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mercoledì 25 novembre 2015

EVE ENSLER: un saggio, un testo profondo che parla di donne e di violenza (e molto altro)


 






di Monica Macchi



Ora la lotta è tra le persone che devastano il pianeta,

saccheggiandone le risorse,

e noi




Scrittrice, poetessa, sceneggiatrice, regista e attivista di origini ebree è diventata famosa per i “Monologhi della vagina”1, che dal 1996 è stato tradotto in 50 lingue e rappresentato in 150 paesi (ha appena debuttato in India e a Cuba). Ogni anno viene attualizzato con un nuovo monologo sulle violenze contro le donne in ogni parte del mondo: una delle più rappresentate è My Vagina Was My Village, monologo scritto sulla base delle testimonianze delle donne vittime di stupro in Bosnia. Da queste pièce teatrali è nato il movimento globale V-Day, per la difesa dei diritti delle donne: 189 Paesi, oltre 70 città in Italia, 13mila organizzazioni femminili e femministe coinvolte oltre a singole personalità come Vandana Shiva e il Dalai Lama.

Dal 14 gennaio 2012 dopo aver letto una statistica secondo cui una donna su tre in tutto il pianeta sarà oggetto di percosse o stupro nel corso della sua vita ha lanciato la campagna One Billion Rising in cui le attiviste e gli attivisti danzano come strumento creativo per mostrare sdegno e assumersi le proprie responsabilità e favorire una nuova presa di coscienza, una presa di coscienza che opponga resistenza alla violenza finché questa non diventerà inconcepibile. 


Lo scorso 13 settembre Eve Ensler era a Milano al Teatro Elfo-Puccini in un incontro pubblico con Lella Costa per presentare il suo ultimo libro “Nel corpo del mondo” in cui racconta la sua esperienza con la malattia, un tumore all’utero e la riappropriazione del proprio corpo rispetto alle mutilazioni fisiche e psicologiche. In particolare rivendica una maternità non stereotipata che va al di là degli organi di procreazione, ma intesa come cura nei confronti di perone che si scelgono e con cui si creano dei legami. Ed Eve ha scelto le donne di Bukavu, in Congo con cui ha creato la Città della Gioia, un luogo condiviso in cui donne, molte delle quali analfabete e sopravvissute a stupri e torture, esorcizzano i traumi attraverso l’arte, la danza e corsi di autodifesa mentre diventano catalizzatrici di un radicale cambiamento sociale seguendo corsi professionali, di agricoltura e di uso del computer per poi istruire altre donne nei villaggi. Il cancro diventa così una metafora della società capitalistica senza alcuna attenzione né all’ambiente né alle persone: legare la nostra lotta a quella degli altri contro una società consumistica e sprecona è l’unico modo per ribaltare la gerarchia e la violenza.



Il numero, in Italia, per denunciare violenze e stalking: 1522

1
La traduzione italiana del testo è disponibile in edizione Il Saggiatore e Marco Tropea

mercoledì 28 ottobre 2015

Gender l’inganno perfetto






 

Così una parola neutra diventa simbolo delle nostre paure:il saggio di Michela MarzanoMelania Mazzucco (da La Repubblica)

La parola gender divide. Ci sono parole che a forza di essere brandite come manganelli, innalzate come bandiere, finiscono per diventare esse stesse strumenti di aggressione, contundenti, perfino urticanti. Come molte parole straniere, fagocitate da una lingua altra che le assimila senza comprenderle e le utilizza senza spiegarle, esalano un’aura di autorevolezza e insieme di mistero, che ne giustifica l’uso improprio. Oggi può capitare che durante una pubblica discussione sulla scuola un genitore zittisca un docente agitando un foglio su cui c’è scritto “no gender”. Come alle manifestazioni in cui nobilmente si protesta contro le piaghe che minacciano l’umanità: no alla guerra, alla pena di morte, al razzismo. La perentorietà del rifiuto di qualcosa che non si saprebbe (né si intende) definire impedisce l’avvio di qualunque dialogo. Ma di che cosa stiamo parlando?
Lo scontro che negli ultimi tre anni è divampato intorno al gender in Italia (ma anche, in forme simili, in Francia) diventerà oggetto di studi di sociologia della comunicazione e psicologia delle masse. Ci si è riflettuto poco, finora, forse per sottovalutazione — o perché non si è stati capaci di comprendere quale fosse l’oggetto del contendere, né che riguardasse tutti, e non solo gli omosessuali. Chiunque si interessi della circolazione e della manipolazione delle idee non può non restare stregato e insieme spaventato dalla mistificazione perfetta che si è irretita intorno a questa parola, fino ad avvolgerla di una nebbia mefitica. E a occultare il vero bersaglio: la battaglia culturale, ma anche politica e legislativa, per «combattere contro le discriminazioni che subisce chi, donna, omosessuale, trans, viene considerato inferiore solo in ragione del proprio sesso, del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere».
L’ultimo libro di Michela Marzano,
Papà, mamma e gender , che esce per Utet, ci spiega come, quando e perché sia potuto accadere che una concezione antropologica sulla formazione dell’identità (sessuale, psichica, sociale) delle persone abbia aperto una “crepa”, una “frattura profondissima” nel nostro paese, e scatenato campagne di propaganda, informazione e disinformazione mai più viste da decenni. Fino a trasformare il gender in uno spauracchio, un fantasma cui chiunque può attribuire — in buona, ma anche in cattiva fede — il negativo delle proprie idee, della propria concezione dell’esistenza, e riversare su di esso pregiudizi, fobie e paure che si agitano nel profondo di ognuno di noi.
Ricordando con Camus che «nominare in maniera corretta le cose è un modo per tentare di diminuire la sofferenza e il disordine che ci sono nel mondo», Marzano assegna al libro innanzitutto questo scopo “didattico” (il volume è corredato di un glossario). Dunque gender è un termine inglese, la cui traduzione italiana è semplicemente genere. È entrato in lingua originale nel sistema della cultura universitaria perché delineava un campo di studi nuovo (gender studies) e perciò bisognoso di un proprio nome. Ma poi ha finito per riassumere l’insieme delle teorie sul genere — estinguendo ogni differenza e sfumatura, anche significativa.
Papà, mamma e gender è un libro smilzo, di agevole lettura, una bussola utile per orientarsi nel magma burrascoso di interventi, argomentazioni, polemiche, molte delle quali vanno alla deriva sulle onde del web. Alla confusione semantica e concettuale del dibattito — che mescola sesso, identità di genere e orientamento sessuale — Marzano oppone spiegazioni essenziali (“l’ABC”) che si potevano ritenere acquisite, e invece si sono scoperte necessarie. Si memorizzi ad esempio questa: «Quando si parla di sesso ci si riferisce all’insieme delle caratteristiche fisiche, biologiche, cromosomiche e genetiche che distinguono i maschi dalle femmine. Quando si parla di “genere” invece si fa riferimento al processo di costruzione sociale e culturale sulla base di caratteristiche e di comportamenti, impliciti o espliciti, associati agli uomini e alle donne, che finiscono troppo spesso con il definire ciò che è appropriato o meno per un maschio o per una femmina ».
È insieme un libro di storia culturale e di cronaca contemporanea, in cui le riflessioni sulla distinzione tra identità e uguaglianza, tra differenza e differenzialismo, si affiancano all’analisi del lessico di una petizione presentata in Senato per sostenere «una sana educazione che rispetti il ruolo della famiglia », le parole di Aristotele, Bobbio e Calvino vengono valutate come quelle di uno spot contro la perniciosa “ideologia gender”. È un libro di filosofia e auto-filosofia (se posso mutuare questo termine dalla narrativa): perché l’autrice non nasconde i propri dubbi (e la critica contro la corrente radicale del pensiero gender) e rivendica l’onestà intellettuale di dire come e perché è giunta a credere a certe cose piuttosto che ad altre. L’esperienza personale — chi siamo, come siamo diventati ciò che siamo — influenza e sempre indirizza il nostro modo di stare nel mondo. «Il pensiero non può che venire dall’evento, da ciò che ci attraversa e ci sconvolge, da ciò che ci interroga e ci costringe a rimettere tutto in discussione».
Gli essenzialisti affibbiano a chi non riconosce il dualismo tra Bene e Male l’etichetta di relativista etico. Ma l’etica non è relativa. Dovrebbe solo essere transitiva. Come Marzano, mi sono chiesta spesso come mai si possa temere che riconoscere ad altri i diritti di cui godono i più (alle coppie omosessuali di sposarsi o di avere e crescere figli) sia lesivo di questi. In che modo il matrimonio tra due persone dello stesso sesso possa sminuire quello di un uomo e di una donna, come una famiglia differente possa indebolire le famiglie cosiddette uguali. Non so rispondermi. Però mi viene in mente il finale visionario de
La via della Fame , il romanzo che lo scrittore nigeriano Ben Okri ha dedicato alla propria giovane nazione, tormentata dall’odio, divisa dai conflitti, e incapace di nascere. «Non è della morte che gli uomini hanno paura, ma dell’amore... Possiamo sognare il mondo da capo, e realizzare quel sogno. Un sogno può essere il punto più alto di tutta una vita». Ma ci occorre «un nuovo linguaggio per parlarci ». Ecco, forse abbiamo bisogno di una nuova parola. Lasciamo gender alle rivoluzioni antropologiche del XX secolo: il riscatto dei lavoratori, delle donne, dei neri, degli omosessuali. Le rivoluzioni sono irreversibili, nel senso che possono essere sconfitte, ma non revocate, e i principi che le accendono non tramontano. Troviamo un’altra parola per «sognare il mondo da capo».IL LIBRO Papà, mamma e gender, di Michela Marzano (Utet, pagg. 151 euro 12)


venerdì 16 ottobre 2015

Donne arabe e prostituzione: il film MUCH LOVED rompe il tabù








Noha, Soukaina, Randa e Halima: nomi di donne, di donne marocchine. Cala la notte e loro iniziano a lavorare: nell'oscurità possono confondersi con le ombre di una vita clandestina, quella delle prostitute. Le quattro giovani donne, infatti – belle e spregiudicate – hanno scelto di fare il mestiere più antico del mondo per essere o sentirsi libere. Forse.

Una scelta che, in fondo, non è mai una vera decisione libera, neanche per le donne occidentali. E' una scelta, purtroppo, spesso obbligata, accettata con la violenza o per disperazione. Nel caso delle protagoniste del film Much loved – film del regista di origini tunisine Nabil Ayouch, vincitore della Palma d'oro all'ultimo festival di Cannes e nelle sale italiane in questo periodola scelta è apparentemente libera: i moralisti potrebbero dire: “Sì, ma potevano decidere di fare un altro mestiere” e potrebbe essere vero; ma esasperate da una società patriarcale e maschilista, spesso molestate verbalmente e fisicamente, soggette alle prese di posizione, culturali o religiose, da parte di persone altre, queste ragazze passano alla provocazione più grande: vendere il proprio corpo. Quel corpo spesso maltrattato, usato, imprigionato, qui diventa di “proprietà” solo dell'individuo, della donna. E qui sta l'originalità di questa storia, perchè si tratta di un racconto di una forma di emancipazione (i temi hanno già fatto del back ground culturale e sociale dell'Occidente) in un Paese magrebino. E' l'occasione per mostrare il comportamento abbietto degli uomini: viscidi clienti o poliziotti corrotti, da cui emerge un tratto dell'intera società poco edificante. “Mentono tutte, puttane e sante. Le nostre sono come la carne sui questi piatti. Morte”, afferma un cliente saudita e questa frase fa intuire anche quanto il linguaggio, femminile e maschile, sia crudo e diretto: gesti e parole non fanno sconti nel denunciare un aspetto nascosto e misero dietro alle luci sfavillanti della bellissima Marrakesh. La città, infatti, si mostra come le sue prostitute: affascinate, profumata e capace di regalare sogni e piacere, ma dietro al bel vestito si cela la malinconia.      


Sulla carta il Marocco ha una Costitituzione che vieta, nel nuovo diritto di famiglia, le nozze forzate , la poligamia e impedisce il matrimonio fino al compimento dei 18 anni: sulla carta, perchè nelle zone rurali e nei villaggi, la situazione culturale è ancora molto arretrata e vigono le leggi della tradizione, che penalizzano le donne, le ragazze e le bambine.

Noha, Soukaina, Randa e Halima sono costrette anche a strisciare per raccogliere il denaro gettato per terra dai clienti; sono state ripudiate dalle famiglie; vivono la solitudine e l'impotenza di chi è entrato in un circolo chiuso da cui è impossibile uscire. Solo loro quattro e, unite, finiranno per costituire una piccola famiglia perchè condividono la mancanza di amore.

Il film è stato censurato in Marocco, ma ha diviso ugualmente l'opinione pubblica. Il regista, per un certo periodo, ha dovuto vivere sotto scorta. Noi non vogliamo condizionare gli spettatori per cui ci limitiamo a consigliarne la visione per continuare il dibattito sul tema.
 
 
 
 

giovedì 10 settembre 2015

Partecipiamo al presidio per dire BASTA alle STRAGI nel MEDITERRANEO !



L'Associazione per i Diritti Umani ha partecipato al presidio che, ogni giovedì, si tiene a Milano, in Piazza della Scala, a partire dalle ore 18.30.

Il presidio, organizzato da MilanoSenzaFrontiere, ha lo scopo di far riflettere su ciò che sta accadendo in Europa e nel mondo; di aprire le coscienze a nuove forme di accoglienza; di far capire ai politici quali sono le conseguenze di leggi e disposizioni errate; di dare dignità ai corpi delle persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo; di stare vicini, anche solo virtualmente, alle famiglie delle vittime e dei dispersi.

Di seguito pubblichiamo alcune fotografie del presidio, fatte dalla nostra associazione, e invitiamo tutti coloro che abitano a Milano a partecipare. Grazie.
 







lunedì 17 agosto 2015

Uomini e donne: una relazione costruttiva è possibile




Eccovi l'interessantissimo incontro con la giornalista e scrittrice Monica Lanfranco organizzato dall'Associazione per i Diritti Umani per la nostra manifestazione "D(i)RITTI al CENTRO!".
Si parla di violenza contro le donne, relazioni di genere, sesso e virilità e di molto altro, partendo dal saggio "Uomini che (odiano) amano le donne" per MAREA edizioni.



martedì 2 giugno 2015

IN – SEGNARE: donne insegnanti, donne maestre di vita



    

Tra pochi giorni si apre il seminario dal titolo IN – SEGNARE, a cura dell'Officina dei saperi Femministi e della rivista Marea. Il seminario si terrà dal 12 al 14 giugno 2015, a Caranzano (AL). 





Nella scuola da sempre sono le donne a insegnare, in maggioranza nei livelli di base, meno nell’accademia e con meno potere degli uomini, anche se lentamente cominciano nelle università a entrare i gender studies e ad affermarsi carriere femminili .


Nel nostro seminario siamo chiamate a interrogarci sulla responsabilità e capacità che abbiamo come attiviste, formatrici, insegnanti, genitrici, donne e uomini adulte nel far passare il segno del cambiamento, nell’in-segnare la libertà, l’autodeterminazione, il pensiero critico e le pratiche del femminismo.



Lo proveremo a fare condividendo parole, pensieri, pratiche: faremo laboratori, momenti di gioco, sperimentazione, con video e testi a disposizione.

Tutte le info e il programma su
www.altradimora.it .
     

domenica 19 aprile 2015

Uomini e donne: la violenza, le pari opportunità. Parla Monica Lanfranco



Nell'ambito della manifestazione “D(i)RITTI al CENTRO!” abbiamo avuto il piacere di ospitare la giornalista e scrittrice Monica Lanfranco con la quale abbiamo parlato di violenza sulle donne, di relazioni di genere, di società e di molto altro, partendo dal saggio intitolato Uomini che (odiano) amano le donne, edito da Marea.



Vi proponiamo il video dell'interessantissimo incontro e ringraziamo Monica Lanfranco e il Centro Asteria.






Ricordiamo che i video di tutte le nostre iniziative sono anche disponbili sul canale YOUTUBE dell'Associazione per i Diritti Umani e che organizziamo questi incontri con gli autori e gli esperti di materia anche per le scuole medie inferiori / superiori e per le università.



Potete scriverci alla mail: peridirittiumani.com oppure consultare il sito: www.peridirittiumani.com

sabato 18 aprile 2015

Report di un caso di “salvataggio” nel Mediterraneo




Riportiamo, qui di seguito, il report dettagliato di un'operazione di richiesta salvataggio, riportata da Watch the Mediterranean Sea che è una piattaforma online per monitorare le morti e le violazioni dei diritti dei migranti alle frontiere europee. Il report si commenta da solo.


Nome Caso: 2015_04_10-CM10
Situazione:
600-1000 persone in difficoltà al largo delle coste della Libia
Stato del WTM Investigation:
Concluso (ultimo aggiornamento 2015/04/11)
Luogo:
Mar Mediterraneo, al largo della costa della Libia

Venerdì 10 aprile 2015, il team di Alarm Med Phone è stato allertato da padre Mussie Zerai per una nave in difficoltà nel Mar Mediterraneo, al largo delle coste della Libia. Ha detto che la nave aveva lasciato la Libia alle 7.15 di mattina con circa 600 passeggeri a bordo, tra cui molte donne e bambini. Padre Zerai ha trasmesso i dati al team così come al MRCC di Roma, comprese le coordinate della nave e di un numero di telefono satellitare.

Il team si è messo in contatto con i passeggeri a bordo della nave a 13: 04h. La comunicazione è stata difficile a causa delle barriere linguistiche, ma siamo stati in grado di trasmettere le informazioni che Padre Zerai aveva già notificato al MRCC Roma. Abbiamo capito che c'era un problema con l'acqua che entrava in nave e abbiamo assicurato ai passeggeri che ci avrebbero richiamati. Il team di turno ha poi ricontattato il MRCC Roma e trasmesso il numero di telefono satellitare, nonché le coordinate. MRCC Roma non ha indicato chiaramente cosa avrebbero fatto con le informazioni fornite e solo suggerito che sarebbero intervenuti sul caso. Quando la squadra di turno hanno messo mano alla nave, i passeggeri hanno capito che c'era un problema con il motore; sono state trasmesse le nuove coordinate per la guardia costiera italiana e maltese, così come all'UNHCR. In una conversazione telefonica con la guardia costiera maltese è emerso che sapevano del caso. Hanno dichiarato che la nave era vicino alla costa libica e che avrebbero parlato con la guardia costiera italiana. Ma non dicono se avrebbero messo in atto un'operazione di salvataggio.

Il team di passaggio ha parlato ai passeggeri di nuovo e ha recuperto nuove coordinate. I passeggeri hanno chiesto ripetutamente aiuto. Con le coordinate si sarebbe potuto creare una traiettoria della nave, mostrando che la nave si muoveva verso nord. I passeggeri allora hanno chiamato uno dei membri del team del cambio, hanno chiesto di nuovo aiuto, affermando di aver visto un aereo. Il team di turno li ha informati di aver preso contatto sia la guardia costiera maltese sia con quella italiana. In un'altra conversazione telefonica con il MRCC Roma, nuove coordinate sono stati trasmesse. Prima erano riluttanti a informarci se un'operazione di salvataggio era in corso e in seguito hanno dichiarato che un elicottero e un soccorso navi erano sulla in partenza. Abbiamo trasmesso il numero del MRCC Roma alle persone in difficoltà.

Nel pomeriggio, Padre Zerai ha comunicato alla squadra che era stato contattato dai passeggeri, ancora una volta. Gli avevano detto che non si era verificato alcun salvataggio, nessun elicottero era stato visto e che la situazione stava diventando sempre più pericolosa anche pechè una gran parte della nave era danneggiata. Padre Zerai ha inviato un'altra e-mail a MRCC Roma, invitandoli ad intervenire; ha anche chiesto agli operatori telefonici di allarme di fare lo stesso per i servizi di soccorso pronti ad impegnarsi. Uno dei membri del team di turno è stato contattato nuovamente dalle persone in difficoltà, ma a causa di forti rumori in sottofondo, la comunicazione non era possibile.

Gli operatori telefonici di allarme hanno fatto una notifica pubblica, attraverso i social media, per contattare MRCC Roma e richiedere una missione di salvataggio. Al 18:00 l'UNHCR ha inviato una mail al telefono allarme, affermando che MRCC Roma aveva confermato un'operazione di salvataggio. Padre Zerai ha trasmesso le nuove coordinate che aveva ottenuto dai passeggeri che sono stati poi trasferiti ai MRCC Roma. Intorno 07:00 il MRCC Roma ha risposto a coloro che avevano inviato e-mail, affermando che la nave in questione fosse in territorio libico e al di fuori della ricerca italiana e di salvataggio della zona (SAR). Hanno suggerito che un'operazione SAR era in corso e che le numerose e-mail inviate erano inutili e che avrebbero bloccato l'indirizzo di posta elettronica operativo MRCC Roma,interferendo con l'operazione SAR. In risposta, l'allarme del telefono ha accettato la conferma ufficiale delle operazioni di soccorso e ha chiesto, attraverso i social media, di cessare l'invio di email a MRCC Roma.

Sabato scorso 11 aprile, la guardia costiera italiana ha poi rilasciato una dichiarazione affermando di aver condotto tre operazioni di soccorso il venerdì con il salvataggio di quasi un migliaio di persone in difficoltà. Ha detto che la nave si trovava a circa 30 miglia dalla costa della Libia e di aver inviato diverse navi mercantili e una motovedetta . A seguito del comunicato stampa, anche la nautica italiana ha partecipato all'operazione di salvataggio e ha preso a bordo 222 migranti, tra cui una persona deceduta. Le persone soccorse sono state portate al porto di Augusta e a Porto Empedocle, in Italia.

sabato 14 marzo 2015

Vent'anni di Marea: la rivista che dà voce alle donne


VENTI

Vent’anni di MAREA

rivista femminista dal 1994

18-28 marzo 2015 Palazzo Ducale Genova – LA MOSTRA E GLI EVENTI



La rivista Marea compie 20 anni.

Nata nel 1994 come trimestrale con una redazione genovese, senza remore nel dichiararsi apertamente femminista, nel tempo si è trasformata con lo sviluppo delle tecnologie informatiche, seguendo il corso della storia delle donne nel nostro paese e nel mondo.



Una rivista "per dire lo stare al mondo delle donne", scegliendo per ogni numero una parola chiave sulla quale impostare un percorso tematico di riflessione, ma con una rubrica dedicata a firma di autori maschi, che ha previlegiato la forma saggistica dedicando però per 9 anni l’ultimo numero a un concorso letterario, e dal 2009, ad una agenda da usare tutto l’anno.



Marea ha promosso e organizzato iniziative ed eventi che hanno portato a Genova e in Italia donne e uomini di cultura, scrittrici, scienziate, attiviste nei movimenti ecologisti, anti - liberisti, anti - fondamentalisti, per la laicità e i diritti delle donne nel mondo; nel 2001 ha organizzato il primo evento femminista sulla globalizzazione, PuntoG-Genova, genere, globalizzazione, a cui è seguito il decennale. In questi anni sono state coinvolte reti nazionali e internazionali quali le Donne in nero, la Marcia mondiale delle donne, One law for all, Secularism is a women issue, Women living under muslim laws.



Marea ha vissuto 20 anni nei quali ha provato a cogliere ciò che era nell'aria, muoveva le coscienze e le menti in sintonia e/o in contrasto con le trasformazioni sociali e politiche che ci hanno attraversate.



Marea celebra questo compleanno con una mostra di 10 giorni, a Palazzo Ducale a Genova dal 18 al 28 marzo 2015: saranno esposti i numeri della rivista, i prodotti editoriali, audio e video pubblicati, i manifesti e locandine a testimoniare le iniziative promosse e alle quali Marea ha partecipato, la radio web www.radiodelledonne.org con le interviste e le registrazioni degli eventi più significativi, oltre all’attività di formazione seminariale effettuata ad Altradimora, il centro di formazione e di incontri attivo dal 2008 www.altradimora.it



Nei 10 giorni di festa, di mostra e di incontri inviteremo, nello stile che ci contraddistingue, testimonials e protagoniste del mondo della cultura, della politica e della società perché siamo interessate a guardare avanti, pur con i piedi ben radicati nel nostro passato, per stimolare curiosità, attenzione, informazione e riflessioni su temi decisamente attuali.





MAGGIORI APPROFONDIMENTI AL SITO www.mareaonline.it

domenica 8 marzo 2015

Le donne non si toccano: Diana Battaggia racconta la violenza domestica

In occasione dell'8 marzo, l'Associazione per i Diritti Umani vi propone il video dell'incontro sulla violenza domestica alla presenza di Diana Battaggia: una raccolta di testimonianze raccolte dalle giornaliste de La 27ma ORA. Un incontro emozionante e ricco di riflessioni.






Domani -  9 marzo, alle ore 18.30 presso il Centro Asteria di Milano - continueremo la riflessione sulla condizione femminile con MONICA LANFRANCO a partire dal saggio "Uomini che odiano (amano) le donne"

domenica 22 febbraio 2015

Violenza contro le donne e la rieducazione ai sentimenti




L'Associazione per i Diritti Umani

in collaborazione con il Centro Asteria

PRESENTA



DIRITTI AL CENTRO:
UOMINI CHE ODIANO (AMANO) LE DONNE



Alla presenza di MONICA LANFRANCO (giornalista e scrittrice)



LUNEDI 9 MARZO



ORE 18.30

presso



CENTRO ASTERIA

Piazza Carrara 17.1, ang. Via G. Da Cermenate (MM Romolo, Famagosta)



L’Associazione per i Diritti Umani presenta il terzo appuntamento della serie di incontri dal titolo “DiRITTI AL CENTRO”, che affronta, attraverso incontri con autori, registi ed esperti, temi che spaziano dal lavoro, diritti delle donne in Italia e all’estero, minori, carceri, immigrazione...

In ogni incontro l’Associazione per i Diritti Umani attraverso la sua vicepresidente Alessandra Montesanto, saggista e formatrice, vuole dar voce ad uno o più esperti della tematica trattata e, attraverso uno scambio, anche con il pubblico, vuole dare degli spunti di riflessione sull’attualità e più in generale sui grandi temi dei giorni nostri.



In questo incontro dal titolo “Uomini che odiano (amano) le donne” di Monica Lanfranco, per Marea Edizioni, affronteremo il tema della violenza contro le donne: un'analisi del fenomeno anche dal punto di vista maschile. Si parlerà di femminismo e di emancipazione in Italia e all'estero, di percorsi psicoterapeutici, dell'importanza di una rete sociale e molto altro.



IL LIBRO:

Tutto comincia con un viaggio in treno e un articolo di Internazionale: la giornalista inglese Laurie Penny, (collaboratrice del Guardian) racconta di aver provato a fare alcune domande rivolte agli uomini sulla loro sessualità, chiedendo ai suoi contatti maschili, in forma anonima, se avessero avuto voglia di rispondere.
Le domande: 1) Che cosa è per te la sessualità? 2) Pensi che la violenza sia una componente della sessualità maschile più che di quella femminile? 3) Cosa provi quando leggi di uomini che violentano le donne? 4) Ti senti coinvolto, e come, quando si parla di calo del desiderio? 5) Essere virile: che significa? 6) La pornografia influisce, e come, sulla tua sessualità?

Per una volta, invece che parole di donne sulla sessualità e la violenza, si è chiesto agli uomini di esporsi, di mettersi in relazione, di soffermarsi a pensare su di loro, il loro corpo, il loro desiderio, i lati oscuri del loro genere.
Uomini che odiano amano le donne è il risultato del lavoro di raccolta e sistemazione delle oltre 200 risposte arrivate, ma non solo: è la testimonianza dell’esistenza di voci di uomini connotate da curiosità, voglia di capire e comunicare. L’intento del testo è di restituire questa interlocuzione, e di offrire a chi legge parole e riflessioni maschili su virilità, sesso, violenza, pornografia, desiderio.


L' AUTRICE

Giornalista, attivista femminista e formatrice sui temi della differenza di genere e sul conflitto.




 
 

sabato 14 febbraio 2015

Uomini che odiano (amano) le donne





Il nuovo libro di Monica Lanfranco dà la parola agli uomini per indagare, ancora più a fondo, quali sono le radici e i motivi di tanta violenza nei confronti delle donne.






L'Associazione per i Diritti Umani ha rivolto alcune domande all'autrice e giornalista e vi ricorda che sarà possibile dialogare con lei in occasione dell'incontro che si svolgerà: lunedì 9 MARZO, alle ore 18.30, presso il Centro Asteria, in Piazza Carrara 17.1 Milano



Ringraziamo molto Monica Lanfranco.





L'idea del libro nasce da sei domande che ha posto ad alcuni uomini: come hanno reagito alle sue sollecitazioni?



Avevo chiesto espressamente che chi desiderava rispondere scrivesse alla mia e-mail. Online ci sono state più di mille risposte e molte negative: si passava dal dileggio all'insulto diretto, dato che nella mia presentazione dicevo di essere giornalista, formatrice e femminista. La parola “femminista” in Italia, in Europa è una parolaccia e ha scatenato reazioni che mi hanno molto turbata.

Alcuni, invece, hanno risposto alle domande, forse per attirare l'attenzione, mentre per altri era un bisogno e queste reazioni sono state il motore che ha messo in moto il desiderio di renderle pubbliche perchè, dalle frasi più piccole fino ai flussi di coscienza, mi hanno molto emozionata. Le domande più cogenti rispetto ai problemi che ci sono nella realzione uomo-donna, cioè la violenza manifesta e occulta, venivano indagate e questo ha dato origine al libro.



Quali risposte sono state date alle domande sul rapporto tra violenza e sessualità?



Non sono state risposte inaspettate: entrando da molti anni nelle scuole e facendo iniziative pubbliche, emerge una verità di fondo rispetto alla percezione della violenza: il grande problema è la difficoltà, se non il rifiuto, di riconoscerla, per cui alcuni comportamenti non vengono proprio rubricati come violenza ma, da parte degli uomini in particolare, c'è una presa di distanza che va sotto la denominazione “Io non ne faccio, la fanno gli altri” e sono quasi sempre gli stranieri. Pochissimi annoverano la possibilità della violenza dentro di sé.

A differenza delle donne che hanno fatto un percorso nel femminismo, gli uomini non hanno fatto questo percorso di presa di coscienza; per questo c'è ancora una cultura patriarcale e gli uomini non si assumono la responsabilità di appartenenza al genere maschile.



Gli uomini hanno bisogno di una rieducazione affettiva? Uomini e donne possono intraprendere insieme un percorso che li riavvicini?



Credo che ci sia bisogno di una educazione ai sentimenti e all'affettività così come un'educazione antisessista che riconosca le matrici profonde sociali, culturali e umane che portano il sessismo ad essere la prima forma di violenza.

La violenza contro le donne è un problema globale, ma si può contrastare fin dall'inizio: segnalo l'ultima parte del bel documentario “Giulia ha picchiato Filippo” che racconta la storia narrata dalle donne ospiti di un centro contro la violenza e, negli ultimi dieci minuti, si racconta come nasce la stereotipizzazione delle femmine e dei maschi: un bimbo picchia una bambina e la bambina viene colta nel momento in cui si sta difendendo e diventa lei la carnefice...Il racconto è il racconto della matrice di questa situazione: la famiglia, quella madre e quel padre, quel non voler vedere, quel cominciare a dire subito “Tu sei una femmina e quelle cose non le fai, tu sei un maschio e alcune cose le puoi fare”.

C'è, inoltre, molto bisogno di una cultura di base che coinvolga uomini e donne in un riavvicinamento legato all'abbassamento della febbre che percorre il pianeta, la febbre della guerra fatta alle donne; è necessario, quindi, reimpostare il dialogo tra i generi perchè un mondo violento per la metà di chi lo abita, è un mondo violento per tutti.




venerdì 2 gennaio 2015

Violenza contro le donne: Chiamarlo amore non si può




Un incontro importante e serio: una raccolta di racconti sulla violenza contro le donne, alla presenza di alcune autrici: Fulvia Degl'Innocenti, Elena Peduzzi e Chiara Segre, edito dalla casa editrice MammeOnline. Il titolo del libro: Chiamarlo amore non si può.

Un'occasione per riflettere sulla violenza fisica e psicologica, sui motivi che inducono troppe donne a subirla; per riflettere anche su come si è arrivati al femminicidio e sul perchè gli uomini si comportano così nei confronti di chi li ama e li aveva scelti come compagni di vita.

Ringraziamo le autrici e il Bistrò del tempo ritrovato per aver accolto l'iniziativa organizzata dall'Associazione per i Diritti Umani nell'ambito della manifestazione “D(i)RITTI al CENTRO!”.


 
 
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lunedì 4 agosto 2014

Quella mozione omofoba e discriminatoria





Ci è perventa la seguente comunicazione da parte di un ragazzo che si impegna nella tutela dei diritti LGBT e anche noi abbiamo deciso di pubblicare questa petizione già su change.org



La Regione Lombardia ha approvato una mozione, presentato dal capogruppo della Lega Nord Massimiliano e votata da tutto il centrodestra (Fratelli d'Italia, FORZA ITALIA e NCD) che di fatto ricorda quello di Putin in Russia, dietro il titolo "Iniziative per la tutela della famiglia naturale" viene istituzionalizzata l'omofobia e la discriminazione.
Tale mozione non solo svuota le relazioni gay di ogni tutela giuridica. Nega di fatto la loro affettivatà definendo la famiglia eterosessuale, da loro erroneamente chiamata "naturale" come più importante e l'unica degna di essere rispettata, la motivazione di tale comma è la seguente: “Non si può negare il principio che un rapporto fra un uomo e una donna è su un piano superiore da qualsiasi altro tipo di rapporto.“ Questo invito all'omofobia è anche una deriva integralista cattolica visto che la mozione prevede anche: "L'impegno per la Giunta regionale a introdurre il fattore famiglia, a individuare in collaborazione con il Consiglio regionale stesso una data per la celebrazione della Festa della Famiglia, fondata sull’unione tra uomo e donna, promuovendone sia direttamente che indirettamente attraverso scuole, associazioni e Enti locali la valorizzazione dei principi educativi, culturali e sociali. Infine impegna la Giunta regionale a chiedere al Governo centrale la non applicazione del Documento Standard per l’educazione sessuale in Europa, redatto dall’ufficio europeo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che prevede tra l’altro, nella fascia di età tra i 4 e i 6 anni, l’introduzione della masturbazione infantile precoce e l’identità di genere, ovvero la scelta se essere maschi o femmine."



"La scuola vuole esaltare l'omosessualità e la vita gay. I gay non sono famiglie"
Questa la motivazione che giustifica il fatto che da oggi la Regione Lombardia si propone ad attuare un piano medievale per introdurre nelle scuole, e in altri luoghi pubblici l'educazione all'"omofobia", insegnando di fatto che la diversità è una minaccia per la maggioranza e che la tolleranza e il rispetto sono valori privi di significato, mentre la violenza omofoba serve a difendere l'amore eterosessuale.
La consigliera del M5S Iolanda Nanni , oltre a ricordare che questa mozione è di stampo punitivo verso il PD, Sel, M5S e un esponente Lega che hanno votato a favore del patrocinio regionale per il Gay Pride tenutosi qualche giorno fa a Milano, denuncia l'interpretazione falsaria di alcuni documenti istituzionali, anche sovranazionali come quello europeo.
"La mozione contiene numerose falsità e libere interpretazioni di documenti istituzionali come il documento dell’OMS sulla promozione dell’educazione sessuale in età infantile. Non è vero che il documento invita a insegnare la masturbazione ai bambini, come asserito nella mozione. Questa e' una bufala, peraltro anche datata, senza alcun fondamento in quanto il documento in questione fa solo riferimento alla necessita' di educare il bambino senza che si senta colpevolizzato da questo atto naturale e istintivo. Ma possibile che il Consiglio Regionale debba scadere nel bieco bigottismo del pregiudizio e del ridicolo? Questa non è una mozione che difende le famiglie è una mozione ipocrita contro le varie tipologie di famiglie, fra cui quelle omosessuali. Francamente, certi consiglieri dovrebbero forse aprire gli occhi al mondo reale e all'interno dei loro stessi partiti, dove ad esempio, Salvini, il segretario di Lega Nord, e' divorziato, convivente di fatto e da questa unione ha un figlio. Questa per la Lega non sarebbe famiglia, dato che per loro lo e' solo se benedetta dalla sacralita' del vincolo matrimoniale.”, conclude Nanni.

Numerose le dichiaraizoni omofobe durante la discussione in aula di tale mozione liberticida, ne cito solo alcune fior da fiore:

•“Non si può negare il principio che un rapporto fra un uomo e una donna è su un piano superiore da qualsiasi altro tipo di rapporto. “
•“Lo spot della Findus è un’esagerazione. “
•“Esaltare l’omosessualità e la vita gay portano alla perdita del valore del ruolo paterno che risulterebbe attaccato nella sua autorità.”
•“La scuola vuole esaltare l’omosessualità e la vita gay. I gay non sono famiglie.”
•“Non comprendiamo che senso abbia l’introdurre nelle scuole delle fiabe che invitano a contrastare quello che è il concetto di famiglia naturale. Libro a forte impronta omosessuale e a tratti pornografico, che incita all’omosessualità”.



Questi signori non hanno capito che tale mozione non danneggia
solo le famiglie omosessuali, che già esistono in tutti gli strati della società
e che meritatno di essere rispettate e tutelate, ma crea FIGLI DI SERIE A
(quelli che vivono in famiglie eterosessuali) e FIGLI DI SERIE B (quelli delle
famiglie omoparentali che per la legge lombarda da oggi sono dei fantasmi
privi di DIRITTI GIURIDICI)



In breve la mozione prevede che:
1.La Famiglia eterosessuale viene definita come l'unica "naturale", degna di tutela e più importante di qualsiasi altro tipo di affetto.
2.Piano nelle scuole e tutti gli altri settori pubblici per attuare tale discriminazione sociale
3.Pressioni sul Governo Centrale affinchè respinga lesiglazioni gay friendly, ma anzi si impegni a sostenere una politica retrograda e conservatrice.
4.Fondamentalismo religioso sostenuto dall'introduzione di una Festa dell'unioni Uomo-Donna, per ribadire ancora una volta la loro supremaziona
5.Blindata la regione, e quindi l'impossibilità per comuni aperti come Milano, a riconoscere i matrimonio gay contratti all'estero come hanno fatto altre città come Napoli
6.Libera e sbagliata interpretazione di alcuni importanti documenti, anche Europei, sull'educazione sessuale. Di fatto non si capisce come intende cambiare le cose la Regione su questo tema importantissimo per la maturità dei bambini e ragazzi che vanno istruiti su questi temi come fanno tutte le nazioni civili d'Europa e del mondo.
7.non danneggia solo le famiglie omosessuali, che già esistono in tutti gli strati della società e che meritatno di essere rispettate e tutelate, ma crea FIGLI DI SERIE A (quelli che vivono in famiglie eterosessuali) e FIGLI DI SERIE B (quelli delle famiglie omoparentali che per la legge lombarda da oggi sono dei fantasmi privi di DIRITTI GIURIDICI.
Chiediamo pertanto ai Gruppi della Regione Lombardia di cancellare questo triste mozione e in contemporanea alla Corte Costituzionale di dichiararla incostituzionale in virtù dell'articolo 2 e 3 della costituzione contenuti nei PRINCIPI FONDAMENTALI:
Art. 2
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.



Inoltre questa mozione va anche contro alcune sentenze della stessa Corte Costizuionale e della Cassazione in materia di Diritti Gay. Ricordo la sentenza n. 170/2014, la n. 138 del 15 aprile 2010 della Costituzionale e la sentenza numero 601 di quella di Cassazione in cui viene istituzionalizzata la necessità di un impegno del Governo Centrale a approvare almeno le Unioni Civili e a legiferare in tema di contrasto all'omofobia. Non solo si ritiene necessario anche legiferare sulle adozioni gay visto che come dice bene la Cassazione "non sono poste certezze scientifiche o dati di esperienza, bensì il mero pregiudizio che sia dannoso per l'equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale".


domenica 29 giugno 2014

Ed ecco il PRIDE !

Una settimana all'insegna dell'orgoglio gay, quella che si è tenuta anche a Milano dal 23 al 29 giugno 2014. Una settimana ricca di iniziative per conoscere la comunità LGBT, per parlare di diritti civili, di libertà, di accettazione di sé e degli altri. "In bloom" è il libro, con mostra fotografica, di E. Calvelli, così come "Nuda" un altro libro di M.Pagarini; il fumetto "I colori del vicino" di G. Macalone, la biblioteca dei libri parlanti, "Ho visto un re" lo spettacolo teatrale; il talk dal titolo "Educare alle differenze", il dibattito "Quali prospettive dopo la sentenza della Corte Costituzionale 170/2014", "Diritti LGBT. A che punto siamo?" incontro con l'Abominevole diritto...Questi alcuni degli incontri e degli approfondimenti che hanno animato quest'ultima edizione del Pride milanese che è culminato con la parata festosa e musicale che ha colorato una città grigia e piovosa. Alla prossima!
(Le foto sono di Monica Macchi)


                                                  

lunedì 25 novembre 2013

Ginocidio. La violenza contro le donne nell'era globale



In occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, pubblichiamo un'importante intervista che abbiamo fatto per voi alla Prof.ssa Daniela Danna sul suo ultimo saggio, ringraziandola molto per averci concesso un po' del suo tempo.



Daniela Danna, docente di sociologia presso l'Università degli Studi di Milano, in Ginocidio. La violenza contro le donne nell'era globale affronta un tema, purtroppo, di grande attualità, in Italia e non solo: l''autrice lo chiama "ginocidio" perchè questa violenza è generata dal giudizio maschile sull'inferiorità sociale femminile e dal desiderio di controllo del corpo delle donne da parte degli uomini.
Il testo, diviso in due parti, è basato su un doppio approccio alla violenza contro le donne. La prima parte è tematica: descrive e analizza stupri, maltrattamenti in famiglia, omicidi, violenza culturale, istituzionale ed economica, fenomeni correlati alla disuguaglianza tra i generi e più in generale al grado di disuguaglianza presente in una data società. La seconda parte presenta, invece, un approccio geografico, mettendo a confronto scenari diversi come quelli di Italia, Paesi scandinavi, Americhe, Europa dell'Est e Paesi musulmani.



Perchè ha sentito l'urgenza di scrivere questo saggio e di approfondire un tema di grande attualità?

Ho cercato di capire la situazione dai teorici della globalizzazione - che ci dicono che sta andando tutto per il meglio e che anche per le donne le cose stanno migliorando - e da altri autori che, invece, ci dicono che la globalizzazone sta peggiorando la situazione delle donne perchè, aumentando le disuguaglianze, le donne si trovano nella parte perdente sia all'interno dei Paesi che anche tra Paesi diversi.
Quello che ho cercato di fare, da sociologa, è capire se questa idea della violenza sulle donne sia qualcosa di riscontrabile con i dati, a partire dalle ricerche che sono state fatte sui reati: non soltanto attraverso le statistiche giudiziarie, perchè ci dicono quanti reati sono stati denunciati, ma anche attraverso le indagini di vittimizzazione che, al contrario, si rivolgono direttamente a un campione di persone e chiedono loro quali reati hanno subìto. Ad esempio, in Italia, secondo l'Istat solamente una piccola percentuale (al di sotto del 10%) dei reati che vengono commessi ai danni delle donne da parte degli uomini sono effettivamente denunciati. E questo comporta un problema metodologico: questa affermazione, così diffusa anche politicamente, è sì un campanello d'allarme, ma non è possibile verificarla attraverso le indagini che sono state fatte perchè non vanno molto idietro nel tempo e perchè l'esito è quello di un enorme sommerso.

Che ruolo hanno le religioni – in particolare quelle monoteiste – nel confermare il ruolo di inferiorità della donna?

La stessa idea del monoteismo è quella di unificare ciò che, invece, nelle religioni più antiche, era una pluralità: gli dei e le dee, ciascuna con una propria funzione. Al posto di questo pantheon troviamo un Dio onnipotente che - come vediamo da millenni - sotto il patriarcato è inevitabilmente maschio.
Rispetto all'attualità, nonostante le aperture e le trasformazioni della Chiesa anche nel suo ruolo economico (come sta facendo Papa Francesco e, prima di lui, Papa Luciani), viene ribadito il veto al sacerdozio femminile e questo è un messaggio di disuguaglianza di enormi proporzioni perchè lo stato laicale è considerato più basso rispetto a quello sacerdotale e le donne non possono accedere a quello sacerdotale. E non si sa bene perchè.

Può anticiparci un'analisi della condizione femminile nel mondo scandinavo?

Il mondo scandinavo è quello a cui guardiamo con grande interesse perchè gli indicatori di uguaglianza tra i sessi sono molto elevati e questo riflette una tradizione di lunga data.
I Paesi scandinavi sono collocati in aree climaticamente svantaggiate in cui è forte la necessità del lavoro umano e, quindi, anche di quello della donna perchè c'è bisogno della forza di tutte e di tutti.
Se torniamo indietro nel tempo, le popolazioni vichinghe avevano delle tradizioni di uguaglianza tra i sessi: ad esempio, non c'era una condizione d'onore femminile che si rifletteva sugli uomini. E oggi, come esito di questa lunga tradizione culturale, abbiamo una minore presenza di violenza contro le donne e una migliore condizione femminile.
In Norvegia, tra l'altro, si parla anche di un possibile trattamento dei maltrattanti, cioè si parla di percorsi psicoterapeutici e di recupero. Certo, la Norvegia è un Paese in cui gli uomini sono molto più autocritici rispetto agli ideali virili e al loro ruolo sociale rispetto all'Italia.

Perchè il termine “ginocidio”?

Ginocidio è un termine analogo a femminicidio. Per me il significato è: “ attacco a tutto ciò che è femminile”, considerando la radice greca “gunos” e latina “femina” del termine. Si tratta dell'inferiorizzazione delle caratteristiche omosessuali proprie anche degli stessi uomini. Non a caso, le caratteristiche omosessuali non sono ancora accettate in una società maschilista in cui il ruolo maschile e quello femminile sono nettamente separati.

Quali sono le conseguenze non visibili della violenza nei confronti delle donne?

Dalla violenza fisica si può guarire. La violenza psicologica, invece, lascia marchi molto più profondi: un conto è essere picchiate e un conto è l'umiliazione, anche se la violenza psicologica è difficile da dimostrare, da denunciare. E' molto complicato convincere un giudice che, se non c'è stata violenza fisica, quella psicologica ha danneggiato la persona.
Una violenza psicologica si verifica quando ci sono insulti, rimproveri, scarsa considerazione da parte del compagno. Nella nostra società c'è stato un tentativo di confinamento della violenza fisica, ma adesso ci dobbiamo occupare anche di quella psicologica perchè, come abbiamo detto, dal punto di vista giuridico, è ancora difficile tradurla in termini penali.


sabato 6 aprile 2013

Come pietra paziente: dal romanzo al film





Una giovane donna e un marito inerme. Siamo in Afghanistan: lui è un mujaeddin e si ritrova in coma in seguito ad uno scontro in battaglia. Lei deve accudire a due figlie piccole, ha pochissimo denaro e, a causa della povertà, decide di affidare le bambine ad una zia che gestisce una casa di piacere.
Da quel momento la donna e l'uomo, senza nome, si trovano soli, uno a fianco all'altro; lei parla ad un corpo immobile; parole e silenzio.
La “syngué sabour”, nella tradizione popolare afghana, è la “pietra paziente”, una pietra magica alla quale si raccontano segreti, desideri, difficoltà, sogni e sofferenze: la pietra raccoglie in sé tutte queste confidenze fino a quando si frantuma. Parte da questo elemento culturale il soggetto del romanzo dello scrittore e documentarista Atiq Rahimi che ha vissuto la guerra afghana, tra il 1979 e il 1984, per poi rifugiarsi in Pakistan e vivere, oggi, in Francia.
Il titolo italiano del testo scritto è Pietra di pazienza - pubblicato da Einaudi e vincitore del Premio Goncourt - testo che è stato trasposto nel film Come pietra paziente, nelle sale cinematografiche in questi giorni. Alla sceneggiatura ha preso parte il maestro francese Jean-Claude Carriére che ha mescolato, per questo script, la sua esperienza con Bunuel, Loui Malle fino a Trueba e il suo avvicinamento alla pratica filosofica del sufismo.
La suggestione all'origine del racconto di Rahimi, oltre alla pietra paziente, è tratta dalla cronaca reale: l'assassinio, da parte del marito, della poetessa afgana Nadia Anjuman, con il rifiuto - da parte della famiglia di lei - di incontralo. La realtà si trasforma in un'opera di fantasia, delicata e poetica, veritiera e struggente, che racconta la vicenda di una giovane donna povera e di un uomo, militare ed eroe: intorno a loro, una casa disadorna, le montagne e i ricordi di una vita.
Secondo le regole della religione islamica, la moglie deve pregare accanto al corpo del marito per 99 giorni. E proprio quel periodo diventa, per la protagonista (Golshifteh Farahani, conosciuta per la sua bravura in About Elly), occasione di un viaggio nel loro Passato, nelle loro dinamiche di coppia, ma anche nella società a cui appartengono. La guerra e i talebani con la loro violenza; la famiglia del marito, orgogliosa di avere in casa un eroe, ma poco sensibile nei confronti della madre dei suoi figli; l'imam capace solo di un conforto sterile e formale.
Ma soprattutto il corpo. I corpi - di lei e di lui - sono il fulcro della narrazione: le parole sì, ci sono, ma la comunicazione passa attraverso gesti lenti o appena accennati, sguardi intensi ed emozioni trattenute. Il corpo di lei, celato sotto il burqua a proteggere una femminilità negata; il corpo di lui, fiaccato e ferito nell'orgoglio di maschio guerriero. Lui, portatore di morte; lei, tenacemente attaccata alla vita. Fino a quando, quella stessa vita ricomincerà a sbocciare, il corpo a svelarsi, le emozioni a prendere aria. Un nuovo incontro, altri gesti, nuovi sguardi per diro no alle restrizioni, alla mancanza di libertà, al sacrificio; per dire sì alla potenza della passione e della scelta consapevole.