"...Non si potrà avere un globo pulito se gli uomini sporchi restano impuniti. E' un ideale che agli scettici potrà sembrare utopico, ma è su ideali come questo che la civiltà umana ha finora progredito (per quello che poteva). Morte le ideologie che hanno funestato il Novecento, la realizzazione di una giustizia più giusta distribuita agli abitanti di questa Terra è un sogno al quale vale la pena dedicare il nostro stato di veglia".
Mentre
Don Luigi Ciotti viene minacciato da Riina, noi rispondiamo a gran
voce con la recensione di un libro importante e ve lo consigliamo di
cuore. Stiamo parlando del Manifesto
dell'Antimafia del Prof.
Nando dalla Chiesa, edito da Einaudi.
Il
Professore - docente di di Sociologia della criminalità organizzata
presso l'Università degli studi di Milano - ha calcolato, insieme ai
suoi studenti, che una tangente pagata alle mafie ha lo stesso valore
economico di duemila assegni di ricerca: sostegno allo studio,
sostegno al lavoro. Tutto questo sottratto alla società e ai
cittadini onesti.
Parte
proprio da qui l'ultimo lavoro di Nando dalla Chiesa: dalla
mentalità, dalle pratiche quotidiane, diffuse e sotterranee, che
alimentano la forza della criminalità. La mafia non è solo al Sud,
la mafia non intacca solo politica e finanza; la mafia si annida
nella mancanza di valori positivi e di indifferenza verso il Bene
comune. Non a caso il professore definisce la 'ndrangheta come una
“forza sociale criminale” perchè riguarda i comportamenti
sociali, quindi anche quelli di ciascuno di noi.
Le mafie
hanno un'anima, si continua a leggere nel testo, un'anima nera che si
può tradurre in tabelle e schemi concreti. Si fa riferimento a tre
“C” che non vanno sottovalutate: quelle dei complici, del
concorso esterno e, soprattutto, dei codardi.
Il
saggio si rivolge a tutta la società civile e, in particolare, ai
giovani che forse si sentono schiacciati e scoraggiati da quella zona
grigia, da quella palude (culturale, politica, istituzionale) che non
riesce a sbloccare la situazione, per paura o per
interesse...Pensiamo alle vicende che stanno caratterizando
l'organizzazione di Expo 2015. Ma sono proprio loro, i giovani,
portatori di speranza e di futuro e noi più grandi abbiamo il dovere
di indicare e di ricordare che la strada è sempre e soltanto quella
dell'etica e della giustizia.
Le
scuole stanno per riaprire in tutta Italia e noi vogliamo segnalarvi
un'iniziativa interessante. Domenico Geracitano, Collaboratore
Tecnico Capo della Polizia di Stato di Brescia, propone un’idea per
le scuole sulla legalità. Si tratta del Diario
per una vita migliore e noi
vi proponiamo la presentazione del progetto a cura de “Gli amici
virtuali” www.perunavitamigliore.it
In
questi 12 anni di "Diario per una vita migliore",
l´obiettivo principale è sempre stato quello di costruire percorsi
educativi per gli adolescenti mettendo in relazione tutti gli attori
del nostro progetto educativo: e questa è stata una delle sfide
maggiori. Una sfida perché a volte, non siamo capaci di pensare
all´adolescente come portatore di contenuti educativi, ma solo come
fruitore di percorsi e di spazi che come adulti prepariamo per loro.
Non si possono considerare gli adolescenti soli consumatori di un
progetto, in un modo o nell´altro bisogna coinvolgerli. In questa
prospettiva la nostra competenza non consiste nel proporre contenuti
nuovi, ma nella capacità di mettere in relazione le persone, di fare
connessioni, di accompagnare gli interlocutori nel percorso che viene
costruito assieme. Aiutare le persone interlocutrici dei processi
educativi a spogliarsi dei ruoli precostituiti, per creare delle
condizioni di possibilità nuove, in una parola, per ascoltare:
questa è la prospettiva sulla quale abbiamo lavorato. Quando
parliamo di "imparare a coinvolgere gli adolescenti nei progetti
educativi" intendiamo predisporre per loro, facendosi consegnare
i contenuti, costruendo assieme i percorsi, definendo le mete e
permettendo di realizzare un cammino insieme per una vita migliore.
Per mettere in atto un simile percorso è stato necessario un
depotenziamento dei ruoli, una capacità di mettersi da parte, di
creare spazi culturali e mentali affinché l´altro, l´adolescente,
possa percepire la possibilità di esprimersi. Tirarsi indietro non è
stato facile, soprattutto quando si è da sempre abituati a farsi
avanti, a pensare l´educazione come un intervento diretto, a pensare
le competenze come un discorso individuale da investire su degli
oggetti ritenuti come meri recipienti. Le azioni di un percorso
educativo esigono la capacità di mettersi in discussione e di
lasciarsi mettere in discussione, di lasciarsi dire quello che
solitamente si vuole dire perché si ritiene di sapere. Bisogna avere
la capacità di creare spazi nei quali poter accogliere gli abituali
beneficiari dei percorsi educativi, facendoli interagire, mostrandone
la loro attività, la loro possibilità di consegnare contenuti, il
loro diritto di sapere di che cosa hanno bisogno. Educare in questo
contesto significa, allora, più che orientare e indicare una
direzione, saper accompagnare, saper mettere ordine a delle idee nate
durante il cammino. Ascolto e attenzione divengono strumenti
fondamentali per riuscire a mettere in sintonia stimoli provenienti
da mondi diversi, come quello degli adolescenti, dei genitori, degli
insegnati. Educare, deponendo il proprio diritto di parola, significa
aspettare ad intervenire fino a quando non viene detta l´ultima
parola da chi sta intorno. Educare significa, anche, stimolare il più
possibile gli interlocutori affinché esprimano la loro opinione sul
problema esaminato, per poi assieme scegliere le strategie necessarie
per il raggiungimento degli obiettivi. Costruire itinerari educativi
attraverso un percorso di azioni richiede un´intuizione
fondamentale, vale a dire che tutte le persone chiamate in causa sul
mondo degli adolescenti hanno qualcosa da dire di positivo e più che
essere mondi antagonisti - genitori contro figli, insegnanti contro
genitori, educatori contro insegnanti, ecc. - sono portatori di
significati che esigono di essere ascoltati per poter contribuire in
modo costruttivo e non distruttivo, come purtroppo spesso avviene. Il
nuovo Diario/Notes vuole costruire un percorso di valori attraverso
la responsabilizzazione degli stessi adolescenti, ampliando un
dialogo maggiore tra adulti e ragazzi. Per stimolare questi
obiettivi abbiamo ancora una volta deciso di proporre come
testimonial, all´interno del diario, dei ragazzi che con le loro
parole hanno ancora una volta costruito il valore ed il senso della
vita. In bocca al lupo per il nuovo anno scolastico.
Oggi, 14 settembre, ricorre
l'anniversario dell'uccisione, a Milano, di un ragazzo italiano di
origini africane. Ammazzato di botte per motivi razziali. E il
fattaccio è accaduto pochi anni fa. Riportiamo qui di seguito
l'intervista che abbiamo fatto ad uno dei relaizzatori del bellissimo
cortometraggio dal titolo Da
nessun'altra parte.
Da nessun' altra partedi Sami El Kelsh, Guido Ingenito e
Antonio Gualano, menzione speciale del concorso “Vola alto”,
racconta una storia attraverso una lettera. La storia è quella
dell'uccisione di Abdoul Abba Guiebre, che era chiamato semplicemente
“Abba” e la lettera è quella di un giornalista serio.
Abbiamo
rivolto alcune domande a Guido Ingenito, uno degli autori del
cortometraggio, che ringraziamo.
Ricordiamo
che cosa è accaduto nel 2008...
A Milano
è accaduto un fatto di cronaca: un ragazzo di origini africane, a
causa di un suo piccolo furto in un bar, è stato aggredito dai
proprietari fino a perdere la vita. Alla base del pestaggio c'erano
forti motivi razziali.
Abba era
italiano, nato e cresciuto in Italia, ma per il colore della pelle
non era considerato esattamente italiano come lo stereotipo
pretenderebbe, almeno da parte di coloro che lo hanno aggredito.
Come
nasce l'idea del corto e perchè la scelta dell'animazione per
raccontare un fatto così tragico?
Il corto
è nato come lavoro di tesi di laurea del regista, Sami el Kelsh, in
“Nuove tecnologie per l'Arte”. Sami era già interessato
all'animazione stop-motion
e,
per questo cortometraggio di fine anno, mi ha coinvolto perchè ho
sempre avuto la passione per la scrittura, così ho scritto il
soggetto e la sceneggiatura per questo film.
Sami,
all'epoca, lavorava part-time nel reparto edicola di un supermercato
e si era imbattuto in “Peacereporter” sul quale aveva trovato la
lettera del giornalista Marco Formigoni, il quale chiedeva all'ex
sindaco Moratti come poter spiegare al proprio figlio adottato un
omicidio razziale come quello di Abba. Questa lettera lo aveva molto
colpito e, quando me l'ha sottoposta, devo ammettere che ha coinvolto
molto anche me.
Io
ho dei cugini adottati e di origine straniera e per me era una
situazione naturale: la lettera, invece, pone un punto di vista
originale e forte. E' difficile, infatti, spiegare un omicidio
razziale a un bambino che si sente italiano anche se non lo è di
origine.
Da
una parte, quindi, c'era l'interesse per una tecnica molto complessa
e, dall'altra, per un messaggio importante: abbiamo unito le due
intenzioni ed è nato il film.
Milano
è una città razzista?
Sinceramente
credo di sì perchè c'è ancora un antico sistema di preconcetti per
cui, chi arriva qui da fuori, non è familiare, non è conosciuto e,
quindi, suscita timore. La mentalità è ancora quella di tenersi
lontano dall'immigrato, dal “diverso” in generale. E' quello che
respiro io. Inoltre c'è, anche a livello di informazione e a livello
politico, la volontà di fomentare questa continua emarginazione.
Molti
hanno chiesto di boicottare questo festival a causa della guerra tra
Israele e Palestina, ma noi pensiamo che la Cultura possa essere
veicolo di pace. Attraverso la conoscenza, soprattutto reciproca, i
popoli hanno l'opportunità di avvicinarsi e di comprendersi. E,
infine, un conto sono le scelte politiche di alcuni e un altro sono i
comportamenti di tanti.
Quindi,
vi diamo comunicazione del Jewish
in the City, Festival Internazionale di cultura ebraica,
che si terrà a Milano dal 13 al 16 settembre 2014. Il titolo di
questa edizione è “Pesach. Il lungo cammino verso la libertà” e
il tema della 15ma Giornata Europea della Cultura ebraica (14
settembre) è “Donne nell'ebraismo”. La manifestazione si terrà
contemporaneamente in tutta Europa.
Per il
programma completo del festival milanese, si può consultare il sito
www.jewishandthecity.it
Giacobbe
amava Rachele e disse: “ Ti servirò sette anni per Rachele, la tua
figlia minore”. Labano replicò: “ E' meglio ch'io la dia a te
che a un altr'uomo; rimani con me”. Giacobbe servì per Rachele
sette anni che gli sembrarono pochi gorni, tanto l'amava. (Genesi 29:
16-20).
Discutere
la tematica di genere, anche nella cultura ebraica, è quantomai
attuale. Mogli, madri, professioniste si confronteranno sul palco del
teatro Franco Parenti proprio il giorno 14. L'argomento di
discussione, anche con il pubblico, sarà “Condotte e condottiere,
libere di essere donne”: non solo donne di religione ebraica, ma
anche cattoliche, musulmane, laiche potranno dare vita ad un incontro
vivace che arricchirà tutti. Il filo conduttore, come recita il
titolo del festival, è quello della libertà: Pesach, il lungo
cammino verso la libertà. Una libertà che, oggi sempre di più,
deve essere affermata a livello culturale e psicologico e poi
politico e sociale.
Yahya
Hassan ha solo diciotto anni e ha le idee molto chiare. Non sopporta
l'ipocrisia. Non tollera l'ipocrisia dell'Islam - la sua ex religione -
e nemmeno quella dell'Occidente.
Il
ragazzo vive in Danimarca, ma è di origini palestinesi: la sua è
una famiglia trapiantata in nord Europa, una famiglia palestinese che si è
spesso macchiata di un'educazione rigida e violenta, donne umiliate,
furti, droga e altro ancora. Una famiglia che ora vive in un Paese
aperto, laico e ricco dove, però, anche qui spesso viene a mancare
la comunicazione per lasciare il posto alla dannata globalizzazione.
Hassan
ha deciso di esprimere il proprio dissenso attraverso il linguaggio
della poesia: un linguaggio spesso feroce e irriverente, tanto
caustico che il giovane autore è stato vittima di un'aggressione in
una stazione di Copenaghen, i fondamentalisti gli hanno lanciato una
fatwa e ora vive sotto scorta. I suoi versi sono raccolti nel testo,
edito da Rizzoli, che prende il titolo dal suo stesso nome: caratteri
bianchi e grandi su sfondo nero per essere il più chiaro possibile.
Chiare,
nelle sue liriche, sono le sue opinioni: la Danimarca è il Paese di
quelle vignette di Kurt Westergaard che, nel 2005, scatenarono un
inferno e per poco una guerra; la Danimarca è il Paese dei grandi
magazzini Fakta e del commercio; è un Paese a volte accogliente, a
volte ancora poco inclusivo nei confronti degli stranieri,
soprattutto se di fede musulmana. Ma poi c'è una durissima critica
proprio verso questa religione, di cui Hassan mette in evidenza tutte
le contraddizioni: è una religione che non sta al passo con i
cambiamenti della modernità oppure è una religione che vieta di
cibarsi di maiali, ma accetta che l'uomo sia aggressivo verso mogli e
figli.
Il testo
fa riflettere anche sul fatto che molti ragazzi di origini straniere
non parlano la lingua del Paese dei loro genitori, non conoscono la
storia e la cultura di quel Paese e questo provoca una frattura
insanabile con alcuni problemi di identità.
Molte,
quindi, le questioni di attualità affrontate dal codice narrativo
poetico. La scelta di questo modo di comunicare è dovuta al fatto
che, quando era più piccolo, l'autore si era avvicinato al rap -
quel mix di parole ritmate tanto care ai giovani che hanno urgenza di
esprimere il loro desiderio di ribellione e la loro critica verso ciò
che li circonda - ma per Hassan era poco convincente e troppo
superficiale. E, forse, per alcuni anche le sue considerazioni sono
superficiali, ma il ragazzo è ancora giovane e non è detto che
tutto ciò che scrive sia solo uno sfogo. Leggiamolo, quindi, con
attenzione e poi ognuno deciderà come interpretare quei versi.
Essere
genitore di un figlio affetto dalla sindrome di Down ed essere
felici: sembra un messaggio positivo, eppure in Francia questa verità
è stata censurata. O meglio, è stato censurato un filmato, dal
titolo Dear future mom,
in cui alcuni ragazzi con questa particolarità cromosomica
raccontano a una futura mamma di un bimbo down che suo figlio potrà
studiare, lavorare e abbracciarla...Insomma, potrà condurre
un'esistenza soddisfacente.
Il
Consiglio superiore per l'audiovisivo (Csa), il massimo organo di
sorveglianza francese del settore, lo scorso 26 luglio è intervenuto
contro i canali televisivi che hanno messo in onda il documentario
con la seguente motivazione: “ Il filmato, benchè diffuso a titolo
gratuito, non può essere guardato come un messaggio di interesse
generale. Indirizzandosi a una futura madre, sembra avere una
finalità ambigua e può non suscitare un'adesione spontanea e
consensuale”. Il filmato – premiato a Cannes e diffuso anche
dall'Onu – è stato ideato in Italia e realizzato da Coordown, il
coordinamento di circa ottanta associazioni impegnate nella
valorizzazione delle persone affette dalla sindrome, e ha ricevuto il
sostegano anche da parte degli Stati Uniti.
Elisa
Orlandini, medico del comitato Coordown, ha affermato: “ La
campagna, diffusa anche da associazioni laiche, non ha nessun intento
antiabortista. Non siamo contrari alla diagnosi prenatale. Anzi,
crediamo debba essere sempre più accurata proprio perchè le persone
abbiano la possibilità di fare una scelta più libera possibile”.
Se
il filmato, come spesso accade, suscita tante polemiche, resta la
domanda della mamma protagonista, Martina: “Loro proteggono
soltanto i genitori che hanno fatto altre scelte. Ma perchè non ci
permettono di dire che noi stiamo bene?”.
Abbiamo
rivolto alcune domande a Kazi Tipu, regista del film 18
+,
che sta ottenendo molto successo in vari festival cinematografici,
tra cui l' International Short Film Froum Festival, Dhaka Bangladesh.
Un documentario sui temi di attualità che riguardano i giovani,
figli di immigrati, la cittadinanza, il loro futuro e quello della
nostra società.
Ringraziamo
molto Kazi Tipu per questo racconto.
Cosa
significa essere ragazzi di "seconda generazione"?
Seconda
generazione vuol dire, secondo me, tante cose e riguarda tante
situazioni diverse ma essenzialmente sono il nostro prossimo futuro,
il nuovo mondo. Per il momento sono in mezzo tra la storia vecchia
ed il futuro ed hanno sulle spalle il peso di questa incertezza
rispetto alle loro speranze ed alle loro difficoltà di vivere in
una situazione stabile, sicura. Sono i ricercatori che sperimentano
la possibilità di creare una vero mondo più aperto e pacifico.
Quali
sono i problemi della legge italiana riguardo la cittadinanza?
C'è
tanta difficoltà . Molti ragazzi vivono in Italia, studiano in
Italia, fanno il tifo e si innamorano ma non sono a tutti gli effetti
italiani. Ritrovano tante difficoltà per legge perché la legge dà
loro la possibilità di chiedere la cittadinanza solo a 18 anni ed il
percorso é molto lungo . Discutono, studiano la storia dell'Italia,
la amano, sono educati per essere cittadini ma non possono esprimere
i loro diritti di cittadinanza.
La
quotidianità, a Milano, di un ragazzo di origini straniere è uguale
a quella di un italiano: ma qual è il rapporto con la cultura dei
genitori?
Credo
di no. Sono situazioni molto diverse. Le comunità spesso hanno una
cultura che si chiude in sé per difendere le proprie tradizioni e la
propria identità. E i ragazzi sono divisi, a scuola, in giro
condividono la cultura ed i modi dei loro compagni italiani o di
altre comunità, quando tornano a casa ritrovano la famiglia con i
suoi valori tradizionali che spesso non capisce la loro situazione
. Quindi questi ragazzi devono affrontare molte difficoltà anche
perché devono confrontarsi con tradizioni e metodi diversi, ma li
vedo molto attivi, molto pieni di energia positiva e arrivare anche
tra i primi nelle graduatorie scolastiche. Le difficoltà li faranno
diventare più forti e speriamo che cresca anche la capacità di
convivere e di condividere.
Quali
sono i sogni e le aspettative per il futuro? E quali sono le paure?
Quelli
di tutti i giovani: avere una famiglia, sistemarsi. La maggior parte
vuol restare in Italia e quindi sperano in un lavoro qualificato e
stabile. Altri vogliono tornare nei loro paesi e praticare quello che
hanno imparato. Tutto è molto fluido. Altri si trasferiscono in
altre nazioni dove le comunità sono più organizzate e ci sono più
prospettive. La paura è l'incertezza , dover tornare indietro, non
avere delle radici solide, non essere in nessun luogo.
Come
e quando è stato realizzato il film?
Quando
ho finito il mio studio all' Accademia del Cinema a Bologna poi mi
sono spostato a Venezia Mestre. Era la fine del 2012 . Dove io
abitavo ho trovato una ragazzo bengalese di 18 anni che si chiama
Imran. Ho passato quasi 7 mesi con lui per capire bene chi sono loro,
quale rapporto aveva con la sua famiglia , che cosa faceva, che cosa
stava pensando del suo futuro. Nel 2013 a maggio uno dei responsabili
della comunità di Milano mi ha proposto di girare un film a Milano.
Così é cominciata l'avventura. Ho trovato molta collaborazione
nella comunità, nel Comune di Milano, la Scuola del Cinema, nell
'Arci , Film Commission Lombardia, Centro Internazionale di
Drammaturgia contemporanea Outis e tante altre. Ho conosciuto tanti
giovani Bengalesi, Dell'Est Europa, Sudamericani, Africani. Un mondo
ricco e variegato di storie e di emozioni che mi hanno fatto capire
l'importanza del nostro tempo e di raccontarlo con ottimismo. Così
sono riuscito a fare un piccolo film che mi ha aiutato a capire
tante cose, ad entrare in un nuovo mondo. Il film era partito da un
progetto di 120 minuti ora é di 52 per dargli maggior ritmo ed
intensità. Ora il film dopo essere stato presentato alle Comunità
di Milano, di Venezia, di Bolzano, di Monza, sarà presentato a
Venezia il 3 settembre nel Venice Film Meeting multisala Astra. Al
Lido . Il futuro. Insh Aallah