sabato 5 luglio 2014

Per parlare di disabilità oltre i preconcetti



Oltre le barriere è il nome del programma radiofonico ideato e condotto da Andrea Ferrero e Andrea Mameli per Radio X Cagliari Social Radio (96,8 Mhz, live e podcast dal sito http://www.radiox.it). L’idea è nata dopo che Andrea Mameli ha ascoltato Andrea Ferrero parlare in pubblico della sua disabilità (nel 1998 la retinite pigmentosa gli ha portato via, gradualmente, la vista) e i due hanno deciso di portare in radio le storie di chi non si arrende di fronte a ostacoli di varia natura e di chi aiuta a superarli.
Radio X con il progetto Cagliari Social Radio è stato il naturale approdo di questo progetto: dal 18 giugno 2014 la trasmissione va in onda ogni mercoledì alle 20 (e in replica il giovedì mattina e la domenica mattina).
La prima puntata era dedicata alla storia di Andrea Ferrero (intervistato da Andrea Mameli) e al superamento delle barriere che un non vedente incontra ogni giorno.
Ospite della seconda puntata (andata in onda il 25 giugno) era Cinzia Mocci: una dipendente dell’Università di Cagliari che già da studentessa si era battuta per il superamento delle barriere architettoniche che impedivano alla sua sedia a ruote di raggiungere le aule per le lezioni e gli esami.
Nella terza puntata (mercoledì 2 luglio) Andrea Ferrero e Andrea Mameli intervistano il radiocronista Vittorio Sanna, voce storica del Cagliari nei campionati di calcio, il quale racconta la sua storia professionale e spiega come la voce può consentire di “vedere” gli eventi sportivi.
Seguiranno altre 4 puntate, fino a tutto luglio, nelle quali Andrea Ferrero e Andrea Mameli intervisteranno altre persone che hanno lottato per superare difficoltà di vario genere connesse con la disabilità ma anche istruttori sportivi e formatori impegnati nel fornire preziose indicazioni per il superamento delle barriere.
«Oltre le barriere» è anche un blog –
http://oltrelebarriereradiox.blogspot.it/ – nel quale saranno raccolti altri contributi sul tema, interviste, approfondimenti, link.
Per commentare le puntate o per suggerire temi da affrontare:
oltrelebarriere@radiox.it
 


(da: danielebarbieri@wordpress.com)

Un concorso narrativo

Eccovi, cari lettori, la comunicazione di un concorso che può interessare qualcuno di voi: i temi delle opere possono essere anche a carattere sociale !
Se non riuscite a visualizzare bene, potete andare sul sito www.alberoandronico.net dove troverete tutte le informazioni, il bando e il regolamento.

 
 

 

venerdì 4 luglio 2014

Mille farfalle nel sole: l'Iran di ieri e di oggi



Ecco un altro consiglio per una lettura estiva: Mille farfalle nel sole, di Kamin Mohammadi (ed. Piemme). In realtà, il titolo originale è Il cipresso perchè, come spiega l'autrice, ricordando una frase del nonno: “Noi iraniani siamo come il cipresso, ci pieghiamo al vento ma non ci spezziamo mai”. Ed è un racconto tra Passato e Presente, tra memoria e attualità, quella raccontata dalla giornalista e scrittrice. Un racconto narrato per immagini, quelle del 1935 quando sua nonna ricorda l'editto dello scià Reza Shah con cui vietava l'uso del velo alle donne, ma le bambine di 16 anni potevano essere date in spose a uomini molto più vecchi di loro; poi arrivano le riviste anni'40 che cambiano le mode e i costumi e, nel ventennio successivo, sempre le donne (cartina di tornasole di un Paese contraddittorio) si vestono come le occidentali, tanto che mamma Mohammadi per il proprio matrimonio sceglie un abito corto fino al ginocchio; e poi gli anni '70, quegli anni duri non solo per noi italiani, ma anche più a Est: in Iran serpeggia la Savak, la polizia segreta, che fa paura a giovani e adulti anche solo a nominarla.

1979: anno fatidico. Kohmeini troneggia, il suo piglio accigliato osserva e giudica da ogni angolo del Paese. Dice no al voto alle donne, si oppone alla riforma agraria. E, con il voto palese del referendum, la Repubblica islamica vince con il 98% dei consensi: gli intelletuali, inizialmente, si fanno predere dall'euforia, vogliono liberarsi dell'Occidente e dei suoi mostri, ma alla fine è la “repubblica” a liberarsi di loro.

Nel giugno 1979 anche la famiglia Mohammadi decide di scappare da Teheran e poco dopo scoppia la guerra con l'Iraq. Kamin ha solo dieci anni. Dieci anni sufficienti per ricordare lo strappo dalla sua terra, l'arrivo a Londra e l'inserimento faticoso in un'altra cultura, in un'altra società; la vergogna di essere iraniana, quel Paese di Ahmadinejad e dell'Onda verde repressa duramente. Kamin dimentica tutto o quasi, ma col tempo cresce, matura, studia e così torna alla mente quella frase del nonno e la volontà di capire meglio e di riconciliarsi, almeno un po' con le proprie radici: dopo anni di esilio, torna nell'Iran del Presidente Rohani, con le speranze disilluse, ma non del tutto.

Un romanzo biografico che intreccia la storia individuale alla grande Storia: generazioni di persone e di donne che si fanno portavoce di molte altre per evocare la grandezza di un Paese ricco di cultura, culla di civiltà millenarie e, nello stesso tempo, di un Paese che, ancora oggi, sta disegnando la mappa della contemporaneità, nel bene e nel male.

giovedì 3 luglio 2014

Ogni morte ci diminuisce

Riceviamo da una nostra cara amica libanese, Mona Mohanna, questo comunicato di Assopace Palestina che pubblichiamo e noi lo pubblichiamo perché lo riteniamo importante.


Comunicato

Ogni morte, palestinese o israeliana che sia, pesa sulle nostre coscienze come un macigno.

La Comunità Internazionale ne porta le responsabilità.



Ogni morte ci diminuisce!

AssoPacePalestina ritiene che l'assassinio dei tre giovani coloni israeliani sia un crimine che non può essere giustificato e che coloro che  lo hanno commesso non siano certamente "eroi".

Hanno  tolto la vita a tre persone disarmate e minato  fortemente la causa palestinese, oltretutto nel momento in cui si era formato un governo di  unità nazionale.

Tutto ciò però non giustifica minimamente le rappresaglie messe in atto dal governo israeliano, che per ricercare i tre giovani e trovare i responsabili ha messo a ferro e fuoco un’intera popolazione punendola collettivamente per un crimine commesso da precisi responsabili.

Ogni morte, palestinese o israeliana che sia, pesa sulle nostre coscienze come un macigno.

Pesa sulle responsabilità della Comunità Internazionale che, pur essendo consapevole delle persistenti violazioni delle risoluzione delle Nazioni Unite e dei diritti umani da parte del governo Israeliano, non ne fa pagare il prezzo a Israele, limitandosi a semplici rimbrotti.

Nel leggere le dichiarazioni di Ministri israeliani e dello stesso primo ministro si resta annichiliti per la volontà distruttiva che esprimono.

Demolire le case delle famiglie dei  due presunti colpevoli fa parte di una cultura della vendetta che dovrebbe appartenere al passato tribale, ma di cui Israele è talmente intrisa da applicarla continuamente nella totale impunità.

Fa parte della lucida operazione di distruzione della società e della cultura palestinese l'aver attaccato e distrutto in queste settimane di rappresaglia centri culturali, luoghi di comunicazione, case editrici, archivi. 

Quattordicimila soldati sono stati mandati nelle case, nei villaggi e nelle città, distruggendo vite, beni, risorse:  ben dieci persone sono morte, tra cui bambini uccisi durante le incursioni. Erano tutti disarmati. Più di 500 persone sono state sequestrate ed incarcerate.

Nessuno dei nostri uomini o donne di Stato ha rivolto loro un pensiero o ha chiesto ad Israele di fermare la punizione collettiva di un intero popolo.

AssoPacePalestina chiede all'Unione Europea, al nostro governo e a tutte le Istituzioni Internazionali, di non considerare più Israele al di sopra della legge; di  ascoltare e dare forza alle voci che arrivano anche da Israele, come quella dell'ex Presidente del suo Parlamento, Avraham Burg, o quella dei parenti delle vittime israeliane, che si mischia alla voce dei parenti delle vittime palestinesi e chiede di porre fine alla violenza e all'ingiustizia.  

E' l'appello lanciato da palestinesi e israeliani che ritengono che la pace sia possibile e necessaria ai due popoli, ma che la pace non potrà esserci  se la Comunità Internazionale non opererà per la fine dell'occupazione e della colonizzazione della terra di Palestina.

Ed è l' appello che AssoPacePalestina fa proprio.


















 

 

La villa dei mafiosi ai profughi siriani

Foto Arcimilano.it


Una villa circondata da decine di ettari di terra. Siamo a Chiaravalle e la villa apparteneva a un affiliato alla criminalià organizzata, condannato per un reato gravissimo. Mille metri quadrati, tra l'edificio, una depandance e il terreno agricolo. Mille metri che sono stati messi al bando dal Comune e che diventerà un punto di riferimento per l'accoglienza a famiglie che hanno perso la casa e in particolare a famiglie di profughi siriani, scappati e arrivati in Italia a causa della guerra civile nel proprio Paese.

Mentre, purtroppo, molti migranti perdono la vita nel “Mare nostrum”, per quelli che ce la fanno l'Italia è un luogo di transito, soprattutto per quei profughi e richiedenti asilo che vorrebbero raggiungere il Nord Europa dove le condizioni di vita sono migliori grazie anche a programmi di inserimento sociale e lavorativo approntati apposta per loro, come avremo modo di raccontarvi con una delle prossime interviste che pubblicheremo. E Milano e l'hinterland si stanno attrezzando per dare ospitalità, almeno per un periodo, alle persone che arrivano dal Medioriente e dall'Africa.

Una soluzione è stata, appunto, quella di affidare la villa confiscata alla mafia ad alcune associazioni (Arci e Sistema-Imprese-Sociali-SIS) che la stanno trasformando in un pensionato: da circa una settimana sono già state accolte trenta famiglie.

...Abbiamo ripetutamente chiesto al Ministero dell'Interno di organizzare un piano nazionale di accoglienza profughi e a Regione Lombardia di mettere a disposizione strutture e assistenza sanitaria. Ma fino ad oggi non hanno dato alcuna risposta, lasciando Milano da sola”, così hanno dichiarato Pierfrancesco Majorino e Marco Granelli, assessore alla sicurezza.

Non solo siriani. Nel capoluogo lombardo sono arrivati più di 200 profughi dal Corno d'Africa, soprattutto dall'Eritrea, che hanno attraversato il Sahara e il Mediterraneo, sono approdati in Libia e poi sono riusciti a giungere sulle coste italiane.

Molti in fuga da regimi ditttatoriali, come gli eritrei che risultano poco identificabili e sono per lo più maschi minorenni tra i 15 e i 18 anni di età, ma sempre Granelli dice: “Garantiamo l'anonimato dato che le fotosegnalazioni li costringerebbero a chiedere asilo e a rimanere qui” quando, invece, il loro desiderio sarebbe quello di recarsi in Germania o in Olanda.

Tra i profughi anche alcune donne con figli piccoli. A Milano si trovano nella zona di porta Venezia dove è concentrata la loro comunità: alcuni sono stati smistati nel centro ascolto in Via Ferrante Aporti, vicino alla Stazione Centrale, da poco aperto, dopo che molti altri profughi, soprattutto siriani, hanno trascorso l'inverno, all'aperto e al freddo.

Per il cibo: sono aperte le mense della Comunità di Sant'Egidio, dell'Opera di San Francesco, della Fondazione di San Francesco e della Caritas, ma resta grave il problema dei posti letto e delle condizioni sanitarie di queste persone. Intanto, pochi giorni fa, una signora ha regalato un ombrello a un ragazzo eritreo, in una Via Vittorio Veneto piovosa e grigia.






mercoledì 2 luglio 2014

L'Arte come ponte culturale e sociale




Campo Rom di Castel Romano, Via Pontina km 24, Roma.

Stiamo parlando di un progetto artistico - promosso da Qwatz-residenza per artisti a Roma e dal Centro per la Giustizia minorile del Lazio, e realizzato con il patrocinio del Municipio di Roma EUR e il sostegno di Arci Solidarietà - rivolto in particolare ai minori del campo rom di Castel Romano in continuità con il percorso intitolato “Fuori campo” che, da anni, vede gli operatori del Centro di Prima Accoglienza di Roma impegnati nel seguire i bambini e i ragazzi rom residenti nel campo e sottoposti a misure penali.

Il progetto è organizzato in forma laboratoriale: gli esperti - Rosa Ciacci, Ciro Natalizio Paduano e Fabio Pennacchia - prima di tutto hanno cercato codici linguistici comuni tra loro (che sono i formatori) e i partecipanti (i rom). Durante le lezioni, poi, si è venuto a creare un vero e proprio scambio di strumenti e di mezzi che hanno portato alla realizzazione di opere artistiche, all'interno del campo, con l'obiettivo di suscitare la curisosità dei cittadini nei confronti di chi abita proprio lì dentro.

A partire dallo scorso marzo, il progetto ha visto anche la preziosa collaborazione di Giuseppe Stampone che ha realizzato un suo intervento. Il lavoro si intitola “Saluti da Castel Romano” ed è a cura di Benedetta di Loreto. All'interno del campo si trova una casetta di legno, uno spazio comune per i rom, ma anche uno spazio di collegamento tra il campo e il resto della città perchè il piccolo edificio è ben visibile dalla strada: ecco, proprio quella casetta è stata scelta per la realizzazione dell'opera di Spampone, l'artista che da tempo collabora anche con Solstizio.it, un gruppo molto attento ai temi dell'ambiente, della sostenibilità e dei conflitti sociali.

Stampone è l'autore di altri due progetti, “Saluti dall'Aquila” e “Greetings from New Orleans”, in cui denunciava, con la propria creatività, l'assenza delle istituzioni nella ricerca di soluzioni per le città e i cittadini colpiti da gravi calamità naturali, ma in questo suo ultimo lavoro nel campo rom di Roma si spinge oltre: afferma una “teoria del fallimento” sul ruolo dell'arte e chiede ad artisti e curatori, italiani e internazionali, di fare “rete” per creare insieme opere utili davvero nell'affrontare i problemi relativi a situazioni sociali complesse. Non un lavoro autoreferenziale, quindi, ma un lavoro artistico davvero importante per la riflessione e per il bene comune.



Abbiamo chiesto un contributo a Benedetta di Loreto, che ringraziamo tantissimo, che così ci ha scritto:



Il progetto "Saluti da Castel Romano" è stato portato avanti dalla fine di Novembre fino ad aprile scorso. Abbiamo realizzato un laboratorio di arte, che ha poi portato alla produzione di un lavoro dell'artista Giuseppe Stampone, presentato pubblicamente lo scorso 26 giugno.
Durante i mesi di laboratorio tre formatori (Rosa Ciacci di qwatz, Ciro Natalizio Paduano e Fabio Pennacchia) hanno lavorato con alcuni minori che vivono nel campo. Il progetto è stato promosso dal Centro per la Giustizia Minorile del Lazio, in continuità con il percorso progettuale “Fuori campo”, che ormai da alcuni anni vede gli operatori del Centro di Prima Accoglienza di Roma impegnati nel seguire le minori Rom residenti nel campo, sottoposte  a misure penali. Lo scopo di questo progetto è di continuare il dialogo con i Rom attraverso la condivisione di presupposti culturali.
Nel corso del laboratorio, Rosa Ciro e Fabio sono riusciti a creare un bello scambio con i ragazzi, con cui hanno condiviso strumenti e mezzi, e hanno impostato i presupposti per costruire qualcosa insieme. Nel tempo si è formata una “classe” composta da circa 10 ragazzini, principalmente maschi tra i 6 e i 15 anni. Di questi, ovviamente non tutti sono stati sempre presenti; spesso si sono uniti bambini di 3-4 anni incuriositi e desiderosi di fare qualcosa di diverso, e delle ragazze. Durante le lezioni sono state presentate alcune tecniche artistiche come la lavorazione del gesso, la scultura, il collage, la fotografia; sono stati approcciati temi quali lo studio dello spazio e la sua identità, l’autoritratto, l'analisi di immagini mediatiche legate alla moda e allo sport. Tutto questo ha prodotto dei disegni e dei collage realizzati collettivamente, e varie fotografie tra autoscatti, ritratti, e i risultati di prove di utilizzo del mezzo. I ragazzi sembrano molto sensibili all’auto-rappresentazione e amano farsi ritrarre assumendo pose compiaciute e autoironiche. In particolare, si sono divertiti moltissimo a lavorare sulle immagini, costruendole e modificandole per creare un immaginario fantastico che potesse rappresentarli.
Per i ragazzi, il laboratorio è stato uno stimolo importante: le loro giornate sono spesso uguali le une alle altre, e a parte per chi va a scuola, non fanno attività particolari. Durante il lavoro, i ragazzi hanno partecipato ad un esempio di collaborazione tra di loro e con persone esterne al campo. Hanno rispettato i formatori e hanno accolto i loro presupposti; i formatori hanno insistito nel cercare di trasmettere loro il senso della condivisione.

L'associazione qwatz sviluppa progetti di arte contemporanea, e il nostro obiettivo in questo caso era quello di usare l'arte come possibile strumento di comunicazione e mezzo per attirare l'attenzione sulle condizioni di vita di 1500 persone. Per questo è stato coinvolto Giuseppe Stampone il quale, essendo un artista piuttosto seguito, ha usato la propria visibilità per mettere l'attenzione sulla situazione dei Rom di Castel Romano. Nel campo si trova una casetta di legno, uno spazio comune, che rappresenta un link tra il campo stesso e la città, perché visibile dalla strada. La casetta è quindi stata scelta come luogo su cui Stampone  - in collaborazione con il network Solstizio.org - ha realizzato una sua opera, considerandola un possibile schermo di dialogo tra il campo e chi ci passa di fronte. Sul tetto della casetta è stata posizionata una scritta che dice "I AM HERE", io sono qui, con accanto il simbolo usato sulle mappe di google (la goccia rovesciata color arancione) per indicare luoghi specifici. Passando quindi sulla via Pontina, dove si trova il campo, è possibile vedere la scritta. Il senso della frase è di sottolineare il fatto che in quel luogo, anonimo, simile ad una discarica e decisamente poco vivibile, vivono delle persone, tante persone. E queste persone ci sono, esistono, hanno dei diritti e vivono una condizione di esclusione e difficoltà che sembra non suscitare l'attenzione che meriterebbero.





martedì 1 luglio 2014

Aggiornamento Iraq




Cari lettori,

abbiamo rivolto alcune domande alla giornalista Laura Silvia Battaglia, esperta di Iraq e Medioriente, che ringraziamo molto perchè ci aiuta a capire meglio cosa sta accadendo in Iraq in questo periodo.   

Laura Silvia Battaglia è anche reporter e ha realizzato due importanti documentari: Unknown Iraq, vincitore del premio “Giornalisti del Mediterraneo 2013”, e l'ultimo dal titolo The sound of theTigris.                                  




Cosa sta accadendo in Iraq e quali sono i pregressi di questa situazione?

Sta accadendo la federalizzazione/balcanizzazione dello Stato iracheno. Una soluzione pianificata da tempo dagli Stati Uniti, incardinata nell’ordinamento della nuova Repubblica islamica d’Iraq da parte dell’establishment sciita e curdo, incoraggiata da tutti gli attori regionali, come l’Arabia Saudita, che operano affinché il nuovo Iraq, ormai una provincia sciitizzata del vicino Iran, non diventi di nuovo una potenza economicamente dominante come ai tempi di Saddam.

La federalizzazione imposta sarà la conseguenza naturale di una guerra civile per il potere, il petrolio, il denaro, che vede in campo gli iracheni ma dietro le quinte Iran da una parte e Arabia Saudita dall’altra, mentre gli investitori europei, cinesi e russi stanno a guardare, sperando che i loro interessi economici nel fiorente mercato della ricostruzione post-guerra ricevano meno danni e scosse possibili. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno già provveduto a una parziale indipendenza energetica, sviluppando l’economia verde e il fracking sul suolo statunitense. Chi ha da essere preoccupato, sotto il profilo economico ed energetico, è l’Europa e la Cina.

Se questo vale sotto il profilo geo-politico, va ricordato che l’avanzata di Daesh o Isil (al-Dawla al-Islāmiyya fī al-ʿIrāq wa al-Shām) ha un suo perché e giustificazione. Essa è presentata come una invasione di un gruppo terroristico in area siro-irachena. Il gruppo ha come fine dichiarato la realizzazione di uno stato sovranazionale che ricalchi il Califfato islamico omayyade del 632 dopo Cristo, per intenderci quello dei primi quattro successori “dell’Inviato di Dio”, gli ortodossi rāshidūn. La bandiera che Isil sventola è l’Islam politico di derivazione qaedista e radice sunnita, ma la sua declinazione è completamente distante dai principi coranici. Apparentemente sembra una guerra religiosa, dove ogni miliziano straniero convertito replica nei video propagandistici la sua shahada (professione di fede) e il gruppo incita alla fitna (la realizzazione dell’unità della umma, della comunità islamica), emettendo delle fatwe, delle punizioni per chiunque non segua le direttive dei nuovi “califfi”. Ma questa è la cover religiosa di un progetto politico: l’espansione del potere regionale dell’Arabia Saudita e, conseguentemente, della dinastia wahabita sui Paesi nel Mashrek e del Maghreb che hanno una serie di ricchezze: petrolio, ampi campi desertici per l’addestramento di un nuovo esercito, popolazione senza lavoro, educazione, cibo e diritti, stanca di dittature e bombardamenti e ingiustizie imposti grazie alla mano occidentale.

Se si pensa che gli iracheni sunniti sono stati estromessi dal governo centrale del nuovo Iraq, spesso perseguitati o ghettizati e che la gloria di Saddam nonché il suo esercito non sono mai morti, si comprende perché Daesh/Isil abbia trovato tutti questi consensi al suo passaggio. Per la popolazione, i tagliagola barbuti non sono meglio dei dittatori corrotti.


Quali potrebbero essere le conseguenze sugli equilibri nel resto del Medioriente e nei rapporti con l'Occidente?


Come già detto, gli equilibri son già completamente cambiati. Il nuovo Stato islamico di Daesh ha decretato la morte dell’accordo Sykes-Picot. Se invece vogliamo parlare in termini non geopolitici ma umanitari, la conseguenza è la totale distruzione della complessità culturale del Medio Oriente, la sua ricchezza in termini etnico-religiosi, la naturale e storica tolleranza delle popolazioni locali. Si cancella la terra di Abramo, la culla delle tre religioni monoteiste, tutte provenienti dallo stesso seme. E non lo si fa in nome della Bibbia o del Corano. Lo si fa ancora in nome del petrolio e del potere.



A distanza di 10 anni dalla caduta di Saddam, com'è la quotidianità della società civile? Quali diritti sono garantiti e quali no?


Patrick Cockburn avvertiva in un’inchiesta dell’Independent nel 2009: “La mazzetta in Iraq è uno stile di vita”. Nel 2013/2014 non è cambiato nulla. Secondo il Corruption Perception Index del 2012 l’Iraq è il quinto Paese più corrotto al mondo su 176 ed è il più corrotto in assoluto in Medio Oriente. Qui si paga per ottenere un lavoro, andare dal medico, ottenere il passaporto. E se il cittadino non è in grado di pagare (e non lo è la maggior parte della popolazione) non usufruirà del servizio finché non troverà un altro metodo di pagamento, sotto minaccia. C’è anche l’economia sommersa, a cui parteciperebbe almeno il 70% della popolazione irachena a vario titolo: da chi è impegnato nel mercato nero del petrolio (quantificabile nel 10% del traffico complessivo all’interno del paese e nel 30% verso l’estero) a chi si dedica al commercio illecito di armi e attrezzature mediche ospedaliere; fino a tutti i membri della polizia, ai giudici e ai funzionari corrotti che intascano tangenti e mazzette per i motivi più futili e che costano alle tasche dei cittadini iracheni 4 miliardi di dollari l’anno.


Cosa chiedono, in particolare, i giovani?


Chiedono pace, pace, pace. Una vita normale. Lavoro, non solo presso i Ministeri per i figli delle migliori famiglie sciite e curde. Chiedono buona educazione, scholarships per l’estero. Chiedono di essere cittadini con diritti reali, chiedono servizi. Chiedono di non avere più paura delle bombe e chiedono di uscire la sera. L’unica città dove possono attualmente fare questo in sicurezza è la curda Suleymanyia.

 

Cosa NON viene riportato dalla stampa italiana e occidentale?

Sono anni che l’Iraq è sotto il cono d’ombra dei media. Perché la ricostruzione del Paese e i bilioni di dollari che si possono fare con l’housing, con l’edilizia stradale, il petrolio, la rimessa in sesto di un Paese intero completamente messo in ginocchio da anni di sanzioni e dieci anni di guerra e occupazione ha distratto tutti, colpevolmente, dalle questioni umanitarie. E oggi tutti si stupiscono del fatto che Daesh/Isil abbia successo. Ricordo solo un episodio che vale per tutti: il 28 agosto 2012, 21 persone, tra cui tre donne erano state impiccate in un solo giorno, accusate per reati di terrorismo non provati tramite regolare processo. Erano le ultime sentenze di morte un anno in cui ne sono state eseguite ben 91 e per le quali si era levata la voce solo di Navi Pillay, l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani. Tra gli oltre 600 detenuti attuali ci sono persone in cella da 7 anni, senza essere mai state interrogate in presenza di un avvocato, senza diritto alla difesa, torturate e costrette a confessare crimini non commessi, a cui le forze di polizia hanno minacciato e violentato mogli e sorelle. In Iraq l’orrore di Abu Ghraib non è mai finito.

                                                                                                                       

Per guardare il trailer de The sound of theTigris e per un ulteriore approfondimento: