. Le curatrici, Melissa Proietti e Raffaella A. Caruso, spiegano: “ I have a dream nasce come breve ed intensa ricognizione su come il sogno della democrazia, la battaglia per l'uguaglianza e i diritti condotta da John e Robert Kennedy e da Martin Luther King sia ancora viva nel ricordo ma anche nell'attaulità degli intenti ed abbia profondamente inciso su più generazioni di artisti. Si è inteso mettere a confronto gli artisti dell'immediato dopoguerra che hanno vissuto sulla loro pelle censure ed entusiasmi di rinnovamento e gli artisti che hanno negli occhi l'ennesimo oltraggio alla democrazia pepretrato con l'attentato alle Torri Gemelle. Si è loro chiesto di interpretare il tema in senso narrativo e metaforico, con la forza allusiva e primordiale dell'astrattismo, con le evocazioni simboliche di un figurativo sui generis dai tempi aperti della tradizione 'classica' o dai ritmi sincopati del pop, donando però sempre immagini di speranza, di denuncia e mai di violenza. Perchè l'arte è vita e bellezza. Maestri di ogni 'colore', timbro, formazione hanno regalato il loror entusiasmo, rivivendo memoarie e speranze, passato e futuro, in una miscellanea di sensazioni che solo il sogno fa vivere in una assurda e meravigliosa dimensione 'contemporanea'”.

giovedì 5 dicembre 2013

Il Garante per l'infanzia dà voce ai ragazzi


Sono trascorsi cinquant'anni dal celebre discorso di Martin Luther King in cui si ripeteva spesso la frase: “I have a dream”: in occasione di questo anniversario il Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza, Vincenzo Spadafora, ha indetto una campagna dal titolo proprio “I have a dream” per sensibilizzare i cittadini sul tema delle varie forme di razzismo, dirette o subdole, che ancora albergano nelle parole, nei fatti, nella mentalità di alcuni. Spadafora ha suggerito di sostituire, nel discorso di King, la parola “nero” con, ad esempio, povero o immigrato per capire chi siano oggi le persone discriminate. E i motivi di discriminazione, purtroppo sono ancora molti, troppi: per condizione sociale, per etnia, per orientamento sessuale.
Dallo scorso agosto, tutti i giovani - della fascia di età compresa tra i 13 e i 18 anni - possono inviare all'Authority l'idea che hanno riguardo al proprio futuro, le loro aspettative e potranno farlo, dando sfogo alla loro creatività: attraverso video, fotografie, scritti e disegni. In questi mesi la campagna è proseguita con successo e Spadafora ha potuto, così, affermare che il diritto di sognare “ è essenziale perchè racchiude in sé tutti i diritti fondamentali sanciti dalla Convenzione ONU.” E ha aggiunto che: “La campagna si rivolge da una lato agli adolescenti, promuovendo e incoraggiando la loro capacità di sognare; dall'altro, al mondo degli adulti, dalle istituzioni alle famiglie, ovvero a tutti coloro che oggi hanno la responsabilità di creare condizioni adeguate affinché i diritti fondamentali dei ragazzi siano realmente esigibili”.
Interessante lo spot di lancio della campagna: un primo ragazzo esce da un furgoncino che si ferma in un campo ai margini di una grande città. La sua voce, mentre chiede il diritto al suo sogno personale, si intreccia a quella di altre e di altri. I ragazzi si moltiplicano, così come le loro parole e i loro sogni e poi lo slogan, semplice ed efficace:
I nostri sogni sono i nostri diritti, ascoltaci”. Ma quali sono i sogni da ascoltare e da far realizzare? Sono anch'essi semplici, come i ragazzi stessi: studiare, trovare lavoro - quando gli adolescenti saranno diventati grandi - e formare una famiglia oppure, per alcuni di loro, poter rimanere nelle proprie città d'origine. Ma forse il sogno più importante (e la richiesta più urgente) è quello di essere ascoltati.



domenica 1 dicembre 2013

Quando l'arte e la cultura si uniscono per salvare un sogno


L'Associazione per i Diritti Umani è molto lieta di partecipare (e di invitarvi) all'iniziativa promossa e organizzata da Spazio Tadini, dal titolo “Save my dream”, che pubblichiamo qui di seguito.
L'Associazione per i Diritti Umani, nell'ambito della manifestazione artistica e culturale, ha invitato l'attore e scrittore MOHAMED BA che presenterà il suo romanzo “Il tempo dalla mia parte” e con il quale sarà possibile approfondire molti argomenti relativi e legati al macrotema delle migrazioni.
Durante la serata verrà proiettato un documentario (ma vi lasciamo la sorpresa) e Mohamed Ba parlerà anche del suo nuovo spettacolo teatrale, dal titolo: “Il riscatto”. Letteratura, cinema e teatro con un ospite importante: questa è la proposta che abbiamo deciso di farvi per salvare i sogni e le aspettative di chi è costretto a lasciare il proprio Paese e tenta di arrivare in Europa in cerca di un'esistenza migliore.

Il nostro incontro con Mohamed Ba si terrà giovedì 12 dicembre, alle ore 18.30





SAVE MY DREAM
Inaugurazione 7 dicembre 2013 – ore 18.30
Spazio Tadini via Niccolò Jommelli, 24 –Milano

Iniziativa svolta con il Patrocinio gratuito del Comune di Lampedusa e Linosa e, al momento, con la collaborazione di Corriere delle Migrazion, Cesvi e Associazione Per i Diritti Umani.


Artisti da tutta Italia hanno scelto di salvare dal naufragio i sogni degli emigrati che muoiono al largo del Comune di Lampedusa e Linosa. Una collettiva organizzata da Spazio Tadini a cura di Melina Scalise e Francesco Tadini per ridare vita ai sogni delle vittime perché:
Quei sogni sono quelli che danno dignità ad ogni essere umano”.


L’associazione culturale Spazio Tadini il 7 dicembre 2013 inaugura una mostra collettiva per ricordare le “vittime dell’immigrazione” decedute e che ancora muoiono nella traversata del Mar Mediterraneo alle porte di Lampedusa e Linosa nel tentativo di essere accolti in un nuovo Paese. L’evento non vuole essere solo commemorativo, ma anche propositivo e di sostegno concreto ai Comuni italiani delle coste siciliane che affrontano ogni giorno la tragedia di migliaia di persone pronte a morire pur di tentare di cambiare le loro condizioni di vita. Perché la loro morte non sia vana e perché crediamo che i loro sogni affondati in mare siano quelli di qualunque essere umano, si è organizzato questo evento d’arte benefico dal titolo Save My Dream di cui il Comune di Lampedusa e Linosa ha accettato l’invito.
Sono già decine gli artisti che hanno accettato di donare un loro lavoro al Comune per raccogliere fondi. Le opere raccolte rappresenteranno i “Sogni” che si vogliono salvare dal naufragio. Sarà il Comune di Lampedusa e Linosa a scegliere se effettuare una vendita immediata o se dare vita a una mostra itinerante o permanente per cui i visitatori potranno, con la loro offerta, dare un sostegno economico duraturo nel tempo.
Nel 1963 Martin Luther King, al Lincoln Memorial, durante la marcia per lavoro e libertà disse: “« I have a dream: that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: "We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal" » « Ho un sogno: che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato del suo credo: "Riteniamo queste verità di per sè evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali». Oggi la difesa dei diritti civili pone l’accento non tanto sulla diversità del colore della pelle, quanto sulle diversità economiche e religiose. Flussi migratori di persone disperate, in cerca di pace, in cerca di un lavoro, di condizioni migliori per far crescere i propri figli pongono ancora oggi l’importanza della difesa dei diritti umani. Questa non è solo una questione di confini, ma di valori. Ebbene Martin Luther King aveva una sogno e noi quel sogno lo uniamo a quello di tante persone che oggi lottano per una vita migliore a prescindere dal Paese di provenienza. Vogliamo che nessuno perda la visione del suo sogno, per rincorrerlo, per dare un senso alla vita, affinchè il loro sogno, come quello anche di molti Italiani, in questo momento difficile per l’economia anche del nostro Paese, anneghi miseramente in mare.
Spazio Tadini non vuole far perdere la visione di questi sogni e invita gli artisti (la partecipazione sarà aperta a tutti gli artisti che desiderano aderire al progetto e agli obiettivi promossi dall’associazione Spazio Tadini) a realizzare un’opera che li raffiguri. L’opera di dimensioni 20x20 cm o 30x30 cm o 20x30 cm sarà donata al Comune di Lampedusa e Linosa con lo scopo di raccogliere, dal ricavato della vendita, denaro da utilizzare per aiutare gli immigrati.
Ogni opera conserverà il valore di mercato dell’autore (comunque indicato dall’artista) e rappresenterà un sogno. A ogni lavoro verrà attribuito un titolo numerico in ordine d’arrivo all’associazione quindi: “Sogno n.1, Sogno n.2, Sogno n.3 etc” con relativa firma dell’autore.
Tutte le opere saranno esposte a Spazio Tadini a partire dal 7 dicembre 2013, giorno dell’inaugurazione, e rimarranno esposte fino a gennaio con data da definirsi in quanto l’obiettivo è cercare di raccogliere più adesioni possibili. Finita l’esposizione, i sogni partiranno per la Sicilia. Per la cerimonia di consegna, è prevista una performance di teatro danza a cura della coreografa, “I have a Dream”, nonché socia di Spazio Tadini, Federicapaola Capecchi che, da sempre, attraverso il suo lavoro di ricerca coreografica, è impegnata su temi sociali.
Il progetto artistico Save My Dream è curato da Francesco Tadini e Melina Scalise, fondatori dell’associazione Spazio Tadini, attraverso la quale hanno già promosso altre collettive d’arte che focalizzano l’attenzione su temi di rilievo sociale come i Muri Dopo Berlino nel 2009 e Soldi D’artista nel 2010. Si ricorda che sempre a Spazio Tadini è stato presentato il movimento I marzo 2010 un giorno senza immigrati, la cui immagine era stata realizzata dall’artista siciliano Giuseppe Cassibba
Save My Dream sarà accompagnata da momenti di riflessione e dibattito. Per ora sono già in calendario, ma sono previste nuove adesioni e presenze di rappresentanti istituzionali:
  • 9 dicembre ore 21 Destra Futura incontro sul tema con Ettore Rivabella, Antonio Venier e altri ancora...
  • 12 dicembre ore 18.30 incontro con Associazione per i Diritti Umani e Mohamed Ba (presentazione del libro “Il tempo dalla mia parte” e molto altro ancora.
  • 18 dicembre ore 18 incontro organizzato dal Cesvi alle ore 18
  • CON DATE DA DEFINIRE: Incontro con Corriere delle Migrazioni

giovedì 29 agosto 2013

Anniversario di un discorso ancora attuale



...I have a dream that my four little children will one day live in a nation where they will not be judged by the color of their skin, but by the content of their character...”

Quanto sono ancora attuali e importanti le parole del celebre discorso che Martin Luther King pronunciò esattamente cinqunat'anni fa, il 28 agosto 1963. Parole importanti per il mondo e per un'Italia in cui si insultano ancora calciatori e ministri di colore.
A Washington decine di migliaia di persone si sono riunite davanti al Lincoln Memorial per celebrare l'anniversario del pastore protestante: un discorso, una preghiera a favore dei diritti civili dei neri. Quel giorno del '63 radunò 250.000 persone: 50.000 afroamericani e i “big six”, i sei rappresentanti delle più importanti organizzazioni internazionali che operavano per affermare i diritti civili. Quella fu denominata la “Marcia per il lavoro e la libertà”, una manifestazione pacifica, ma fondamentale con la quale furono avanzate richieste chiare, tra le quali: una precisa legislazione sui diritti civili; la fine della segregazione razziale, soprattutto nelle scuole; stipendi adeguati alle prestazioni di lavoro; e lo stop alla brutalità della polizia nei confronti degli attivisti.
Senza la marcia del 1963 e senza coloro che vi hanno parteciapto non sarei il Ministro della Giustizia”, ha affermato Eric Holder il primo afroamericano diventato Ministro negli Stati Uniti, il quale ha aggiunto: “...la nostra attenzione ora si è ampliata. Include le donne, i latinos, gli asiatici americani, i gay e le elsbiche, le persone disabili e tutti coloro che nel Paese reclamano ancora uguaglianza. Ritengo che nel 21mo secolo vedremo un'America più perfetta e giusta”.
Ieri hanno preso parte alle celebrazioni anche il Presidente Obama e Jimmy Carter, ma noi vogliamo chiudere ricordando anche le parole pronunciate dal figlio maggiore di M.L. King, Martin Luther King III: “ Non è il momento delle commemorazioni nostalgiche. E non è il momento delle autocelebrazioni. Il lavoro non è finito. Il viaggio non è completato, possiamo e dobbiamo fare di più”.


Testo del discorso di Martin Luther King

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.
Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.
Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un “pagherò” del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo “pagherò” permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.
E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo “pagherò” per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: “fondi insufficienti”. Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.
Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.
Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.
Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.
Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.
Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.
Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.
E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: “Quando vi riterrete soddisfatti?” Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.
Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.
Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:”Riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.
Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.
Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.
E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.
Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.
Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.
Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.
Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.
Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.
Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.
Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.
Ma non soltanto.
Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.
Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.
Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.
E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual:“Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”.

giovedì 18 luglio 2013

USA: un passo indietro per i diritti civili



Cinque giudici conservatori contro quattro progressisti: la Corte Suprema americana ha abolito la sezione del “Voting rights Act” secondo la quale nove Stati del sud - Alabama, Alaska, Arizona, Georgia, Louisiana, Mississipi, South Carolina, Texas e Virginia, con un passato di discriminazioni accertate - sono obbligati a chiedere un'autorizzazione per modificare i propri sistemi elettorali.
Il “Voting rights Act” - la storica legge promossa da Martin Luther King Jr. e approvata nel 1965 dopo lunghe battaglie anche sanguinose - ha permesso, da allora, il diritto di voto a molte generazioni di cittadini neri ed anche ai rappresentanti di altre minoranze, quali: i nativi americani, gli asiatici e gli ispanici.
I giudici conservatori hanno affermato che, rispetto al 1965, la società è cambiata e così sono cambiate anche le condizioni di valutazione usate per determinare quali Stati abbiano bisogno del controllo, da parte del governo centrale, sulle modifiche riguardanti il diritto di voto, controllo inserito nella sezione 5 del “Voting rights Act” proprio per impedire pratiche discriminatorie e razziste nei confronti di alcune categorie di cittadini.
John G. Roberts, Presidente della Corte suprema, ha scritto: “ Nel 1965, gli Stati potevano essere divisi in due gruppi. Quelli con una storia recente di bassa registrazione e affluenza al voto e quelli senza queste caratteristiche...Oggi la nazione non è più divisa su quei criteri, eppure il “Voting rights Act” continua a sopravvivere”. Ruth Bader Ginsburg, esponente dei progressisti, ha replicato: “ La Corte,oggi, abolisce una norma che si è dimostrata adatta a bloccare le discriminazioni di un tempo”.
E' bene ricordare,inoltre, che prima delle elezioni presidenziali del 2012, in diversi Stati “repubblicani” sono state introdotte norme per limitare o rendere più arduo l'accesso alle urne per le persone più svantaggiate, come ad esempio: limitazioni degli orari di apertura dei seggi, l'obbligo di munirsi del documento di identità o l'impossibilità di registrarsi nelle liste elettorali il giorno stesso delle votazioni.
Il Presidente, Barak Obama, dopo aver espresso la sua profonda delusione per il passo indietro nei diritti civili, ha parlato di “un brutto colpo per la democrazia” e ha chiesto al Congresso “di varare una legislazione che assicuri che ogni americano abbia un accesso uguale alle urne”.

venerdì 22 marzo 2013

Obama e Miss Israele: non è un gossip (e la recensione del film: Il figlio dell'altra)


Mercoledì scorso il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si è recato in Israele per un vertice diplomatico con i capi di Stato di quell'area del mondo - il premier israeliano Netanyahu e il Presidente Peres, il Presidente palestinese Abbas, il premier Fayyad e il re di Giordania - e si è rivolto, in particolare, agli studenti delle università perchè il suo messaggio anche per i giovani. E una ragazza di 21 anni è stata ospite proprio alla cena di gala organizzata da Shimon Peres per l'occasione. Chi è questa ragazza?
Si chiama Yityish Aynaw: Yityish ha lasciato l'Etiopia e, con il fratello, ha raggiunto la nonna in Israele, sulla costa nord di Tel Aviv. Orfana di padre e di madre - il primo è deceduto quando lei aveva due anni, la seconda quando ne aveva dieci - cita come suoi punti di riferimento Martin Luther King e Golda Meier, dicendo di quest'ultima: “La ammiro perchè è stata capace di ammettere gli errori commessi durante la guerra del 1973 e di dimettersi. Da allora le israeliane hanno conquistato sempre di più la parità”.
La Aynaw ha prestato servizio militare come sergente dell'esercito e ora è diventata Miss Israele, al concorso di bellezza nato due anni dopo lo Stato ebraico.
...Spero che le storie come la mia aiutino ad integrarci senza dimenticare chi siamo e da dove veniamo”: anche per queste sue parole proprio Barack Obama l'ha voluta come ospite alla cena ufficiale. Parole che parlano di radici e di identità: oltretutto, in aramaico, il nome Yitysh vuol dire “guardare al futuro”.


Joseph Silberg è un ragazzo israeliano, figlio di un ufficiale e di una dottoressa che gli garantiscono amore e sicurezze; Yacine Al Bezaaz è un palestinese dei territori occupati della Cisgiordania, costretto a diventare uomo troppo in fretta. Il primo è un musicista che vorrebbe entrare nell'esercito e l'altro è uno studente che vive a Parigi e vorrebbe aprire un ospedale.
Nel 1991 - anno della loro nascita, durante la Guerra del Golfo - l'ospedale di Haifa viene evacuato per motivi di sicurezza e, in quell'occasione, i neonati vengono scambiati. La verità sull'errore dell'infermiera emerge durante la visita medica di Joseph per il servizio di leva nell' Areonautica Militare israeliana: risulterà essere figlio biologico di Orith e Alon, i coniugi benestanti che vivono a Tel Aviv; mentre Yacine è figlio dei più poveri Said e Leila Al Bezaaz. La rivelazione crea panico e scompiglio; le due famiglie tentano di accorciare le distanze culturali, politiche e psicologiche. Ma, mentre i padri si rovesciano reciprocamente addosso la rabbia e il dolore dei loro popoli, i due ragazzi si interrogano sulla propria identità e fanno tesoro di questo “scherzo del destino”.
Decidono, infatti, di continuare a frequentarsi, fino a quando non decideranno addirittura di entrare uno nel nucleo familiare dell'altro: nella vita, nelle abitudini, nella mentalità per poi fare ritorno in quella vita che, per caso, è stata assegnata loro.
La regista francese di origini ebraiche, Lorain Lévi con Il figlio dell'altra parte da una situazione privata e dalla quotidianità per affrontare il tema dell'eterno conflitto che affligge l'area mediorientale: se i due popoli - quello israeliano e quello palestinese - nella realtà sono separati da un muro, nella finzione cinematografica possono varcare quell'odiosa linea di confine per mettersi nei panni del “diverso”, per superare pregiudizi e contraddizioni. I due protagonisti, infatti, trovano il coraggio di aprirsi all'Altro da sé, staccandosi dalla propria cultura di appartenenza, per poi ritornarvi con maggiore consapevolezza e onestà intellettuale.
I padri rappresentano un Passato di guerra e di rancore; le madri, invece, l'amore per la vita e per l'umanità tutta,senza distinzioni; i figli sono quelle nuove generazioni che nutrono la speranza del cambiamento. Il finale del film è volutamente aperto perchè il percorso per un futuro di condivisione è ancora in atto.




 

mercoledì 23 gennaio 2013

Aria nuova per i diritti: dagli Stati Uniti

L'importanza della scelta delle parole. Nel discorso per il secondo mandato come Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha posto, come punto centrale e fondamentale, il tema dei diritti umani e civili. E - davanti a 700 mila persone radunatesi a Capitol Hill e al mondo intero - ha giurato su due bibbie: una che appartenne ad Abramo Lincoln e un'altra di Martin Luther King.
Nel suo Inaugural Address, Obama ha pronunciato le seguenti parole: "Ciò che ci unisce come nazione non è il colore della nostra pelle nè l'origine dei nostri nomi, ma che tutti gli uomini sono creati uguali e hanni diritti inaleniabili". E non si è fermato qui. Ha continuato, infatti, dicendo: "Il nostro viaggio non sarà completo fino a quando i gay non saranno trattati come tutti gli altri...Lo dice la legge che siamo nati tutti uguali", parlando anche di "nostri fratelli e nostre sorelle gay". 
Per quanto riguarda la situazione economica e la sperequazione sociale, il Presidente ha rivolto un pensiero e l'impegno nei confronti degli umili, dichiarando che: "Il nostro Paese non può avere successo quando un gruppo sempre più ristretto sta molto bene ed un gruppo sempre maggiore ce la fa a stento".
Un discorso, quindi, incentrato sul concetto di "uguaglianza" e sull'importanza dei diritti garantiti (come già suggeriva la scelta delle due bibbie su cui prestare giuramento), sperando che sia un segnale raccolto anche da altri Paesi, compresa l'Italia.