giovedì 1 agosto 2013

Milano e i diritti civili


Esattamente un anno fa veniva approvata una delibera del Consiglio comunale di Milano con cui si istituiva un ufficio per la registrazione delle Unioni civili e, dal 10 settembre 2012, le persone interessate hanno potuto prenotare la loro iscrizione.
Si possono iscrivere persone che abbiano compiuto la maggiore età, di sesso diverso oppure dello stesso sesso, di ogni nazionalità, ma residenti e coabitanti nel Comune della città e iscritti allo stesso stato di famiglia. La coppia, inoltre, non deve risultare sposata o legata da altri vincoli di parentela (affinità, tutela, adozione) e né deve essere iscritta ad altra Unione civile riconosciuta.
Ma il cammino sulla strada dei diritti civili nel capoluogo meneghino, non finisce qui.
La novità di quest'anno riguarda il testamento biologico. Con 24 voti a favore, 4 contro e 1 astenzione, l'11 luglio scorso, il Consiglio comunale ha approvato anche il Registro del testamento biologico. Il registro era stato chiesto, tramite un'iniziativa popolare a cui avevano aderito dodicimila cittadini, apponendo la loro firma: la delibera non obbliga il Comune a conservare il materiale dei testamenti, ma permette ai cittadini di lasciare le proprie direttive anticipate di trattamento, ovvero delle disposzioni nel caso in cui non fossero più in grado di “intendere e di volere” e di attestare in Comune il luogo dove conservano tali disposizioni. Marco Cappato, Tesoriere dell'Associazione “Luca Coscioni” ha dichiarato, a proposito, che: “ Questa soluzione (condizionata dai rilievi della Segreteria generale in merito alla privacy) se da una parte è meno impegnativa per il Comune, dall'altra consente ai cittadini di esprimersi liberamente anche sull'interruzione della nutrizione e idratazione artificiale e sull'eutanasia, che può già essere ottenuta all'estero”.


Il testamento può accogliere anche le direttive sui prelievi e trapianti di organi e tessuti e sulla cremazione e dispersione delle ceneri.
L'amministrazione comunale riceverà un documento che attesta dove e presso quale soggetto sono state lasciate le indicazioni; tutti i cittadini residenti nel comune hanno il diritto all'iscrizione, ma in caso di trasferimento, la cancellazione non è automatica. E' possibile chiedere la modifica o la rimozione della dichiarazione in qalsiasi momento e nominare un eventuale fiduciario attraverso la dichiarazione sostituitiva di un atto notorio.
Milano ha compiuto un passo avanti sui diritti civili, ne siamo felici e orgogliosi”, queste le aprole dell'Assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino.
Oltre all'istituzione di questi due registri, bisogna anche ricordare un'altra delibera importante, approvata a maggio, sempre a seguito di una proposta popolare: quella contro le discriminazioni e per le pari opportunità per tutti . Un Piano cittadino contro le discriminazioni basate sui sei fattori indicati nell’art. 19 TFEU (Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea): etnia, religione, genere, età, disabilità e orientamento sessuale.



mercoledì 31 luglio 2013

Il diritto di cittadinanza e il diritto alla salute


Perchè il diritto di cittadinanza è connesso al diritto alla salute? Perchè, nella legge n.94 del 15 luglio 2009, è contenuto il cosiddetto “Pacchetto sicurezza” il quale, con l'intento di contrastare la criminalità, ha introdotto, in Italia, il realto di “immigrazione clandestina”: il migrante senza permesso di soggiorno (perchè senza un lavoro e senza dimora, requisiti fondamentali per ottenere il documento), come conseguenza di questa disposizione di legge, non si reca in ospedale o non chiede cure adeguate, in caso di malattia, per paura di essere arrestato. Anche per questo motivo la Corte di giustizia europea, con la sentenza del 28 aprile 2011, ha censurato l'introduzione del reato di clandestinità in Italia.
Cosa succede a livello sanitario, quindi? Gli stranieri irregolari presenti in tutti gli Stati dell'UE si vedono garantite le cure di emergenza, ma non esiste, da parte dell'Unione Europea, garanzia per la loro assistenza medica e sociale, ovvero la tutela della salute delle persone irregolari è disciplinata dalle norme nazionali, con una grande variabilità tra i Paesi membri dell'UE.
In particolare, nel nostro Paese, il cittadino straniero può godere degli stessi diritti di uno italiano (si può, quindi, iscrivere al SSN, Servizio Sanitario nazionale) se cittadino comunitario, residente in maniera stabile e in possesso del permesso di soggiorno. Lo straniero, invece, sprovvisto del documento può usufruire di cure ambulatoriali o ospedaliere urgenti, di cure continuative per malattie conclamate e di programmi di medicina preventiva, utilizzando i codici STP e ENI i quali permettono le sole cure essenziali e continuative, ma non l'assistenza di un medico di medicina generale.
Questa situazione si ripercuote anche sui figli degli stranieri irregolari: è difficile fare una stima della loro presenza, per cui diventano “invisibili”. Per quanto riguarda l'assistenza pediatrica, questi minori hanno diritto all'assistenza presso consultori familiari, i pronto soccorso, gli ospedali (ma solo per prestazioni urgenti), ma sono esclusi dal diritto di avere un pediatra di famiglia.  
Non solo a livello europeo, ma anche in Italia la situazione cambia tra regione e regione.
E' notizia di pochi giorni fa che il Consiglio regionale lombardo abbia bocciato una mozione con cui si chiedeva proprio di estendere il diritto ad avere il pediatra ai figli di immigrati senza permesso di soggiorno. Questa bocciatura va indiscutibilmente contro la “Convenzione sui diritti del fanciullo” secondo la quale tutti i minori, senza discriminzioni, devono avere accesso all'assitenza sanitaria e va contro anche alla Risoluzione A7-0032/2011 dell'8 febbraio 2011 del Parlamento Europeo che invita gli Stati membri: “ad assicurare che i gruppi più vulnerabili, compresi i migranti sprovvisti di documenti, abbiano diritto e possano di fatto beneficiare della parità di accesso al sistema sanitario e a garantire che tutte le donne in gravidanza e i bambini, indipendentemente dal loro status, abbiano diritto alla protezione sociale quale definita nella loro legislazione nazionale, e di fatto la ricevano”.
A fronte della decisione del Consiglio regionale lombardo, le associazioni ASGI, Avvocati per Niente e Naga hanno intrapreso un'azione civile presso il Tribunale di Milano, affermando che: “ Il problema si pone sia per i bambini figli di cittadini stranieri senza permesso di soggiorno, sia per i figli di cittadini stranieri comunitari che non hanno i requisiti per l'iscrizione al Sistema sanitario nazionale. La disparità di accesso al sistema sanitario configura una una violazione del principio di parità di trattamento e costituisce pertanto discriminazione. I minori non possono mai essere considerati “irregolari”, indipendentemente dalla posizione giuridica dei genitori”.


Una buona notizia, invece, c'è. Lunedi' 15 luglio 2013 a Polistena, in provincia di Reggio Calabria, Emergency ha aperto un Poliambulatorio, il terzo dell'Ong in Italia.
Nasce dalla collaborazione con Libera, la cooperativa Valle del Marro, la Parrocchia Santa Marina Vergine e la Fondazione “Il cuore si scioglie” di Unicoop Firenze.
Emergency aveva iniziato a lavorare in questa zona quasi due anni fa con un ambulatorio mobile; oggi si stabilisce a Polistena in un palazzo confiscato alla 'ndrangheta per continuare a dare assistenza sanitaria soprattutto ai migranti che lavorano come braccianti nelle campagne di Gioia Tauro e anche a tutti coloro che necessitano di cure.
In particolare i pazienti accusano dolori muscolari e alle ossa, dermatiti e patologie gastrointestinali, malattie causate dalle difficli condizioni di vita e di lavoro.
Presso il Poliambulatorio tre mediatori culturali offrono consulenze socio-sanitarie e si occupano del rilascio del codice Stp (Straniero Temporaneamente Presente, che garantisce agli stranieri irregolari l'accesso al Servizio sanitario pubblico).

Poliambulatorio di Polistena (RC)

Via Catena 45, secondo piano

Lunedì-Venerdì ore: 9.00-18.00

Università estiva 21-25 agosto 2013 a Firenze


Razzismo, antirazzismo, multiculturalità, immigrazione: questi sono temi molto dibattituti negli ultimi vent'anni, in Italia e nel mondo. Ma gli immigrati, i richiedenti asilo, i profughi, gli stranieri sono spesso solamente oggetto di studio e di indagine e quasi mai protagonisti delle riflessioni: eppure sono loro ad aver vissuto situazioni complicate in prima persona e sull propria pelle.
La neonata associazione “Prendiamo la parola” - costituita da persone immigrate e di orgine straniera - organizza, con il sostegno di vari enti pubblici e privati e in collaborazione con l'UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale), l'Università estiva sul razzismo e la lotta contro la discriminazione, un laboratorio di formazione antirazzista che si terrà dal 21 al 25 agosto, presso la Facoltà Avventista di Teologia, Villa Aurora, a Firenze.
L'università estiva si propone come un luogo di formazione per supportare azioni sociali, politiche, culturali per contrastare le forme di razzismo - xenofobia - discriminazione, più o meno esplicite, presenti nella nostra società.
Il programma è ricco e gli interventi interessanti. Ne segnaliamo alcuni: “Le categorie dell'esclusione nella storia” a cura di Adel Jabbar, sociologo dei processi migratori, comunicazione e relazioni transculturali; “Stereotipi, pregiudizi, raazzismo, discriminazione. Come interagiscono? Cosa producono?” di Udo Enwereuzor, coordnatore del Punto Focale Nazionale per il FRANET e EIGE, svolge attività di ricerca, formazione e consulenza sui temi della lotta al razzismo e alle discriminazioni; Edda Pando Juarez, attivista antirazzista e del movimento degli e delle immigrati/e terrà una cnferenza su “ Autorganizzazione. Quale capitale politico”. Agli approfondimenti sono collegati laboratori di decostruzione dei processi e dei meccanismi che portano a pratiche e a comportamenti razzisti e discriminatori.
Il titolo dell'iniziativa di quest'anno, infatti, è: “Ma che razza di discorsi! Immigrzione, dal Discorso sulla razza ai meccanismi di discriminazione: strumenti per la decostruzione”. La proposta formativa è rivolta a partecipanti di ogni età, nazionalità, provenienza, livello di istruzione e, in particolar modo, agli insegnati, agli operatori sociali, ai giornalisti, agli educatori, ai referenti dei centri iinterculturali e ai funzionari degli uffici pubblici che si occupano di migrazioni.

Per iscrizioni e informazioni, si può consulatre il sito dell'Associazione Prendiamo la Parola: www.prendiamolaparola.org



martedì 30 luglio 2013

Il Brasile del Papa e delle proteste


Vorrei fare appello a chi possiede più risorse, alle autorità pubbliche e a tutti gli uomini di buona volontà impegnati per la giustizia sociale: non stancatevi di lavorare per un mondo più giusto e più solidale! Nessuno può rimanere insensibile alle disuguaglianze che ancora ci sono nel mondo...Ognuno, secondo le proprie possibilità e responsabilità, sappia offrire il suo contributo per mettere fine a tante ingiustizie sociali. Non è la cultura dell'egoismo, dell'individualismo, che spesso regola la nostra società, quella che costruisce e porta a un mondo più abitabile, ma la cultura della solidarietà; vedere nell'altro non un concorrente o un numero, ma un fratello...Desidero incoraggiare gli sforzi che la società brasiliana sta facendo per integrare tutte le parti del suo corpo, anche le più sofferenti e bisognose, attraverso la lotta contro la fame e la miseria. Nessuno sforzo di 'pacificazione' sarà duraturo, se non ci saranno armonia e felicità per una società che ignora, che mette ai margini e che abbandona nella periferia una parte di se stessa”.
Queste alcune frasi pronunciate da Papa Francesco durante la sua visita alla favela di Varginha, a Rio de Janiero.  


Il pontefice è tornato in Italia. La Confederation cup è terminata e, per un po', si spegneranno i riflettori sul Brasile in attesa dei Mondiali di calcio e delle Olimpiadi.
I brasiliani - pochi mediamente ricchi e tanti poveri - torneranno alla loro quotidianità, quella gente che è scesa in piazza per protestare contro un'economia capitalistica escludente e contro quei governanti che risolvono i problemi sociali solo in maniera superficiale, come era scritto su uno dei tanti striscioni che sfilavano durante le manifestazioni e che recitava: “Un Paese muto è un Paese che non cambia”, quelle persone che sulla spiaggia di Copacabana ascoltava e applaudiva le parole di Bergoglio quando faceva appello alla solidarietà.
Il presidente operaio Lula prima e Dilma Roussef poi si sono trovati a dover gestire una situazione economica disastrosa, eredità del precedente governo neoliberale di Fernando Enrique Cardoso. Lula si vide costretto a riadattare la sua politica in base alle richieste delle multinazionali e dei latifondisti e la Roussef ha continuato il suo operato avvicinandosi alla bancada ruralista - proprietaria della terra per la quale sono stati assassinati molti contadini e leaders sociali - e alla chiesa evangelica (e ricordiamo che la Commissione dei diritti umani è stata affidata ad un pastore evangelico, omofobo e razzista di cui abbiamo parlato in un precedente articolo). Per non parlare della persecuzione nei confronti del Movemento Sem Terra. 
Il popolo brasiliano si è stancato: è sceso nelle piazze di tutte le città per dire “basta” all'aumento del costo del biglietto de mezzi pubblici; alle tremende condizoni di lavoro degli operai impegnati nella costruzione di impanti sportivi faraonici; al progetto del treno ad alta velocità, che dovrebbe collegare ventidue quartieri di Fortaleza, ma che comporta la sparizione dei barrios, costringendo le persone ad abbandonare le propie case; alla privatizzazione merchandising sportivo da parte della Fifa che spazzerà via i piccoli veditori ambulanti.

La rabbia è esplosa, l'esasperazione è al limite. Le parole di Papa Francesco sono arrivate al cuore degli abitanti delle periferie brasiliane e di tutto il mondo, ma devono arrivare alle orecchie di chi ha il potere di avviare il cambiamento e promuovere l'uguaglianza.

lunedì 29 luglio 2013

Destinazione Thailandia: missione del PIME di Mae Suay


Un gruppo di adolescenti – e persone un po' più grandi – in questi giorni si trova in thailandia e ci ha mandato il reportage dell'inizio della loro bella esperienza che continueremo a seguire con interesse.
Pubblichiamo anche una parte della mail che ha accompagnato le fotografie in attesa di altre immagini e dei commenti, delle riflessioni, delle emozioni dei ragazzi.
Ringraziando tutti di cuore.





Ci troviamo nel Nord della Thailandia, precisamente nella missione del Pime di Mae Suay.
Siamo un gruppo di 13 persone, tre adulti (Grazia e Nello, due missionari laici che appena sposati hanno vissuto in questa realtà per 5 anni, avendo qui due dei loro tre figli , e io, Chiara) e 10 adolescenti ( una di 11 anni, gli altri di età 15-17 anni) che hanno deciso di trascorrere qui tre settimane delle proprie vacanze estive per vivere un'esperienza di condivisione, di servizio e di incontro con la cultura thai. Ecco perchè ci dedichiamo ad attività di manutenzione e pulizia del Centro, visitiamo i villaggi delle cosiddette tribù dei monti e conosciamo alcuni luoghi di questa incantevole nazione.
Ma siamo qui in Asia soprattutto per "metterci in gioco", per essere testimoni della nostra fede e fratelli delle persone che incontriamo.
E' una sfida per noi stessi e per gli altri poichè l'impegno richiestoci è grande: siamo, infatti, chiamati a condividere le speranze, i diritti e il mondo della gente incontrata, con stima e rispetto verso le diversità, partecipando della loro quotidianità con discrezione, entusiasmo e solidarietà.
Ti alleghiamo qualche foto , vorremmo inviarti in seguito anche qualche impressione dei ragazzi.
Nella stessa tensione a vivere per i diritti di tutti,            
Chiara, Grazia e Nello



venerdì 26 luglio 2013

Un libro, una storia vera, un ricongiungimento





Somalia, 1991: è guerra civile. Mahad, come molti altri compaesani, perde tutto ed è costretto a scappare. Mahad ha una figlia, Murayo, affetta da tubercolosi intestinale e, nel '94, riesce a portarla all'ospedale militare italiano di Johar dove la bambina verrà curata, ma Mahad non può portarla con sé nella fuga dal conflitto, sarebbe troppo rischioso: la lascia, quindi, in ospedale dopo aver scattato un paio di fotografie.
Ma il tempo passa: il contingente militare deve ritirarsi e Murayo deve essere portata presso l'orfanotrofio di Mogadiscio. Il soldato italiano a cui è dato il compito di accompagnarla, però, cambia programma e il destino della piccola. La porta, infatti, con sé in Sicilia e decide di adottarla.
Murayo cresce in serenità, ma nella convinzione di aver perso i legami con la famiglia d'origine, fino a quando, dopo quattordici anni, durante una puntata della trasmissione televisiva “Chi l'ha visto?” viene fatto passare l'appello di un magro signore somalo, rifugiato nel campo profughi di Dadaab, in Kenya, dal quale ha continuato a scrivere all' ONU, alla Croce Rossa e ad altri enti per ritrovare sua figlia.
Murayo oggi ha 26 anni, è in procinto di laurearsi ed è riuscita a riabbracciare Mahad e sua sorella (la madre, nel frattempo, si è spenta). E nella puntata della trasmissione di Rai3 del 26 giugno scorso sono state trasmesse le immagini forti, emozionanti, intense di quel lungo, atteso e significativo abbraccio tra la giovane donna e il padre naturale.
Questa è la storia di Murayo e dei suoi due padri: quello africano e quello italiano. Una storia raccontata nel libro intitolato “Solo le montagne non si incontrano mai”, di Laura Boldrini, edito da Rizzoli.
Presidente della Camera, Laura Boldrini è stata a lungo portavoce ONU per i rifugiati e aveva fatto una promessa a Murayo: “Farò in modo che tu possa riabbracciare tuo padre”: il percorso, raccontato con grande partecipazione nel testo, è stato lungo e difficile. Un percorso geografico, ma soprattutto emozionale e psicologico, che ha coinvolto la ragazza, ma anche le sue due figure di riferimento maschili: una padre adottivo che accoglie e ha la capacità di capire l'esigenza della figlia di ricongiungersi con le proprie radici e la propria identità e un padre naturale che la affida ad un' altra guida, di un'altra cultura, regalandole un Futuro migliore del loro Passato.
La vicenda di Murayo, infine, è l'occasione di parlare dei profughi e delle loro condizioni, con realismo; è l'opportunità di raccontare un popolo al di là degli stereotipi; ma, in particolare, è un esempio di amore. Quell'amore incondizionato e profondo che ha permesso a una bambina, in difficoltà e in pericolo, di diventare una donna.

giovedì 25 luglio 2013

Violenza sulle donne a Tahrir, di Vincenzo Mattei

Vincenzo Mattei ci ha dato il permesso di pubblicare questo suo articolo, uscito su Il Venerdì di Repubblica il 6 giugno 2013. Lo pubblichiamo molto volentieri e ringraziamo il giornalista.


Le violenze sessuali a sfondo politico erano molto usate dal regime di Mubarak. Recentemente hanno ripreso piede. I Fratelli Musulmani hanno ereditato questa pratica”. Nahla Enany, 23 anni, è seduta al Café Riche, uno degli storici bar del centro de Il Cairo, frequentato spesso da giornalisti locali ed internazionali, insieme a Azza Balba, Nour El Oda Zaky, Marwar Nissar, Bussana Said e altre signore di mezz’età. Sono tutte attiviste, giornaliste e membri di vari partiti politici come El Dustur (La costituzione), Tayraan Shaabi (Corrente Popolare) e El Tugammau. Sorseggiano il tè e parlano di quello che succede nel paese in mezzo alla spessa coltre di fumo delle loro sigarette.
Nahla parla senza sosta, spiega con quali tecniche e in quali occasioni le violenze vengono messe in pratica: “Bisogna fare una differenza tra violenze perpetrate dal singolo e quelle dal gruppo”. Quest’ultime sono ben preparate ed organizzate con lo scopo di demolire totalmente la volontà della donna. “In tutte le testimonianze di aggressione che abbiamo nei nostri file, non ce n’è nessuna che parla di volontà dell’aggressore di toccarla, ferirla con lame affilate. Violenze che accadono solo durante manifestazioni e marce politiche. Dobbiamo sensibilizzare la gente”.
Nahla è sdegnata: “Se mi capita qualcosa, con chi vado a lamentarmi? A chi vado a denunciare l’aggressione, alle autorità? Ma sono queste che incoraggiano gli assalitori! “C’è solo un modo: agire con associazioni come Tahrir Bodyguard, Benet Masr e OPantiSH (Operation anti Sexual Harassemnt)”, dichiara.
Surayya Bahagat è la fondatrice di Tahrir B.G. Il 25 gennaio era scesa in piazza per l’anniversario della rivoluzione ma è stata assalita da alcuni uomini. Ha sfogato la sua collera e la sua indignazione aprendo l’account di Tahrir.B.G. su Twitter e, nel giro di poche ore, aveva già migliaia di followers. L ‘associazione organizza corsi pratici di autodifesa personale e teorici per insegnare alle donne le modalità di aggressione e come evitare il pericolo; diffonde informazioni, sia in strada che su internet, per sensibilizzare gli egiziani su questa terribile piaga che sta affliggendo il paese.


Quello che accade in piazza Tahrir è un attacco politico, molto ben organizzato. Le tecniche che gli aggressori per violentare o molestare le donne sono ben studiate: come circuirle, come isolarle, accerchiarle. Vogliono allontanare il mondo femminile dalla piazza. e E invece noi dobbiamo esserci per denunciare le violenze”. “I corsi di autodifesa sono aperti a tutte, non solo alle egiziane”, dice Zeinab Sabet, collaboratrice di Surayya, tra le prime volontarie del progetto. “È un ottimo modo per aiutare le donne. Non fermerà le violenze, ma non saranno colte alla sprovvista. Con i social network diffondiamo informazioni A Tahrir facciamo volantinaggio, parliamo con le persone, cerchiamo il loro aiuto, diamo numeri di cellulari da chiamare in caso di necessità”
I ragazzi e le ragazze che aderiscono a Tahrir.B.G, portano dei gilet rifrangenti ed elmetti gialli da carpentiere in modo da essere notati facilmente . Insieme all’associazione Benet Masr (i cui ragazzi indossano magliette bianche con la scritta in rosso “Contro le violenze sessuali”), a febbraio hanno organizzato la “Marcia delle donne”, partita dalla moschea di Zeida Zeinab. Hanno partecipato in tante, bambine, anziane, politiche e donne in carriera, semplici cittadine, madri di famiglia … La marcia ha un valore intrinseco che è quello di far partecipi i passanti ignari. Molte egiziane si fermavano sui marciapiedi e domandavano i motivi della manifestazione. La loro reazione positiva si poteva leggere dall’espressione entusiasta e dal segno di approvazione dei loro volti. Gli slogan più gettonati erano: “Non rimarremo in silenzio”, “Non ci piegherete”, “Non fuggiremo via”, “Venite ad affrontarci voi stupratori, perché non abbiamo nessuna intenzione di starcene a casa!”.


Nancy Omar, è la presidentessa di Benet Masr: “Ai corsi spieghiamo che cosa sono le molestie, i vari tipi di molestatori, simuliamo possibili attacchi a sfondo sessuale. Insegniamo ai volontari a capire le diverse tipologie delle vittime e degli aggressori, come una ragazza può reagire: c’è chi ammutolisce nel panico, chi picchia l’aggressore o chi viene presa dall’isteria”.
C’è anche una rete di comunicazione passaparola tra i membri e il loro circolo di amiche.
I volontari che vanno porta a porta nei quartieri a fare volantinaggio. E a parlare con i venditori ambulanti che sono a Tahrir per aiutarci: hanno i nostri numeri di cellulare, se accade qualcosa ci avvisano immediatamente. Noi cerchiamo di istruirli per riconoscere le situazioni di pericolo durante gli scontri, e sapere come comportarsi”
Sul perché quest’escalation di violenze nei confronti delle donne, Nancy non ha dubbi.
la donna è presente ai seggi elettorali, controlla il regolare svolgimento del voto. Partecipa alle manifestazioni, e tra le urla la sua voce si distingue. Più acuta e sovrasta quella degli uomini. Il ruolo della donna nella società è molto più attivo di quello degli uomini, c’è una dedizione. Ha un senso di giustizia più profondo, e non vuole che nessuno le rubi la sua libertà. Il nostro corpo è qualcosa che ci appartiene, non esiste nessuno che ha il diritto di violarlo. Qualcuno vede come una minaccia l’impegno della donna egiziana nella costruzione della società, la sua partecipazione”
Senza le donne la piazza non ha la stessa forza
Meno della metà. Quello che è successo il 25 gennaio per il 2° anniversario della rivoluzione è stato meschino”, violenze e stupri di gruppo, l’uso della forza bruta e di armi da taglio.
Nour El Oda Zaky, giornalista, attivista e membro del partito Dustur aggiunge il suo punto di vista …“Gli attacchi mirano a distruggere psicologicamente la donna egiziana, per allontanarla dalla politica. Dopo aver tentato di tutto a livello nazionale, ci muoveremo a livello internazionale. Sottoporremo il caso al Tribunale dell’Aja, per far condannare il governo egiziano responsabile di tali reati. Vogliamo una condanna contro il Presidente della Repubblica egiziana, per la sua responsabilità politica, e una condanna penale contro il Ministro degli Interni perché non ha garantito la sicurezza a Tahrir”


Grazie al costante lavoro e alla presenza delle diverse associazioni a Tahrir, i casi di violenze sono diminuiti drasticamente, anche se il pericolo è sempre dietro l’angolo. Questi movimenti non sono sufficienti ad sradicare i soprusi senza l’aiuto dei grandi nazionali. E sarà importante il ruolo e l’azione del governo, nell’approvare nuove leggi, più moderne, e una riforma strutturale delle forze di polizia.
Il cammino da percorrere è ancora lungo.




Vincenzo Mattei