"...Non si potrà avere un globo pulito se gli uomini sporchi restano impuniti. E' un ideale che agli scettici potrà sembrare utopico, ma è su ideali come questo che la civiltà umana ha finora progredito (per quello che poteva). Morte le ideologie che hanno funestato il Novecento, la realizzazione di una giustizia più giusta distribuita agli abitanti di questa Terra è un sogno al quale vale la pena dedicare il nostro stato di veglia".
Oggi,
cari lettori, pubblichiamo per voi il video dell'incontro che
l'Associazione per i Diritti Umani ha organizzato con la
presentazione dei saggi di Farian Sabahi: Noi
donne di Teheran e Il
mio esilio.
Questo
incontro e questo video sono dedicati a Reyhaneh Jabbari, condannata
a morte e poi impiccata nel carcere di Teheran per l'uccisione, nel
2009, dell'uomo che tentò di stuprarla.
Oggi,
7 novembre, è la giornata mondiale contro la violenza di genere.
Ricordiamo che il numero italiano per denunciare o segnalare casi di
violenza è il 1522.
Se
apprezzate il nostro lavoro e i nostri incontri pubblici, potete
sostenerci con una piccola donazione anche di 2 euro. Basta cliccare,
in alto a destra, sulla dicitura “Sostienici” ed effettuare la
donazione con Paypall o bonifico, è facile e sicurissimo. Grazie!
Da poco
uscito nelle sale cinematografiche italiane, Perez.
narra,
senza illusioni, la deriva di oggi.
Un uomo
grigio in una grigia città. Si chiama Demetrio Perez ed è un
avvocato d'ufficio che da tempo ha perso di vista l'etica della sua
professione. Perez, infatti, difende delinquenti e quei perdenti come
lui che ha visto fallito anche il suo matrimonio e che ha un rapporto
conflittuale con la figlia Tea.
Tea si
innamora di Francesco Corvino, figlio di un pregiudicato e sarà la
relazione pericolosa della ragazza a spingere l'avvocato verso il
tentativo di riscatto. Accetta uno scambio, o meglio il ricatto di un
boss della camora: questi gli chiede aiuto per recuperare una partita
di diamanti nascosti nel ventre di un toro e lui troverà la maniera
di incastrare Corvino. Perez viene a patti con la sua coscienza pur
di salvare Tea, accetta la proposta del boss e da quel momento la sua
vita cambierà in maniera radicale.
Un film
italiano di genere, un noir urbano, una scelta che strizza l'occhio a
Martone e Sorrentino, ma efficace per discutere di etica e legalità.
Perez.è
il secondo lungometraggio di Edoardo De Angelis, dopo Mozzarella
stories,
in cui l'autore cambia totalmente registro, non fa sconti alla sua
città e al Paese intero, narrando una storia di derive morali, di
dubbi, di scivolamenti nell'ambiguità tra giusto e sbagliato.Non ci
sono più barriere o differenze, siamo tutti coinvolti in quella
mancanza di coraggio per essere onesti e non accettare compromessi e
ricatti.
Non
c'è pace, nel film di De Angelis, e c'è poca speranza. Il titolo
del film vede recitare solo il cognome del protagonista, seguito da
un punto: il nome non è importante perchè quel conognome
rappresenta un simbolo, una categoria umana che non ha quasi più
possibilità di salvezza; spesso ripreso di spalle (come un uomo
qualunque, privo di umanità e di un'identità), Demetrio Perez si
sfoga, parla da solo e la sua voce fuori campo ci fa entrare nella
sua mentalità, stretta tra le regole codificate dallo Stato e le
regole codificate dall'Uomo. Le sue azioni si svolgono in quell'area
del capoluogo campano a cui si erano affidate le aspettative di una
rinascita economica, culturale e sociale e che, col tempo, si è
rivelata nella sua tragicità, con il suo fallimento in tutti i
settori.
Nel
genere noir, si sa, non c'è mai una distinzione netta tra personaggi
“buoni” e “cattivi”: i cattivi qui ci sono e sono,
chiaramente, i camorristi. Ma quelli che dovrebbero rappresentare i
valori positivi sono ammantati di pavidità: l'avvocato corrotto, i
giudici e i poliziotti superficiali e poco attenti. E nemmeno l'unica
figura femminile non riesce a illuminare le coscienze, ma trascina
coloro che ha attorno a sè in un baratro sempre più oscuro. Ecco
perchè, il sole fa fatica a sorgere: anche la fotografia del film,
ben curata, sottolinea la fatica di una resurrezione etica e morale.
Abbiamo ricevuto, cari lettori, questa comunicazione e questo
invito che vi giriamo.
Si
torna a parlare di caporalato e sfruttamento dei lavoratori migranti,
in prevalenza indiani sikh, nelle campagne pontine in provincia di
Latina. Dopo la visita dello scorso 14 giugno quando, insieme ad
altri colleghi parlamentari, mi recai a Sabaudia e d’intorni per
incontrare i braccianti, dopo l’interrogazione parlamentare che ne
seguì ( e che trovate qui di seguito), venerdì
7 novembre
affronteremo la questione in un convegno organizzato dalla Caritas
diocesana di Latina.
Khalid
Chaouki
Lavoro
nero: tra sfruttamento e caporalato nelle campagne pontine
Latina-
Venerdì
7 Novembre 2014 ore 17,00
Curia
Vescovile,
Piazza Paolo VI, via Sezze 16
Convegno
organizzato dalla Caritas Diocesana di Latina - Terracina - Sezze –
Priverno e dall’associazione Progetto Diritti
Intervento
di apertura
Mariano
CrociataVescovo
di Latina - Terracina - Sezze – Priverno
Proiezione
tratta dal documentario "Padrone
bravo"
prodotto dalla Cooperativa Parsec, sulla condizione di sfruttamento
dei migranti nell'Agro pontino
Introduce
la tavola rotonda Elio
Zappone,
Sportello legale Immigrati della Caritas Diocesana di Latina -
Terracina - Sezze - Priverno, gestito in collaborazione con Progetto
Diritti
Modera
Arturo
Salerni:
Comitato Singh Mohinder per la tutela dei lavoratori stranieri
vittime di infortuni sul lavoro
Partecipano:
Khalid
Chaouki:Commissione
Esteri della Camera dei Deputati
Rita
Visini: Assessore
della Regione Lazio alle Politiche Sociali
Daria
Monsurrò:Sostituto
Procuratore della Repubblica di Latina
Mario
Angelelli:Presidente
di Progetto Diritti
Eugenio
Siracusa:Segretario
organizzativo Flai Latina
Saverio
Viola:Direttore
Provinciale Coldiretti Latina
Marco
Omizzolo:Direttore
editoriale di ISTISSS - Responsabile scientifico dell'associazione
“In Migrazione”
È
stato invitato Filippo
Bubbico
Vice Ministro dell’Interno
Sono
stati invitati il Prefetto di Latina, il Questore di Latina, il
Presidente della Provincia di Latina, i Sindaci dei Comuni della
Provincia, il Dirigente dello Sportello
Unico Immigrazione.
Riceviamo
questa testimonianza diretta, dura ed eblematica che vi chiediamo di
far circolare. Grazie.
Ho
ricevuto ora una testimonianza da un ragazzo Eritreo adir poco
agghiacciante. Questo ragazzo insieme ad altri 110 Africani di cui 4
eritrei compreso lui sono partiti a bordo di un gommone il 20
settembre notte fonda dopo circa 4 ore di viaggio hanno avuto
problema che il gommone comincia a sgonfiarsi, ma continuano il loro
viaggio in tanto lanciano lo Sos, gli dicono tra poco veniamo, ma
nessuno arriva, la domenica 21 settembre circa alle 14:00pm vedono
una grande nave con la scritta Malta, prima la superano vanno oltre,
poi visto il rischio concreto di affondare tornano verso la nave, tra
le 15-16.00pm dalla nave gli dicono di avvicinarsi, cosi accostano
poi qualcuno dalla nave getta una corda, nel tentativo di prendere la
corda si rovescia il gommone a causa anche delle onde che produce una
nave in movimento, tutti finiscono in acqua, il personale della nave
maltese, restano a guardare e fotografare la scena senza intervenire
per circa un ora e mezza, in tanto in questo lasso di tempo muoiono
55 persone tra cui uno dei 4 eritrei, dopo di che il personale della
nave decidono di trarre in salvo solo quelli che sono riusciti a
resistere mettendo giù delle scialuppe con motore veloci nel
movimento hanno raccolto i superstiti solo 55 persone, quindi la metà
sono morti sotto gli occhi di tutti, su questa nave c'erano molte
persone in divisa rossa, una specie di camice da medico ma rosso. Uno
dei superstite e il fratello dell'unico ragazzo eritreo morto di
questo gruppo e io con loro ci chiediamo, perché il personale della
nave ha voluto mettere in pericolo la vita di queste persone
chiedendo di avvicinarsi alla nave sapendo che l'onda che muove gli
avrebbe ribaltato il gommone, poi avendo delle scialuppe ben
equipaggiate perché non hanno mandato quelle per soccorrere le
persone? perché hanno atteso per un ora e mezza prima di intervenire
una volta rovesciato il gommone che si sono limitati a guardare chi
riusciva a stare a galla? a fare foto. Bisogna chiedere spiegazione
alle autorità maltese, chi sa quanti altri casi simili ci sono nel
mediterraneo, questo è un omissione di soccorso, 55 persone morte
perché qualcuno ha preferito stare a guardare per 1:30 min mentre i
poveri annegavano. Il testimone di questa vicenda ora è in Germania,
ora lui cercare di rintracciare anche gli altri due eritrei
sopravvissuti a questa tragica vicenda, per
dare la loro testimonianza.
Meno
male che è lunedì è il
titolo del documentario del giornalista e regista Filippo
Vendemmiati, già vincitore del Premio David di Donatello per il suo
lavoro filmico sulla storia di Federico Aldrovandi, E'
stato morto un ragazzo.
Meno
male che è lunedì è
stato presentato, con successo, all'ultima edizione del Festival di
Roma. Girato nelle stanze del carcere di Bologna della Dozza, in
presa diretta racconta la quotidianità dei detenuti che lavorano
nella ex palestra dell'istituto di pena, ora trasformata in officina.
I racconti intrecciano storie di vita passata con il presente e
permette un'interessante riflessione sul valore della dignità e sul
tema della giustizia.
Abbiamo
intervistato per voi Filippo Vendemmiati che ringraziamo tantissimo
per la sua disponibilità.
Ci
racconta, brevemente, in cosa consiste il progetto “ L'Officina dei
detenuti”?
In
estrema sintesi: tre aziende emiliane, leader nel settore degli
imballaggi (medicinali, alimentari, sigarette) GD, Ima, Marchesini
Group, hanno costituito una società, la F.I.D. (Fare impresa in
Dozza) che ha aperto un’officina all’interno del carcere della
Dozza di Bologna, nel capannone dove prima c’era una palestra. Dopo
un corso di formazione professionale sono stato assunti a tempo
indeterminato con contratto metalmeccanico di secondo livello 13
detenuti che lavorano fianco a fianco con una decina di ex operai,
altamente specializzati, oggi in pensione, provenienti dalle tre
stesse aziende che hanno promosso il progetto. Si lavora secondo il
principio dell’isola di montaggio, le lavorazioni sono ad alto
contenuto tecnologico. La F.I.D. non fa assistenza, tanto meno
beneficienza. Ha un proprio bilancio a cui rispondere e produce
utili. Una volta scontata la pena c’è l’impegno a riassumere i
detenuti nell’indotto esterno del settore, è già avvenuto in
quattro casi. I “detenuti liberati” sono reintegrati da altri che
scontano la loro pena nel carcere della Dozza. In genere provengono
tutti dal reparto penale, con pene definitive superiori a 5 anni.
Per
quanto tempo ha seguito la quotidianità delle persone - libere e non
– che vediamo nel film? E che tipo di relazioni si instaurano tra
loro?
Siamo
stati con troupe e telecamere circa un mese nel carcere della Dozza.
4 settimane non consecutive per lasciare soprattutto a noi il tempo
di assorbire e rielaborare emozioni e punti di vista molto potenti e
coinvolgenti. Abbiamo tentato in tutti i modi di non essere invasivi,
di non far pesare la nostra presenza. E’ stato molto meno difficile
del previsto. La realtà dell’officina si è aperta come d’incanto
e ci è parsa subito uno spazio di libertà. Il rapporto con tutor e
detenuti è stato profondo e senza ostacoli tanto da farmi scattare
subito una domanda, forse ambiziosa e presuntuosa, e che sta alla
base del film. Mi sono chiesto: è possibile parlare di carcere come
un luogo di vita, seppur temporaneamente reclusa, un luogo abitato da
persone e non da reclusi? Persone che sognano, che parlano e
scherzano tra loro, perché condividono l’appartenenza ad un
progetto collettivo che li fa uscire dalle gabbie dell’individualismo
in cui la segregazione li rinchiude?
E' stata
anche l'occasione di ascoltare le loro storie: cosa sperano per il
presente e per il futuro?
Abbiamo
parlato a lungo con i detenuti. Nello spogliatoio dell’officina,
tra un caffè e una sigaretta durante i minuti di pausa, ci hanno
parlato a lungo di loro stessi, ci hanno in alcuni casi consegnato i
loro racconti scritti. Questo è avvenuto con grande spontaneità,
quasi naturalmente, senza che nessuno di noi glielo abbia mai chiesto
direttamente. Ognuno di loro apre una finestra diversa, sarebbe
stato un film nel film, o meglio un altro film. Perché in realtà
ho scelto di non raccontare in modo approfondito la storia di ogni
detenuto. Non mi interessavano i motivi e gli errori che li hanno
portati in carcere. Come con grande realismo racconta un operaio: -Se
sono qua, qualcosa avranno fatto, ma a me non interessa. Per me in
officina sono dei colleghi e basta-. Il film ci racconta della
dimensione umana delle persone, del rapporto che cresce attorno al
lavoro e in parallelo al manufatto che mani sapienti insieme
costruiscono. Qualcuno ha detto che questo film parla più di lavoro
come valore che del carcere come luogo chiuso. L’uomo non è solo
quello che ha commesso e se in carcere si entra colpevoli, a meno che
non si sia vittime di errori giudiziari, si deve uscire innocenti.
Questo prescrive la nostra costituzione e l’esempio virtuoso
dell’officina dei detenuti indica che è possibile applicarla.
Come
avete vissuto l'esperienza della realizzazione del documentario e del
festival ?
La
sceneggiatura è nata dopo un lungo lavoro di selezione delle tante
ore di materiale girato e durante il montaggio. Solo in questa fase
mi sono reso conto anche della forza espressiva che un racconto così
costruito avrebbe potuto avere. Durante le riprese non tutto era
chiaro, avevamo forti emozioni e qualche idea, ma nulla di
precostituito. Tutte le scene che compaiono nel film sono state
riprese dal vivo, nessuna è stata preparata a tavolino. E quando
qualcosa ci è sfuggito perché in quel momento eravamo disattenti o
semplicemente altrove. Abbiamo scelto di non rifare, ci avrebbe
rimesso la spontaneità del film. Il festival di Roma per noi tutti è
stata una grande festa. Avevo personalmente promesso a Roberto, un
detenuto oggi in permesso lavorativo esterno, di portarlo sul
red-carpet. Non ero stato molto convincente e non mi aveva creduto,
ma in fondo allora non ci credevo neppure io. Portarlo al Festival di
Roma insieme a Fathim, a Mirko e ad una decina di operai, farli
sfilare tutti insieme davanti a decine di fotografi, là dove passano
le star del cinema, è stata una gioia indescrivibile. Noi in corteo,
fischietti in bocca, dietro allo striscione Meno male è Lunedì, il
titolo del film, eravamo lì a dire siamo gli evasi, quelli che
evadono dai luoghi comuni per invitare tutti, anche il cinema, ad
essere meno evasivo sui temi che attengono ai diritti umani e ai
diritti delle persone.
La
detenzione può e deve essere riabilitativa?
La
risposta è scontata, ma io non voglio incorrere nell’errore di
passare per uno esperto di problematiche carcerarie. C’è chi da
anni se ne occupa, lavora duramente all’interno degli istituti di
pena e si scontra quotidianamente con muri culturali, burocratici e
legislativi. Io ho fatto solo un film e ho tentato di raccontare
quello che ho visto. Posso solo dire che ho una formazione culturale,
che non pretendo sia condivisa, che mi porta ad essere contrario
all’ergastolo, alla “pena di morte viva”, sono contrario alle
carceri e alle detenzioni speciali. Come diceva il cardinal Carlo
Maria Martini una società civile non cerca pene alternative, ma
alternative alle pene.
L'Associazione per i Diritti Umani dedica questa intervista a Stefano Cucchi e alla sua famiglia.
Samia: “Stare qui così con voi mi fa sentire forte come un uomo” Fatima: “Come una donna, Samia, forte come una donna!”
di Rayhana traduzione di Mariella Fenoglio regia Serena Sinigaglia scene Maria Spazzi costumi Federica Ponissi attrezzeria MariaPaola Di Francesco luci Roberta Faiolo con Anna Coppola, Matilde Facheris, Mariangela Granelli, Annagaia Marchioro, Maria Pilar Pérez Aspa, Arianna Scommegna, Marcela Serli, Chiara Stoppa
coproduzione ATIR Teatro
Ringhiera e Theater tri-buhne Stuttgart
Nove
destini tra ribellione, sogno o sottomissionein un
hammam ad Algeri
mentre fuori cadono le bombe e si aggirano i barbuti: il corpo
femminile considerato un campo di battaglia e di conquista metafora
della stessa violenzapolitica,
sociale e
sessuale che subisce l’Algeria,
colpita da
corruzione, povertà, attentati e lotte per
la sopravvivenza quotidiana. L’hammam diventa così il luogo in cui
mettere a nudo l’anima e non solo il corpo, unico spazio
tutto al
femminile che, protetto ed accogliente, permette di confidarsi e
confrontare le rispettive strategie di resistenza.
Ma
quel giorno accade un fatto inatteso: infatti mentre Fatima, prima di
iniziare a lavorare, si concede il suo bagno di vapore e poi una
sigaretta, quel piacere colpevole che dà il titolo allo spettacolo,
arriva una ragazza incinta il cui fratello è tornato apposta dalla
Francia (per tutta la pièce indicata, a volte in tono sincero ed
altre ironico, come “Terra Promessa”) per ucciderla e lavare così
col sangue l’oltraggio all’onore. Fatima senza esitazione la
nasconde nella dispensa, mentre via via arriva la massaggiatrice che
sogna di sposarsi e poi le clienti che a poco a poco in uno
spettacolo corale rivelano
i loro destini individuali,
a ruota libera sotto forma distati
d'animo,
segreti,
sogni,
rabbia,
gioia,
piccole meschinità e colpi bassi, storie che
hanno segnato non
solo loro ma l’intera storia dell’Algeria.
Rayhana,
attrice ed autrice del testo, scritto in francese, è stata costretta
a lasciare l’Algeriadopo che
due registi con cui aveva lavorato (AzzedineMedjoubi,
direttore
del TeatroNazionalealgerino
e AliTenkhi)
sono stati
uccisi dai fondamentalisti. E’ vissuta nascosta per quasi un anno
finchè nel 2000 grazie all’aiuto di
ArianeMnouchkine,
direttore
delThéâtreduSoleil, è
arrivata in Francia. Nel 2010 quando a Parigi era in scena questo
spettacolo, viene insultata, aggredita e cosparsa di benzina:
l’aggressore le ha gettato in faccia una sigaretta accesa che
fortunatamente non ha preso fuoco. Nonostante le condanne unanime dei
politici (il sindaco di ParigiBertrandDelanoesi è detto
“scioccato
da
questoterribile
evento”
e FadelaAmara,
segretario
di Stato francese “inorridito
dall’intollerabile
aggressione”)
il colpevole non è mai stato trovato.
PS In Francia questo spettacolo ha riscosso così tanto successo da spingere Costa-Gravas a farne un film.
Piazza
Carrara 17.1, ang. Via G. da Cermenate, 2 – Milano (MM2 Romolo)
In occasione della Giornata internazionale del disabile la curatrice del progetto “DIVERSO DA CHI? Per una nuova cultura del rispetto” , Eva Schwarzwald, esperta in educazione ai media, introdurrà la proiezione di alcuni cortometraggi adatti alle scuole e alle famiglie.
Quindici racconti sulla disabilità, sui sentimenti e sul rispetto della vita delle persone con bisogni speciali, una guida per gli insegnanti ed attività didattiche complementari compongono il DVD, offrendo la possibilità, attraverso i film, di imparare, capire e combattere gli stereotipi sulla disabilità.
Agli insegnanti che prenotano la propria partecipazione alla serata verrà consegnato in omaggio una copia del dvd per la loro scuola!
Per informazioni e prenotazioni: peridirittiumani@gmail.com