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domenica 13 dicembre 2015

La situazione odierna in Medioriente e le prospettive possibili nel conflitto israelo-palestinese



di Monica Macchi



LECTIO MAGISTRALIS DI GIDEON LEVY



Israele è come certi maestosi alberi del New England in Usa,

che sembrano solidissimi e forti, ma crollano all’improvviso,

perché sono marci dal di dentro.

Ecco la società israeliana è ormai persa,

ma dalle vostre società civili può arrivare una scossa,

attraverso il boicottaggio e altre iniziative”

Gideon Levy



Mercoledì scorso alla Casa della Cultura di Milano, organizzata dall’Associazione Oltre il Mare e senza patrocini istituzionali, la conferenza stampa del pomeriggio è andata deserta ma all’incontro serale con Gideon Levy la sala era strapiena per ascoltare una versione lontana dal pensiero unico mainstream…eccola anche a voi:
 
Figlio di rifugiati europei, giornalista di Ha’aretz e di Internazionale, Gideon Levy si autodefinisce come il tipico prodotto del sistema socio-educativo israeliano: convinto dello status di vittima obbligata ad una difesa permanente, non ha mai sentito parlare della Nakba fino agli anni ‘80 quando, durante la Prima Intifada, va in Cisgiordania come inviato e scopre “il dramma nel cortile dietro casa”, dramma che pochi giornalisti documentano. Ed è proprio per questo ha iniziato e continua a denunciare i crimini commessi ai danni dei palestinesi: “ci sarà un giorno in cui ci verrà chiesto conto di tutto questo. Ed è giusto che ne resti memoria. Gli israeliani non sono consapevoli e non sono informati, ma non potranno dire ‘io non sapevo’”.



Il filo conduttore di questo intervento è la domanda di apertura che Levy fa al pubblico e a sé stesso: “Perché un popolo generoso come gli israeliani che danno spesso aiuti nelle calamità internazionali (come è successo recentemente dopo il terremoto in Nepal e con i rifugiati siriani ospitati nelle sinagoghe di diversi Paesi) non ha dubbi morali e non protesta per il dramma e i crimini che stanno compiendo contro i Palestinesi?”

La risposta parte dalla constatazione che Israele è l’unico Stato al mondo con 3 regimi al suo interno: una democrazia liberale per gli ebrei (seppur resa debole e fragile da una legislazione anti-democratica); un regime discriminatorio per la minoranza palestinese (20% della popolazione) che partecipa solo formalmente; un regime totalitario e di apartheid nei Territori Occupati Militarmente. Dunque la prima cosa da fare è sfatare il mito di “Israele unica democrazia del Medio Oriente”: una democrazia non può essere “a metà” solo per un gruppo privilegiato di cittadini; o c’è uguaglianza o non c’è democrazia. E la seconda immagine iconica da abbattere è “l’eccezionalismo”: dall’unicità della Shoah per cui gli ebrei sono le uniche vittime della Storia..e anzi sono vittime anche degli occupati che impongono loro l’occupazione (Golda Meir è arrivata a dire non perdoneremo mai i Palestinesi per averci obbligato a uccidere i loro figli”) fino alla convinzione di essere il “popolo eletto” per cui le norme del diritto internazionale valgono solo per gli altri popoli e non si applicano agli ebrei che hanno invece un diritto di origine divina la cui fonte è direttamente nella Bibbia. Parallelamente si sta assistendo anche da parte dei media ad una deumanizzazione e criminalizzazione dei Palestinesi rappresentati come sub-umani (quindi obtorto collo non si possono neppure applicare i diritti umani a “loro”); sono “intrinsecamente cattivi”, “nati per uccidere” e la recente “Intifada dei coltelli” viene raccontata come se accoltellare ebrei fosse il nuovo hobby degli adolescenti palestinesi… esattamente come altri adolescenti collezionano farfalle, figurine o francobolli.

Gideon Levy non vede quindi una possibilità di cambiamento endogena nella società israeliana, che negli anni è diventata sempre più nazionalista, razzista e militarista e delegittima voci coraggiose ed impegnate come quella di “Breaking the silence”, un’associazione che raccoglie e diffonde testimonianze di soldati sui crimini dell’occupazione. Ripone invece speranze in variabili esogene, non tanto nell’Europa troppo paralizzata dal suo passato e dalla sua storia né negli Stati Uniti che danno un supporto cieco ed automatico a Israele al punto tale che Gideon Levy chiede provocatoriamente: “chi è il burattino e chi la super-potenza?” ma nel Sud-Africa… o meglio nel modello del Sud-Africa. Infatti dopo un viaggio a Johannesburg, si è reso conto che l’apartheid è stato sconfitto dal boicottaggio e dal fatto che i responsabili siano stati chiamati a render conto dei loro comportamenti: solo la giustizia può disinnescare l’odio. E ha cambiato idea sull’ipotesi dei 2 Stati, di cui è stato a lungo sostenitore. Visto che è dal 1967 che esiste un unico Stato ma il problema è il regime, propone di applicare il principio “una testa, un voto” perché “Israele non avrà altra scelta che accettare o essere costretta ad ammettere di praticare l’Apartheid. E chi è disposto ad accettarlo nel 2015?”.



domenica 23 agosto 2015

Yemen: Onu lancia l’allarme sulla crisi umanitaria in corso nel Paese



Il Sottosegretario generale delle Nazioni Unite e coordinatore per gli aiuti umanitari, Stephen O’Brien, ha lanciato l’allarme sulla situazione umanitaria in Yemen e Gibuti. Il responsabile Onu si è recato questa settimana in Yemen per una missione della durata di cinque giorni, nel corso della quale ha visitato le città di Sana’a, Amran e Aden. “Le Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie hanno fornito assistenza a circa sette milioni di persone dall’inizio della crisi in Yemen”, ha detto O’Brien, il quale ha lanciato l’allarme sulla carenza di fondi da destinare agli aiuti. In Yemen 21 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria. Tuttavia, solo il 18 per cento del Piano umanitario è stato finanziato.

In oltre quattro mesi di conflitto, la situazione in Yemen è degenerata rapidamente in emergenza umanitaria. Sotto i colpi di un raid aereo ogni dieci minuti, il 60 per cento della popolazione (16 milioni di persone) necessita di assistenza internazionale, 330 mila sono gli sfollati interni, 12 milioni gli individui a rischio insicurezza alimentare. La Cooperazione italiana si è attivata con un contributo volontario di 500 mila euro al Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr) per il sostegno alle attività di protezione e prima assistenza. L’organizzazione è una delle poche che continuano a operare nel Paese, con un totale di circa 230 operatori negli uffici di Sana’a, Taiz, Sa’ada e Aden (dove è stato aperto di recente un ospedale attrezzato per operazioni di chirurgia). A questi si aggiunte il sostegno logistico dalla delegazione di Gibuti, mentre è imminente l'apertura di un analogo centro in Oman.

Il contributo italiano risponde al piano annuale del Cicr per lo Yemen per attività di protezione ed assistenza alle persone colpite dal conflitto, in stretto contatto con la Mezzaluna rossa yemenita. In ambito sanitario, viene fornito sostegno per le cure mediche d'urgenza attraverso l'invio di team chirurgici e la fornitura di medicine ed equipaggiamenti ai centri ospedalieri. A causa dei danni alle infrastrutture provocati dai raid aerei, le attività del Cicr si concentrano anche sul ripristino delle condutture idriche danneggiate. Continua, infine, la distribuzioni di beni essenziali e cibo.

lunedì 9 febbraio 2015

Yemen. Perché questo non è un conflitto settario



di Laura Silvia Battaglia (da Osservatorio Iraq)

A circa un mese dallo sviluppo della crisi yemenita, per districarsi nella complessa realtà di un paese a composizione tribale, con un paio di governi succedutisi nell’arco di 35 anni, entrambi abbastanza lontani dal soddisfare le esigenze della popolazione, nonché la fortissima ingerenza internazionale e delle sigle terroristiche sul terreno, in genere i media non trovano di meglio che liquidare ciò che risulta loro incomprensibile con la frase: “questo è un conflitto settario”.
Lo Yemen, con l’evidenza di gruppi armati che si contendono il controllo del territorio, a volte interposti, a volte sovrapposti all’esercito governativo regolare e/o alle tribù che compongono il tessuto sociale nella sua reale articolazione, sembra attualmente un crocifisso che si agita tra la conservazione della sua anima maggioritaria sunnita e la necessaria acquisizione di una seconda anima sciita.
Come un moribondo che non abbia scelta, lo Yemen viene letto come uno Stato “imploso”, il regno del “caos”, l’esempio del “fallimento transizionale”, la sempiterna “tana di Al Qaeda” ma soprattutto, il luogo-quintessenza del plurisecolare conflitto “sunniti-sciiti” dove, in controluce, si agitano l’Iran da una parte e l'Arabia Saudita dall’altra, con gli Usa che, come al solito, non stanno a guardare e inviano droni.
Vorremo cercare di spiegarvi che le cose non stanno esattamente in questi termini e che è possibile fornire una lettura complessa di quanto accade nel paese, senza che essa risulti ostica e/o incomprensibile.
Va fatta una premessa: dopo la cosiddetta Primavera araba, i tre anni di transizione, che si sarebbero dovuti concludere con elezioni democratiche nel febbraio 2014, hanno evidentemente fatto acqua da tutte le parti.
Il cosiddetto “modello yemenita” di risoluzione della crisi, tanto portato in palmo di mano da Obama, dalla UE e da tutti gli attori che hanno favorito e incoraggiato la Conferenza per il Dialogo Nazionale, non ha avuto l’esito sperato.
Perché la società tribale yemenita ha una sua complessità, certo, ma soprattutto perché si è riproposto il solito, annoso problema: ossia la concentrazione del potere e dei privilegi in poche mani, quelle del neo presidente Hadi e quelle della famiglia al-Ahmar che, unita al debito pubblico del paese nei confronti del Fondo Monetario Internazionale e del vicino saudita, lo hanno sprofondato in una crisi economica seguita da ulteriore scetticismo nei confronti di chi era preposto a risolverla.
Se l’esito è stato nullo, rispetto alla prevista “roadmap”, il processo ha avuto un merito: quello di interessare alla politica una generazione che nel febbraio 2011 era andata in piazza e che oggi, durante le sedute di masticazione del qat o nei giochi di quartiere tra ragazzini, parla di democrazia, giustizia, Conferenza per il Dialogo Nazionale.
E se si inerpica in discorsi in cui viene menzionata Al Qaeda o gli Houti, non menziona con la stessa frequenza le parole 'sunnita' o 'sciita'. Non c’è da stupirsi. Tranne in specifiche situazioni, l’iscrizione o l’appartenenza a un madhab (scuola religiosa di pensiero) viene raramente menzionata in conversazioni ordinarie in Yemen.
Certo non si può dire che non ci siano tendenze settarie o spaccature tra gruppi tribali in Yemen, ma la lotta di potere che si sta profilando ai nostri giorni non può essere liquidata solo con le differenze storiche e teologiche tra sunniti e sciiti. 
Nella lettura dei media, per esempio, invale la cattiva pratica secondo cui dire Houti equivale a dire sciiti, il che equivale a dire zayditi.
Innanzitutto va detto che molti componenti del partito Ansarullah, comunemente noti come Houti, sono zayditi, ma anche provengono da varie scuole religiose di pensiero sciita e sunnita, tra cui ismaili, shafii, e jaafari.
Molte tribù e molti soldati si sono uniti agli Houti e combattono al loro fianco. In realtà, leader shafii di spicco come Saad Bin Aqeele, un mufti di Ta'iz, sono tra gli Houti più influenti: sono intervenuti nei sermoni del venerdì e da un sit-in, prima dell'avanzata dei ribelli sulla capitale.
Secondariamente, gli zayditi condividono dottrine e opinioni giurisprudenziali simili con studiosi sunniti. Le differenze teologiche, paragonate alle questioni di coesione sociale, tra cui la lealtà tribale, il potere, il controllo, lo sviluppo e il finanziamento della sicurezza sociale per la popolazione, sono relative.
Al punto tale che i musulmani in Yemen, pur se provenienti da varie scuole di pensiero, sunnite o sciite, pregano insieme, si sposano senza “conversioni” forzate, ed episodi di violenza sociale fondati sull'appartenenza confessionale finora sono stati rarissimi.
Non tutti gli zayditi sono peraltro Houti: molti studiosi zayditi sono problematici rispetto alla adesione politica ad Ansarullah.
Gli Houti vengono sempre considerati la longa manu dell’Iran in Yemen e paragonati tout court ad Hezbollah. Posto che la loro fonte di ispirazione è chiara e immagini di Nasrallah campeggiano ovunque nei loro sit-in, e che la teocrazia di matrice khomeinista pare essere la loro benzina politica, le loro azioni non hanno come scopo quello di stabilire principalmente un ordine politico zaydita. Così come se l'adesione al partito dei Fratelli Musulmani Islah è prevalentemente sunnita, non significa che Islah stesso abbia lavorato strenuamente per ristabilire il califfato.
Piuttosto va detto che non si può leggere questo conflitto senza comprendere che la composizione della società yemenita è prima di tutto tribale. Quando si punta il dito sugli Houti, mancano quasi sempre delle analisi profonde del legame tra la povertà rurale, le contestazioni politiche e i conflitti.
Non è possibile comprendere la capacità degli Houti di aggredire la capitale Sanaa se non si ricorda che il governo di transizione ha ignorato a lungo le rimostranze della popolazione, arricchendo le fila degli scontenti che hanno supportato Ansarullah.
La goccia che fece traboccare il vaso fu la revoca delle sovvenzioni ai combustibili da parte del governo durante la notte nel 29 luglio 2014.
Senza preavviso l'aumento del prezzo del carburante e del gasolio schizzò dal 60 e al 90 per cento. Le proteste di massa scoppiate successivamente sono state capitalizzate dagli Houti, che hanno guadagnato un numero significativo di nuove adesioni da diverse tribù e da tutte le fasce sociali. 
Un capitolo a parte lo merita la capacità di tutti gli attori politici in Yemen nel tessere nuove alleanze che vadano a scompaginare le vecchie e precedenti solo per il gusto – come nel gioco afghano del buskazi – di portare alla meta la capra, e dunque vincere, contro chiunque.
Se questo conflitto fosse stato di natura settaria e avesse avuto radici antiche, l’ex presidente Ali Abdullah Saleh (che è tecnicamente un zaydi) non si sarebbe impegnato in sei guerre consecutive contro gli Houti, dal 2004 al 2010.
Ma soprattutto oggi non avrebbe formato un'alleanza temporanea con i suoi ex nemici, come testimoniano le intercettazioni dello scorso ottobre tra l’ex dittatore e Abdul Wahid Abu Ras, uno dei leader del movimento Houti.
Nemmeno la detenzione di attivisti e giornalisti in recenti proteste si è basata su questioni settarie. Gli Houti fanno ciò che faceva Saleh, che ha già fatto Hadi e che hanno fatto tutti, qui: hanno messo il bavaglio a chi li metteva sulla graticola, indipendentemente dalla provenienza tribale o settaria.
Ultima questione: la lettura secondo cui ciò che accade in Yemen venga da una regia occulta che ha le sue stanze dei bottoni in Usa, Iran e Arabia Saudita è quanto meno riduttiva della storia del paese e delle responsabilità dei suoi governanti.
Vero è che, per innumerevoli motivi, lo Yemen è stato tirato per la giacchetta da molti attori internazionali, ma non va dimenticato che puntare il dito solo sul settarismo o solo su influenti manovre esterne equivale ad assolvere il governo di transizione dalle sue funzioni che ha abbondantemente disatteso.
Anche addossare agli Houti una valenza teologica alle loro violazioni non va bene poiché esse hanno solo una precisa connotazione politica, e relativa alla politica interna.
Essa soltanto è il vero e tuttora irrisolto nocciolo della questione “crisi in Yemen” e avrà il suo capitolo decisivo nella battaglia appena iniziata per il possesso del Marib: l’area dove il 75% delle risorse energetiche non sfruttate e mai messe a disposizione per la popolazione locale (petrolio e gas) sono il vero, succoso e irrinunciabile motivo dell’apparente caotico contendere.


domenica 11 maggio 2014

I dolori della pace




Eccoci arrivati al quinto appuntamento della “Carovana dei diritti/parte seconda” con un interessante incontro sul tema della pace.

Presentiamo, infatti, il volume intitolato I dolori della pace (Poiesis editrice) del Prof. Giuseppe Goffredo.
Come possiamo accettare che il nostro benessere sia basato sulla morte e la sofferenza degli altri?”; “Come possiamo accettare che la pace si regga sulla occupazione delle terre altrui?”: queste sono alcune domande da cui prende avvio la riflessione dell'autore. Molti gli argomenti che affronteremo durante la serata: gli stereotipi negativi, in particolare sugli islamici, a partire dall' 11 settembre 2001; la differenza tra guerra preventiva e guerra prevista; le conseguenze della cosiddette “primavere arabe” e tanto altro ancora.
...Se la guerra è cosa umana, l'umanità stessa può decretarne la fine. Il modello mentale costruito intorno alla guerra può essere sconfitto attraverso il 'disarmo' non solo militare ma anche 'culturale' come dice Panikkar. Se la guerra è stata costruita e adottata nella Storia attraverso la cultura, la cultura stessa può pensare la storia cancellando l'idea della guerra. Per fare questo occorre disinnescare i meccanismi concettuali, linguistici, simbolici che armano la nostra mente”.



L'incontro prevede la proiezione - e il commento - di un cortometraggio e la testimonianza di Mohammad Amin Wahidi, poeta e attivista per i diritti umani.

Il Prof. Goffredo e Mohamad Amin Wahidi leggeranno alcune loro poesie.


La serata sarà, quindi, ricca e vi aspettiamo numerosi!
 

L'appuntamento è per:


mercoledì 14 maggio, ore 18.30, presso Spazio Tadini, Via Jommelli, 24 (MM LORETO) a Milano

 

Giuseppe Goffredo: poeta e scrittore anche di teatro. Nel 1994 ha fondato, e da allora dirige, i Seminari di Marzo dialoghi Mediterraneo-Europa, la rivista Qui Letteratura arte e società fra culture mediterranee e la Poiesis Editrice.

Mohammad Amin Wahidi: Nato a Kabul, rifugiato con la famiglia in Pakistan, all'età di dieci anni, al rientro in patria ha studiato Arte e Cinema presso la facoltà di Belle Arti di Kabul. Tra i primi presentatori TV di etnia hazara, osteggiato dai fondamentalisti, ha fondato una casa di produzione cinematografica che supporta i filmmaker afghani che vogliano trasmetter un messaggio di pace.
E' poeta e attivista per i diritti umani.
 
 

domenica 10 novembre 2013

Terza proposta cinematografica rivolta al TRIENNIO delle SCUOLE SUPERIORI

Ecco per voi la terza proposta cinematografica che l'Associazione per i Diritti Umani, in collaborazione con Formacinema, vuole fare a tutti, ma in particolare agli studenti del TRIENNIO delle SCUOLE SUPERIORI

(le prime due proposte sono indicate nel precedente articolo)




CULTURES OF RESISTANCE

Una resistenza alla violenza e allo sfruttamento,in varie parti del mondo, attraverso l'arte e la creatività.



Questo documentario ha vinto il Premio della Giuria al Festival internazionale di Baghdad, il Premio come Miglior lungometraggio al festival internazionale di Pechino e quello per Miglior documentario sui Diritti Umani allo Steps International Film Festival di Kiev; ed inoltre ha ricevuto la Menzione speciale della Giuria al Festival internazionale di Ouidah (Benin).

Il film è a episodi, sottototitolati in inglese, ma se ne possono proiettare solo alcuni senza alterarne il significato complessivo.


Sinossi

La resistenza di fronte all'oppressione o all’indifferenza, può scatenare rabbia o violenza (come dimostrano le immagini della tribù Kayapo dell'Amazzonia che si oppone alla costruzione della diga di Belo Monte sul fiume Xingu) ma può anche assumere la forma di uno spruzzo su un muro di Teheran, di una canzone a Gaza, di un incontro di poeti a Medellin per ribadire che Forse la poesia non rovescia i governi, ma apre la coscienza e il cuore” o di una chitarra a forma di AK-47 in Brasile dove i maestri di Capoeira e i musicisti trasformano i fucili in strumenti musicali per i bambini dei quartieri poveri. E l’Escopetarra, la “pistola-chitarra” è diventata il simbolo non solo di Cesar Lopez ma anche di alcuni artisti internazionali come il colombiano Juanes, l’argentino Fito Páez ed il kenyota Eric Wainaina. Le idee di base sono che “nonviolenza non significa passività” e che la resistenza artistica è l'unico modo per rompere i cicli di militarismo e di oppressione perché l’arte, la creatività, e la partecipazione ai movimenti sociali sono ciò che realmente contraddistingue la democrazia.

A seguire, si terrà un incontro/dibattito sulle tematiche affrontate dal film, quali:


  1. approfondimento storico-politico della situazione del Paese raccontato nell'episodio del film scelto (con scheda di accompagnamento);
  2. ruolo e importanza della NON VIOLENZA;
  3. possibilità di riuscita della resistenza creativa. La resitenza creativa aiuta l'individuo, ma è anche efficace ? (Esempio storico Ghandi, esempio attuale: parodie in Siria, Egitto, Palestina);
  4. Analisi del materiale usato per la protesta non violenta: graffiti, testi di canzoni, vignette;
  5. Riflessione sui contenuti, sulle richieste e aspettative dei giovani che protestano per costruire il loro futuro;
  6. Riflessione sul significato del termine “democrazia”.


DURATA dell'INCONTRO

L'incontro si svolge nelle scuole, in mattinata. Alla presenza di Monica Macchi, esperta di mondo arabo, redattrice per www.formacinema.it e di Alessandra Montesanto, vicepresidente dell'Associazione per i Diritti Umani, critico cinematografico e curatrice del sito www.peridirittiumani.com

Durata: 2 ore

E' rivolto al TRIENNIO (classi anche accorpate fino ad un massimo di 3 classi)

Il film verrà fornito direttamente dall’Associazione, resta a carico della scuola la disponibilità di un’aula con proiettore/televisore con lettore DVD.


COSTI

L'incontro si svolge nelle scuole e prevede una durata di 2 ore per un costo complessivo – anche in caso di accorpamento di più classi – è di € 300,00 lordi (€ 250,00 netti + 20% ritenuta d'acconto)

Per prenotazioni: peridirittiumani@gmail.com





lunedì 26 agosto 2013

L'uso di gas nervino in Siria




L'Osservatorio siriano per i diritti umani, che ha sede a Londra, in un primo momento, aveva parlato di decine di vittime; il coordinamento dell'opposizione locale ha parlato di più di 200 morti; 650 per la coalizione nazionale siriana e 750 per i comitati di coordinamento dei ribelli. Comunque è strage.
Centinaia di persone, tra cui donne e molti bambini, sono decedute negli ospedali siriani in cui lavora Medici senza frontiere. I rappresentanti della Ong hanno dichiarato che queste persone presentavano sintomi neurotossici: pupille dilatate, arti freddi, schiuma alla bocca. Sintomi causati dall'uso di gas nervino.
Questo attacco sarebbe stato lanciato in una roccaforte ribelle della regione di Goutha, ad est della città di Damasco, da parte delle forze del presidente Bashar al-Assad.
Nelle strutture ospedaliere di Medici senza frontiere sono state ricoverate circa 3600 persone e i sanitari hanno confermato la possibilità dell'utilizzo di armi chimiche, scrivendo: “ La sintomatologia, le caratteristiche epidemiologiche, l'afflusso di un numero così alto di pazienti in un lasso di tempo così breve, fanno pensare fortemente all'esposizione massiccia ad un agente tossico”.
La Coalizione Nazionale Siriana - la prima tra le forze di opposizione - ha sollecitato la comunità internazionale ad adottare iniziative ferme per contrastare questo genere di repressione. Ahmad Jarba, presidente della Coalizione, ha affermato: “ Di parole ne abbiamo avute abbastanza e adesso ci occorrono passi e azioni serie...per fermare la continua uccisione di siriani, con armi tanto tradizionali quanto chimiche. Finora, la risposta del mondo all'operato del regime di Bashar al-Assad è stata invece una 'vergogna', giacchè è rimasta ben lungi dal livello etico e legale che il popolo siriano si aspetta”.
A questo appello il segretario generale dell'ONU, Ban Ki-moon, ha affermato che, qualora si accertasse l'uso di armi chimiche, questo costituirebbe un crimine contro l'umanità e violerebbe il diritto internazionale; il Presidente americano, Barack Obama, ha fatto capire che, prima di una possibile azione - congiunta con l'Inghilterra - azione, chiederebbe l'appoggio della comunità internazionale, aggiungendo: “ Simpatizzo con la posizione del senatore McCain il quale desidera aiutare le persone ad attraversare situazioni estremamente difficili e dolorose, sia in Siria che in Egitto. Dobbiamo pensare strategicamente cosa sarà nei nostri interessi nazionali a lungo termine, anche se al tempo stesso cooperiamo a livello internazionale per fare il possibile per fare pressioni su chi è capace di uccidere civili innocenti”; dall'Europa, e in particolare dalla Germania, la cancelliera Angela Merkel, tramite il portavoce governativo, ha affermato di non voler seguire la strada di una soluzione militare, ma di credere nella possibilità di una soluzione politica. Infine, l'Iran: in caso di intervento americano, le autorità iraniane hanno minacciato ritorsioni.




mercoledì 8 maggio 2013

The Suffering grasses: un film sul conflitto siriano





Lara Lee è brasiliana, di origini coreane, attivista, regista e fondatrice di “Cultures of Resistance Network” e ha da poc realizzato il documentario intitolato The suffering grasses.“Quando gli elefanti combattono, è l'erba che soffre”: questo potrebbe essere il senso del suo ultimo lavoro che racconta il conflitto siriano attraverso il punto di vista di decine di persone le cui vite sono state distrutte o cambiate totalmente dal conflitto. Oltre a cercare di capire le motivazioni (o almeno di esporle) degli attori della guerra - come il partito baathista di bashar al-Assad, l'Esercito siriano libero e gli altri Paesi coinvolti, quali: Stati Uniti, Russia, Cina, Iran, Libano, Turchia - la regista raccoglie le esperienze, il vissuto di persone comuni: agricoltori, donne, giovani combattenti per la resistenza, profughi. Tutte loro, in fondo, accomunate dallo stesso sentimento: quello di essere stati abbandonati. Lasciati al proprio destino sia da parte delle istituzioni interne al Paese sia da parte della comunità internazionale. E intanto le madri istituiscono scuole all'interno dei campi profughi per dare, alla follia, una parvenza di normalità.
Ma per una recensione completa e ricca di riflessioni, vi rimandiamo alla recensione di Monica Macchi per Formacinema.it :




lunedì 25 marzo 2013

Il caro prezzo pagato dai bambini siriani



Come sempre, purtroppo, accade durante i conflitti sono i bambini a pagarne il prezzo più alto. A due anni dall'inizio della guerra civile in Siria, sono circa due milioni i minori che ne subiscono le conseguenze peggiori. Le due parti in guerra li usano come scudi umani; malnutrizione e violenze di ogni tipo sono all'ordine del giorno.
Tutto questo è stato rilevato in un rapporto stilato dalla Ong Save the children nel quale, i bambini intervistati, hanno raccontato di essere stati separati dai loro genitori e di aver sperimentato la morte di un parente o di un amico. Ma c'è di peggio.
Justin Forsytth, responsabile di Save the Children in Libano, riporta la testimonianza di un minore, tenuto in una cella con altre 150 persone, portato all'aperto e attaccato ad una ruota per subire la bruciatura di sigarette sul corpo.
In Libano sono oltre 340 mila i rifugiati siriani e, anche qui, mancano i campi di accoglienza: si accontentano, quindi, di alloggi di fortuna (anche se alcune famiglie libanesi li accolgono nelle loro case) e chiedono l'elemosina per le strade del Paese.
Sul sito di Euronews si può leggere la vicenda di Ahmed, padre di cinque figli, che ha trovato rifugio in una stalla in disuso; oppure quella di Nadia che, con quattro bambini e un altro in arrivo, si è sistemata in un palazzo fatiscente; e ancora, la storia di Ines, otto anni, che, insieme ai suoi fratellini, si è accampata in una tenda a pochi chilometri fuori dal territorio siriano, ma non ha modo di proteggersi dalla bassa temperatura o di cibarsi.
L'agenzia ONU per i rifugiati stima che ci sarebbe bisogno di almeno 150 milioni di euro solamente per passare l'inverno. Ma, ad oggi, non solo mancano i fondi, ma sono insufficienti gli aiuti umanitari, l'assistenza sanitaria e anche psicologica.
Le prime vittime di una guerra, come detto, sono le donne e i bambini: vittime di stupri (lo stupro è usato sistematicamente per punire gli oppositori del governo), di pugni e di calci; vittime della brutalità, della fame e della paura. E questi sono traumi che difficilmente si potranno curare.
Per tenerci aggiornati sulla situazione, vi segnaliamo l'incontro, organizzato dal Naga, che si terrà a Milano, in Via Zamenhof 7/a, il 26 marzo, alle ore 20.30. L'incontro si intitola “Cosa succede in Siria? Situazione e scenari di un Paese abbandonato alla sua guerra”: Elena Parasiliti - direttore Terre di mezzo - Street magazine - intervista Gabriele Del Grande, giornalista di ritorno dalla Siria. Ingresso libero

lunedì 28 gennaio 2013

Medici Senza Frontiere: continua l'attività in Mali, nell' area di Konna

L'èquipe di Medici Senza Frontiere (MSF) garantisce assistenza medica in Mali e nelle altre  zone coinvolte nel conflitto (Mauritania, Buokina Faso, Niger) con 450 operatori umanitari maliani e internazionali. Ma non è per nulla facile aiutare le popolazioni, ricevere nuovi rifornimenti ed entrare nelle zone off-limit perchè controllate dall'esercito o da diversi gruppi armati.
Alcuni giorni fa, l'organizzazione medico-sanitaria aveva chiesto, alle autorità civili e militari maliane e al governo francese, di poter accedere all'area di Konna, tra il Nord e il Sud del Paese, dove si susseguono combattimenti e bombardamenti. E' necessario, ovviamente, prendersi cura dei feriti, ma è preoccupante anche la situazione dei bambini che devono essere vaccinati contro il morbillo.
La mattina del 24 gennaio, due medici e due infermieri sono riusciti ad entrare a Konna. Dario Bertetto, capo missione di MSF in Mali, ha dichiarato che: " Le strutture sanitarie sono vuote, non ci sono nè pazienti nè personale sanitario"; si stanno preparando, quindi, delle cliniche mobili per fornire l'assistenza sanitaria di base e attività nutrizionali adeguate.


giovedì 17 gennaio 2013

Nord del Mali: emergenza civili

Negli ultimi giorni il conflitto, in Mali, ha visto una forte intensificazione: gli aerei francesi, con la cosiddetta "Operazione Serval", hanno bombardato le zone di Gao e Kidal; i gruppi armati islamisti, per prendere il controllo della città di Konna, hanno ucciso almeno sei civili; altre vittime sono state fatte per la conquista di Diabaly, un'altra città a 400 km a nord della capitale Bamako.
Il 20 dicembre scorso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva autorizzato l'invio di alcune truppe dell'Africa occidentale - tra cui quelle del Niger e della Nigeria - per contrastare le azioni dei terroristi, degli estremisti e dei gruppi armati. Le conseguenze di questa situazione si sono verificate immediatamente: si sono, infatti, registrati molti casi di vendetta sui collaborazionisti con lapidazioni, ritorsioni e un aumento fortissimo della violenza. 
Amnesty International ha chiesto alla comunità internazionale di favorire il dispiegamento di osservatori sui diritti umani, rivolgendo una particolare attenzione all'uso di bambini soldato. Ha, inoltre, chiesto alle forze militari francesi di dare il maggiore preavviso possibile alla popolazione in vista degli attacchi.
Intanto sono già quasi mezzo milione i maliani che hanno trovato rifugio in Niger, Mauritania, Burkina Faso e Algeria: tra loro, soprattutto, bambini e donne.